sabato 22 ottobre 2011

Andrea's Version, di Andrea Marcenaro



22 ottobre 2011

“Niente incidenti domenica”. Alberto Perino, leader No Tav in Val di Susa, è stato chiarissimo. “La manifestazione sarà pacifica”. Niente sampietrini, niente bastoni, niente scudi, niente caschi, niente cappucci, niente fionde, niente passamontagna, niente di niente. Ogni stradina, sentiero e scorciatoia del bosco verrà sgombrato da qualsiasi ostacolo potenzialmente pericoloso che si trovi sul tracciato del percorso del corteo. Via i sassi, via anche i funghi troppo scuri. “Se le forse dell’ordine lanceranno lacrimogeni e la valle si riempirà di fumo, l’ordine è di ritirarsi in buon ordine”. Fin su alla baita. Per la sola giornata di domenica, saranno segate le corna alle mucche. “Seguiremo i metodi di Ghandi e di Martin Luther King”. Il black bloc è avvisato. Pace, pace, pace. “Tutta la val di Susa è al lavoro”. Mi raccomando, ha concluso Perino, i manifestanti si concentrino di buon’ora a Perugia che poi fino ad Assisi è lunga.

venerdì 21 ottobre 2011

Il processo a Luigi XVI


Io sono l’unica il cui destino, di Emily Brontë

Io sono l’unica il cui destino
lingua non indaga, occhio non piange;
non ho mai causato un cupo pensiero,
né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,
questa mutevole vita mi è sfuggita,
dopo diciott’anni ancora così solitaria
come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,
tempi in cui tutto ciò era terribile,
quando la mia triste anima perse il suo orgoglio
e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori
di sentimenti poi repressi dal dolore;
e sono morti da così lungo tempo
che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,
poi svanì l’arcobaleno della fantasia;
infine l’esperienza mi insegnò che mai
crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità
fosse insincera, sterile, servile;
ma peggio fu fidarmi della mia mente
e trovarvi la stessa corruzione.

giovedì 20 ottobre 2011

Gheddafi il beduino, di Carlo Panella


La Nato lo vuole morto, ma comanda ancora lui, dal 1969. Così il colonnello ha iniziato a considerare “suo” tutto il mondo

"Colonnello, come conciliate un simile disprezzo per il mondo occidentale e gli affari che fate con i suoi maggiori esponenti, con Gianni Agnelli, ad esempio?”. “Gianni chi?”, risponde stupito il rais. “Gianni Agnelli, il presidente della Fiat”. “La Fiat? La mia azienda, my company!”. Con questi pochi tratti di penna Oriana Fallaci ha scritto il miglior ritratto di Muammar Gheddafi, quando lo intervistò il 2 dicembre del 1979. Tutto è “mio” per il dittatore di Tripoli, che poco si interessa ai particolari, anche se sono della statura di Gianni Agnelli.
L’iperego del rais non ha soltanto componenti di natura caratteriale, ma anche di matrice etnica. Perché tutto, dall’inizio alla fine, nella vita di Muammar Gheddafi è marcato da una concezione beduina e tribale non soltanto del suo paese, ma del mondo intero. Al colonnello non poteva neanche passare per la testa che la Fiat, pagata con i fondi sovrani dello stato libico, non fosse la “sua” fabbrica, di proprietà personale, come tutto quanto toccava e muoveva. Le guerre (anche quella che avrebbe voluto dichiarare alla Svizzera, colpevole di avergli maltrattato un figlio capriccioso), gli affari, i commerci, la diplomazia, il terrorismo dal 1969 a oggi sono stati monopolizzati dalla concezione beduina di Muammar Gheddafi. La tenda beduina che il rais piantava dappertutto nelle sue visite di stato, fosse villa Doria Pamphilj o nel giardino di Palais Marigny, adiacente all’Eliseo, è stato il suo rivendicato ed efficace simbolo-feticcio.
Gheddafi non ha mai aspirato a essere e ad agire come un capo di stato (concetto che gli è sempre stato estraneo), men che meno come un leader politico o religioso, o come l’amministratore di una immensa ricchezza in petrodollari. Tutte queste funzioni si riassumevano, confusamente, come confuso fu il suo Libro verde, nel fatto di essere il rais, il capo della tribù più potente del suo paese, che doveva dominare, con le buone o con le brutte, le tribù concorrenti con un reticolo di alleanze, tradimenti, matrimoni, trappole e furbizie tese a mantenere la loro sottomissione. A partire dal millenario punto di forza dei leader beduini: il controllo dei pozzi. Un tempo di acqua, ora di petrolio. Con una estraneità totale, nativa, culturale, per tutto quanto obbligasse a “lavorare la terra”, a impiantare opifici e fabbriche. Il suolo, per un beduino, va dominato soltanto per quel che danno le sue viscere. Al meglio. Null’altro.
Il tutto immerso in un elemento di mistero, nel quale si nasconde la risposta al clamoroso errore sulla sua resistenza (e sulla sua capacità di sfuggire al killeraggio missilistico) compiuto dalla coalizione voluta da Nicolas Sarkozy, David Cameron e Barack Obama. Il mistero riguarda la struttura decisionale, il funzionamento di un quadro di comando libico che ha sempre dimostrato di essere in grado di fare fronte a una serie complessissima di operazioni. Si guardi al cruciale biennio 1975-1977 e si vedrà come il colonnello, con una struttura di potere assolutamente monocratica, è riuscito contemporaneamente a condurre due guerre (Ciad e Egitto), acquistare la quota di minoranza nella Fiat, dirigere il rapimento dei ministri Opec a Vienna e infine a delineare la nuova ideologia del regime, lanciando con una grande operazione mediatica il suo confuso Libro verde. Il tutto avviando complesse trame terroristiche, vuoi con Abdu Nidal e Settembre Nero (in raccordo con la Stasi della Ddr), vuoi finanziando la Rote Armee Fraktion, la Eta basca e l’Ira irlandese. Una mole poderosa e intricata di iniziative e dossier, gestiti tutti attraverso il Diwan della “tenda beduina”, che ne ha garantito, oltre ogni analisi e aspettativa, la sopravvivenza, nonostante più di tremila operazioni della Nato.
La vita di Muammar Gheddafi, nato a Sirte il 7 giugno 1942, fu segnata, secondo gli agiografi libici, da un episodio drammatico, ovviamente impossibile da verificare: mentre giocava con due cugini esplose una mina – forse italiana, forse inglese – che straziò i due parenti e lo ferì a un braccio. Se vero, l’episodio potrebbe spiegare alcune cose. La sua formazione scolastica fu affidata alla madrassa di Sirte, in cui fu preso dall’entusiasmo per il vento che allora percorreva tutto il Maghreb: il panarabismo di Gamal Abdel Nasser, suo punto di riferimento forte, per alcuni anni a venire. Iscritto all’Accademia militare di Bengasi, si specializzò in Gran Bretagna (dove apprese discretamente l’inglese, che però ha sempre finto di ignorare in tutte le visite ufficiali, così come l’italiano, peraltro).
Molti analisti – non senza ragione – considerano questa specializzazione all’estero come prova certa dei legami del futuro rais con i servizi segreti inglesi, che avranno un ruolo determinante nel golpe del 1969. A 27 anni fu capitano dell’esercito e subito entrò in contatto con un gruppo di giovani ufficiali che – su sollecitazione discreta vuoi dei servizi inglesi, vuoi del Sid italiano – il 26 agosto 1969 organizzò un incruento colpo di stato contro il re Idris. Sono evidenti le ragioni che spinsero inglesi e italiani – saldamente già radicati in Libia con i loro impianti estrattivi – a cercare un interlocutore meno vacuo e assenteista (e per di più odiato dai tripolitani, perché membro di una dinastia della Cirenaica) al timone della Libia. Erano fortissime anche le ragioni che motivarono i giovani ufficiali, scandalizzati per la decisione di re Idris di non partecipare alla guerra contro Israele del 1967 – in un paese che reagì alla sconfitta dando vita a pogrom sanguinosi contro la storica comunità ebraica.
Il golpe riuscì senza spargimenti di sangue. Gheddafi si mise subito al comando, a fianco di Abdessalam Jallud – suo braccio destro sino al 1993, quando cadde in disgrazia – e di Abdel Fattah Younis al Obeidi, che, dopo anni spesi a occuparsi della repressione interna, oggi comanda gli insorti di Bengasi (appartiene alla tribù degli Harabi della Cirenaica, alla testa della ribellione). Il colpo di stato fu accolto con indifferenza nelle cancellerie europee e salutato con simpatia dalla sinistra comunista, Pci in testa, in quegli anni convinta – su impulso sovietico – che il nasserismo di cui Gheddafi fu inizialmente alfiere fosse il massimo del “progresso”, la punta di diamante del “fronte antimperialista”, in un contesto in cui Israele era definito “quinta colonna dell’imperialismo americano” e i palestinesi ricoprivano il ruolo di vietcong.
La matrice panaraba e quindi ferocemente antiisraeliana (e antisemita) del giovane colonnello fu indubbiamente determinante nella sua ascesa, ma si rivelò di breve durata. L’unificazione tra Libia, Egitto e Siria, che Gheddafi proclamò solennemente nel 1972, non fu mai realizzata a causa della assoluta nebulosità del progetto e della totale diffidenza di Anwar el Sadat, che da allora in poi definì il rais “quel pazzo di Tripoli”.
Identica sorte ebbe il tentativo concordato l’8 gennaio del 1974, da Gheddafi e dal tunisino Bourghiba, che, dopo un incontro improvviso in un hotel di Djerba, annunciarono la fusione dei due stati e la nascita della Repubblica arabo islamica che univa Libia e Tunisia. Il progetto, finito rapidamente nel dimenticatoio, non è mai decollato. Sono due fallimenti che giocheranno un ruolo esiziale sul futuro economico dell’Africa mediterranea.
L’impostazione tutta ideologica e verticistica del panarabismo, sommata alla superbia personale dei dittatori, fece fallire le fantasiose unificazioni statali e creò strascichi polemici e diffidenze (anche guerre, come vedremo) tra i paesi nordafricani. Ne conseguì una politica di frontiere chiuse e la totale assenza di relazioni economiche, investimenti reciproci, commerci, creazione di infrastrutture comuni che – come è avvenuto in Europa – grazie alla formidabile possibilità di finanziamento da petrolio, avrebbe potuto trasformare questi paesi in una potente area di sviluppo, invece che in quella riserva di sottosviluppo cui sono ridotti oggi (Libia inclusa).
Da subito, il nuovo regime lasciò trapelare il tratto più profondo, istintivo, innegabile del nuovo rais: la ferocia. Innanzitutto e sempre nei confronti del suo stesso popolo, con le centinaia di impiccati senza processo (anche per aver fischiato Saadi, il figlio calciatore di Gheddafi, allo stadio), con la negazione di qualsiasi spazio di libertà, con la persecuzione (omicidi mirati e torture incluse) dei suoi potenziali avversari, con la negazione della pur minima libertà di stampa e di pensiero e anche con episodi grotteschi, come quello dell’imprigionamento per ben otto anni e della successiva condanna a morte di sei infermiere bulgare, liberate nel luglio 2007, accusate di avere volutamente infettato di Aids alcuni pazienti. Ferocia dispiegata con incredibile fantasia e attivismo sul piano esterno, a partire dall’odio fanatico, con chiare venature di antisemitismo, per Israele, stella polare della sua politica estera. Odio che si è concretizzato – dato indicativo della strategia gheddafiana – nel finanziamento delle organizzazioni terroriste più spregiudicate e sanguinarie e mai – neanche nel 1973 – nel contrasto militare in campo aperto. Odio che ha scavato anche un ulteriore abisso nei confronti della leadership dell’Arabia Saudita (già motivato dai legami religiosi dei wahabiti con la Senussiyya, la confraternita della Cirenaica, legata a re Idris e centro delle attività secessionistiche di Bengasi), accusata per la sua alleanza con gli Stati Uniti e per lo stesso piano di pace con Israele propugnato da re Fahad.
Gheddafi è stato dunque essenzialmente un uomo capace e straordinariamente feroce, che si è circondato di uomini feroci. Lo dimostrò nel modo con cui saldò i conti con l’Italia: nel momento stesso in cui siglava contratti faraonici con l’Eni, Gheddafi emise, il 21 luglio 1970, un decreto di confisca di tutti i beni – inclusi i contratti Inps – dei 20 mila italiani residenti in Libia e li espulse in massa, imponendo la data limite per la fuga del 15 ottobre del ’70. La decisione del rais è in linea con la sua feroce furbizia beduina: non colpì affatto l’Italia, con cui anzi intrattenne fruttuosi affari, ma depredò tutti gli italiani che aveva sottomano. Pratica, peraltro, “copiata” dal mentore Nasser, che nel ’56 aveva fatto una mossa simile, ma in modo più sottile, nazionalizzando tutte le imprese e le attività degli stranieri, italiani in testa.
Stesso esito per questa diaspora forzata dei nostri connazionali: la rovina e la chiusura della rete di piccole industrie, aziende agricole moderne, attività artigianali meccanizzate impiantate dagli italiani che, nazionalizzate o confiscate, nel giro di pochi mesi andarono in rovina con un immenso danno economico per l’Egitto, come per la Libia. Naturalmente, la Libia di Gheddafi nazionalizzò anche le proprietà petrolifere straniere, ma non destò stupore, perché il fenomeno coinvolgeva in quei primi anni 70 tutti i paesi produttori e fu subito assorbito con una rapida trattativa che elargiva alle società petrolifere concessioni redditizie (scelta imposta anche dal fatto che nessun paese produttore aveva la minima intenzione di investire i profitti da petrolio nei costosissimi impianti di estrazione, trasporto e raffinazione).

Ora basta con l'aborto, di Giuliano Ferrara

E adesso che facciamo? La massima corte di giustizia europea ha stabilito che l’embrione umano, perfino prima di essere compiutamente un embrione fecondato, non può essere manipolato e brevettato da ricercatori e scienziati. E un feto di un certo numero di settimane? Quello sì, quello può essere abortito. Lo dice la nostra cultura giuridica. La situazione morale che ne deriva è incandescente, e pone problemi serissimi a tutti. Il ricercatore è in una situazione etica diversa da quella della donna che ospita un figlio indesiderato. Nel primo caso si tratta di metodologia scientifica, dei rischi di fare tutto quel che è possibile fare in provetta. Nel caso della donna si tratta di una scelta diretta di vita. Sarebbe giusto ormai riconoscere che si tratta di una scelta tra due vite: la sua libertà procreativa cosiddetta, e la vita umana fecondata e in crescita, nutrita e accudita dal suo corpo, destinata ad annientamento. Una sentenza stabilisce che nel primo caso c’è una dignità umana che sarebbe offesa da procedure di selezione e distruzione. Nel caso della donna mille sentenze tutelerebbero, ai sensi delle leggi abortiste, il diritto a fare quanto e più di quello che, in nome della dignità della vita umana, è precluso al ricercatore. Incandescente.

    Confermiamo un nostro vecchio orientamento. L’aborto è un omicidio, il massimo omicidio possibile perché preclusivo di tutto il futuro della persona. Nello scontro fra assoluti etici che questo comporta, non è possibile riparare a un peccato morale, tra i più antichi e sofferti del mondo, con punizioni e ipotesi di reato penale a carico delle donne che abortiscono e di chi collabora al fatto abortivo. Ma questo dramma deve imporci una conseguente, ferma, severa, responsabile politica antiabortista, a partire dalla guerra culturale contro lo sterminio per selezione e annientamento dei non nati. Oltre un miliardo in trent’anni. E la conta continua.

    Era il tema della moratoria antiaborto del 2008 e della lista presentata alle recenti elezioni politiche italiane. Ridefinire la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a San Francisco nel 1948, all’articolo 3. Specificare bene che i confini della vita umana oggi conosciuta, dopo le ricerche e la mappazione del Dna, sono diversi da quelli conosciuti nel 1948. Far discendere da questa ridefinizione le norme giuste per rendere importanti e cogenti i controlli sulle motivazioni dell’aborto, prima dell’operazione distruttiva da scongiurare ai limiti del possibile. Investire soldi pubblici nella promozione sussidiaria e privata di ogni tipo di assistenza antiaborto. Attrezzare cimiteri per i non nati, che devono avere un nome, e finirla con la pratica della loro eliminazione sotto la categoria dei “rifiuti ospedalieri speciali” cosiddetti. Estendere la pratica delle adozioni, la moderna ruota dei conventi. E molto altro. Insomma lottare contro la sordità morale nei confronti dell’aborto e delle pratiche di selezione eugenetica che portano occidente e oriente a fare della libertà della donna, della libertà di nascere come frutto dell’amore, della libertà di esistere anche se non si sia figli maschi, un infernale e nichilistico macello sociale.



http://www.ilfoglio.it/soloqui/10825

Senza, di Samuel Beckett


Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Spazi senza fine terra cielo confusi non un rumore tutto immobile. Faccia grigia due azzurro pallido corpo minuto cuore che batte solo in piedi. Spento aperto quattro pareti cadute all'indietro vero rifugio senza uscita.
Rovine sparse confuse con la sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo tutto luce bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo chimera la luce che passa. Grigio cenere cielo riflesso della terra riflesso dei cielo. Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno l'ora che passa.
Maledirà Dio come in quei giorni benedetti faccia verso il cielo aperto l'acquazzone passeggero. Corpo minuto faccia grigia lineamenti fessura e buchetti due azzurro pallido. Facce senza tracce bianco assoluto occhio calmo finalmente nessun ricordo.
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza tempo non un rumore. Facce senza tracce quasi raggiunte bianco assoluto nessun ricordo. Corpo minuto saldato grigio cenere cuore che batte faccia fissa lontano. Lo bagnerà la pioggia come nei giorni benedetti dell'azzurro la nuvola passeggera. Cubo vero rifugio finalmente quattro pareti all'indietro nessun rumore.
Cielo grigio nessuna nuvola non un rumore tutto immobile terra sabbia grigio cenere. Corpo minuto come la terra il cielo le rovine solo in piedi. Grigio cenere tutt'intorno terra cielo confusi spazi senza fine.
Si muoverà nelle sabbie movimento in cielo nell'aria le sabbie. Sempre e soltanto in sogno bel sogno non avere che un tempo da scontare. Piccolo corpo piccolo blocco cuore che batte grigio cenere solo in piedi. Terra cielo confusi infinito nessun rilievo corpo minuto solo in piedi. Nelle sabbie nessun appiglio ancora un passo verso spazi senza fine lo farà. Silenzio non un alito stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine.
Nero lento con rovina vero rifugio quattro pareti all'indietro nessun rumore. Gambe blocco unico braccia incollate ai fianchi corpo minuto faccia fissa lontano. Sempre e soltanto in sogno svanito il passare dell'ora lunga breve. Solo in piedi corpo minuto grigio liscio niente di più di qualche buco. Un passo tra le rovine le sabbie sulla schiena verso spazi senza fine lo farà. Sempre e soltanto sogno notti e giorni fatti di sogni di altri giorni notti migliori. Rivivrà il tempo di un passo albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi.
Spaccato in quattro all'indietro vero rifugio senza uscita rovine sparse. Piccolo corpo piccolo blocco genitali invasi culo blocco unico solco grigio invaso. Vero rifugio finalmente senza uscita in pezzi sparsi quattro pareti all'inclietro nessun rumore. Spazi senza fine terra cielo confusi tutto immobile non un alito. Facce bianche senza tracce occhio calmo testa ragionante nessun ricordo. Rovine sparse grigio cenere tutt'intorno vero rifugio finahnente senza uscita.
Grigio cenere corpo minuto solo in piedi cuore che batte faccia fissa lontano. Tutto bello tutto nuovo come in quei giorni benedetti regnerà l'infelicità. Terra sabbia grigia come l'aria il cielo il corpo le rovine sabbia fine grigio cenere. Luce rifugio bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Infinito nessun rilievo corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Faccia verso bianca calma quasi raggiunta occhio calmo finalmente nessun ricordo. Ancora un passo uno solo da solo nelle sabbie nessun appiglio lo farà.
Spento aperto vero rifugio senza uscita verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Sempre e soltanto silenzio così grande che in innnaginazione quelle risate da pazza quelle grida. Testa attraverso l'occhio calmo tutta luce bianca calma nessun ricordo. Chimera la luce l'aurora che dissipa le chimere e l'altra chiamata crepuscolo.
Andrà sulla schiena faccia verso il cielo riaperto su di lui le rovine le sabbie gli spazi. Aria grigia senza tempo terra cielo confusi grigi come le rovine spazi senza fine. Albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi l'aria cuore batterà di nuovo. Vero rifugio finalmente rovine sparse grige come le sabbie.
Faccia verso occhio calmo quasi raggiunto tutto bianco tutto calmo nessun ricordo. Sempre e soltanto immaginato l'azzurro chiamato ceruleo in poesia soltanto folle immaginazione. Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce senza tracce nessun ricordo. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo tutto immobile non un alito. Cuore che batte solo in piedi corpo minuto faccia grigia lineamenti invasi due azzurro pallido. Luce bianco quasi raggiunto testa attraverso l'occhio calmo ben ragionante nessun ricordo.
Corpo minuto grigio come la terra il cielo le rovine solo in piedi. Silenzio non un alito stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Spento aperto quattro pareti all'indietro vero rifugio senza uscita.
Grigio cenere cielo riflesso della terra riflesso del cielo. Aria grigia senza tempo terra cielo confusi grigi come le rovine spazi senza fme. Nelle sabbie nessun appiglio ancora un passo verso spazi senza fìne lo farsa. Albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi l'aría cuore batterà di nuovo.
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza tempo nessun rumore. Spazi senza fìne terra cielo confusi tutto immobile non un rumore. Lo bagnerà la pioggia come nei giorni benedetti dell'azzurro la nuvola passeggera. Cielo grigio nessuna nuvola nessun rumore tutto immobile terra sabbia grigio cenere.
Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce senza tracce nessun ricordo. Infinito senza rilievo corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Rovine sparse confuse colla sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo vero rifugio finalmente quattro pareti all'indietro nessun rumore. Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno l'ora che passa. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo chimera la luce che passa.
Spaccato in quattro all'indietro vero rifugio senza uscita rovine sparse. Rivivrà il ternpo di un passo al- begger@a di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi sen- za fìne. Faccia verso calma luce bianca quasi raggiunta occhio calmo finalmente nessun ricordo. Faccia grigia due azzurro pallido corpo minuto cuore che batte solo in piedi. Andrà sulla schiena faccia verso il cielo ria- perto su di lui le rovine le sabbie gli spazi. Terra sab- bia grigia come l'aria il cielo il corpo le rovine sabbia fìne grigio cenere. Facce senza tracce quasi raggiunte bianco assoluto nessun ricordo.
Cuore che batte solo in piedi corpo minuto faccia grigia lineamenti invasi due azzurro pallido. Solo in piedi corpo minuto grigio liscio niente più di qualche buco. Sempre e soltanto sogno notti e giorni fatti di sogni di altre notti giorni migliori. Si muoverà tra le sabbie movimento in cielo nell'aria le sabbie. Un passo tra le rovine le sabbie sulla schiena verso spazi senza fine lo farà. Sempre e soltanto silenzio così grande che in immaginazione queste risate da pazza queste grida.
Vero rifugio finalmente rovine sparse grige come le sabbie. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo tutto immobile non un alito. Facce bianche senza tracce occhio calmo testa ragionante nessun ricordo. Sempre e soltanto in sogno svanito il passare dell'ora lunga breve. Cubo tutto luce bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo.
Spento aperto vero rifugio senza uscita verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Testa attraverso l'occhio calmo tutto bianco calma luce nessun ricordo. Tutto bello tutto nuovo come in quei giorni benedetti regnerà l'infelicità. Grigio cenere tutt'intorno terra cielo confusi spazi senza fine. Rovine sparse grigio cenere tutt'intorno vero rifugio finalmente senza uscita. Sempre e soltanto in sogno bel sogno non avere che un tempo da scontare. Corpo minuto faccia grigia lineamenti fessura e buchetti due azzurro pallido.
Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Sempre e soltanto immaginato l'azzurro chiamato ceruleo in poesia immaginazione folle. Luce bianco quasi raggiunto testa attraverso l'occhio calmo ragionante nessun ricordo.
Nero lento con rovina vero rifugio quattro pareti all'indietro senza rumore. Terra cielo confusi infinito senza rilievo corpo minuto solo in piedi. Ancora un passo uno solo da solo nelle sabbie nessun appiglio lo farà. Grigio cenere corpo minuto solo in piedi cuore che batte faccia fissa lontano. Luce rifugio bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Spazi senza fine terra cielo confusi non un rumore tutto immobile.
Gambe blocco unico braccia incorate ai fianchi corpo minuto faccia fissa lontano. Vero rifugio finalmente senza uscita in pezzi sparsi quattro pareti cadute all'indietro nessun rumore. Facce senza tracce bianco assoluto occhio calmo finalmente nessun ricordo. Maledirà Dio come in quei giorni benedetti faccia verso il cielo aperto l'acquazzone passeggero. Faccia verso occhio calmo quasi raggiunto tutto bianco tutto calmo nessun ricordo.
Piccolo corpo piccolo blocco cuore che batte grigio cenere solo in piedi. Corpo minuto saldato grigio cenere cuore che batte faccia fissa lontano. Piccolo corpo piccolo blocco genitali invasi culo blocco unico solco grigio invaso. Chimera la luce l'aurora che dissipa le chimere e l'altra chiamata crepuscolo.

Crescita frenata da troppi monopoli, di Francesco Giavazzi


LE LOBBY E GLI INTERESSI PARTICOLARI



Finora per la crescita ha fatto di più Sergio Marchionne, annunciando l'uscita di Fiat da Confindustria, del governo, che punta su una nuova linea ad alta velocità da Lecce a Trieste. Perché non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere - almeno non in primo luogo - ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme. E Confindustria è uno di questi.

Una Confindustria non esiste negli Stati Uniti: la National Association of Manufacturers è solo una delle molte lobby attive a Washington, mentre il Business Roundtable è un luogo prestigioso di analisi e dibattito, non di trattative centralizzate. Una Confindustria non esiste più nemmeno in Gran Bretagna, almeno non nella forma di simili associazioni dell'Europa continentale. Sembra esistere soprattutto in Paesi ad alta disoccupazione.

Un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi specifici, un altro è sedersi al tavolo con il governo per «concertare» le leggi, contrattando dei « do ut des » con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese.

Undici anni fa, nel giorno in cui Confindustria elesse suo presidente Antonio D'Amato, scrissi su queste colonne che la cosa migliore che gli industriali potevano fare per dare una scossa all'Italia era riformare la loro associazione in modo radicale. Finché Confindustria parteciperà al tavolo della concertazione, giustamente i sindacati nazionali reclameranno il diritto di sedersi anch'essi a quel tavolo. E le politiche continueranno a essere concertate non per il bene dei cittadini, ma dei gruppi di interesse che Confindustria e sindacati rappresentano. In un decennio Confindustria è cambiata, ma nel senso opposto: le cinque maggiori imprese associate oggi sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste, Enel, Telecom, Eni. In Confindustria comandano, ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese? Con quale credibilità si può parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, dalla distribuzione di gas ed energia elettrica, alle farmacie, alle professioni?

La vicenda dell'articolo 8 della recente manovra finanziaria è sintomatico. La proposta originale del ministro Sacconi prevedeva che imprenditori e lavoratori potessero firmare accordi aziendali senza sottostare ai vincoli imposti dai contratti nazionali. La norma approvata consente ancora la deroga ai contratti nazionali, ma richiede che l'accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale. Si dice per proteggere i lavoratori delle piccole imprese. Io penso che sia piuttosto per garantire la sopravvivenza dei sindacati nazionali.

E da che parte è stata Confindustria? Da quella dei sindacati, evidentemente. Non credo perché improvvisamente abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un'associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti.

mercoledì 19 ottobre 2011

Il caso, di Thomas Hardy



Solo che un qualche iddio vendicativo mi chiamasse 
Dall'alto cielo, e irridesse: "Tu, creatura che soffre, 
Sappi che il tuo dolore è il mio diletto, 
Che del tuo amore frustrato profitta il mio odio!".


Allora sopporterei, tenderei i nervi e morrei, 
Rafforzato dal senso d'un ira immeritata; 
Mezzo racconsolato dal pensiero, che un più potente di me 
Avesse voluto e assegnato le lacrime ch'io piango. 

Ma non così. Come accade che la gioia venga uccisa, 
E perché avvizzisce la più dolce speranza mai seminata? 
Il caso balordo s'oppone al sole e alla pioggia, 
E il tempo biscazziere getta per allegria il dado d'un lamento... 
Per questi giudici ciechi tanto valeva cospargere 
Gioie lungo il mio cammino così come il dolore. 

martedì 18 ottobre 2011

Dio è nel cuore della politica, di Bruno Forte



Chiare e forti sono state le parole che Benedetto XVI ha pronunciato nella sua recente visita in Calabria. «A volte – ha detto il Papa – il clima che si respira nelle nostre società non è salubre».

«È inquinato - ha detto il Papa - da una mentalità che non è cristiana e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale. In questo clima non solo si emargina Dio, ma anche il prossimo, e non ci si impegna per il bene comune». La denuncia si è unita alla proposta, avanzata nell'omelia tenuta a Lamezia Terme il 9 ottobre scorso: «Auspico vivamente… una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune».

Uno sguardo anche rapido alla situazione dell'Italia d'oggi mostra con evidenza quanto il Papa abbia ragione. Quelli che emergono sono i tratti di un Paese stanco e diviso. La stanchezza si profila non solo nei segni preoccupanti di recessione economica, nella perdita di competitività di molte delle nostre aziende, nella diffusa incapacità a elaborare e perseguire una progettualità di largo respiro, ma anche nella mancanza di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, nella penuria di speranza che si avverte tanto nella vita personale, quanto nell'impresa collettiva, nella disaffezione all'impegno politico, diventato - anche grazie a una pessima legge elettorale - sempre più monopolio di una casta, che si riproduce per clonazione e spesso al ribasso.

L'Italia di oggi appare più che mai un Paese bisognoso di cambiamenti profondi e di protagonisti nuovi. La novità dovrà prodursi anzitutto nel campo della mentalità, della "visione del mondo", dello stile dell'impegno sociale e politico. Quali caratteristiche dovranno avere quanti intenderanno porsi al servizio del bene comune? Vorrei richiamare alcune qualità umane e spirituali, sottese anche alle riflessioni che hanno impegnato il Forum dell'associazionismo cattolico di ieri a Todi, e che mi sembrano irrinunciabili per chi vorrà contribuire al superamento della stanchezza e delle divisioni del Paese.

La prima caratteristica è uno sguardo capace di spingersi in alto e lontano. La paura e l'abdicazione si vincono guardando a mete grandi, ardue, ma possibili. Occorrono testimoni di speranza, che diano soffio e slancio all'azione politica, donne e uomini capaci di pensare in grande, di osare per una meta bella, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che valga la pena per tutti. Per il cristiano questo vuol dire tenere desta la speranza della fede, che impedisce di arrendersi di fronte agli interessi di corto raggio degli egoismi personali o collettivi. Come diceva Dom Hélder Câmara, il vescovo caro a tanti poveri del Sud del mondo: «Beati coloro che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato». E Benedetto XVI nell'Enciclica Spe salvi afferma: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».

C'è bisogno di protagonisti capaci di misurarsi costantemente con l'assolutezza dei giudizi etici, con le esigenze dell'amore e della giustizia più grandi, riconosciute nello spazio vivificante dell'adorazione. Affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, morto martire della barbarie nazista in campo di concentramento: «Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l'adorazione vera». Abbiamo bisogno di uomini e donne disposti a riconoscere la verità, a obbedire ad essa, pronti a non cedere al compromesso morale, decisi nel rifiutare la menzogna e il vantaggio egoistico. Donne e uomini eticamente impegnati, che non sbandierino valori non vissuti in prima persona, almeno sul piano della tensione e dello sforzo onesto.

Una seconda condizione indispensabile per un autentico impegno al servizio del bene comune è l'essere disinteressati, non attaccati al denaro e al potere, umili e senza pretese: «Chi è troppo attaccato al denaro - scriveva don Sturzo - non faccia l'uomo politico né aspiri a posti di governo. L'amore del denaro lo condurrà a mancare gravemente ai propri doveri» (Il manuale del buon politico). E Desmond Tutu, vescovo anglicano del Sudafrica, premio Nobel per la pace, affermava: «Potere e forza non sono finalizzati al conseguimento del proprio tornaconto personale, non sono strumenti di dominio, non devono servire ad accrescere la nostra autorità, in spregio a qualsiasi legge o convenzione... Il vero potere lo si scopre donando la propria vita, servendo il più debole, il più indifeso» (Anche Dio ha un sogno. Una speranza per il nostro tempo).

Applicando questo criterio alle figure caricate di maggiore responsabilità politica, Tutu aggiungeva: «I veri leaders devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza». Com'è nobile, oltre che doveroso e utile a tutti, farsi da parte quando si sa che non si è più in grado di garantire il bene maggiore della comunità al cui servizio si è stati chiamati!

Un simile impegno nel servizio sociale e politico esige un corrispondente stile di vita. Questo non s'improvvisa, va maturato anzi in un lungo cammino, alla scuola di modelli veri e significativi. Questi modelli non sono mancati nella storia del cattolicesimo democratico e sociale: basti pensare a figure come quelle di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira! Che cosa essi ci insegnano? Dall'esperienza quotidiana di Dio, dalla scelta convinta del primato del servizio al bene comune, i testimoni della politica vissuta come forma alta della carità hanno attinto la forza del loro disinteresse verso il denaro e il potere e l'autorevolezza morale, riconosciuta anche da chi non la pensava come loro.

E hanno testimoniato quel senso della mondialità, che abbraccia inseparabilmente il locale e il globale e che è oggi più che mai necessario: «Ogni 3,6 secondi - scrive ancora Desmond Tutu - qualcuno muore di fame, e in tre casi su quattro si tratta di bambini al di sotto dei cinque anni. Se comprendessimo di essere una sola famiglia, non consentiremmo che a nostro fratello o a nostra sorella accada una cosa del genere». Gente che pensa in grande, con cuore umile e attento, in un continuo impegno di rinnovamento etico: è quella di cui abbiamo bisogno! Affermava Charles Péguy: «La rivoluzione o sarà morale o non sarà affatto». Ed Emmanuel Mounier aggiungeva: «Si pretende che la rivoluzione sia uno sconvolgimento di fiamme e di fuoco. No, la rivoluzione è un tumulto ben più profondo. Mutate il cuore del vostro cuore.

E, nel mondo, muterete tutto quello che è stato da esso contaminato… In questo mondo inerte, indifferente, incrollabile, la santità è ormai la sola politica valida e l'intelligenza, se vuole accompagnarla, deve conservare la purezza del lampo».
A costo di parere ingenuo e sognatore, chiedo a Dio di suscitare politici santi al servizio della nostra Italia. Vorrei chiederlo insieme a quanti queste condivideranno mie parole, perché so bene che «chi sogna da solo, è un sognatore; ma se si sogna insieme, il sogno può diventare realtà».

Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari, Pietrangelo Buttafuoco


Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo. In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.
In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.
Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.
Certo, troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.
E non producono estetica, infatti, questi indignados – come possono fare i loro coetanei nelle banlieue di Parigi con tanto di film come “L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel – e non avranno mai l’avventura di fare la rivolta, come accade in Egitto dove però, signori miei, nei pressi del Canale arrivano le motovedette della Repubblica islamica dell’Iran, altro che i contestatori della Val di Susa.
Non sono antagonisti, infine, perché è troppo comodo fare la rivoluzione con la corda dimenticata nei magazzini del signor Lenin. E se non si riesce a farsela vendere, la corda, dagli stessi capitalisti destinati a farsi impiccare ma tanto più ad arricchirsi, non si può restare a farsi aspergere con queste polluzioni dei giovanotti borghesi in attesa che la rivoluzione trovi una propria lingua perché il linguaggio, intanto, ha retrocesso tutti i bennati d’occidente nel balbettio mondialista e i peccati contro lo spirito del male, si sa, non si perdonano in questo mondo.