domenica 4 dicembre 2011

Caro presidente no, così non va, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

TROPPE TASSE E POCHI TAGLI


Caro presidente,

Lei conosce perfettamente l'importanza storica per il nostro Paese e per l'Europa (oseremmo dire per il mondo intero) delle decisioni che il suo governo oggi assumerà. Dobbiamo confessarle, con tutto il rispetto per il compito difficilissimo che Lei sta svolgendo, che le indiscrezioni che leggiamo sui giornali ci preoccupano e speriamo davvero che Lei e il Suo governo le smentiscano con i fatti.

Quattro erano i punti che a noi parevano essenziali.Primo, per quanto riguarda i conti, ridurre le spese, più che aumentare le tasse. Secondo, preoccuparsi non tanto del saldo della manovra, ma della sua qualità, soprattutto guardando agli effetti sulla crescita. Terzo, dal punto di vista del metodo e del significato politico (anche questo importante) abbandonare la concertazione, perché comunque a quel tavolo non hanno accesso i giovani e chiunque non ha rappresentanza. Infine attaccare senza esitazioni i costi della politica e chiudere i mille canali che consentono di evadere le tasse. Insomma, dare un segnale netto.

Leggiamo invece che dopo i passi iniziali, che sembravano assai incoraggianti, la manovra si sta delineando secondo le solite modalità: aumenti di imposte, pochissimi tagli, incontri con le cosiddette parti sociali (cioè concertazione), nessuna riduzione dei costi della politica.

Punto primo. Tutti gli studi (sia accademici che del Fondo monetario internazionale che della Commissione europea) concordano sul fatto che gli aggiustamenti fiscali fatti aumentando le aliquote hanno creato recessioni più forti di quelli che hanno operato riducendo le spese. Non solo: la spirale di aumenti di aliquote, recessione, riduzione di gettito, tende a creare un circolo vizioso in cui l'economia si avvita in una recessione sempre più grave. Quella di cui leggiamo è una manovra fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese.

Il peso delle imposte in Italia è sopra la media europea (già elevata). Se poi vogliamo considerare l'equità, gli aumenti delle aliquote Irpef colpirebbero anche le classi medie e si sommerebbero alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Non sono solo i super ricchi quelli colpiti dagli aumenti dell'Irpef che, a quanto leggiamo, Lei proporrebbe. 75mila euro lordi l'anno (la soglia oltre la quale inizierebbe l'aumento dell'aliquota) corrispondono a poco più di 3.800 euro netti al mese. Per ridurre il deficit, invece di alzare le aliquote, perché non tagliare un po' di sussidi alle imprese? La Tabella A1 della Relazione trimestrale di cassa al 30.6.2010 riporta 15,5 miliardi di trasferimenti a imprese pubbliche e private, cioè oltre 30 miliardi di euro l'anno. Sono tutti davvero necessari? Quanti premiano imprenditori più abili a muoversi nei corridoi dei ministeri che ad innovare?

E perché non agire coraggiosamente contro il peso di un impiego pubblico esorbitante e talvolta inutile? Fino a pochi giorni fa si pensava che l'intervento sulla previdenza avrebbe prodotto risparmi per oltre 10 miliardi. Ora siamo a 6, di cui metà provenienti dall'eliminazione dell'adeguamento all'inflazione, una misura che ridurrà i consumi.

Punto secondo: la crescita. Molto più di un saldo di 25 o 15 miliardi, ciò che conta è un segnale di svolta sulle riforme strutturali. Come Lei ben sa, il nostro problema non è il deficit, ma il rapporto fra debito e prodotto interno. Per ridurlo non basta mantenere un saldo positivo al numeratore: occorre che aumenti il denominatore, cioè la crescita. La riforma dei contratti di lavoro sembra scomparsa ed è invece condizione sine qua non per la crescita. E poi riforma della giustizia, cominciando da una riduzione drastica delle sedi giudiziarie, e liberalizzazione delle professioni. È fondamentale che domani Lei offra delle proposte concrete e credibili su questi temi e si impegni ad andare avanti anche a costo di affrontare le proteste virulenti di chi difende solo interessi di parte.

Punto terzo: il metodo. Con infinti e tediosi incontri con questa o quella rappresentanza si ritorna al solito problema italiano: viene colpito chi lavora e non evade le tasse, mentre nulla si fa per tagliare la spesa pubblica. Quante volte Lei stesso lo ha scritto su questo giornale? Infine non si dimentichi che i segni sono importanti. Sappiamo che non può eliminare i vitalizi, ma può tagliare in modo drastico i trasferimenti agli organi istituzionali: ad esempio Camera e Senato. Avrà contro mille parlamentari, ma avrà dalla sua parte 50 milioni di cittadini.

Le Sue immagini insieme alla signora Merkel e al presidente Sarkozy ci hanno riempito di orgoglio, come italiani, dopo tante umiliazioni. Il mondo ci sta guardando: non è più tempo di passi felpati. Ci vuole una risposta nuova, oseremmo dire «rivoluzionaria».

Aspettami ed io tornerò, di Konstantin M. Simonov

Aspettami ed io tornerò.
Aspettami ed io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c'è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami quando ne avranno abbastanza
tutti quelli che aspettano con te.


Aspettami ed io tornerò,
non augurare del bene
a tutti coloro che sanno a memoria
che è tempo di dimenticare.
Credano pure mio figlio e mia madre
che io non sono più,
gli amici si stanchino di aspettare
e, stretti intorno al fuoco,
bevano vino amaro
in memoria dell'anima mia...
Aspettami. E non t'affrettare
a bere insieme con loro.


Aspettami ed io tornerò
ad onta di tutte le morti.
E colui che ormai non mi aspettava,
dica che ho avuto fortuna.
Chi non aspettò non può capire
come tu mi abbia salvato
in mezzo al fuoco
con la tua attesa.
Solo noi due conosceremo
come io sia sopravvissuto:
tu hai saputo aspettare semplicemente
come nessun altro.

E. RUGGERI - LA NOTTE DELLE FATE


sabato 3 dicembre 2011

Inno alla Vita, di Madre Teresa di Calcutta



La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, conservala.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, vivila.
La vita è una gioia, gustala.
La vita è una croce, abbracciala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è pace, costruiscila.
La vita è felicità, meritala.
La vita è vita, difendila.

A Senia, di Carlo Michaelstaedter


Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s'io ti parlo,
pur amando ascolti, non però m'intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non sono per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
Il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso
- gli passi accanto e non lo senti amare.
Ma ancor fra gli altri uomini t'aggiri,
con questo parli ed a quello t'affidi,
fra lor vivi e per lor, s'anco a nessuno
dai la tua speme intera e la fiducia.
Ma fra l'oggi e il domani e questo e quello
ti dissolvi, e trapassi senza sole
la tua selvaggia e forte giovinezza,
e la tua speme consumando ignara
sei di te stessa - ed io mi struggo invano.
Mentre mi vince gelosia crudele
non pur di questo giovane e di quello
cui lo sguardo concedi o la parola,
ma d'ogni cosa che ti sia vicina,
ma del sole, dell'aria, ma del pane,
ché di loro ti nutri e a me sei tolta;
gelosia d'ogni giorno, d'ogni istante,
che vivi, che non vivi di me solo,
che l'aria e il pane e il sole, che ogni cosa,
che il mondo intero, che la vita stessa
vorrei esser per te - ma tu l'ignori.

La solitudine del premier, di Marcello Sorgi

La manovra che Monti si accinge a presentare lunedì rischia di provocare un terremoto politico e sindacale. Se le misure saranno quelle circolate ieri in una serie di circostanziate indiscrezioni, e se le reazioni saranno quelle minacciate, man mano che il quadro delle misure prendeva forma, la luna di miele tra il governo tecnico, la sua larga ancorché informale maggioranza tripartita e le parti sociali è destinata a interrompersi bruscamente.

Nulla che il presidente del Consiglio, chiamato a dolorose e impopolari scelte di rigore economico, non potesse prevedere fin dal primo momento. Ma la gelata che si prepara - e tra oggi e domani si farà sentire, in occasione degli incontri di Monti con partiti, sindacati e parti sociali coglie il governo in un momento difficile oltre che prematuro, prima ancora di poter sperimentare e rodare il rapporto con il Parlamento, e con il rischio di forti fibrillazioni nei due campi di centrodestra e centrosinistra.

Dato purtroppo per scontato l’inasprimento delle misure - a partire, sempre se sarà confermato, dall’inasprimento dell’Irpef, destinato ad abbattersi sui lavoratori dipendenti in parte già colpiti dalla manovra estiva -, e ricavato che Monti, nei suoi primi contatti con i partners europei dev’essersi trovato di fronte a interlocutori ancora più esigenti di quanto si aspettava, la svolta porterà molto probabilmente a un capovolgimento del quadro politico, quale si era manifestato all’atto della nascita del governo. Mentre infatti Monti aveva fin qui trovato appoggi più convinti nel centrosinistra, soddisfatto già solo per la caduta di Berlusconi, e meno entusiasti nel centrodestra, da cui subito si era staccata la Lega dopo vent’anni quasi di alleanza, adesso sta per accadere il contrario.

Occorre infatti mettere in conto il passaggio all’opposizione di Di Pietro, che ha già fatto sapere che all’incontro con il premier non andrà. Ma anche nel Pd la richiesta di Bersani a Monti, di spostare a sera l’appuntamento, lascia intuire che il segretario prende tempo per poter valutare meglio le conseguenze della probabile rottura tra Cgil (e forse non solo) con il governo. Trovarsi a votare il decreto anticrisi in un Parlamento assediato dagli scioperanti non sarebbe affatto facile per il maggior partito della sinistra.

A destra Berlusconi è cauto, ma la linea del Pdl è già decisa: in pubblico e in tv, il partito sarà recalcitrante e dichiaratamente contrario agli aumenti di tasse dirette e indirette che la manovra prevede, e che sarà compito di Alfano e dei principali dirigenti pidiellini scaricare sui tecnici e sul pezzo di maggioranza di sinistra che li sostiene. Ma alla fine nelle Camere il Pdl darà il suo assenso, accompagnato magari da mille distinguo.

Con l’urgenza che viene da Bruxelles (il 9 dicembre Monti parteciperà al vertice europeo in cui dovrebbero essere riscritti i rapporti tra i maggiori alleati), e con la scadenza di approvazione delle misure fissata in pochi giorni, entro Natale, i colloqui che il presidente del Consiglio avrà oggi e domani prima di licenziare il decreto saranno assolutamente nevralgici. Tempo per contrattare ce n’è poco, ed è chiaro che Monti ha convocato i suoi interlocutori per informarli e chiedergli uno sforzo di responsabilità. Ma è inutile nascondersi che una procedura del genere, che non ha precedenti (se non lo sfortunato vertice del tunnel di Palazzo Giustiniani, che ha provocato polemiche a non finire), è assolutamente a rischio. E il precedente della lunga gestazione della lista dei sottosegretari non depone certo a favore di un maggiore ottimismo.

La tentazione di prendere le distanze dal governo, sommergendolo di critiche e di propaganda, è purtroppo diffusa tra le diverse file dei dissidenti della maggioranza. Così, nel momento in cui avrebbe bisogno dell’appoggio del più forte, Monti rischia di ritrovarsi solo. C’è da sperare che non accada; che di qui a lunedì, nella politica stordita da quanto sta accadendo irrompa un soprassalto di ragionevolezza. Ma se così non dovesse essere, il professore non abbia timore della solitudine. E vada avanti lo stesso.



http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9509

venerdì 2 dicembre 2011

«Io "mollo"? Ditelo ad altri»

Lo sfogo di Malesani

http://video.corriere.it/io-mollo-ditelo-ad-altri/f247e748-1cbe-11e1-9ee3-e669839fd24d

Riforme vere o sarà Cigno nero, di Guido Gentili


Primo fatto. L'euro è in pericolo, a rischio d'estinzione, e l'Europa col vertice del 9 dicembre è chiamata a dare segnali inequivocabili per recuperare la fiducia dei mercati.


Secondo fatto. L'Italia deve fare per intero il lavoro che le compete a Bruxelles ma prima ancora a Roma, lunedi 5 dicembre (una data concordata in Europa), dovrà entrare in pista il "pacchetto" del Governo Monti per blindare il pareggio di bilancio fissato al 2013 e insieme per avviare le riforme che le assicurino un doppio futuro. Quello a tamburo battente sui mercati, per convincerli a comprare Italia invece di venderla. E quello appena meno prossimo che dà il senso (e la misura) di una ritrovata capacità di sviluppo, la sola carta che può rendere sostenibile il consolidamento fiscale.


Questi fatti occorre tenere a mente nel fine settimana. Rischiamo di veder nascere il Cigno nero, l'evento rarissimo, che potrebbe prendere in questo caso le forme del crollo dell'euro e dell'interconnesso default dell'Italia, la settima potenza industriale del mondo.


Non è allarmismo, è una constatazione oggettiva suffragata dai numeri e dalle tendenze dei mercati che Il Sole 24 ore spiega ormai da mesi. In Italia, con i BTp al 7,3% la spesa per interessi salirebbe di quasi 12 miliardi nel 2012 e di quasi 18 nel 2013. Non solo: a questo livello di tassi siamo al blocco della liquidità e alla paralisi del mercato del credito con le conseguenze che vogliamo solo immaginare – ma che purtroppo cominciano a materializzarsi – per i cittadini e le imprese. Sono molte le aziende a rischio, ha spiegato la Confindustria.


Insomma, ecco la realtà, tremenda quanto si vuole, ma non una virtuale proiezione di sospetti, paure e manovre oscure. Con questa realtà, compresa la possibile fase di recessione evidenziata dal ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture Corrado Passera, si devono fare i conti subito. Per il resto, a cominciare dai ritardi europei dopo lo scoppio del caso Grecia e dalla liquefazione in Italia, per stallo decisionale e riformista, del precedente Governo Berlusconi, ci sarà tempo per discutere.


Quella che ha imboccato Mario Monti non è una lunga autostrada ben asfaltata, in pianura, con poche curve ed accoglienti stazioni di servizio. Al contrario. È un sentiero stretto, in salita, tutto curve pericolose e fondo dissestato. Il Governo deve percorrerlo in fretta, in Europa e in Italia, per di più da sorvegliato molto speciale. Non sono ammessi ritardi di tappa, non sono ammessi errori.


È naturale, qui in Italia, che tutti gli occhi siano puntati sul 5 dicembre. Più che sull'entità dalla manovra ci si domanda da dove si comincia (dalle pensioni?, dalla patrimoniale?, dall'Ici?, dalla flessibilità sul mercato del lavoro?) e ci si interroga su "chi" paga i costi dell'aggiustamento. La politica (che pure ha dato una prova di responsabilità approvando alla Camera il disegno di legge costituzionale sul pareggio di bilancio, primo passaggio di un lungo iter) è in fermento. Così come le parti sociali, in particolare i sindacati. Qua e là, nel Pdl e soprattutto nel Pd, affiorano distinguo e qualche "no" alle ipotesi che circolano. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto di incontrare il Governo prima di lunedì e si dicono pronte a dare battaglia in particolare sul fronte delle pensioni. Nel giorno, però, in cui anche l'Inps conferma dati alla mano che la crescita dell'età di uscita, in Italia, è troppo lenta.


L'incontro ci sarà, ma francamente è più importante che sia stato confermato l'appuntamento del Consiglio dei ministri del 5 dicembre nel quale, come ha precisato il ministro Elsa Fornero, verrà presentata una riforma delle pensioni "improntata su flessibilità e sicurezza e sul rispetto del criterio di equità tra le generazioni". Cosa della quale si discute da troppo tempo e che, al netto di tante misure utili pure prese negli anni scorsi, costituisce uno dei nuovi impegni fondativi presi in Europa.


Vedremo lunedì in cosa consiste, provvedimento per provvedimento e nel suo significato d'insieme, il "pacchetto" del Governo Monti. Per ora dovrebbe valere, per tutti, il confronto con la realtà e i suoi numeri prima ancora di quello con il Governo, a delegazioni spiegate, a Palazzo Chigi. Teniamole a mente, le scadenze. Cinque dicembre, "pacchetto anticrisi" italiano; nove dicembre, vertice europeo per salvare l'euro. Due appuntamenti strettamente collegati.






Pareggio del bilancio? Sulla spesa corrente, di Giorgio La Malfa

Il 30 novembre la Camera dei deputati ha dato il primo voto favorevole alla norma che modifica l'articolo 81 della Costituzione ed introduce l'obbligo del pareggio di bilancio. È una decisione conforme a una richiesta del Consiglio Europeo del marzo scorso; per questa ragione tutti i gruppi, compresa la Lega, hanno votato a favore. Come ho già scritto qualche mese fa sul Sole 24 Ore, sono fermamente contrario a questa impostazione. Ritengo sia sbagliata e destinata a creare maggiori problemi, sia che venga applicata rigidamente, sia che, dopo averla adottata, i Governi la evadano e la aggirino.
Ho spiegato in Aula le ragioni della mia contrarietà e vorrei qui riassumerle, perché non si pensi, dimenticando la mia storia personale, che io sia diventato un fautore della finanza allegra. Sono pienamente convinto della necessità di una rigida disciplina delle scelte di bilancio. Ma la formula scelta dall'Europa, e da noi troppo supinamente accolta, è sbagliata. Il vincolo del pareggio va posto sulla spesa corrente. E' giusto vietare che non si possa ipotecare il futuro contraendo debiti per pagare le spese correnti delle pubbliche amministrazioni. Ma questo divieto non può valere, e non deve valere in linea generale, per le spese di investimento.
Esse servono a migliorare la produttività futura di un sistema economico: le strade, le scuole, le rete di comunicazione e così via. Stabilire che tali spese di investimento si possano programmare solo se le entrate fiscali superano le spese correnti, significa praticamente condannare gli investimenti all'estinzione. Quale Governo o quale Parlamento vorrà annunciare che, oltre alle imposte per pagare le spese correnti, bisognerà pagarne altre anche per gli investimenti?
Si obietta che, se il vincolo è posto solo sulle spese correnti, i Parlamenti e i Governi chiameranno investimenti le spese correnti e procederanno come hanno fatto finora. Rispondo che oggi la Commissione europea legge con molta attenzione i bilanci e nulla impedisce di stabilire che l'Europa possa imporre sanzioni sulla falsificazione dei bilanci (questo, tra l'altro, impedirebbe casi come quello della Grecia). Oppure si potrebbe stabilire – e a me parrebbe opportuno – che possano essere escluse dal vincolo del pareggio soltanto le spese di investimento certificate come tali dalla Commissione europea. Insomma, i "veri" investimenti vanno tutelati dai colpi di scure che vengono inferti, come è giusto che sia, sulla spesa pubblica. Altrimenti, essi saranno i primi a cadere.

Il Governo e il Parlamento hanno dovuto fingere di non ascoltare queste considerazioni che sono dettate dal buon senso. E per questo hanno scritto una norma piuttosto lasca. Essa non impone il pareggio del bilancio, bensì "l'equilibrio" fra le entrate e le spese, che è un concetto con molti margini di ambiguità, ed hanno detto che tale equilibrio deve tener conto «delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». 
Così fanno ingresso nella Costituzione delle complicate alchimie statistiche che potranno generare molte controversie. Anche la Germania e gli altri Paesi stanno riscrivendo la Costituzione intingendo la penna nell'inchiostro dell'ipocrisia. Si pensa, forse, che la Germania avrebbe rinunciato a spendere ciò che ha speso per la riunificazione della patria tedesca se vi fosse stata una norma che la obbligava al pareggio del bilancio? 
È meglio una norma apparentemente rigidissima e sovente violata o una norma ragionevole di cui si possa verificare l'esatta applicazione? Non vi dovrebbero essere dei dubbi. L'Italia, con il suo debito pubblico, non può sottrarsi alle richieste dell'Europa. Ma l'Europa dovrebbe evitare di imboccare strade sbagliate.



http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-12-02/pareggio-bilancio-spesa-corrente-064046.shtml?uuid=AaEEuVQE

Rifondare l’Europa – reloaded


Sarkozy vuol fare l’artigiano del cambiamento assieme a Merkel

“La Francia milita con la Germaniaper un nuovo trattato europeo che rifondi l’organizzazione dell’Europa”, ha detto ieri Nicolas Sarkozy, in un discorso a Tolone che aveva l’obiettivo di tratteggiare le idee del presidente francese per uscire dalla crisi della zona euro. Il Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre è considerato decisivo. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, sarà a Parigi lunedì e “insieme faremo proposte franco-tedesche per garantire il futuro dell’Europa”, ha annunciato il presidente francese. Perché “la crisi dell’euro può portare via tutto” e “l’Europa rischia di essere spazzata via se non cambia”. Secondo Sarkozy, “il solo modo per proteggerci è essere artigiani di un cambiamento con gli altri, invece di iniziare un’avventura solitaria senza uscita”. E se Germania e Francia sono unite, allora “tutta l’Europa è unita e forte”.

Nel suo discorso di un’ora, solenne,
 grave, drammatico, Sarkozy si è prodotto in un esercizio di equilibrismo quasi impossibile: convincere i francesi a cedere la sovranità economica e fiscale come chiede Berlino, senza dare l’impressione di essersi messo a rimorchio di Merkel. “La sovranità si esercita soltanto con gli altri”, ha detto il presidente francese: “L’Europa non è meno sovranità, ma più sovranità. Si difende meglio la sovranità con degli alleati che da soli”. E l’alleato scelto da Sarkozy è la Germania, l’unico che ha le casse sufficientemente piene da salvare l’Eurozona e la Francia. Con la fine della moneta unica o “l’uscita dall’euro, il nostro debito raddoppierebbe”, perché la Francia si troverebbe a pagare obbligazioni in moneta forte con una moneta debole. L’obiettivo di Sarkozy era anche di riconciliare la Francia del “sì” con la Francia del “no” al Trattato costituzionale europeo. Così il progetto europeo sarkozista è pieno di linee rosse invalicabili: “Difenderemo la nostra identità, cultura, lingua, modello sociale. Non accetteremo un’immigrazione incontrollata. Non tollereremo i dumping, la concorrenza sleale”.

A sei mesi dalle presidenziali, per non contraddire i temi forti che lo avevano portato all’Eliseo, in alcuni momenti è sembrato quello del 2007. E’ necessario lavorare di più e più a lungo, perché “le pensioni a 60 anni e le 35 ore sono stati errori gravi di cui paghiamo oggi le conseguenze”. Si annuncia l’era “del disindebitamento”. Non si può continuare con la vecchia abitudine di fare dello stato “uno sportello per dare a quelli che protestano e bloccano” con gli scioperi a oltranza. Ma i pochi accenni di liberalismo sono stati conditi dagli attacchi alla “ideologia del laissez-faire”, a un’economia “dominata dalla logica speculativa e dall’ossessione del breve termine”, alla “sofisticazione della finanza globale”. Per Sarkozy, la causa della crisi è “l’instaurazione a partire dagli anni 70 di una globalizzazione senza regole”.

Rimane il fatto che, con la tripla A 
sempre più in dubbio, per Sarkozy “non c’è differenza tra politica nazionale e politica europea. L’isolamento non è una soluzione. La chiusura sarebbe mortale per la nostra economia”. Alle esigenze poste dalla Germania per salvare l’euro, Sarkozy ha detto qualche “sì”, come su un Fondo monetario europeo, una disciplina più stretta e “sanzioni più automatiche e severe”. Ma il presidente chiede anche una “solidarietà senza falle” che va contro le posizioni tedesche. “Deve essere chiaro che tutti i paesi della zona euro saranno solidali gli uni con gli altri” e che “la Grecia non si ripeterà”. Contrariamente a ciò che pensa Merkel, “la Bce ha un ruolo determinante da giocare”, ha detto Sarkozy: “Sono convinto che agirà di fronte ai rischi deflazionisti. Nessuno deve dubitare che si assumerà le sue responsabilità”. Soprattutto, per Sarkozy, “l’Europa in pilotaggio automatico, non può far fronte alle crisi. E’ condannata a subire. Non la vogliamo. Ha bisogno di politica”. Insomma, la sua visione intergovernativa non combacia con quella di Merkel, che risponderà oggi davanti al Bundestag.