domenica 10 giugno 2012

Russi terribili, ma non temibili, di Lanfranco Pace


GRUPPO A
Russia -Repubblica Ceca: 4-1. 
Reti: Dzagoev (R) 15’pt , Shirokov (R) 24' pt, Pilar (Rc) 7' st, Dzagoev (R) 34' st, Pavlyuchenko (R) 37' st. 
Arbitro: Howard Webb (Inghilterra). 


Ma che figli di Putin! Brillanti, veloci, devastanti hanno piallato i cechi. Sei sono dello Zenith di San Pietroburgo, che è, chiamiamolo così, nel cuore presidenziale. La mano di Luciano Spalletti è visibile. Tre anni di lavoro dell’olandese Dick Advocaat pure: il CT ha detto che a torneo concluso lascerà per il PSV Eindhoven. Come disse il poeta è tempo di tornare, la pensione è vicina.


Squadra corta, fraseggi stretti, ripartenze fulminee, così l’orchestra rossa. Di fronte i cechi sono poca cosa. I migliori sono pure fuori forma. Rosiscky, il “Mozart”, è un Salieri. Petr Cech, il portiere, si protegge come al solito il capo ma la “capa” è evidentemente rimasta nel catino di Monaco, alla vittoriosa finale di Champions. In meno di mezz’ora un micidiale “uno-due”  dei russi chiude la pratica. 15’: fuga sulla destra di Zyryanov , palla al centro verso Kerzhakov, colpo di testa in diagonale, palla che va sul palo, ribattuta, Alan Dzagoev c’è e non sbaglia.  26’: Arshavin si incunea in area sulla sinistra, si beve un paio di difensori, dà a Shirokov, tocco sotto e Cech per margherite.


Il gol ceco in avvio di ripresa è un incidente di percorso. Numero di Dzagoev e doppietta della ventiduenne stella del CSKA di Mosca. Poi Pavlyuchenko protegge bene con il corpo la palla proprio al limite dell’area, traccheggia poi al primo spiraglio tira una castagna sotto la traversa.  Un over trenta con grinta. Se Kerzhakov non se ne fosse mangiati più di Robinho finiva a punteggi da tennis.  Fra i suoi compagni di club,  Shirokov dimostra di saper cantare e portare la croce, è un vice Pirlo della steppa. Arshavin ha trovato con Luciano Spalletti una seconda giovinezza: il giocatore lunatico  e mai decisivo dell’Arsenal ora fa sfracelli ed è pure capitano.


Non c’è stato nemmeno un cartellino giallo. Chissà perché l’anima slava, in generale così crudele, nello sport sembra di un angelismo infantile: non conosce furbizie, colpi bassi, meschinità. Perciò terribili ma non temibili. Se ci hanno messo tre pallini nell’amichevole di qualche giorno fa è solo perché noi stavamo in ricevitoria  a calcolare  le martingale.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13749

Mezzo secolo di conservatorismo USA, di Lee Edwards


Non esisteva alcun movimento conservatore quando The Conservative Mind fu pubblicato nella primavera del 1953. Vi era, al suo posto, una congerie incoerente e litigiosa di pensatori, di scrittori e di uomini politici, le cui differenze sembravano sopraffare le similitudini.


Fra i filosofi vi erano Friedrich A. von Hayek, un economista di orientamento liberale classico nato in Austria; Richard M. Weaver, un agrario “sudista” che insegnava inglese non alla Vanderbilt University di Nashville, in Tennessee – il simbolo della rinascita del Sud prima della Seconda guerra mondiale –, ma all’Università di Chicago; e Whittaker Chambers, una ex spia sovietica trasformatasi in fervente anticomunista.


Fra i divulgatori vi erano il commentatore radiofonico John T. Flynn, un irriducibile isolazionista del movimento “America First”; l’opinionista di Newsweek Raymond Moley, già consigliere supremo del presidente democratico Franklin D. Roosevelt; e William F. Buckley jr., che nel suo best-seller God and Man at Yale si definì ripetutamente un individualista.


Fra i politici figuravano i nomi del senatore Robert A. Taft, Repubblicano dell’Ohio, che si definì un conservatore liberale; il senatore Joseph R. Mc Carthy, Repubblicano del Wisconsin; e Barry M. Goldwater dell’Arizona, che nella sua prima corsa per il Senato si definì un Repubblicano jeffersoniano.Alla fine degli anni Quaranta e all’inizio del decennio successivo, i conservatori tradizionalisti come Weaver e i libeali classici alla Von Hayek erano convinti che i valori su cui si regge la civiltà fossero in pericolo, stante che il ruolo della persona e delle associazioni volontarie fra gli uomini era stato progressivamente minato dall’ampliarsi di strutture di potere arbitrario. La libertà di pensiero e di espressione era minacciata da minoranze assetate di potere e questa disastrosa evoluzione della vita sociale era sostenuta da una visione storica che negava ogni norma morale assoluta, che metteva in discussione la sovranità del diritto (rule of law) e che depotenziava la fiducia nella proprietà privata e nella competizione di mercato. Esistevano alcuni segnali incoraggianti, però. Dal 1944, la newsletter settimanale Human Events veniva pubblicando saggi acuti e spesso battaglieri, firmati da alcuni degli autori conservatori e anticomunisti allora più significativi. Il quindicinale The Freeman era stato lanciato nel 1950, ma purtroppo s’impantanò in dispute interne di natura politica. Nel 1952 sorse l’Intercollegiate Society of Individualists, una organizzazione giovanile, che, nonostante la contraddizione con il nome che si era data, cominciò a raggruppare soci. Mancava, però, una dominante comune in questo calderone che accomunava indistintamente conservatori, liberali classici e anticomunisti. I conservatori, inoltre, avevano un nemico in più: il liberalismo liberal moderno, che giganteggiava così indisturbato e tanto universalmente acclamato da apparire invincibile. Davide si era scontrato con un solo Golia; dall’altra parte del campo di battaglia, ai conservatori si parava innanzi un intero esercito di Golia.


La riscossa nasce dal Sud


Poca meraviglia, dunque, che originariamente Weaver volesse intitolare il proprio libro dedicato alla ricostruzione degli errori dell’epoca moderna The Fearful Descent, “Lo spaventoso declino”. Il suo editore optò invece diversamente e, all’inizio del 1948, comparve Ideas Have Consequences. Weaver vi sosteneva che il nominalismo, il razionalismo e il materialismo avevano inesorabilmente portato a quella che egli considerava la «dissoluzione» morale dell’Occidente. L’uomo si era allontanato dai princìpi primi e dalla vera sapienza, per abbracciare entusiasticamente l’egualitarismo sfrenato e il culto della massa. Il libro di Weaver era senza dubbio una lamentazione, eppure in positivo prospettava anche tre possibilità di riforma che avrebbero aiutato il genere umano a salvarsi dal flagello del modernismo: la difesa della proprietà privata; la purificazione e il rispetto della lingua; e la pietà verso la natura, quella degli uomini l’uno verso l’altro e specialmente quella verso il passato. Ideas Have Consequences non passò inosservato. Liberali come Paul Tillich e Reinhold Niebuhr lo apprezzarono profondamente. Il filosofo conservatore Eliseo Vivas definì Weaver «un moralista ispirato» e lo scienziato della politica Willmoore Kendall nominò il suo autore «capitano della squadra antiprogressista». Ma un recensore irritato bollò Weaver, che era un protestante del Sud, con l’etichetta di «propagandista del ritorno al papato medioevale» e un altro ne denunciò l’opera come anello di una «catena reazionaria» prodotta dalla University of Chicago Press, di cui faceva parte anche Von Hayek. Un granello di verità, però, il giudizio di quest’ultimo critico lo conteneva. Malgrado tutte le differenze, sia il liberale classico Von Hayek sia il conservatore tradizionalista Weaver avevano individuato l’origine del declino dell’Occidente in alcune «perniciose» idee progressiste: il primo puntava l’indice contro la pianificazione economica, il secondo contro il relativismo morale. Von Hayek propose come alternativa la via della libertà personale, incastonata nel quadro di un governo minuziosamente limitato nelle proprie competenze. Weaver ribadiva invece che una società  retta deve fondarsi su verità certe ed eterne. I due autori e le loro opere rappresentavano la fusione, all’interno del conservatorismo statunitense, della corrente libertarian e di quella conservatrice, fusione che attorno agli anni Cinquanta cominciò a realizzarsi, ancorché in maniera disordinata, sotto la doppia minaccia dell’assistenzialismo in patria e del comunismo all’estero. A quel punto, diversi altri eventi si combinarono nel modellare ulteriormente il movimento conservatore: la condanna dell’ex spia sovietica Alger Hiss, la pubblicazione del libro God and Man at Yale di Buckley e la comparsa del magistrale volume di memorie di Chambers, Witness.Il caso di spionaggio Hiss-Chambers degli anni 1948-1950 fu un evento determinante per il conservatorismo statunitense, con i liberal lanciati nella difesa appassionata di Hiss – un rampollo di Harvard che essi consideravano uno dei loro – da una parte, e i conservatori schierati con Chambers, opinionista di Time, e con il suo campione al Congresso, Richard M. Nixon, dall’altra. Nel 1948, Chambers testimoniò controvoglia di fronte all’House Commitee on Un-American Activities, affermando che negli anni Trenta aveva conosciuto un giovane funzionario del Dipartimento di Stato di nome Alger Hiss, allorché, studente, divenne un agente dello spionaggio comunista. Hiss negò con forza l’accusa e denunciò Chambers per calunnie, costringendolo a produrre dei documenti governativi segreti che teneva nascosti in una zucca nella sua fattoria del Maryland. I documenti confermarono immancabilmente che durante gli anni del New Deal i due uomini avevano fatto entrambi parte dell’apparato spionistico sovietico. Dopo due controversi processi di risonanza nazionale, Hiss fu condannato per falsa testimonianza e venne tradotto in carcere per quattro anni. La Destra si sentì vendicata, la Sinistra violentata, realizzando che con Hiss era finita sotto processo l’intera generazione del New Deal. «È stato il caso Hiss – ha scritto lo storico George H. Nash – a forgiare la componente anticomunista del movimento conservatore che stava nascendo in quegli anni».


Gli Stati Uniti e la «morte di Dio»


God and Man at Yale fu uno dei libri più discussi del 1951. Dedicando – «in quest’ordine» – il volume a Dio, al Paese e all’Università Yale di New Haven in Connecticut, Buckley accusò l’ateneo di aver abbandonato sia il cristianesimo, sia la libera intrapresa, ovvero ciò che egli – mutuando l’espressione da Albert Jay Nock, acerrimo nemico dello Stato – chiamava «individualismo». Buckley sostenne che il corpo docente di Yale – e feceva i nomi –, il quale promuoveva l’ateismo e il socialismo, avrebbe dovuto essere licenziato. Buckley paragonava il darwinismo, il socialismo fabiano e il pragmatismo al marxismo e al nazionalsocialismo. In alternativa, proponeva John Locke, Adam Smith, Thomas Jefferson e Gesù, sostenendo che l’obiettivo primo dell’educazione fosse quello di rendere familiare agli studenti un corpo di verità vive di cui il cristianesimo e la libera intrapresa, ovvero l’individualismo, sono i fondamenti. Ma, osservava Buckley, «a Yale l’individualismo sta morendo e muore senza combattere». Quando Chambers lo pubblicò nel 1952, Witness, un’autobiografia lunga 800 pagine, divenne immediatamente un best-seller e per ottime ragioni. Conteneva una drammatica storia di spie, di spionaggio e di tradimenti, corredata da un apocalittico grido di allarme circa la battaglia epica che si stava combattendo fra l’Occidente e i suoi nemici totalitari. Agli occhi dei conservatori il libro risultò particolare ficcante, giacché asseriva – proprio come gli stessi conservatori stavano facendo da anni – che gli Stati Uniti si trovavano nel mezzo di una crisi profonda che trascendeva l’ora presente; che si trattava di una crisi di fede, approvando la creazione di una nuova entità federale di dimensione elefantiache, ossia il l ipartimento della Salute, dell’Educazione e del Welfare.


Un grido che viene dal cuore


Russell Kirk aveva solo 35 anni quando, nella primavera del 1953, comparve quella sua opera d’importanza capitale che è The Conservative Mind. A tutta prima, i liberal presero a scherzarci sopra, affermando che il titolo era un ossimoro, ma furono costretti a rivedere questo giudizio quando lessero il «cri de coeur eloquente, provocatorio e veemente» che Kirk lanciava a favore del conservatorismo. Nell’opera, l’autore stila una ricognizione lunga 500 pagine dei maggiori pensatori conservatori vissuti nel secolo e mezzo precedenti, rivolgendo caustiche accuse contro tutte le panacee progressiste, dall’idea della perfezione umana all’egualitarismo economico. The Conservative Mind non inizia con un gemito, ma con uno schianto: «“Il partito degli stupidi”: questa è la definizione che John Stuart Mill dà dei conservatori. Come altre massime che i liberali dell’Ottocento hanno creduto dovessero trionfare per sempre, in questo nostro tempo in cui le filosofie progressiste e radicali stanno disintegrandosi quel giudizio deve essere riveduto». Ancora oggi, questo passaggio quasi mozza il fiato e certamente lo mozzò 50 anni fa, in un tempo in cui i conservatori ammettevano pubblicamente di essere la parte perdente. Ma non così Kirk, questo ardimentoso e giovane studioso statunitense, che nelle parole del suo editore, Henry Regnery, «aveva scoperto una grande verità e desiderava comunicarla agli altri». Ma cosa aveva scoperto Kirk? Aveva scoperto che il conservatorismo nordamericano moderno riposa con sicurezza sul dire e sul fare di una galleria di eroi conservatori che parte dal secolo XVIII e che inizia con il fondatore della «vera scuola conservatrice», Edmund Burke. Burke, sottolinea lo storico delle idee, non costituisce però un esempio isolato: è il primo di un grandioso sodalizio di uomini politici, di poeti e di filosofi conservatori, tra i quali figurano Benjamin Disraeli e il cardinale John Henry Newman in Gran Bretagna, e, in America Settentrionale, la rimarchevole famiglia degli Adams, N a t h a n i e l Hawthorne e Orestes A. Brownson. E non si trattava di pensatori e di scribacchini di secondo piano, ma di uomini raffinati e di principio che nei Paesi di appartenenza e nei secoli in cui vissero avevano fatto la differenza, sostenendo pubblicamente e mostrandosi fedeli ai princìpi primi. Ma quali sono questi princìpi primi? Sin dal 1953, l’intrepido dottor Kirk asserì che l’essenza del conservatorismo è racchiusa in sei canoni.


È un intento divino a governare sia la società sia la coscienza degli uomini: «le questioni politiche –  scrive Kirk – sono questioni religiose e morali».
La vita tradizionale è poliedrica e misteriosa, laddove la maggior parte dei sistemi radicali è invece caratterizzato dall’omologazione più rigida.
La società civile necessita di una suddivisione in ordini e in ceti: «l’unica vera eguaglianza è l’eguaglianza morale».
La proprietà e la libertà sono inseparabilmente connesse.
L’uomo deve controllare la propria volontà e i propri appetiti, sapendo che a dominarlo è più l’emozione che non la ragione.
«Mutamento e riforma non sono la medesima cosa»: le trasformazioni sociali debbono essere lente.
Prima ancora che i liberal riprendessero fiato, The New York Times recensì favorevolmente The Conservative Mind così come pure fece la rivista Time, nella cui redazione uno dei senior editor definì quella kirkiana l’opera più importante del secolo XX. In vero, delle prime 50 recensioni ottenute dal volume, 47 erano, sorprendentemente, positive. Prima di allora, nessuno scrittore conservatore moderno aveva ricevuto tante entusiastiche attenzioni. Il filosofo politico Robert A. Nisbet scrisse a Kirk dicendogli che con un solo libro aveva fatto l’impossibile: aveva mandato in frantumi «la cappa intellettuale che si oppone alla tradizione conservatrice statunitense». Ma Kirk aveva fatto molto di più. Aveva reso il conservatorismo rispettabile sul piano intellettuale. Mai più sarebbe stato detto che i conservatori costituiscono il “partito degli stupidi”. Né che il conservatorismo si preoccupa solo del passato, restando indifferente al futuro. Nell’ultimo capitolo del libro, The Promise of Conservatism (titolo che differenzia il suo autore dal pessimismo profondo che invece anima l’ex comunista Chambers e la sua accettazione stoica della sconfitta), Kirk sosteneva che gl’interessi principali del vero conservatorismo e della democrazia libertarian vecchio stile stavano per divenire gli stessi.


La politica della prudenza


Ventun’anni dopo The Conservative Mind, il dottor Kirk pubblicò The Roots of American Order (trad. it. Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del nuovo mondo). Diciannove anni dopo quel volume e un anno prima della sua scomparsa, Kirk ha dato alle stampe The Politics of Prudence – tradotto in italiano con il titolo La prudenza come criterio politico, a cura di Anthony G. Costantini, Pio Colonnello e Pasquale Giustiniani (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2002) –, una raccolta di testi di conferenze tenute presso The Heritage Foundation di Washington, la maggior parte delle quali indirizzate specificamente ai giovani conservatori. In quel volume, Kirk difende la politica dettata dalla prudenza in opposizione a quella di matrice ideologica, sperando di persuadere le giovani generazioni «a schierarsi apertamente contro il fanatismo politico e a ogni costruzione utopistica». Egli rifiuta la definizione d’ideologia che si trova nei dizionari – «scienza delle idee» –, sostenendo invece che si tratta di una «religione capovolta» che promette una salvezza collettiva da raggiungere sulla Terra attraverso rivoluzioni violente. Kirk rigetta l’ideologia anche perché rende impossibile i compromessi politici. La sua ristretta visione della realtà – diceva – produce la guerra civile e la distruzione delle buone istituzioni sociali. Al contrario, la politica prudente si basa sul dato certo che la natura e le  istituzioni umane sono imperfette e quindi che, in politica, la “virtù” aggressiva finisce solo per spargere sangue. Per l’uomo politico prudente, le strutture politiche ed economiche non vengono erette un giorno per essere demolite quello seguente, ma si sviluppano nei secoli «come se fossero organiche».Mi è capitato di sedere fra il pubblico di molte di quelle conferenze e posso testimoniare come i giovani e le giovani presenti – che solitamente erano la maggioranza dell’uditorio – pendessero da ognuna delle parole che egli pronunciava. Durante una di esse, il dottor Kirk offrì un decalogo che, a suo avviso, conteneva quelle che dovevano essere le priorità dei conservatori statunitensi in quella precisa stagione storica. Le differenze fra il credo degli anni ottanta e i sei canoni di The Conservative Mind degli anni Cinquanta sono molto istruttive. Questi i dieci princìpi conservatori proposti allora.





Un nuovo decalogo



  • Il conservatore crede nell’esistenza di un ordine morale duraturo.
  • Il conservatore si conforma agli usi, alle convenzioni sociali e alla continuità storica. Nel cuore del conservatore c’è l’idea burkeana della necessità di cambiamenti prudenti, ma i cambiamenti che si rendono di volta in volta necessari debbono essere graduali e ponderati.
  • Il conservatore crede in ciò che può essere definito il principio di consuetudine (principle of prescription). Ovvero nelle realtà fondate e sanzionate da un uso del cui inizio si è addirittura perduta la memoria.
  • È il principio della prudenza a guidare i conservatori.
  • È il principio della poliedricità del reale che desta l’attenzione dei conservatori.
  • È il principio dell’imperfezione umana che tiene a freno i conservatori.
  • I conservatori sono persuasi che la libertà e la proprietà siano strettamente connesse.
  • I conservatori promuovono le associazioni volontarie fra gli uomini e combattono ogni collettivismo.
  • Il conservatore avverte il bisogno che al potere e alle passioni umane vengano imposte restrizioni prudenti.
  • Il conservatore non ingenuo sa che, in una società sana, conservazione e cambiamento debbono coesistere ed essere conciliati.
  • La vite e i tralci



Uno dei pensatori conservatori preferiti da Kirk era Brownson, che 150 anni fa disse ai propri studenti del Dartmouth College, di Hanover, nel New Hampshire: «Non cercate ciò che desidera la vostra giovane età, ma ciò di cui essa ha bisogno; non ciò che premia, ma ciò in assenza del quale la vostra giovane età non può essere salvata; e poi andate e fate; e abbiate la vostra ricompensa nella consapevolezza di aver fatto il vostro dovere». Questo è esattamente ciò che Kirk ha fatto per tutta l’esistenza. Nella pagine finali di The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict – la sua autobiografia pubblicata postuma nel 1995 –, Kirk ha scritto che nella vita ha cercato di raggiungere tre mete:


1.       conservare il patrimonio di ordine, di giustizia e di libertà giunto sino a lui, un ordine morale accettabile e la cultura ereditata dalla storia.


2.       Condurre un’esistenza di discreta indipendenza, vivendo del proprio, in modo da potere dire la verità e fare udire la propria voce.


3.       Sposarsi per amore e crescere dei figli che un giorno possano comprendere che il servizio a Dio è la perfetta libertà.


Per grazia di Dio e dei talenti di cui era dotato, Kirk ha raggiunto tutti e tre questi scopi, fornendo a noi tutti una raison d’être. Qual è stata l’importanza avuta da Russell Kirk per l’intero movimento conservatore statunitense? Oggi non è possibile separare l’uno dall’altro più di quanto si possa dividere la vite dai tralci. Riassumendo l’intero movimento conservatore statunitense, il giornalista George F. Will, Premio Pulitzer 1977, ha avuto occasione di sottolineare che prima di Ronald W. Reagan vi fu Barry M. Goldwater; e che prima di Barry M.Goldwater vi fu National Review; e che prima di National Review vi fu Buckley, suo fondatore nel 1955. Will non si è spinto oltre. Ma prima di Buckley vi fu Russell Kirk, un uomo capace di comprendere che le idee – come una volta ha detto Reagan – «davvero governano il mondo». Il valore delle numerose opere che il dottor Kirk ci ha lasciato durerà nel tempo perché si tratta di opere dense d’idee e di virtù, idee e virtù che il mondo deve per forza possedere se ha una qualche intenzione di durare.

http://www.russellkirk.eu/it/pubblicazioni/48-mezzo-secolo-di-conservatorismo-usa-.html

sabato 9 giugno 2012

Cani, zoccole e altri luoghi comuni, di Jack O'Malley


Si è iniziato a giocare, ma non sono sicuro che sia una buona notizia. Vedere sulla Rai Polonia-Grecia, con il portiere ellenico più confuso delle riforme del suo governo e l’intera squadra nel ruolo già recitato in Europa – la vittima sacrificale che non ci sta – è pur meglio della sfilza di luoghi comuni che prima di ogni manifestazione sportiva siamo costretti a leggere. Nell’ordine: qualche maltrattamento sugli animali che di sicuro viene fatto nel paese ospitante (in Corea i cani se li mangiavano, qui li ammazzano), l’aumento dei prezzi degli alberghi, le puttane che da tutto il paese si trasferiscono in zona stadio, le infrastrutture non finite (c’è sempre una curva con i seggiolini montati all’ultimo e male), la piaga dei bagarini e i biglietti falsi per la finale che qualche idiota compra spendendo i risparmi di una vita da un contrabbandiere ungherese, i soldi intercettati dalla mafia. Adesso la smetteranno. In attesa del primo svarione di Buffon, che farà partire una retata della GdF nelle ricevitorie di Cracovia (per scommesse sospette in dracme sulla vittoria della Germania).

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13747


Poveri sì, ma con le palle. La Grecia ferma la Polonia, di Lanfranco Pace


I tabellini di Lanfranco Pace


GRUPPO A 
Polonia- Grecia: 1-1. Lewandowski, (P), 17’ pt, Salpingidis (G) 6’ st.
Arbitro:  Velasco Carballo, (Spagna) 


Onore agli eroici vecchietti della Grecia. Sono arrivati  a Euro 2012 come primi del loro girone, non avevano mai perso, poche reti segnate ma una difesa rognosa. La partita inaugurale la giocano a Varsavia, contro una Polonia che  ha l’economia in crescita e l’orecchio della ben nota  Germania. La presenza dei tifosi greci è pressoché  simbolica, da ritorno alla dracma, per intenderci.  La Grecia regge  diciassette minuti: un giocatore polacco il cui nome non sto qui a scrivere perché ha una decina di consonanti e a questa ora mi ballano gli occhi, basti sapere che è bravo e a tratti imprendibile, vola sulla destra, butta in mezzo, Lewandowski arriva  come tatanka  nella prateria e incoccia sul secondo palo. Il talento ventiquattrenne del Borussia di Dortmund lo vogliono in molti, anche club italiani: dicono che è un classico centravanti di area,  non è vero, è mobile, sa dettare il passaggio in profondità e ha un buon tiro. Sul finire del tempo l’arbitro espelle per doppia ammonizione il difensore Sokratis Papastathopoulos e toppa due volte, entrambi i gialli sembrano eccessivamente fiscali.  Poi detto fra noi il Papa è un ex del Milan e gli ex del Milan non si toccano, sportivamente parlando.


Al riposo dunque l’amata Grecia è  in dieci e sotto di un gol. Cerqueti e soprattutto  Collovati si allargano e li danno per spacciati. Toppano anche. I greci rientrano con la bava alla boca, l’allenatore  il portoghese Fernando Santos ha tolto l’inutile, lezioso Ninis, un sub Giovinco che l’anno prossimo giocherà proprio a Parma,  e fa entrare Salpingidis: si rivelerà  fastidioso come il nome che porta. Alla prima topica della difesa polacca, è il più lesto a rubare la palla  vagante  e spararla dentro.  Venti minuti dopo, il portiere Szcznesny, stella dell’Arsenal, è costretto ad atterrarlo in area: fallo da ultimo uomo,espulsione, parità numerica ristabilita e calcio di rigore per la Grecia. Sul dischetto va Karagounis, un tempo interista: sarebbe ingiusto dire che tira come un mezzo babbione, è il secondo portiere , Tyton, un lungagnone che non finisce più, a buttarsi dalla parte giusta e a parare a freddo, appena entrato. Un exploit. Finisce 1 a 1. Bravi i greci  a fare un piccolo bras d’honneur ai padroni di casa e ai loro protettori tedeschi. Poveri sì, ma con le palle. 


BRAVA  RAI. Malgrado la supponenza di Fulvio Collovati che con fumose considerazioni si ostina a dare i greci per fottuti, la telecronaca Rai che come sappiamo ha l’esclusiva di Euro 2012, è filata via liscia. Sobria ma di qualità. Buona la prima, direi.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13746

Sgarbi: "Fate la rivoluzione, non fate gli snob!"


Moneta di tutti (e di nessuno), di Ferruccio De Bortoli


EURO E DEGRADO DELLE DEMOCRAZIE


L’enorme differenziale nei rendimenti fra titoli italiani e tedeschi è angoscia quotidiana. Si possono fare tutti i sacrifici di questo mondo, ma con un costo del denaro così elevato non si va da nessuna parte. Non è sostenibile un’Unione monetaria nella quale un’azienda meccanica della Brianza si finanzia pagando il denaro quattro volte più caro della propria concorrente tedesca. L’imprenditore italiano può innovare e fare salti mortali nella competitività, ma il tedesco prima o poi gli sottrarrà quote di mercato e finirà per rilevarne l’attività. Lo Stato può elevare il prelievo fiscale, ed è quello che purtroppo è accaduto, ma ciò che ha raccolto non finanzierà la crescita, il reddito, l’occupazione se servirà solo per pagare i debitori, oltre a nutrire una spesa pubblica inefficiente. Non ha più senso avere una moneta unica se, come è accaduto nell’ultimo mese, 200 miliardi di capitali sono affluiti in Germania (che ha un debito all’80 per cento del Pil, in valore assoluto superiore al nostro) dalla periferia dell’Unione. A tassi reali negativi! I Paesi deboli hanno le loro colpe, e non possono pretendere che i cittadini tedeschi garantiscano debiti che non hanno contratto, ma non si è visto nemmeno nella letteratura fantasy che un povero prestasse i soldi a un ricco e questo pretendesse pure di essere pagato. L’usura alla rovescia.


Colpisce e sgomenta anche il senso di rassegnazione di gran parte della classe dirigente europea, soprattutto mediterranea. Come se la fine della moneta unica fosse ormai inevitabile. Una profezia che rischia di avverarsi. Il silenzio di coloro che hanno combattuto la battaglia europeista è in Italia assordante. L’euro è orfano dei suoi padri nonostante lo stato di salute sul mercato dei cambi sia tutt’altro che precario. Un paradosso. Il Governatore della Banca d’Italia, Visco, ha spiegato nella sua relazione che se l’Unione monetaria fosse uno Stato federale potrebbe esibire conti migliori degli Stati Uniti e nessuno avrebbe dubbi sulla solvibilità dei suoi membri e delle banche, al di là del livello dei debiti sovrani.


L’euro non può morire: costerebbe troppo (mille miliardi? Forse l’impatto non è nemmeno misurabile). E anche la Germania pagherebbe un prezzo elevatissimo. Va difeso a tutti i livelli. Anche dall’accidia degli europeisti e dal fatalismo di tecnici, economisti e imprenditori che si vedono come apolidi della globalizzazione, estranei ai destini del Paese. Se non ci credono loro, perché dovrebbero crederci i cittadini che scontano sulla loro pelle gli effetti peggiori, tra prezzi alti e redditi in discesa? Uno scatto d’orgoglio e di responsabilità da parte delle leadership europee è urgente. E non solo dei governi.


Gli strumenti di cui si parla in questi giorni sono indispensabili per arrestare la scommessa dei mercati sulla fine dell’euro, dalla garanzia europea sui depositi bancari, alla piena operatività dei fondi di salvataggio, ma nel breve l’Unione deve dimostrare di esistere come entità politica. Battere un colpo. Oggi è un fantasma a sovranità tedesca. Il ruolo dell’Italia, grazie al recupero di immagine e di centralità del governo Monti, è fondamentale.


L’asse franco-tedesco è tutto da reinventare dopo l’avvento di Hollande. L’atteggiamento del presidente del Consiglio europeo Van Rompuy e del presidente della Commissione Barroso è meno timido nei confronti di Berlino. La preoccupata pressione di Obama spinge per soluzioni più credibili dei 25 modesti esiti dei vertici europei succedutisi da quando è scoppiata la crisi finanziaria, scatenata — è bene ricordarlo — dal disordine americano. Uno spazio negoziale esiste e non vede per la prima volta l’Italia ai margini. Decisioni forti potrebbero determinare un diverso atteggiamento della Banca centrale europea. Mario Draghi lo ripete (e lo aspetta) da mesi: se la politica chiarisse con atti concreti che la moneta unica non ha alternative, costi quel che costi, la Bce si sentirebbe autorizzata a intervenire riducendo spread che, come ha ricordato Visco, non riflettono più la reale salute delle economie europee. E la speculazione verrebbe di colpo frenata.


In caso contrario, l’Unione potrebbe accorgersi già a metà giugno, quando i greci torneranno alle urne e i francesi voteranno per le Legislative, di aver perso quel consenso popolare faticosamente confermato dal referendum irlandese. Il moltiplicarsi di movimenti antieuropei, caratterizzati da estremismi di varia natura (xenofobi, razzisti e persino nazisti), è il prodotto più evidente dell’intossicazione politica di un’Europa prigioniera di se stessa, incapace di crescere. Ma non l’unico. La tentazione qualunquista e populista di far saltare i tavoli, e non solo in Italia, coltivando inutili scorciatoie elettorali, scioperi fiscali, stampando moneta o aprendo i rubinetti della spesa, con l’unico scopo di raccogliere un facile consenso, è ugualmente pericolosa. Ma se la leadership dell’Unione non reagirà presto, la responsabilità storica del degrado delle democrazie europee sarà esclusivamente sua. Colpa della rigidità di Berlino e dell’appeasement dei suoi alleati.


P.s. Un report della Jp Morgan intitolato «The German Question» nota una terrificante similitudine tra gli spread attuali e quelli fra i redditi nazionali europei prima di tre guerre: 1870, 1914, 1939. Possiamo stare tranquilli solo pensando che lo studio è opera di un banca d’affari americana che non si è accorta che stava perdendo miliardi di dollari sui propri titoli e il cui amministratore, italian style, è ancora al suo posto.

http://www.corriere.it/editoriali/12_giugno_03/de-bortoli-moneta-di-tutti_a112cd24-ad42-11e1-9c2d-b0ae6b2376e5.shtml

venerdì 8 giugno 2012

Is Global Financial Reform Possible?, by Paul Volcker


Nowadays there is ample evidence that financial systems, whether in Asia in the 1990’s or a decade later in the United States and Europe, are vulnerable to breakdowns. The cost in interrupted growth and unemployment has been intolerably large.
But, in the absence of international consensus on some key points, reform will be greatly weakened, if not aborted. The freedom of money, financial markets, and people to move – and thus to escape regulation and taxation – might be an acceptable, even constructive, brake on excessive official intervention, but not if a deregulatory race to the bottom prevents adoption of needed ethical and prudential standards.
Perhaps most important is a coherent, consistent approach to dealing with the imminent failure of “systemically important” institutions. Taxpayers and governments alike are tired of bailing out creditors for fear of the destructive contagious effects of failure – even as bailouts encourage excessive risk taking.
By law in the US, new approaches superseding established bankruptcy procedures dictate the demise rather than the rescue of failing firms, whether by sale, merger, or liquidation. But such efforts’ success will depend on complementary approaches elsewhere, most importantly in the United Kingdom and other key financial centers.
Strict uniformity of regulatory practices may not be necessary. For example, the UK and the US may be adopting approaches that differ with respect to protecting commercial banks from more speculative, proprietary trading, but the policy concerns are broadly similar – and may not be so pressing elsewhere, where banking traditions are different and trading is more restrained. But other jurisdictions should not act to undercut the restrictions imposed by home authorities.
Closely related to these reforms is reform of the international monetary system. Indeed, one might legitimately question whether we have a “system” at all, at least compared to the Bretton Woods arrangements and, before that, the seeming simplicity of the gold standard. No one today has been able to exert authority systematically and consistently, and there is no officially sanctified and controlled international currency.
Arguably, the ideal of a well-defined and effective international monetary regime has become more difficult to realize as markets and capital flows have become vastly larger and more capricious. Indeed, the global economy, it is said, has grown – and emerging countries have flourished – without a more organized system.
But what is too often overlooked is that international monetary disorder lay at the root of the successive financial crises of the 1990’s, and played an even more striking role in the crisis that erupted in 2008. The sustained and, in a sense, complementary imbalances in the US and Asia stand out.
From 2000 to 2007, the US ran a cumulative current-account deficit of roughly $5.5 trillion, with nearly symmetrical offsetting increases in reserves in China and Japan. China found it useful to run a large trade surplus, using a very high rate of internal savings and inward foreign investment to support its industrialization and rapid growth.
By contrast, the US, in the face of slow growth, was content to sustain exceptionally high levels of consumption at the expense of personal savings, inflating a massive housing bubble that burst with a very large and deeply disturbing bang.
The practical and inescapable lesson is that when any country is left to its own policy devices, its preferences may lead to prolonged and ultimately unsustainable imbalances. Sooner or later, adjustment will be necessary – if not by considered domestic policy or a well-functioning international monetary system, then by financial crisis.
Not so long ago, we were comforted by theorizing that floating exchange rates would mediate international adjustments in a timely and orderly way. But, in the real world, many countries, particularly but not limited to small, open economies, simply find it impractical or undesirable to permit their currency to float.
We are left with the certainty, however awkward, that active participation in an open world economy requires some surrender of economic sovereignty. Or, to put the point more positively, it requires a willingness to coordinate policies more effectively. The possibilities include:
- Stronger surveillance by the International Monetary Fund and a firmer commitment by countries to abide by “best practices” and agreed norms.
- Direct and public recommendations by the IMF, the G-20, or others, following mandatory consultation.
- Qualification or disqualification with respect to the use of IMF or other credit facilities (for example, central banks’ swap lines).
- Interest or other financial penalties or incentives along the lines under consideration in Europe.
But, if approaches that build on past failure do not seem sufficiently effective, perhaps a new approach toward currency fluctuations would be more promising. That would require some agreement about appropriate “equilibrium” exchange rates, with a fairly wide band that would allow for uncertainty and permit the market to exert its own discipline. But individual countries would orient intervention and economic policies toward defending the equilibrium rate, or, more radically, an international authority might authorize aggressive intervention by trading partners to promote consistency.
An appropriate reserve currency and adequate international liquidity represent another central concern. For years, the pragmatic answer has been the dollar, and to some extent other national currencies, giving rise to complaints of an “inordinate privilege” for the US. But it is not in America’s interest to accentuate and extend its payment deficits at the expense of an internationally competitive economy with strong industry and restrained consumption. And the rest of the world wants the flexibility afforded by the currency of the largest, strongest, and most stable economy.
A useful reserve currency must be limited in supply, but have sufficient elasticity to satisfy the large, unpredictable needs that may arise in a turbulent financial world. Above all, confidence in its stability and availability must be maintained, which highlights the practicality of a national currency, or perhaps a variety of national currencies.

http://www.project-syndicate.org/commentary/is-global-financial-reform-possible-

Democrazia contro Eurozona, di Daniel Gros


L’Unione europea è una quasi-federazione di stati democratici e sovrani all’interno dei quali le elezioni sono un procedimento importante e dove ciascun paese tenta di determinare il proprio destino indipendentemente dai desideri dei suoi partner. Tuttavia, è ormai chiaro a tutti che il progetto inziale dell’eurozona aveva in realtà un intento istituzionale ben diverso, tanto che questo divario progettuale sembra in effetti essere una delle cause principali dell’attuale crisi dell’unione monetaria.
Ad ottobre dell’anno scorso, il Primo Ministro greco di allora, George Papandreou, aveva proposto un referendum popolare sul secondo pacchetto di salvataggio da poco concordato in seno al vertice europeo di Bruxelles. Il grande disappunto espresso dal Cancelliere tedesco Angela Merkel e dall’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy fece in modo che la Grecia non arrivò mai al voto.
Ma a meno di un anno di distanza, il referendum sta, di fatto, avendo luogo. All’interno di un’unione di democrazie è impossibile obbligare i paesi sovrani ad aderire alle regole se i loro cittadini non le accettano più.
Un contesto simile ha profonde implicazioni. Tutti quei piani ambiziosi per l’istituzione di un’unione politica a sostegno dell’euro con una politica fiscale comune non possono funzionare finché gli stati membri dell’UE rimangono democratici e sovrani. I governi possono firmare accordi e impegnarsi solennemente a subordinare la propria politica fiscale alle regole dell’UE (o, per essere più precisi, ai desideri della Germania e della Banca Centrale Europea). Ma, alla fin fine, le “persone” rimangono le vere sovrane e possono scegliere di ignorare le promesse dei loro governi e rifiutare qualsiasi programma di aggiustamento proveniente da “Bruxelles”.
Al contrario degli Stati Uniti, l’UE non può inviare i suoi funzionari per fare implementare i suoi accordi o per riscuotere i debiti. Qualsiasi paese può abbandonare l’UE, e quindi l’eurozona, quando il peso dei suoi obblighi viene percepito come troppo oneroso. Finora, si è presunto che il prezzo da pagare per uscire dall’Unione fosse talmente elevato da non poter mai essere preso in considerazione. Ma ora non è più così, almeno non per la Grecia.
Inoltre, in termini più generali, gli impegni dell’UE sono ora diventati relativi, il che implica che gli Eurobond garantiti dall’intera eurozona non possono essere la soluzione ottimale che alcuni sperano. Finché gli stati membri manterranno la piena sovranità, nessuno può assicurare con certezza agli investitori che, nel caso di un crollo dell’eurozona, alcuni paesi non si rifiuteranno di pagare o che non si rifiuteranno comunque di pagare per gli altri paesi. Non sorprende quindi che le obbligazioni emesse dal Meccanismo Europeo di Stabilità Finanziaria (il fondo di salvataggio dell’eurozona) siano vendute ad un premio sostanziale sul debito tedesco.
Tutte le varianti degli Eurobond sono presumibilmente legate a una serie di condizioni, ed i paesi che li vogliono utilizzare devono seguire delle severe regole fiscali. Ma chi garantisce che queste regole saranno realmente rispettate? La vittoria di François Hollande su Sarkozy alle elezioni presidenziali francesi dimostra che un consenso apparente sulla necessità di politiche di austerità può crollare molto rapidamente. E se i paesi debitori diventassero una maggioranza e decidessero di aumentare le spese, a quali mezzi potrebbero fare ricorso i paesi creditori?
Le misure concordate recentemente per rafforzare il coordinamento della politica economica nell’eurozona (il cosiddetto “six pack”) stabiliscono, in linea di principio, che in contesti simili la Commissione europea abbia il ruolo di arbitro e che i suoi programmi di aggiustamento possano essere formalmente annullati da due terzi della maggioranza degli stati membri. E’ comunque poco probabile che la Commissione sarà mai in grado di imporre la sua prospettiva su uno dei principali paesi. 
L’esperienza della Spagna è molto istruttiva in questo senso. A seguito delle recenti elezioni, il nuovo governo del Primo Ministro Mariano Rajoy ha annunciato che non si sarebbe sentito legato al programma di aggiustamento concordato con l’amministrazione precedente. Rajoy è stato duramente rimproverato per la sua dichiarazione, ma ciò non ha cambiato la sostanza. Il programma di aggiustamento spagnolo è stato infatti reso molto più indulgente.
La realtà è che gli stati membri più grandi sono più uguali degli altri, il che non è ovviamente giusto. Ma l’incapacità dell’UE di imporre la sua prospettiva sui paesi democratici potrebbe risultare a volte vantaggiosa, dato che anche la Commissione non è infallibile.
Il messaggio più esplicito derivante dalle elezioni francesi e greche è che il tentativo di imporre una dittatura benevola da parte dei paesi creditori si trova ora ad affrontare la rivolta dei paesi debitori. I mercati finanziari hanno reagito in modo così duro proprio perché gli investitori riconoscono che, nel contesto del debito sovrano, il soggetto “sovrano” è in realtà un elettorato che può decidere semplicemente di non pagare.
Sta già succedendo in Grecia, anche se il destino dell’euro verrà in realtà deciso da paesi più grandi e sistematicamente importanti come l’Italia e la Spagna. Solo alcune azioni specifiche da parte dei loro governi, sostenuti dai loro cittadini, dimostreranno che meritano un sostegno incondizionato da parte del resto dell’eurozona. A questo punto, non c’è nient’altro che possa salvare la valuta comune.

http://www.project-syndicate.org/commentary/democracy-versus-the-eurozone/italian

Proviamo la violenza, di Marina Valensise


La filosofa Muraro rompe il tabù e riabilita il male assoluto. Reazioni al Foglio (perplesse)


Ci voleva una femminista, paladina del pensiero della differenza, per ridisegnare una cittadinanza alla violenza nella nostra società, per riscoprire, forse addirittura, la “violenza levatrice della storia”, tesi vecchia di cent’anni e molto in auge ai tempi del sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel e di Benito Mussolini. La novità non è passata inosservata, né il percorso da cui essa nasce. La democrazia è finita, annuncia infatti Luisa Muraro nel suo pamphlet pubblicato da Nottetempo, “Dio è violent”, di cui il Foglio si è occupato due giorni fa. Il contratto sociale è “un’idea morta”, oggi nessuno crede più nella democrazia, nell’eguaglianza e nel progresso sociale, che di quel regime – la convivenza pacifica – era la promessa ideale. Prevale invece l’idea non che si possa stare meglio tutti, “ma che il meglio sia per alcuni a spese di altri”. Perciò, smettiamola di indignarci, di predicare la non violenza, di rispettare il confine astratto tra forza e violenza, perché la violenza è nelle cose e prelude al ritorno della legge del più forte. L’avvertimento di Muraro è chiaro, ma lascia perplessi gli interlocutori.


Perplesso per esempio è Fausto Bertinotti. L’ex sindacalista e rifondatore comunista ammette il punto “rilevante” in discussione, ma ritiene inutile insistere sull’incongruenza del ritorno alla destra rivoluzionaria da parte di una militante di sinistra. “Al di là della linea d’ombra, le posizioni lineari non valgono”. Meglio accettare la faglia segnalata dalla Muraro, dunque. Il fatto è che l’Europa, “dimidiata tra un potere tecnocratico e il rifiuto di questo potere, vive una crisi di civiltà le cui componenti sono la crisi economica, l’eclissi della democrazia, la morte dei protagonisti dello spazio pubblico, e le cui forme tendono a incorporare una violenza che esplode nelle famiglie, nei quartieri, nei rapporti tra le persone”. Bertinotti concorda con la diagnosi, non sa dire però se l’attuale crisi sia del capitalismo occidentale in quanto tale o del capitalismo finanziario globalizzato. Ne riconosce solo la barbarie, “tanto che la vecchia alternativa di Rosa Luxemburg, socialismo o barbarie, torna d’attualità”. Il riferimento chiave resta Marx, “che leggeva la storia attraverso la lotta di classe come scaturigine della società liberata, ma ammoniva che se la lotta di classe non avesse dato luogo a livelli superiori di civiltà avrebbe determinato la distruzione delle classi in lotta e la fine della civiltà”. Anche se nell’attuale assetto di una crisi di civiltà che distrugge la democrazia, nullifica i rapporti tra le persone e produce violenza, Bertinotti considera “un errore ritenere ineluttabile la violenza, come fa la Muraro. Meglio proporre un’aspirazione non violenta”.
Perplessa è l’antichista Silvia Ronchey. “Quella della Muraro mi sembra un’idea confusa oltreché pericolosa e per altro destituita di basi storiche, come dimostra il caso di Ipazia, la filosofa considerata una politiké per la cura della polis, che oppose alla violenza della chiesa una forma di tolleranza nonviolenta. Constatare la matrice violenta dei rapporti umani non ha mai spinto un pensatore a incoraggiare la violenza per risolverli.


Quanto al vuoto lasciato dalla parola di Dio e poi dal Progresso, non solo l’induismo ma anche il cristianesimo predicavano la non violenza”. Più che perplesso è infine il giornalista Dimitri Deliolanes, testimone di una crisi politica ed economica che sta accendendo pericolosi focolai di violenza: “D’accordo sul fallimento del contratto sociale, ma il ritorno al leninismo mi fa rabbrividire. Oggi, e la primavera araba lo dimostra, la carta vincente non è la violenza, ma la pressione umorale, il movimento di opinione che si esprime attraverso il voto, isolando i violenti. La rivoluzione giacobina e leninista, e il ricorso alla violenza, meglio lasciarle al passato”.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13709

giovedì 7 giugno 2012

Austerità e consapevolezza del debito, di Kenneth Rogoff


Molti, se non tutti, i problemi macroeconomici più pressanti del mondo riguardano il massiccio accumulo di qualsivoglia forma di debito. In Europa, una combinazione tossica di debito pubblico, bancario ed estero nella periferia minaccia di sconvolgere l’Eurozona. Dall’altra parte dell’Atlantico, una fase di stallo tra i Democrati, il Tea Party e i Repubblicani della vecchia scuola ha prodotto un’insolita incertezza su come gli Stati Uniti porranno fine nel lungo periodo al proprio deficit pubblico pari all’8% del Pil. Il Giappone, nel frattempo, sta incorrendo in un deficit di bilancio pari al 10% del Pil, anche se una crescente schiera di neo-pensionati è passata dall’acquistare bond giapponesi al venderli.
A parte torcersi le mani per lo sconforto, cosa dovrebbero fare i governi? Da una parte c’è il rimedio semplicistico Keynesiano secondo cui i deficit pubblici non contano quando l’economia si trova in una profonda recessione; anzi, più ampi sono meglio è. All’estremo opposto ci sono gli assolutisti sul fronte “tetto del debito” i quali vorrebbero che i governi iniziassero a portare i propri conti in pareggio a partire da domani (se non da ieri). Entrambe le posizioni sono pericolosamente superficiali.
Gli assolutisti sottovalutano grossolanamente gli ingenti costi di aggiustamento di un “improvviso stop” autoimposto nel finanziamento mediante emissioni di debito. Tali costi sono esattamente il motivo per cui i Paesi in difficoltà come la Grecia devono far fronte a un massiccio spostamento sociale ed economico quando i mercati finanziari perdono la fiducia e i flussi di capitale si esauriscono all’improvviso.
Ovviamente, è logico sostenere che i governi dovrebbero presentare bilanci in pareggio proprio come tutti noi; sfortunatamente, non è così semplice. I governi devono solitamente far fronte a una miriade di spese relative a servizi di base come la difesa nazionale, i progetti per le infrastrutture, l’istruzione e la sanità, per non parlare delle pensioni. Nessun governo può sottrarsi a tali responsabilità da un giorno all’altro.
Quando si insediò il 20 gennaio del 1981, l’allora presidente americano Ronald Reagan revocò in modo retroattivo tutti contratti dei controllori di volo concessi dal governo durante i due mesi e mezzo intercorsi tra la sua elezione e il giorno dell’insediamento. Il segnale, teso a rallentare la spesa pubblica, era forte ma l’effetto immediato sul budget fu irrilevante. Ovviamente, un governo può anche colmare un buco nel bilancio aumentando le tasse, ma qualsiasi improvviso cambiamento può enfatizzare le distorsioni causate dalle imposte.
Se gli assolutisti sono ingenui, lo sono altrettanto i semplicistici Keynesiani. Questi ultimi vedono la prolungata disoccupazione post-crisi finanziaria come una giustificazione irresistibile per un’espansione fiscale più aggressiva, anche in quei Paesi già soggetti a massicci deficit, come gli Usa e il Regno Unito. Chi è in disaccordo con loro si dice favorevole all’“austerity” in un periodo in cui i tassi di interesse superbassi indicano che i governi possono contrarre debiti quasi a costo zero.
Chi pecca dunque di ingenuità? È alquanto corretto sostenere che i governi dovrebbero solo puntare a raggiungere un pareggio di bilancio nel ciclo economico, registrando dei surplus durante le fasi di boom e dei deficit quando l’attività economica è debole. Ma è errato pensare che un massiccio accumulo di debito sia un “pasto gratis”.
In una serie di documenti accademici realizzati con Carmen Reinhart – tra cui, il più recente, il lavoro condotto insieme a Vincent Reinhart (“Debt Overhangs: Past and Present”) – troviamo che livelli di debito molto elevati pari al 90% del Pil rappresentano un peso secolare che si ripercuote sulla crescita economica nel lungo termine e che spesso dura per due decenni o più. I costi cumulativi possono essere sbalorditivi. Gli episodi di debito elevato registrati dal 1800 sono durati 23 anni e sono associati a un tasso di crescita che è oltre un punto percentuale al di sotto del tasso previsto per i periodi con livelli debitori inferiori. Dunque, dopo un quarto di secolo di debito elevato, il reddito potrebbe essere il 25% in meno di quanto non sarebbe con normali tassi di crescita.
Ovviamente, esiste una corrispondenza bilaterale tra debito e crescita, ma le normali recessioni durano solo un anno e non possono spiegare un periodo di malessere di due decenni. È più probabile che il peso sulla crescita abbia origine dall’eventuale necessità del governo di aumentare le imposte, nonché da una minore spesa negli investimenti. Quindi, sì, la spesa pubblica fornisce un incentivo nel breve termine, ma scende a patti con un declino secolare nel lungo periodo.
Fa riflettere il fatto che quasi la metà dei casi di debito elevato avvenuti dal 1800 siano associati a tassi di interesse reali (depurati dell’inflazione) bassi o normali. La lenta crescita del Giappone e i bassi tassi di interesse degli ultimi due decenni sono emblematici. Inoltre, sostenere un enorme peso debitorio rischia di far lievitare in futuro i tassi di interesse globali, anche senza un tracollo in stile greco. È esattamente ciò che accade oggi, quando, dopo il massiccio e prolungato allentamento monetario messo in atto dalle principali banche centrali, molti governi si ritrovano con titoli correlati al proprio debito a scadenze eccezionalmente brevi. Di conseguenza, corrono il rischio che un’impennata dei tassi di interesse si traduca rapidamente in costi di indebitamento più elevati.
Considerato che molte delle odierne economie avanzate sfiorano livelli di debito pari al 90% del Pil – indice di un periodo di debito elevato – espandere i già ampi deficit odierni rappresenta una proposta rischiosa, e non la strategia a costo zero tanto sostenuta dai semplicistici Keynesiani. Nei prossimi mesi mi concentrerò sui problemi dell’elevato debito privato e dei debiti esteri, e ritornerò sull’argomento del perché questo sia un periodo in cui un’elevata inflazione non sarebbe così inopportuna. Dopotutto, gli elettori e i politici devono essere consapevoli degli approcci allettanti ma semplicistici agli attuali problemi di debito.

http://www.project-syndicate.org/commentary/austerity-and-debt-realism/italian