"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
giovedì 8 dicembre 2011
mercoledì 7 dicembre 2011
Serve un freno al potere delle agenzie, di Mario Deaglio
Il «fronte italiano» di questa terribile crisi finanziaria mondiale si
è, almeno temporaneamente, chiuso con la firma da parte del presidente
Napolitano del «decreto salva Italia», in attesa di una chiusura
definitiva con l’approvazione parlamentare. Prima ancora, però, che
l’inchiostro presidenziale si fosse asciugato si è aperta un’altra, e
ben più vasta, zona di incertezza.
Ad aprirla è stata Standard & Poor’s che è, assieme a Moody’s e a
Fitch, una delle grandi agenzie di rating, ossia di valutazione tecnica
di tutti i titoli quotati del mondo: azioni, obbligazioni, titoli del
debito pubblico e quant’altro. Il problema è che dalla valutazione
tecnica - in cui hanno collezionato risultati altalenanti, promuovendo
spesso banche e imprese americane fallite o crollate in Borsa di lì a
poco - questi tre arbitri della finanza mondiale sono passati
rapidamente negli ultimi sei mesi a giudizi sempre più apertamente
politici: un Paese come gli Stati Uniti è stato declassato perché gli
«esperti», sovente senza volto, di Standard & Poor’s, hanno ritenuto
troppo debole Obama.
E quindi di fatto non realizzabile la politica economica del Presidente
americano. Sempre più spesso si avventurano in previsioni
macroeconomiche, ben al di fuori delle loro competenze, con analisi che
ieri il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, ha
giustamente definito «semplicistiche» e «superficiali».
Le agenzie di rating stanno dando l’impressione di «giocare» con i
debiti pubblici dei maggiori Paesi del mondo, tirandoli su e giù come
burattini appesi ai fili di un teatrino. Due giorni fa, Moody’s ha
promosso la Nigeria per le sue grandi potenzialità, ieri Standard &
Poor’s ha «messo sotto osservazione» la Germania e altri quattordici
Paesi europei per potenziale rischio di insolvenza. Meno di un mese fa,
tuttavia, nessuna delle agenzie di rating si era accorta che era vicina
all’insolvenza una grande società americana di brokeraggio, MF Global,
il cui presidente Jon Corzine un tempo era presidente di Goldman Sachs,
un altro grande della finanza americana. Ciò che colpisce è la loro
arroganza: «Mettono sotto osservazione» chi vogliono e quando vogliono,
comunicano sovente i loro risultati a mercati aperti, incuranti - o
forse compiaciuti - delle oscillazioni dei titoli che i loro comunicati
provocano. E per colmo di ironia, realizzano utili cospicui facendosi
pagare per la loro opera di valutazione dalle loro «vittime» ossia dalle
imprese e dai governi messi sotto osservazione.
C’è un complotto dietro tutto questo? Probabilmente non lo sapremo mai
anche se un filo conduttore volto a scardinare l’euro sarebbe del tutto
plausibile, dal momento che la frenesia declassatoria ha colpito in
questi giorni anche i fondi salva-Stati creati per difendere la moneta
europea. Visto il seguito che hanno sui mercati, però, il risultato è lo
stesso, con o senza complotto. Come osservava Keynes, quando si tratta
di indovinare chi sarà la vincitrice di un concorso di bellezza, gli
spettatori non indicheranno la ragazza che ritengono più bella ma quella
che, secondo loro, sarà ritenuta più bella dalla maggior parte degli
spettatori stessi. Allo stesso modo, molti vendono i titoli declassati
da Moody’s e compagni non perché ritengono che i titoli meritino il
declassamento ma perché pensano che tutti seguiranno le indicazioni di
Moody’s e il valore dei titoli in ogni caso scenderà. Questo
comportamento da gregge è una delle obiezioni più forti contro chi è in
adorazione della razionalità dei mercati.
Complotto o non complotto, è giunto il momento di finirla. Se vogliono
che l’Europa abbia un futuro, i leader di Francia e Germania che stanno
preparando il vertice dell’8-9 dicembre, nel quale sarà progettato,
forse con apposite nuove istituzioni, il continente di qui a
dieci-vent’anni, non possono permettere che qualcuno li faccia danzare
come burattini. Eppure, in questo momento, pressoché tutto il continente
è costretto a fare manovre di bilancio sicuramente necessarie ma che
avrebbero potuto essere più diluite nel tempo, evitando disagi e
sofferenze, sostanzialmente perché lo impongono Moody’s, Standard &
Poor’s e Fitch.
Un’Europa essenzialmente fondata sulla moneta e sui mercati - visto che
ha rinunciato a basarsi sui valori - non può nascere se non si
sottopongono non solo la moneta ma anche i mercati, a cominciare da
quelli finanziari, a regole severe. Le agenzie di rating dovrebbero
essere costrette alla periodicità delle analisi e alla regolarità degli
annunci e le loro valutazioni dovrebbero limitarsi a parametri
finanziari; e qualora non rispettassero queste regole potrebbero essere
multate e dovrebbe essere loro impedito di agire. La funzione di
valutazione dei titoli potrebbe anche essere affidata a enti pubblici
internazionali, come il Fondo Monetario, proprio perché si tratta
soprattutto di una funzione pubblica.
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9527
martedì 6 dicembre 2011
ANDREA'S VERSION, di Andrea Marcenaro
“Pensioni: uomini via dal lavoro a 42 anni, fino a 6 anni di attesa obbligata, assegni salvi sotto i mille euro”. Le case: “caro-Ici da 600 euro per le prime abitazioni, il triplo sulle seconde”. Il lusso: “Stangata per yacht, aerei privati, elicotteri e auto sopra i 170 kw”. “Iva, pronto il doppio aumento da metà 2012”. “Stangata sulla casa con l’Imu, estimi catastali rivisti del 60 per cento”. “La retromarcia sull’Irpef contentino al ceto medio”. E, come raccontava Alberto Gentili sul Messaggero (“Il professore striglia i colleghi”), “Cdm agitato sulle liberalizzazioni”, con Mario Monti che ha perso la pazienza: “Ora basta, voglio un sì senza storie”. E questo ancora è niente. La mia nipotina Giulia, che fa la prima elementare, di ritorno da scuola ha raccontato ieri che le stavano insegnando i numeri: “Ein, zwei, drei…”.
lunedì 5 dicembre 2011
L'arte della menzogna politica, di Jonathan Swift
Il concetto del miracoloso deriva dall'inerzia dell'anima o dalla sua incapacità di provar turbamento o gioia per qualcosa che sia banale o comune.
L'autore, con molto acume, specifica quali parti del genere umano hanno diritto a questa verità, in base alle varie potenzialità, dignità e professioni; e dimostra che i giovani raramente ne hanno diritto; di conseguenza, ad essi molto raramente viene detta la verità.
L'autore, con molto acume, specifica quali parti del genere umano hanno diritto a questa verità, in base alle varie potenzialità, dignità e professioni; e dimostra che i giovani raramente ne hanno diritto; di conseguenza, ad essi molto raramente viene detta la verità.
Com’era la vecchiaia prima dell’invenzione delle pensioni?, di Maurizio Stefanini
Negli Stati Uniti tuttora governo federale e governi statuali assicurano solo le pensioni dei dipendenti pubblici: il resto dipende un po’ dai datori di lavoro e un po’ dalle assicurazioni private, e una legge del 1974 si limita a prescrivere i requisiti minimi. In Spagna l’Instituto nacional de previsión è stato creato nel 1908, ma un sistema nazionale nasce soltanto nel 1963. A questo lungo ciclo di sviluppo del sistema delle pensioni universali e garantite partecipa anche l’Italia. Nel 1898 viene istituita la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia, ma solo facoltativa. L’obbligatorietà per tutti i lavoratori dipendenti da privati con stipendio sotto alle 350 lire mensili verrà invece stabilita nel 1919, con un’età pensionabile fissata a 65 anni (l’aspettativa media di vita era in Italia di trent’anni). Risalgono però al 1952 l’integrazione al minimo, al ’57 l’estensione dell’assicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia e per i superstiti e i coltivatori diretti. La creazione del sistema di copertura pensionistica universale si conclude solo nel ’59 (artigiani) e ’66 (commercianti).
Il moderno sistema pensionistico che oggi è entrato in crisi in tutta Europa è dunque stato inventato solo 123 anni fa e ha raggiunto il suo assetto definitivo attorno al Dopoguerra. E prima? Come era la vecchiaia, prima dell’invenzione pensione?
Il moderno sistema pensionistico che oggi è entrato in crisi in tutta Europa è dunque stato inventato solo 123 anni fa e ha raggiunto il suo assetto definitivo attorno al Dopoguerra. E prima? Come era la vecchiaia, prima dell’invenzione pensione?
Un primo dato da considerare è che una volta la gran parte delle persone moriva prima della vecchiaia. In Italia, anche la spaventosa mortalità infantile, l’età media di morte resta ostinatamente attorno ai sei anni e mezzo fino al 1890 e solo negli anni 20 si arriva a 43 anni. Statisticamente, è solo dopo il 1951 che la maggioranza degli italiani arriva a vivere abbastanza da aver bisogno della pensione. Secondo dato: prima che si inaugurasse l’era della pensione generalizzata, la gran parte dell’umanità, anche nell’Europa dopo la rivoluzione indusatriale, era contadina. In Italia solo dopo il 1900 gli addetti all’agricoltura scendono sotto la metà del totale, ma nel 1921 sono ridiventati il 55,7. Caratteristica delle famiglie contadine era quella di generare molti figli. Ciò permetteva di avere più manodopera da inserire nel sistema economico famigliare e inoltre, all’interno di un ciclo sociale e biologico “naturale”, che ci fosse poi chi potesse prendersi cura dei genitori anziani. In termini economici, un figlio era un investimento. Se le classi agiate, i cosiddetti possidenti, di pensione non avevano bisogno, vivendo di rendite, era invece il ceto medio imprenditoriale, in particolare commercianti o artigiani agiati, che investiva parte dei guadagni per costituirsi rendite per la vecchiaia: un modo classico era quello di acquistare case che avrebbero poi dovuto mantenere il proprietario attraverso l’affitto. Dunque, anche nei secoli passati, il problema di garantirsi economicamente per la vecchiaia era più urgente, e meno facilmente risolvibile, per le classi medio-basse urbane, o comunque inserite nel sistema industriale. Dal medioevo fino al ’700 gli artigiani meno facoltosi erano inquadrati nelle corporazioni, che tra l’altro provvedevano anche ad autogestire la previdenza per i propri soci.
Senza copertura era invece il sottoproletariato urbano. Abituato a vivere di espedienti, se e quando arrivava alla vecchia aveva in genere come unica risorsa su cui contare le opere di beneficienza della chiesa: dalle mense per i poveri agli ospizi di vecchiaia. In Inghilterra, ad esempio, dopo l’espropriazione dei beni della chiesa dovuta alla riforma anglicana il sistema venne meno all’improvviso, con conseguenze devastanti. Per questo Elisabetta I, nel 1536, fece adottare le Poor Laws: un sistema che durò sostanzialmente fino alla legge del 1909, e che garantiva agli indigenti assistenza all’interno di “workhouses” che erano però una via di mezzo tra l’ospizio e il carcere, e in cui si poteva essere costretti a lavori forzati. E senza copertura finirono per trovarsi dopo la Rivoluzione industriale gli operai: non più protetti dalle corporazioni, che anzi da un certo punto in poi, in nome del liberismo, finirono per essere vietate. Non a caso, i primi sindacati ebbero spesso anche funzioni previdenziali simili appunto a quelle delle antiche corporazioni. E la storia delle Società di mutuo soccorso, che in Italia arrivarono nel 1904 alla punta massima di 924.000 soci.
Senza copertura rischiavano di trovarsi soprattutto i dipendenti pubblici: e in quel caso doversi affidare alla carità avrebbe rappresentato una perdita di status non solo per loro, ma anche per le amministrazioni che avevano servito. Proprio per loro, infatti, furono inventate le pensioni. Se in epoca antica Augusto istituì un “aerarium militare”, finanziato con 860 milioni di sesterzi del patrimonio confiscato a Cleopatra, oltre un millennio dopo fu sempre a beneficio dei militari che nacquero le prime pensioni statali dell’età moderna, a partire dalla fine del ’500. In Italia, dopo la legge che nel 1862 regolò sia l’attività assistenziale della chiesa sia la previdenza autogestita dai sindacati operai nelle Società di mutuo soccorso, nel 1881 fu istituita una Cassa delle pensioni civili e militari a carico dello stato, e un Monte pensioni per gli insegnanti elementari. Sostanzialmente, è dall’estensione agli operai di questo modello per i dipendenti pubblici che nasce il sistema pensionistico moderno.
Un'amara medicina, di Dario Di Vico
Nella conferenza stampa che ieri sera ha fatto seguito al Consiglio dei ministri il nuovo governo presieduto dal professor Mario Monti ha dato una confortante prova di stile. Ha mostrato agli italiani che hanno potuto seguirla in tv o via Internet competenza e senso di responsabilità. E l'annuncio che il primo ministro rinuncerà ai compensi che gli spettano è un segno di compartecipazione ai sacrifici richiesti che va sicuramente apprezzato. Può servire a ricreare quel feeling tra il Palazzo e il Paese reale di cui avremo sicuramente bisogno nei giorni e nelle prove difficili che ci attendono. Del resto la settimana che si apre oggi si presenta decisiva per il futuro dell'Europa e il governo di Roma persegue l'obiettivo di presentare l'Italia dal lato delle soluzioni e non da quello dei problemi.
Siccome lo stile è importante ma i contenuti dell'azione di governo di più, è del merito del decreto approvato ieri che bisogna discutere senza timore di sottolinearne alcune evidenti contraddizioni. Il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari. Mettere in sicurezza il nostro sistema pensionistico ma nel contempo dimostrare la volontà di ridurre i costi della politica, di cominciare a tagliare quell'eccesso di intermediazione che prevede tra il cittadino e lo Stato ben tre livelli di rappresentanza politica (Comuni, Regioni e per l'appunto le Province). Il cuore della manovra però - purtroppo - non sta tanto in questi pur importanti provvedimenti, quanto in un'amara medicina: l'aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là un vecchio armamentario di imposte e balzelli. Fortunatamente alla fine il Consiglio dei ministri ha scelto di soprassedere all'idea di dar corso a un aggravio delle aliquote Irpef che avrebbe sbilanciato ancor di più il decreto dal lato dell'imposizione fiscale. Certo è che rimarrà nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno - politici o tecnici che siano - come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità che può essere drenata con facilità.
Nei tempi ristretti che ha avuto a disposizione il governo dei tecnici non ha potuto produrre riforme incisive e strutturali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e rilanciare davvero la crescita. Alcune prime norme sono state previste, altre sono state annunciate e scadenzate per un prossimo e non lontano «secondo tempo». Se le aspettano le organizzazioni internazionali che avevano messo all'indice il governo Berlusconi proprio per questa carenza di iniziativa e se le aspettano le parti sociali. Imprenditori e sindacati sanno che almeno sul breve l'introduzione di nuove imposte, necessaria come tampone, non potrà che acuire i segni della recessione e aprire un pericoloso gap temporale tra i sacrifici richiesti agli italiani e la tenuta dell'economia reale.
http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_05/amara-medicina-di-vico_944e8b2a-1f0b-11e1-befb-0d1b981db5e8.shtml
Siccome lo stile è importante ma i contenuti dell'azione di governo di più, è del merito del decreto approvato ieri che bisogna discutere senza timore di sottolinearne alcune evidenti contraddizioni. Il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari. Mettere in sicurezza il nostro sistema pensionistico ma nel contempo dimostrare la volontà di ridurre i costi della politica, di cominciare a tagliare quell'eccesso di intermediazione che prevede tra il cittadino e lo Stato ben tre livelli di rappresentanza politica (Comuni, Regioni e per l'appunto le Province). Il cuore della manovra però - purtroppo - non sta tanto in questi pur importanti provvedimenti, quanto in un'amara medicina: l'aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là un vecchio armamentario di imposte e balzelli. Fortunatamente alla fine il Consiglio dei ministri ha scelto di soprassedere all'idea di dar corso a un aggravio delle aliquote Irpef che avrebbe sbilanciato ancor di più il decreto dal lato dell'imposizione fiscale. Certo è che rimarrà nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno - politici o tecnici che siano - come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità che può essere drenata con facilità.
Nei tempi ristretti che ha avuto a disposizione il governo dei tecnici non ha potuto produrre riforme incisive e strutturali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e rilanciare davvero la crescita. Alcune prime norme sono state previste, altre sono state annunciate e scadenzate per un prossimo e non lontano «secondo tempo». Se le aspettano le organizzazioni internazionali che avevano messo all'indice il governo Berlusconi proprio per questa carenza di iniziativa e se le aspettano le parti sociali. Imprenditori e sindacati sanno che almeno sul breve l'introduzione di nuove imposte, necessaria come tampone, non potrà che acuire i segni della recessione e aprire un pericoloso gap temporale tra i sacrifici richiesti agli italiani e la tenuta dell'economia reale.
http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_05/amara-medicina-di-vico_944e8b2a-1f0b-11e1-befb-0d1b981db5e8.shtml
I professori facciano il loro compito. Li giudicheremo noi, di Giuliano Ferrara
Ora è il professor Monti a rifilare una poderosa stangata a tutti i contribuenti (quelli che pagano le tasse, gli altri si vedrà in un molto ipotetico futuro). Un colpo duro a tutti i pensionati e pensionandi, pubblici e privati, maschi e femmine. Ai proprietari di quel bene rifugio universale chiamato prima casa, agli utenti dei pubblici servizi sanitari e di trasporto, agli enti locali territoriali e alle Regioni. Un prelievo rapace nelle tasche dei cittadini, e una intrusione forte nei modi di vita di tutti gli italiani, che farà rimpiangere le morbidezze dei Prodi, dei Padoa Schioppa, dei Tremonti e dei Berlusconi.
La stangata è sostanziale e procedurale. La sostanza è nella corrosione di interessi corposi, difesi fino ad ora male e in modo corporativo, ma difesi con le unghie e con i denti, e con la famosa concertazione, un modo di impedire sistematicamente la decisione politica a vantaggio di una inerzia nichilista che dura da decenni. Questi interessi adesso verranno travolti. Le conseguenze saranno purtroppo di lungo periodo, e solo la proverbiale pazienza degli italiani, e la loro prostrazione di fronte alle lezioni di declinismo e catastrofismo oggi in auge, eviterà guai sociali seri. La forma procedurale è addirittura ferina per quanto risulta crudelmente offensiva. La consultazione informativa al posto della negoziazione, questo offre la ditta tecnocratica.
Di fronte a un governo tecnico e alla sua missione di salvezza nazionale ed euro¬pea concordata con il Quirinale, con l’Eliseo, con la Cancelleria federale di Berlino e con la Casa Bianca, ma cosa volete che sia se non una fastidiosa for¬malità un colloquio seriale, nel week end, con Casini, Alfano e Bersani, se¬guito da un giro di tavola con Camusso, Angeletti e Bonanni, per non parlare della Marcegaglia e altri minori.
«Venite che vi spiego quel che ho deciso, non c’è tempo per troppe vostre domande, il sapere non si contratta, non sono forse un professore? Non mi avete forse incaricato di fare al posto vostro quello che non avete saputo e voluto fare fino ad ora? Non mi avete appe¬na votato la fiducia? Non sono forse sotto cortese con voi, non ho forse procla¬m¬ato la necessità di riconciliare cittadini e politica, rispettando il ruolo di Parlamento e partiti? Adesso incamerate tutto il rispetto che vi è dovuto, e fatemi fare la mia parte, perché avete appena accettato di assistere alla commedia, siamo solo al primo atto, non è tempo di buuuuuh e di fischi, lì fuori ci sono i corazzieri dei mercati, se non bastassero quelli del Quirinale». Also sprach Herr Professor Monti. Così parlò il professor Monti.
Messi davanti alla verità, strillano adesso quelli che fino a ieri ci hanno rimproverato, a noi pochi refrattari, quelli che fino a ieri ci hanno spiegato sussiegosi che la democrazia non è sospesa, che è tutto regolare, che i partiti sono in gran forma, che è avviata una spirale virtuosa di riforme di struttura anticrisi, e che le istituzioni impedendo il libero voto dei cittadini si preservano, si lustrano, si conservano in naftalina per un inverno duro, poi nella primavera del 2013 le si ritirerà fuori e, zacchete!, vedrete come ricominceranno a funzionare carburate dal consenso civile.
La posizione dei sindacati, senza distinzione, è ridicola. Si sono comportati da combriccola classista o corporativa, fa lo stesso, e si sono dimostrati meno democratici dei sindacati greci e dei centri sociali che tirano le molotov contro le banche, per dire di due cattivi soggetti ormai famosi nel mondo. Avete accettato il governo tecnocratico, il piglio di Passera a Termini Imerese vi è piaciuto, si può sempre fare roba con gente nominata come voi siete, meglio di un presidente eletto con un suo pro¬gramma e una sua maggioranza, e adesso volete pure negoziare come se fossimo nella prima o nella seconda Repubblica? No cari, ora sbrigatevi, fate in fretta, esaurite il tempo concesso per la consultazione, e poi buttatevi dalla finestra di opportunità che, come ha scritto la vignettista Elle Kappa, il professore ha appena aperto per voi e per le altre parti sociali.
Dei tripartiti della maggioranza tec¬nocratica tripartita non mi va nemmeno di parlare. Sbuffano, rognano, rosicano, approntano le Camere per trap¬pole che non scatteranno, perché sanno benissimo di essere del tutto impotenti, sono potenziali capri espiatori se qualcosa andasse male al cospetto dell’Europa e dei nuovi maestri di palaz¬zo, questo sono,e non si azzardino a fare alcunché a parte un po’ di ammuina, chi sta sotto va sopra, chi sta a destra va a sinistra, e chi sta sopra va sotto e chi sta a sinistra va a destra; c’è chi vuole la patrimoniale per fare il rosso sulle barricate al grido di «equità», chi vuole difendere il ceto medio produttivo e l’imprenditoria diffusa ma si accorge che è un po’ tardi per battersi contro le tasse a chi le paga, oltre la frontiera del prelievo tollerabile, ma molto oltre; e infine, minoranza di opposizione leghista a parte, ci stanno i demo centristi che sguazzano nell’equivoco della democrazia sospesa e dell’inciucio permanente e legittimato dalla tecnica, e se la ridono in fila indiana davanti all’ufficio di Monti.
Ora pagate il fio della vostra dabbenaggine, sindacati e partiti che avete steso il tappeto rosso davanti al Preside e al suo Consiglio di facoltà. Noi che la fiducia non l’abbiamo votata, ora ci leggiamo le carte di Monti, vediamo se ci sia qualcosa di serio per lo sviluppo e la libertà economica competitiva, e poi giudicheremo come si fa agli esami. Siamo professori anche noi, mica assistenti del colpo di mano che ha portato al governo i professori.
I sacrifici e la svolta promessa, di Luigi La Spina
Ci sono momenti in cui scontentare tutti è un dovere e certamente questo, in Italia, è uno di quei momenti. Il bivio davanti al quale si trova il nostro Paese non ammette vie diversive, né incertezze. Lo testimonia il tono drammatico con il quale il premier lo ha indicato.
Il messaggio di Monti segna l’atterraggio dal mondo delle illusioni e delle favole nel quale abbiamo vissuto, per troppo tempo, a quello di una realtà, per troppo tempo, nascosta e ignorata. La irrituale commozione per la quale il ministro del lavoro e della previdenza, Elsa Fornero, ha dovuto interrompere l’esposizione della riforma pensionistica è stata l’immagine più efficace di quella «catastrofe», evocata ieri, al limite della quale ci troviamo.
Un atterraggio, dunque, brusco e doloroso, ma inevitabile. Per questo, suonano particolarmente insopportabili le demagogiche proteste di chi fino a ieri è stato corresponsabile di una situazione che ci ha portato sull’orlo del dissesto. Ma anche la stessa esigenza di non distaccarsi dal reale, dovrebbe consigliare alcuni critici di verificare la concreta praticabilità di molte ricette alternative, magari anche brillanti, che in questi giorni sono state suggerite al governo Monti.
Le durissime misure approvate ieri scontano il limite, appunto, di concretezza e di urgenza. Nei prossimi giorni gli italiani si eserciteranno nel calcolo sull’equità dei sacrifici richiesti, con la solita bilancia che vede nel piatto del vicino il peso sempre più leggero. Sarà un esame interminabile e, inevitabilmente, opinabile, in cui le corporazioni degli interessi che, da decenni, imprigionano il nostro Paese si scateneranno in una forsennata gara di egoismo sociale.
Questo annunciato carosello di proteste intrecciate metterà a rischio, purtroppo, il vero giudizio che le Camere e i cittadini dovrebbero emettere sui provvedimenti governativi. Quello che risponde alla fondamentale domanda: le misure approvate ieri quanto garantiscono che, nei prossimi anni, non ne saranno necessarie altre, più o meno, dello stesso tenore e delle stesse proporzioni? Rispetto a quelle che ritualmente siamo stati costretti a sopportare negli ultimi decenni e che, evidentemente, o non sono state sufficienti o sono state sbagliate, come si differenziano?
«Le tasse sono bellissime». Con questa frase, il compianto ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa scandalizzò provocatoriamente l’Italia. Eppure, quella frase coglieva il vero nocciolo della nostra «questione fiscale»: il sentimento di ingiustizia che rende così odioso il dovere di contribuire alle spese dello Stato. Per due motivi: l’eccezionale livello dell’evasione che tocca oltre un quarto dei cittadini e gli scandalosi privilegi di una classe politica pletorica, sia a livello centrale, sia a livello locale.
Ecco perché più che addentrarsi nel vaglio certosino di una equità che evidentemente deve fare i conti con i numeri, per cui i sacrifici non possono essere riservati solo ai ricchi, ma anche al ceto medio e alla grande maggioranza degli italiani, è meglio concentrare l’attenzione sulla presenza o meno di una «qualità» diversa dei provvedimenti governativi. Se abbiano, e quanto lo abbiano, caratteristiche tali da modificare la struttura del bilancio dello Stato e dei criteri con cui finora il prelievo fiscale ha colpito meno i patrimoni e più il reddito.
Alla luce di questo metodo, il giudizio sulla manovra varata ieri, nelle prossime settimane, dovrà verificare l’efficacia della svolta annunciata nella lotta all’evasione e nella riduzione del peso dei cosiddetti «costi della politica» sulle spalle degli italiani. Non tanto e non solo per l’entità delle cifre recuperabili se venisse ridotta la quota degli italiani che sfuggono al dovere civico di pagare le tasse, anche se potrebbero essere non trascurabili, quanto per il segnale di moralità pubblica che potrebbe rendere più accettabili i sacrifici annunciati. Stesso significato, anzi ancora più accentuato, dovrebbe essere attribuito al taglio dei privilegi e delle spese per mantenere la nostra classe politica.
E’ giusto non chiedere «miracoli» a un governo che può contare su una maggioranza parlamentare così eterogenea e del tutto priva di una sua rappresentanza nei vari dicasteri. È anche comprensibile che la distribuzione dei sacrifici debba tenere conto della somma degli interessi tutelati dai partiti che lo sostengono. Ma alla «diversità» di un governo tecnico deve necessariamente corrispondere la «diversità» di interventi che diano l’immagine di una «svolta» nella politica italiana. Ieri la conferenza stampa di Monti e dei suoi ministri l’ha promessa. Solo se sarà mantenuta, l’Italia sarà salvata.
Il messaggio di Monti segna l’atterraggio dal mondo delle illusioni e delle favole nel quale abbiamo vissuto, per troppo tempo, a quello di una realtà, per troppo tempo, nascosta e ignorata. La irrituale commozione per la quale il ministro del lavoro e della previdenza, Elsa Fornero, ha dovuto interrompere l’esposizione della riforma pensionistica è stata l’immagine più efficace di quella «catastrofe», evocata ieri, al limite della quale ci troviamo.
Un atterraggio, dunque, brusco e doloroso, ma inevitabile. Per questo, suonano particolarmente insopportabili le demagogiche proteste di chi fino a ieri è stato corresponsabile di una situazione che ci ha portato sull’orlo del dissesto. Ma anche la stessa esigenza di non distaccarsi dal reale, dovrebbe consigliare alcuni critici di verificare la concreta praticabilità di molte ricette alternative, magari anche brillanti, che in questi giorni sono state suggerite al governo Monti.
Le durissime misure approvate ieri scontano il limite, appunto, di concretezza e di urgenza. Nei prossimi giorni gli italiani si eserciteranno nel calcolo sull’equità dei sacrifici richiesti, con la solita bilancia che vede nel piatto del vicino il peso sempre più leggero. Sarà un esame interminabile e, inevitabilmente, opinabile, in cui le corporazioni degli interessi che, da decenni, imprigionano il nostro Paese si scateneranno in una forsennata gara di egoismo sociale.
Questo annunciato carosello di proteste intrecciate metterà a rischio, purtroppo, il vero giudizio che le Camere e i cittadini dovrebbero emettere sui provvedimenti governativi. Quello che risponde alla fondamentale domanda: le misure approvate ieri quanto garantiscono che, nei prossimi anni, non ne saranno necessarie altre, più o meno, dello stesso tenore e delle stesse proporzioni? Rispetto a quelle che ritualmente siamo stati costretti a sopportare negli ultimi decenni e che, evidentemente, o non sono state sufficienti o sono state sbagliate, come si differenziano?
«Le tasse sono bellissime». Con questa frase, il compianto ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa scandalizzò provocatoriamente l’Italia. Eppure, quella frase coglieva il vero nocciolo della nostra «questione fiscale»: il sentimento di ingiustizia che rende così odioso il dovere di contribuire alle spese dello Stato. Per due motivi: l’eccezionale livello dell’evasione che tocca oltre un quarto dei cittadini e gli scandalosi privilegi di una classe politica pletorica, sia a livello centrale, sia a livello locale.
Ecco perché più che addentrarsi nel vaglio certosino di una equità che evidentemente deve fare i conti con i numeri, per cui i sacrifici non possono essere riservati solo ai ricchi, ma anche al ceto medio e alla grande maggioranza degli italiani, è meglio concentrare l’attenzione sulla presenza o meno di una «qualità» diversa dei provvedimenti governativi. Se abbiano, e quanto lo abbiano, caratteristiche tali da modificare la struttura del bilancio dello Stato e dei criteri con cui finora il prelievo fiscale ha colpito meno i patrimoni e più il reddito.
Alla luce di questo metodo, il giudizio sulla manovra varata ieri, nelle prossime settimane, dovrà verificare l’efficacia della svolta annunciata nella lotta all’evasione e nella riduzione del peso dei cosiddetti «costi della politica» sulle spalle degli italiani. Non tanto e non solo per l’entità delle cifre recuperabili se venisse ridotta la quota degli italiani che sfuggono al dovere civico di pagare le tasse, anche se potrebbero essere non trascurabili, quanto per il segnale di moralità pubblica che potrebbe rendere più accettabili i sacrifici annunciati. Stesso significato, anzi ancora più accentuato, dovrebbe essere attribuito al taglio dei privilegi e delle spese per mantenere la nostra classe politica.
E’ giusto non chiedere «miracoli» a un governo che può contare su una maggioranza parlamentare così eterogenea e del tutto priva di una sua rappresentanza nei vari dicasteri. È anche comprensibile che la distribuzione dei sacrifici debba tenere conto della somma degli interessi tutelati dai partiti che lo sostengono. Ma alla «diversità» di un governo tecnico deve necessariamente corrispondere la «diversità» di interventi che diano l’immagine di una «svolta» nella politica italiana. Ieri la conferenza stampa di Monti e dei suoi ministri l’ha promessa. Solo se sarà mantenuta, l’Italia sarà salvata.
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