"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
lunedì 6 febbraio 2012
domenica 5 febbraio 2012
Buon compleanno all’“Ulisse”, finalmente popolare come lo voleva Joyce, di Antonio Gurrado
L’agile guida del 1930, scritta da Stuart Gilbert sotto l’occhio vigile di Joyce stesso, costava molto meno del ponderoso “Allusions in Ulysses” del 1968, per tacere della miriade di volumi su specifici aspetti dell’opera il cui prezzo si attesta su quote proibitive. Intanto, nel 1984, il filologo Hans Walter Gabler ha pubblicato l’edizione sinottica dell’“Ulisse” in tre volumi, un pezzo raro; e nel 2011, trascorsi i settant’anni dalla morte, Joyce è stato sottratto alle pastoie del diritto d’autore e l’“Ulisse” è diventato di pubblico dominio. La Newton Compton ha potuto pubblicarne una nuova versione da affiancare alla “traduzione integrale autorizzata” di Giulio De Angelis (Mondadori, 1960).
Possiamo stare certi che Joyce non si starà rivoltando nella tomba per il prezzo stracciato: 9 euro e novanta per 853 pagine. Tanto per fare un raffronto, l’edizione economica dell’“Eleganza del riccio” costa tre euro in più; la stessa Newton, pubblicando la “Recherche” nella stessa collana dell’ “Ulisse”, la fa pagare la bellezza di 24 euro e novanta. Non dipende solo dalla lunghezza del romanzo. Proust non scriveva cercando di intercettare il pubblico popolare; Joyce, nonostante la fama d’incomprensibile, sì. Lo stesso protagonista dell’“Ulisse” ne incarna il target: in libreria Leopold Bloom è attratto dai “caratteri storti e sciatti” delle “Scabrose rivelazioni” di Maria Monk e compra i feuilleton di Paul de Kock. La sua biblioteca comprende discutibili edizioni di Spinoza e Shakespeare, libri divulgativi su Napoleone e l’astronomia, bibbie popolari quali “Forza fisica e come ottenerla”.
Joyce, come nota Terry Eagleton, è esoterico e democratico al contempo; sua moglie, un’ex cameriera, lo venerava ma gli chiedeva: “Perché non scrivi libri che la gente può capire?”. L’edizione Newton risolve quest’apparente contraddizione con una politica editoriale temeraria. Da un lato, il traduttore Enrico Terrinoni dichiara di avere impostato la propria versione non solo sullo svecchiamento del lessico di De Angelis, ma soprattutto sul rispetto “del ritmo, dei suoni e dell’allusività semantica dell’originale”: testo che, tutto costellato di riferimenti alla parlata e alla musica della Dublino d’inizio Novecento, doveva nella sua difficoltà suonare familiare anche a un analfabeta che lo udisse leggere. Dall’altro lato, Terrinoni dà un taglio nettamente politico all’introduzione, seguendo la strada segnata da Declan Kiberd quando curò l’edizione economica dell’“Ulisse” per la Penguin.
Sorvola sul labirinto semantico – ritenendolo non un problema da risolvere ma il divertimento precipuo della lettura – e si concentra sulla portata pacifista e tollerante della trama, dettaglio che può sfuggire a studiosi intenti a cavillare sulla punteggiatura. Joyce, che nel 1927 intitolò una raccolta “Poesie da un penny”, sarebbe felice di scoprire di costare quasi un terzo di Proust; col ruvido senso del paradosso che lo contraddistingueva, potrebbe riformulare la scommessa così: “Ci ho messo dentro tanti di quegli enigmi che fra novant’anni ne stamperanno un’edizione popolare”.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/12161
«Ci vuole un Papa missionario» disse Ratti a Roncalli, di Alberto Guasco
A Desio un convegno per celebrare i novant’anni dall’elezione di Pio XI
A novant’anni di distanza dalla sua elezione al soglio di Pietro, molto
lavoro storiografico è stato compiuto sulla figura di Achille Ratti. Quel
lavoro, di maggiore o minor valore, ha conosciuto tempi differenti e differenti
intensità. Nell’orgia di trionfalismo seguita, nel 1929, alla stipula dei Patti
del Laterano, a leggere bene la stampa del tempo molti temi peculiari del
pontificato rattiano venivano già chiaramente delineati.
Il 6 giugno 1929, ad esempio, la rivista «Gioventù Italica» dedicava ad
Achille Ratti un fascicolo omaggio che presentava il Pontefice come il Papa
dell’Azione cattolica, dei giovani, dei Patti del Laterano, degli studi,
dell’unità delle Chiese, dell’Oriente, del pensiero sociale, delle missioni,
delle encicliche.
Dieci anni dopo, all’indomani della morte del Pontefice, con l’agilità del
giornalista e lo spessore dello storico, Luigi
Salvatorelli
riprendeva quelle costole d’indagine nel volume Pio XI e la sua eredità
pontificale (Torino, Einaudi, 1939). Lo stesso — certo con un differente
respiro ecclesiale — fece il nunzio Roncalli, nell’omelia funebre pronunciata in
memoria di Papa Ratti il 19 febbraio 1939 nella basilica del Santo Spirito a
Istanbul, ricordando il Pontefice defunto con quattro attributi: il signum
sanctitatis (il fervore religioso di Ratti); la gloria honoris,
ovvero la ricerca della libertà della Chiesa a livello giuridico (i concordati),
magisteriale (la cultura e le encicliche) e apostolico (Azione Cattolica e
attività missionaria); l’opus virtutis: (la fede di Ratti); e infine
l’ammirazione del mondo (nel rapporto con le folle).
A vent’anni dalla morte di Pio XI molti, se non tutti, di questi temi
ritornano nei discorsi pubblici in cui, tra il 1958 e il 1963, Giovanni XXIII fa
riferimento al proprio predecessore, anche se in tono diverso rispetto ai canoni
del tempo. Diverso, va da sé, dai canoni dell’anticlericalismo che segnano
Il manganello e l’aspersorio, pamphlet polemico firmato nel 1957 da
Ernesto Rossi, che — spiace dirlo di un uomo di levatura intellettuale e morale
— fa torto all’intelligenza del suo autore.
Chi è dunque il Ratti del Roncalli Papa? Ratti è in primo luogo l’uomo di
cultura, il dottore e il prefetto dell’Ambrosiana conosciuto dal chierico Angelo
Roncalli fin da giovane sacerdote, quando «si trovava assai spesso con D.
Achille Ratti all’Ambrosiana, per studi e ricerche d’archivio»; è l’erudito al
quale don Roncalli — che lo ricorderà in due discorsi del 1960 e del 1961 —
inviò i propri lavori, La Misericordia Maggiore di Bergamo e le altre
istituzioni e Atti della Visita Apostolica di San Carlo.
Ratti è poi il Papa dell’azione religiosa, anzi dell’Azione cattolica:
Roncalli lo chiama «il Patriarca» e «il restauratore» dell’Ac, alludendo
naturalmente alla riforma associativa del 1923 e rievocando più volte nei propri
discorsi il suo ruolo di «precorritore delle rinnovate esigenze dei tempi», il
suo impegno «per la cristiana formazione della gioventù» e la sua concezione di
Azione cattolica quale «cooperazione dei laici all’apostolato gerarchico»,
secondo un’impostazione «missionaria» e «apostolica».
Conseguenza diretta, per Roncalli Ratti è il Papa delle missioni. Dopo la già
citata omelia funebre del 1939, per almeno altre tre volte nei suoi discorsi
ufficiali Giovanni XXIII riporta la confidenza fattagli da Ratti alla vigilia
del conclave 1922: della necessità di un Papa missionario — così in un discorso
del 3 aprile 1960 «ebbe modo di parlarne al Cardinale Ratti alla vigilia del
Conclave, (...) auspicando un Papa particolarmente dedito alle moltiplicate
iniziative per diffondere il Vangelo in tutte le latitudini».
Il 23 maggio 1961 ribadì che «mentre lo accompagnava dalla residenza romana
al Conclave avevano convenuto circa la necessità di pregare perché il Signore
desse alla Chiesa un Papa missionario come lo esigevano i tempi. Il Cardinale
Ratti diceva che era impossibile che un Papa non fosse sollecito particolarmente
per le missioni e le opere di pace (...) E Pio XI si dedicò alle Missioni
immediatamente e con fervido entusiasmo; cosa straordinaria per molti che
vedevano in lui il bibliotecario, dedito alle vecchie carte». E nuovamente
accennò a tale particolare il 25 novembre 1962.
http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/cultura/2012/030q12-E-il-cardinale-Ratti-disse-a-Roncalli--Ci-v.html&title=%C2%ABCi%20vuole%20un%20Papa%20missionario%C2%BB%20%20disse%20Ratti%20a%20Roncalli&locale=it
sabato 4 febbraio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
Ma non dovevamo morire di caldo?
L’appello di 16 scienziati contro il panico da global warming
Questo appello, firmato da 16 scienziati, è stato pubblicato dal Wall Street Journal venerdì 27 gennaio.
A un candidato a un incarico pubblico
in una qualunque democrazia contemporanea può capitare di dover
esprimere una posizione sul “global warming”. Sappia che l’affermazione,
spesso ripetuta, secondo la quale gli scienziati chiedono decisioni
nette e risolute per fermare il riscaldamento globale, non è vera. Di
fatto, c’è un numero sempre più largo di ingegneri e autorevoli
scienziati che non credono alla necessità di azioni drastiche contro il
riscaldamento globale. A settembre, il premio nobel per la Fisica Ivar
Giaever, sostenitore del presidente Obama alle ultime elezioni, è uscito
dall’American Physical Society (Aps) con una lettera pubblica che
inizia così: “Non rinnovo (la mia iscrizione) perché non posso
rassegnarmi a convivere con il vostro manifesto: ‘Le prove sono
incontrovertibili: il riscaldamento globale è in atto. Se non si
prendono decisioni per mitigarne gli effetti, si assisterà con ogni
probabilità a sconvolgimenti nei sistemi ecologico e fisico della Terra,
nei sistemi sociali, nella sicurezza e nella salute degli uomini.
Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica a partire da ora’.
Com’è che l’Aps è disponibile a discutere se la massa del protone cambi
col passare del tempo o come si comporta un multi-universo ma ritiene le
prove del riscaldamento globale incontrovertibili?”. Nonostante una
campagna più che decennale per far passare il messaggio che l’aumento
dell’“inquinante” anidride carbonica distruggerà la nostra civiltà, un
largo numero di scienziati, tra cui molti studiosi illustri, sono
d’accordo con il professor Giaever. E il numero degli “eretici”
scientifici sta aumentando ogni anno che passa. La ragione è presto
detta: l’accumularsi di testardissimi fatti scientifici.
Forse il fatto più inopportuno è l’effettiva assenza
di riscaldamento globale nell’ultima decina d’anni abbondante. Questo è
noto anche all’establishment degli allarmisti, come si può vedere in
una email del 2009 dello scienziato del clima Kevin Trenberth,
all’origine del “Climategate”: “Il fatto è che non riusciamo a spiegare
l’attuale assenza di riscaldamento, è una farsa che non possiamo
reggere”. Ma il riscaldamento è assente soltanto se uno crede ai modelli
computerizzati dove i cosiddetti feedback che considerano vapore acqueo
e nubi esagerano ampiamente l’effetto minimo della CO2. La mancanza di
riscaldamento per oltre un decennio, o meglio il riscaldamento inferiore
rispetto alle previsioni sull’arco di quei 22 anni da quando la
Commissione intergovernativa dell’Onu per il cambiamento climatico sta
facendo le sue previsioni, suggeriscono che i modelli computerizzati
hanno largamente esagerato l’effetto che la C02 può avere sul
surriscaldamento. Di fronte a questi motivi di imbarazzo, i promotori
dell’allarme hanno spostato il loro martellamento sugli estremi del
clima, cercando di ascrivere alla CO2 qualunque fenomeno inusuale accada
nel nostro caotico sistema climatico. Il fatto è che l’anidride
carbonica non è inquinante. E’ un gas incolore e inodore, esalato in
alte concentrazioni da ognuno di noi e componente chiave del ciclo di
vita della biosfera. Le piante ricevono talmente tanti benefici dalla
presenza della CO2 che nei vivai, spesso, si aumentano le concentrazioni
di anidride carbonica di tre o quattro volte, per farle crescere più in
fretta. Non è certo una sorpresa, visto che piante e animali si sono
sviluppati quando le concentrazioni di CO2 erano almeno dieci volte
quelle odierne. Migliori varietà di piante, i fertilizzanti chimici e
una sapiente gestione dell’agricoltura hanno permesso il grande
incremento dei prodotti agricoli nell’ultimo secolo, ma parte di
quell’incremento è certamente dovuto anche alla presenza di maggiore
anidride carbonica nell’atmosfera.
Anche se il numero degli scienziati che criticano apertamente
gli allarmisti sta crescendo, molti giovani scienziati dicono sottovoce
che, per quanto abbiano seri dubbi sul messaggio del “global warming”,
temono di criticarlo in pubblico per paura di non essere promossi (o
peggio ancora). Non hanno tutti i torti a preoccuparsi: nel 2003, il
professor Chris de Freitas, direttore della rivista Climate Research,
osò pubblicare un articolo che arrivava alla conclusione politicamente
scorretta (ma fattualmente ineccepibile) che il recente aumento delle
temperature non fosse inusuale, nel contesto dei cambiamenti climatici
dell’ultimo millennio. L’establishment mondiale del “global warming”
organizzò molto rapidamente una campagna per far rimuovere il professor
De Freitas dalla direzione della sua rivista e per farlo licenziare
dalla sua università. Fortunatamente, il professore è riuscito a
mantenere il suo ruolo accademico.
Non è così che la scienza dovrebbe funzionare, ma
sono dinamiche a cui abbiamo già assistito, per esempio, nel periodo
terrificante in cui Trofim Lysenko dirottò lo studio della biologia
nell’Unione Sovietica. I biologi sovietici che ammettevano di credere
nei geni, che per Lysenko erano un’invenzione borghese, venivano
prontamente licenziati. Molti di questi scienziati sono stati destinati
ai gulag e alcuni di loro sono stati condannati a morte. Perché c’è così
tanta animosità attorno al riscaldamento globale e perché la questione è
stata esasperata al punto da portare l’Aps, dalla quale il professor
Giaever è uscito pochi mesi fa, a respingere la richiesta apparentemente
ragionevole di molti suoi membri, che volevano togliere la parola
“incontrovertibile” dalla sua descrizione scientifica? Ci sono molte
ragioni, ma un buon modo per cominciare ad affrontarle è la vecchia
domanda “cui bono?”. O, nella sua riedizione moderna: “Follow the
money”.
L’allarmismo climatico dà grandi benefici a molti, garantisce fondi governativi alla ricerca accademica e offre alla burocrazia statale un pretesto per espandersi ulteriormente. Gli allarmisti offrono anche una scusa per alzare le tasse – per dare sussidi alle aziende che capiscono come lavorarsi il sistema politico – e attirare donazioni sostanziose a fondazioni caritatevoli che promettono di salvare il pianeta. Lysenko e la sua équipe conducevano una vita agiata. Difendevano strenuamente i loro dogmi e i privilegi che gli avevano garantito. Parlando a nome di molti scienziati e ingegneri che hanno affrontato senza costrizioni, con attenzione e dedizione, alla scienza del clima, abbiamo un messaggio per tutti i candidati a cariche pubbliche: non c’è alcun argomento inoppugnabile che motivi la necessità di “decarbonizzare” l’economia mondiale. Anche se si accettassero le previsioni climatiche della Commissione Onu per il cambiamento climatico, le politiche aggressive di controllo delle emissioni non troverebbero alcuna giustificazione economica.
L’allarmismo climatico dà grandi benefici a molti, garantisce fondi governativi alla ricerca accademica e offre alla burocrazia statale un pretesto per espandersi ulteriormente. Gli allarmisti offrono anche una scusa per alzare le tasse – per dare sussidi alle aziende che capiscono come lavorarsi il sistema politico – e attirare donazioni sostanziose a fondazioni caritatevoli che promettono di salvare il pianeta. Lysenko e la sua équipe conducevano una vita agiata. Difendevano strenuamente i loro dogmi e i privilegi che gli avevano garantito. Parlando a nome di molti scienziati e ingegneri che hanno affrontato senza costrizioni, con attenzione e dedizione, alla scienza del clima, abbiamo un messaggio per tutti i candidati a cariche pubbliche: non c’è alcun argomento inoppugnabile che motivi la necessità di “decarbonizzare” l’economia mondiale. Anche se si accettassero le previsioni climatiche della Commissione Onu per il cambiamento climatico, le politiche aggressive di controllo delle emissioni non troverebbero alcuna giustificazione economica.
Un recente studio di William Nordhaus, economista di
Yale, su una larga varietà di politiche, ha dimostrato che il miglior
rapporto costi-benefici viene raggiunto dalle strategie che consentono
altri 50 anni di sviluppo senza l’impedimento del controllo delle
emissioni. Scelte del genere darebbero particolari benefici ai paesi
meno sviluppati, che avrebbero la possibilità di partecipare degli
stessi vantaggi (in termini di benessere, salute e aspettativa di vita)
di cui le regioni più industrializzate godono ora. Molte altre risposte
politiche sarebbero destinate a dare un ritorno negativo sugli
investimenti. Ed è probabile che un aumento dell’anidride carbonica, con
conseguente modesto aumento delle temperature, possano essere di
beneficio per tutto il pianeta. Qualora i rappresentanti eletti sentano
la necessità di “fare qualcosa” per il clima, raccomandiamo di dare
sostegno agli scienziati eccellenti che ci stanno permettendo di capire
di più del clima, con strumenti ben progettati a bordo dei satelliti,
negli oceani o sulla terraferma, o con l’analisi dei dati raccolti. Più
capiremo il clima, più potremo affrontare la natura e i suoi cambiamenti
costanti, che hanno complicato la vita dell’uomo nel corso della
storia. A ogni modo, buona parte del cospicuo finanziamento privato e
statale agli studi climatici necessita quantomeno di una revisione
critica.
Claude Allegre, former director of the Institute for the Study of the Earth, University of Paris; J. Scott Armstrong, cofounder of the Journal of Forecasting and the International Journal of Forecasting; Jan Breslow, head of the Laboratory of Biochemical Genetics and Metabolism, Rockefeller University; Roger Cohen, fellow, American Physical Society; Edward David, member, National Academy of Engineering and National Academy of Sciences; William Happer, professor of physics, Princeton; Michael Kelly, professor of technology, University of Cambridge, U.K.; William Kininmonth, former head of climate research at the Australian Bureau of Meteorology; Richard Lindzen, professor of atmospheric sciences, MIT; James McGrath, professor of chemistry, Virginia Technical University; Rodney Nichols, former president and CEO of the New York Academy of Sciences; Burt Rutan, aerospace engineer, designer of Voyager and SpaceShipOne; Harrison H. Schmitt, Apollo 17 astronaut and former U.S. senator; Nir Shaviv, professor of astrophysics, Hebrew University, Jerusalem; Henk Tennekes, former director, Royal Dutch Meteorological Service; Antonio Zichichi, president of the World Federation of Scientists, Geneva.
Claude Allegre, former director of the Institute for the Study of the Earth, University of Paris; J. Scott Armstrong, cofounder of the Journal of Forecasting and the International Journal of Forecasting; Jan Breslow, head of the Laboratory of Biochemical Genetics and Metabolism, Rockefeller University; Roger Cohen, fellow, American Physical Society; Edward David, member, National Academy of Engineering and National Academy of Sciences; William Happer, professor of physics, Princeton; Michael Kelly, professor of technology, University of Cambridge, U.K.; William Kininmonth, former head of climate research at the Australian Bureau of Meteorology; Richard Lindzen, professor of atmospheric sciences, MIT; James McGrath, professor of chemistry, Virginia Technical University; Rodney Nichols, former president and CEO of the New York Academy of Sciences; Burt Rutan, aerospace engineer, designer of Voyager and SpaceShipOne; Harrison H. Schmitt, Apollo 17 astronaut and former U.S. senator; Nir Shaviv, professor of astrophysics, Hebrew University, Jerusalem; Henk Tennekes, former director, Royal Dutch Meteorological Service; Antonio Zichichi, president of the World Federation of Scientists, Geneva.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/12156
giovedì 2 febbraio 2012
mercoledì 1 febbraio 2012
Lo scandalo della benzina, di Stefano Agnoli
UN MERCATO OPACO CHE COSTA CARO
Tutti colpevoli, nessun colpevole? Nella commedia delle parti che
ogni volta fa da contorno all'aumento del prezzo della benzina non si
riesce mai a trovare una «pistola fumante». Neppure quando, come ieri,
si arriva al livello record di 1,84 euro al litro. Gli automobilisti se
la prendono con i gestori degli impianti, i benzinai danno la colpa alle
compagnie petrolifere, queste ultime la scaricano sullo Stato e sulle
sue tasse. È ora di spezzare questo circolo vizioso, una rete di
interessi e collusioni che si è storicamente basata sull'assenza di
concorrenza, e che l'Antitrust non riesce a smantellare. Senza vera
competizione è difficile, se non impossibile, che gli italiani possano
pagare prezzi trasparenti, come sarebbe invece loro diritto.
Partiamo subito da una considerazione fattuale: il sistema dei
carburanti che si è trascinato fino a oggi ha fatto comodo a tanti. Da
quella minoranza di gestori che ha approfittato degli esodi estivi e
delle feste comandate per i ritocchi dell'ultima ora, fino alle
compagnie che hanno giostrato con le loro scorte e con i tempi degli
aumenti o delle diminuzioni di prezzo. Anche la mano pubblica ci ha
messo del suo: niente di più facile, per fare cassa, di un semplicissimo
aumento delle ormai famigerate «accise», che insieme all'Iva sono pari
oggi al 60% del prezzo. Comodo, tutto molto comodo e senza impicci: con
qualche bilanciamento ad hoc per placare gli autotrasportatori, a
sopportare il peso saranno solo «semplici» cittadini silenti.
Ma c'è un modo per introdurre l'antivirus della concorrenza in un
corpo ormai assuefatto alle reciproche convenienze? Fino a ieri i
benzinai hanno preferito rimanere per la stragrande maggioranza sotto il
rassicurante ombrello dei grandi marchi (e dei 5 centesimi al litro
garantiti) piuttosto che affrontare il rischio di diventare piccoli
imprenditori. Le compagnie petrolifere si sono ispirate ai modelli del
Nord Europa (meno impianti, più grandi, tanto self service) ma si sono
guardate bene dall'allentare la presa sulla distribuzione.
Il governo Monti, con il decreto sulle liberalizzazioni, pare
aver trovato la chiave per valicare questo «muro di gomma»
anticoncorrenziale, disponendo in linea di principio che i gestori
possano acquistare liberamente, e al prezzo più conveniente, il
carburante all'ingrosso, e non solo dal marchio a cui sono legati da un
vincolo di esclusiva (per ora lo potranno fare solo i pochi che sono già
proprietari degli impianti e solo per il 50% del loro erogato).
Separare gli interessi delle compagnie da quelli dei gestori è un passo
nella direzione giusta. Ma il difficile è mettere in competizione tra
loro le compagnie petrolifere e fare in modo che si facciano concorrenza
vera per vendere benzina e gasolio al sistema distributivo. Le
«sorelle» del petrolio, grandi e piccole che siano, sono attive dal
pozzo alla pompa di benzina. Spesso lavorano insieme, con profonde
collusioni nel sistema dei depositi, e lungo questa catena decidono di
spostare i margini dove fa loro più comodo. Magari in Paesi fiscalmente
più favorevoli. Qualcuno, nel recente passato, ha proposto l'idea di un
mercato all'ingrosso dei carburanti. Di una sorta di Borsa (come quella
elettrica) dove le compagnie farebbero le loro offerte di prezzo sotto
il controllo di un'autorità pubblica e indipendente. Discutibile, certo.
Ma lì, quanto meno, la trasparenza sarebbe assicurata.
http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_01/scandalo-benzina-agnoli_23ba0070-4c9b-11e1-8838-1be80b480ae6.shtml
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