domenica 18 marzo 2012

L’emergenza non è finita, di Francesco Giavazzi


Nell’audizione alla Camera sulle liberalizzazioni, il presidente del Consiglio ha giustamente ricordato ai deputati della Lega Nord che la riduzione dello spread fra Italia e Germania, ieri sceso a quota 282, non è solo merito della Bce: una parte non piccola riflette la fiducia di cui gode il governo nei mercati finanziari internazionali. Paradossalmente è proprio questa fiducia il nostro maggior fattore di rischio. Innanzitutto perché ha fatto venire meno l’urgenza. In dicembre il decreto salva Italia fu varato dal governo e approvato dal Parlamento in due settimane. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il presidente del Consiglio annunciò che liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro sarebbero state varate entro gennaio.


Siamo a metà marzo: il decreto sulle liberalizzazioni attende ancora la definitiva approvazione da parte del Parlamento e le norme sul mercato del lavoro non sono state ancora portate in Consiglio dei ministri. Non è solo una questione di calendario. Più i tempi si dilatano, più le corporazioni che con queste norme si vorrebbero colpire riescono a organizzarsi per evitarle. Il decreto cresci Italia ne è l’esempio. Il provvedimento che verrà approvato è un’immagine molto sbiadita dell’afflato liberista che ispirò il primo testo del governo. Valga per tutti il compromesso sulla separazione della rete di distribuzione dal gas dall’Eni: dovrà avvenire non prima del settembre 2013, quando questo governo non ci sarà più. Al prossimo sarà sufficiente un decreto di poche righe per cancellare tutto. Come fa un investitore che deve scommettere su un cambio di passo dell’Italia a fidarsi? La fiducia sta creando le condizioni per la sua stessa dissoluzione.


Il risveglio potrebbe essere brusco. Mentre il governo continua a costruire i propri programmi sull’ipotesi che l’economia nel 2012 si contragga dell’ 1 per cento, il Fondo monetario internazionale prevede un -2,2% e i maggiori investitori internazionali una forchetta fra -2%, nell’ipotesi più favorevole, e -4% in quella meno favorevole, con una mediana di -3%. Con questi numeri il deficit rimarrà sopra il 4% del Pil e il debito ricomincerà a crescere. Come lo spieghiamo a quegli stessi investitori e ai nostri partner tedeschi, ai quali abbiamo ripetutamente promesso il pareggio di bilancio nel 2013? C’è un solo modo per uscire da questo guaio. Convincerli che la recessione del 2012, per quanto grave, è un fatto transitorio e che le norme che stiamo approvando segneranno davvero un cambio di passo. Bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro.


Il ministro Fornero ha pronto un testo incisivo, che prevede da subito interventi volti a eliminare la segmentazione tra precari e lavoratori a tempo indeterminato, e che modifica immediatamente l’articolo 18 per i nuovi assunti. Su queste norme si gioca il futuro del governo e del Paese. Se le pressioni corporative o i suoi colleghi ministri dovessero chiederle un passo indietro, Elsa Fornero dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino.

http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_17/giavazzi_emergenza_non_finita_fa7eaa9c-6ffb-11e1-a5a4-3511fb610746.shtml

sabato 17 marzo 2012

Rochester's Farewell


La grande storia - Paolo VI 3/3


Old Roman Catholic Chant - Dixit Dominus Domino meo


Una dedica a mia moglie, di Thomas Stearns Eliot


"Una dedica a mia moglie.
A cui devo la gioia palpitante
che tiene desti i miei sensi nella veglia,
e il ritmo che governa il riposo nel sonno.


Il respiro comune
di due che si amano, e i corpi profumano l’uno dell’altro,
che pensano uguali pensieri
e non hanno bisogno di parole
e si sussurrano uguali parole
che non hanno bisogno di significato.


L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare
il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose,
nel giardino di rose che è nostro ed è nostro soltanto.


Ma questa dedica è scritta affinchè altri la leggano: 
sono parole private che io ti dedico in pubblico."


Bernanke: «l'Europa esempio da non seguire»



«L'Europa è un esempio di cosa succede se le questioni di bilancio non vengono affrontate»: lo ha detto il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, intervenendo in audizione al Congresso americano. Una volta che i mercati hanno perso fiducia nella capacità del governo di mantenere la sostenibilità fiscale, ha aggiunto Bernanke, ci sono vari rischi, e «il caso più estremo è una crisi finanziaria come quella che si è vista in alcuni Paesi europei». Anche in assenza di risultati così drastici, «alti livelli di debito e deficit nel lungo termine portano i tassi sopra i livelli a cui normalmente dovrebbero essere - ha poi aggiunto il numero uno della Fed - e questo è un male per la crescita e la produttività», motivo per cui «è necessario risolvere questa questione».
Secondo Bernanke, in Europa sono stati compiuti vari passi «costruttivi», ma rimangono problemi a livello fiscale e finanziario «la cui soluzione richiede azioni congiunte da parte delle autorità europee». Bernanke ha tuttavia espresso preoccupazione per il fatto che nel Vecchio Continente si possa fare ricorso solo a misure di austerity per contenere la crisi: «ulteriori passi saranno necessari per sostenere la crescita e la competitività in vari Paesi», ha detto.



Ripresa incerta 
Nonostante i segnali positivi provenienti dal mercato del lavoro, la ripresa economica rimane incerta, ha detto ancora il presidente della Fed al Congresso. «Tuttavia, nel 2012, la crescita dell'economia dovrebbe accelerare leggermente rispetto al ritmo del secondo semestre 2011 - ha aggiunto il numero uno della Banca centrale americana -: bisogna monitorare i dati macroeconomici per stabilire l'entità della ripresa».

Bernanke ha poi sottolineato che i prezzi crescenti della benzina potrebbero sostenere l'inflazione e ridurre il potere d'acquisto dei consumatori temporaneamente, ma non nel lungo periodo. E, per quanto riguarda le politiche monetarie, non esclude un terzo round di misure di stimolo economico. «La politica accomodante della Fed è in linea con gli obiettivi dell'istituto di mantenere stabili prezzi e occupazione», ha spiegato Bernanke, confermando le stime per il 2012: crescita economica tra il 2,25 e il 2,7 per cento e inflazione tra l'1,4 e l'1,8 per cento.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-29/bernanke-europa-esempio-seguire-171718.shtml?uuid=AalVxpzE



venerdì 16 marzo 2012

Oggi il Glasgow Rangers potrebbe fallire. Scomparirebbe uno dei club più antichi del mondo, di Simone Trebbi


La fine del calcio?


Ballare sul corpo dei rivali è una macabra usanza, che affonda le proprie radici in una insospettabile tradizione popolare che tuttora aleggia tra Scozia e Inghilterra. L'uggiosa Glasgow è la metafora perfetta di un dualismo innato, una separazione così netta da essere avvertita a ogni angolo d'osservazione, soprattutto quando a scendere in campo sono le due squadre cittadine e il calcio diventa di colpo l'apparente effimero dal quale chiunque ama lasciarsi sedurre.


L'atmosfera mistica e pregna di magia, pietra miliare della tradizione celtica, rischia però di scomparire definitivamente.
Uno dei club calcistici più antichi del mondo è stato fondato proprio in quel di Glasgow, sponda Rangers, nel lontano 1872. La squadra, ora, si trova a dover affrontare una pessima amministrazione, che per aggiudicarsi giocatori poi rivelatisi molto spesso sopravvalutati, ha messo sul piatto ingaggi mastodontici in relazione alle proprie possibilità. All'erario britannico, inoltre, spettano circa 90 milioni di euro: se entro oggi i Rangers non troveranno un acquirente disposto a farsi carico dei debiti, il mondo del calcio dovrà rinunciare alla squadra da cui tutto – o quasi – ebbe inizio il secolo scorso.


E sebbene si fosse fatto il nome di Brian Kennedy (già proprietario dei Rangers Rugby), l'uomo ha confessato candidamente "di non voler comprare il club, ma di non poter vedere i Rangers morire". Le quotazioni di un possibile fallimento continuano a levitare, poichè i soldi hanno poco senso della storia e tendono ad essere auto referenziali. Anche i tifosi dei bianco-verdi Celtics hanno fiutato l'evento, tanto da esordire con entrate scenografiche durante le partite casalinghe al grido di "balleremo la conga / quando i Rangers moriranno". I Celtic non sembrano consapevoli che la mancanza d'una squadra riduce inevitabilmente il senso specifico dell'altra; parafrasando il celebre motto ispanico del Barcellona riprodotto sulle gradinate del Camp Nou, entrambe le società sono "mès que un club", molto più di una pur leggendaria storia calcistica.


Rangers e Celtic incarnano infatti una rivalità che esula dalla mera competizione sportiva, sfociando in principi etici, religiosi e politici radicalmente differenti. I Blue Knights, i cavalieri dei Glasgow Rangers, sono nati da un'idea che coinvolse nel 1872 più fondatori, dai fratelli McNeil a Peter Campbell. Rappresentano in tutti gli aspetti l'animo filomonarchico che lega ancora ben più di uno scozzese, compreso il forte sentimento religioso protestante e conservatore. I Celtic, che presero vita nel 1888 da uno sconosciuto uomo religioso di origini irlandesi, oggi sono l'espressione della parte cattolica di Glasgow, anche detta nostalgicamente – con richiamo al fondatore – "anima d'Irlanda", impermeandosi ai valori conservatori con un progressismo che vede nella Scozia secessionista una battaglia divina e voluta dall'alto.


Il tessuto sociale di Glasgow è intimamente connesso alle tematiche pubbliche e storiche rappresentate dai due club rivali, tanto che in seguito a numerosi episodi di violenza e tensione, il Parlamento scozzese ha votato una legge che vieta espressamente ai tifosi dei Rangers e dei Celtic di esprimersi pubblicamente (con cori, ad esempio) su temi quali religione e sovranità nazionale. Da non sottovalutare anche l'atteggiamento dei tifosi dei Celtic, che meglio di mille filosofie racconta la Glasgow calcistica: la rivalità è talmente accesa che anche in una crisi quasi irreversibile come quella dei Rangers, mai l'agonismo lascia posto ad un qualche sentimento simile alla pietà. Se è vero che le grandi perdite vengono metabolicamente soppesate, i Celtic si troveranno a far fronte a una perdita impagabile, rinunciando a quella competitività che è sempre stato il timone ed il motore della mitica Old Firm, forse il derby calcistico con più tradizione e storia al mondo.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/12705

La Révolution Française - 20/31 - Le jugement de Louis XVI


La vita è sempre un dono meraviglioso


L’episcopato cattolico in Argentina su una recente decisione della Corte Suprema di Giustizia


«Non c’è nulla che possa giustificare l’eliminazione di una vita innocente». L’episcopato cattolico in Argentina torna con forza a ribadire la ferma opposizione alla diffusione dell’aborto, in una dichiarazione del presidente, l’arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz, monsignor José María Arancedo, a commento della recente decisione della Corte Suprema che ha ratificato una sentenza emanata da un tribunale distrettuale con la quale si riconosce la possibilità, senza alcuna eccezione, di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza per le donne vittime di violenze sessuali. Il presule, che ha anche avuto un incontro con il presidente della Corte Suprema, Ricardo Lorenzetti, ha aggiunto, al termine del colloquio, che si tratta di una decisione che «indebolisce la difesa della vita e che ora praticare un aborto è più facile». La Corte Suprema, in particolare, ha ratificato la sentenza di un tribunale della provincia settentrionale di Chubut che riguarda il caso di una minorenne vittima di abusi familiari. Il Codice penale argentino stabilisce che l’aborto non è punibile se la gravidanza è frutto di atto commesso contro una donna affetta da disturbi mentali o nei casi in cui sia a rischio la vita o la salute della donna, ma nello specifico è stata riconosciuta dal tribunale la legittimità della volontà di abortire anche in assenza di disturbi mentali della minorenne.
L’aborto nel Paese continua comunque a essere illegale, salvo in alcuni casi specifici e i medici che non rispettano la legge sono punibili con il carcere, tuttavia si osserva che la ratifica da parte della Corte Suprema consente ora di accogliere nella giurisprudenza il principio che l’aborto causato da abuso è legittimo in ogni caso. Dall’episcopato — riferisce l’agenzia Aica — si esprime sorpresa per la decisione dell’organo supremo di giustizia che di fatto legalizza l’aborto frutto di violenza sia nel caso si tratti di donne sane che affette da disturbi mentali. Nella dichiarazione del presidente della Conferenza episcopale si sottolinea che «l’aborto è la soppressione di una vita innocente e non esiste alcun motivo o ragione che giustifichi l’eliminazione di una vita innocente, neppure nel caso triste e deplorevole di violenza». Dall’episcopato, inoltre, si richiama il messaggio pubblicato lo scorso agosto dalla commissione permanente in occasione dell’Anno della vita che si è celebrato nel 2011.
I vescovi ribadiscono che è assolutamente prioritario proteggere le madri, soprattutto quelle che si trovano in uno stato di emarginazione sociale o di gravi difficoltà al momento della gravidanza». La vita, è aggiunto nel messaggio, «è un meraviglioso dono di Dio e che rende possibili tutti gli altri beni umani». Secondo i presuli quando una donna è incinta non si parla di una sola vita, ma di due: quella della madre e quella del nascituro. «Entrambi — si puntualizza — devono essere tutelati e rispettati. La biologia lo indica in modo sorprendente: lo si vede attraverso il dna, con la sequenza del genoma umano, che mostra come dal momento del concepimento ci sia una nuova vita umana, che deve perciò essere protetta giuridicamente. Il diritto alla vita è il diritto umano fondamentale».
I vescovi si dicono anche disponibili «ad ascoltare, seguire e capire ogni situazione, assicurando che tutte le parti sociali interessate siano corresponsabili nella tutela della vita sia per il bambino sia per la madre e siano rispettati, senza cadere in scelte false. L’aborto non è mai una soluzione». E nel concludere, fra l’altro, auspicano: «Siamo convinti che non possiamo costruire una nazione per tutti, se nel nostro progetto di Paese non prevale il diritto primario di tutti, senza eccezione: il diritto alla vita dal concepimento, proteggendo la vita della madre incinta, fino alla morte naturale. Dobbiamo trovare il modo di vigilare sulla vita della madre e del bambino non ancora nato».
Il Presidente della Corte Suprema, Ricardo Lorenzetti, ha tenuto a sottolineare che la sentenza «non apre la strada» alla legalizzazione dell’aborto, su cui può pronunciarsi solo il Parlamento. Da parte sua, il ministro della Giustizia, Julio Alak, ha dichiarato che il Governo non ha nessuna intenzione di presentare una legge che legalizzi l’aborto, sottolineando che si tratta di «una questione che richiede un approfondito dibattito». Tuttavia, a seguito della decisione, è spiegato «i medici non avranno più bisogno dell’approvazione dei tribunali. Dovranno solo avere una dichiarazione delle vittima o del suo legale in cui si afferma che la gravidanza è l’esito di una violenza». Dalla Corte Suprema si puntualizza anche che la decisione «ha posto fine ad alcune incertezze in merito all’applicazione della legge» e che le vittime di abusi «non possono essere esentate dall’esercitare i loro diritti». La decisione della Corte è sostenuta da diverse organizzazioni e istituti. Secondo alcune stime in Argentina ogni anno vengono praticati circa 500.000 aborti. Numerose sono le donne che muoiono, soprattutto le più povere e le più giovani, che si sottopongono alla pratica in condizioni spesso di degrado. L’aborto clandestino è la prima causa di morte materna: dal 1983 a oggi sono morte oltre tremila donne.

http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/religione/2012/064q12-La-vita---sempre-un-dono-meraviglioso.html&title=La%20vita%20%C3%A8%20sempre%20%20un%20dono%20meraviglioso&locale=it

giovedì 15 marzo 2012

Legalità e crescita le scelte urgenti, di Michele Salvati

LA LEGGE CONTRO LA CORRUZIONE

Non ci sono stati accordi espliciti, al momento della formazione del governo Monti, sui problemi che dovevano essere esclusi dal suo raggio d’azione. I partiti che lo sostengono avevano riconosciuto che il compito prioritario del governo era ed è quello di rimediare alla disastrosa situazione in cui eravamo precipitati, sia di natura economica, sia di credito internazionale. Ma da ciò consegue che, sulle misure più idonee a raggiungere quell’obiettivo, la discrezionalità del governo dev’essere molto ampia. Una buona occasione per esercitare questa discrezionalità e segnalare il proprio orientamento è il ddl sulla corruzione, in discussione alla Camera dopo essere già stato approvato al Senato sotto il precedente governo: avendo alcuni partiti presentato emendamenti che configurano nuove fattispecie di reato, allungano i termini di prescrizione o introducono misure accessorie, il Pdl non soltanto annuncia la sua opposizione, com’è perfettamente legittimo, ma implicitamente consiglia il governo di tenersi fuori da questa materia. Due osservazioni soltanto. La prima è che corruzione e illegalità sono problemi gravissimi per il nostro Paese, dai quali dipendono la sua insoddisfacente crescita economica e il suo scarso credito internazionale. La seconda è che, proprio per questo, il governo Monti non deve manifestare alcuna incertezza in proposito: la lotta sarà lunga, ma bisogna partire con misure incisive e con una road map ben definita.
Nella classifica di Transparency International l’Italia occupa un posto incredibilmente basso. L’indice da 10 (corruzione minima) a 0 (corruzione massima) vede in testa per il 2011 Danimarca e Finlandia con 9,4; vede nella parte alta (tra il 7 e l’8) i grandi Paesi europei; vede in coda la Somalia, con 1. L’Italia, con 3,9 è di poco superiore ai Paesi europei più corrotti, Romania e Grecia, a pari livello del Ghana e inferiore a molti Paesi in via di sviluppo. Sull’affidabilità di questo indice e su molte altre questioni rinvio a Donatella della Porta e Alberto Vannucci, Mani Impunite (Laterza, 2007), il migliore studio d’insieme sulla corruzione in Italia per un lettore non specialista. Tre conclusioni. Si tratta di un fenomeno di antica data, ma che da Mani Pulite in poi, con qualche oscillazione, è sempre stato al centro dell’opinione pubblica. La corruzione, e più in generale l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza amministrativa — tutti fenomeni strettamente collegati — sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione, oltre che una grave lesione della qualità della democrazia e della convivenza civile. Le iniziative di contrasto adottate sono state numerose, ma tutte caratterizzate da scarso successo. Insomma, la corruzione in Italia è massiccia, molto dannosa, di essa sappiamo molto ma non riusciamo a estirparla.
Non è per nulla vero che la corruzione sia un destino inevitabile, inflittoci dalla nostra storia. La lotta alla corruzione conosce successi straordinari: esemplare è quello di Singapore, passato in quarant’anni da uno dei Paesi più corrotti al mondo alla testa dell’indice di Transparency International, a pari merito con le piccole democrazie nordiche europee (e passato, sia detto per inciso, dalla miseria ad un reddito pro capite superiore a 43.000 dollari).
Il confronto con Singapore è per molte ragioni improponibile, prima tra tutte il fatto che Singapore è una democrazia, diciamo così,…fortemente autoritaria. Ma valgono anche per l’Italia alcune considerazioni che da quel confronto si possono trarre. La prima è che il successo arride ai Paesi che hanno fatto della lotta alla corruzione un obiettivo prioritario, condiviso dall’intera élite politica e istituzionale. Tale obiettivo dev’essere sostenuto per un periodo molto lungo: quarant’anni sono pochi da un punto di vista storico, ma moltissimi da un punto di vista politico, in democrazia, dove ogni cinque anni o meno possono cambiare i governi. La lotta alla corruzione deve articolarsi a 360 gradi, sull’intero spazio dei possibili interventi dell’autorità politica e delle istituzioni. I controlli di natura non giudiziaria devono essere coordinati centralmente da un’autorità dotata di ampi mezzi e grandi poteri, responsabile di fronte alle supreme autorità politiche per i risultati che consegue. E poi, quando la magistratura interviene, il governo non deve opporsi alla sua attività di indagine: governo e magistratura devono operare nella stessa direzione, quella di una lotta inflessibile contro la corruzione e l’illegalità.
Il ddl oggi in discussione alla Camera è limitato nei suoi scopi e assai lontano dalla consapevolezza di che cosa sia necessario per impostare un serio contrasto a questa intollerabile «peculiarità» italiana. Per questo è auspicabile non soltanto che il governo respinga come inaccettabili i richiami all’inopportunità o incompetenza a intervenire in materia — ciò che Monti ha già fatto — ma che tragga spunto dalla discussione in Parlamento per indicare i cardini essenziali della road map di lungo periodo che dovrà essere adottata. Il voto quasi unanime di ratifica della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione, ieri sera al Senato, pone fine ad un grave ritardo (la Convenzione è del 1999) e fa sperare che ci siano minori resistenze ad un intervento del governo sul ddl in discussione alla Camera.

http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_15/salvati-legalita-crescita-scelte-urgenti_37912bbc-6e67-11e1-850b-8beb09a51954.shtml