"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
giovedì 14 giugno 2012
Questo Europeo sembra la Copa America, di Jack O'Malley
martedì 12 giugno 2012
Il libro della settimana: Cosimo Magazzino, La politica economica di Margaret Thatcher
Il libro della settimana: Cosimo Magazzino, La politica economica di Margaret Thatcher,pref. di Francesco Forte, postfazione di Gian Cesare Romagnoli, Franco Angeli, pp. 192, euro 25,50 -www.francoangeli.it
Un fantasma ideologico si aggira per l’Europa, quello di Margaret Thatcher… Sappiamo di non essere molto originali, ma la pur logora immagine coniata da Marx e Engels rende bene l’idea di quanto il neo-liberismo della “Farfalla di ferro” (termine coniato da Radio Varsavia, prima del diluvio Gorbaciov) influisca tuttora sulle scelte politiche ed economiche. Ad esempio, il nostro Monti, la Merkel e lo sconfitto Sarkozy possono essere definiti thatcheriani? No. Diciamo che una fondamentale distinzione da fare è quella fra la Thatcher e i thacheriani: da un lato "Lei", donna dalla grande personalità politica, capace di influenzare persino Reagan, dall'altro, i suoi eredi ideologici, sparsi qui e là per il mondo, spesso semplici copie sbiadite della foto originale, come i tre politici appena ricordati: profeti disarmati di un liberalismo tecnocratico (Monti), avvocatesco e dei “buoni affari” (Sarkozy), “listiano”, da Friedrich List ( Merkel). Insomma, magari ci fossero ancora in giro politici della levatura della Thatcher. E a prescindere dai contenuti delle sue politiche.
Ed è quest’ultima, la giusta chiave (che chiameremo “napoleonica”) per accostarsi al “ciclone Margaret”. Come del resto mostra il notevole libro di Cosimo Magazzino, La politica economica di Margaret Thatcher (Franco Angeli). Un bel saggio che si muove, nonostante il titolo “economicista” (del resto l’autore è professore di Politica Economica), nell’alveo di un duplice registro: quello poetico-napoleonico, nel senso della straordinarietà, in chiave manzoniana, della Thatcher («La procellosa e trepida/ gioia d'un gran disegno,/ l'ansia d'un cor che indocile/ serve, pensando al regno»). E quello più prosaico, fatto di teorie economiche, cifre e tabelle sul neo-liberismo applicato per tre governi consecutivi (1979-1990). Parliamo di un libro ben organizzato, diviso in tre densi capitoli, prima, durante e dopo la Thatcher (più corposo il secondo, quello del "durante"), corredato da un' appendice dedicata alle elezioni generali inglesi dal 1970 al 2005), nonché da un ricca bibliografia, aperta anche ai contributi, non strettamente economici: un bel lavoro, a un tempo, scientifico come un trattato, e avvincente come un buon libro di storia.
Certo, come sottolineano, più o meno impietosamente, prefatore e postfatore, il cuore di Cosimo Magazzino batte per la Thatcher. Ma, come si dice, nessuno è perfetto... Del resto, l'approccio simpatetico, relativamente simpatetico ( perché Magazzino mostra di essere studioso molto serio), non guasta alla riuscita del libro. Dove, come nel Cinque Maggiomanzoniano ( e non facciamo ironia, anzi...), poesia e prosa, epica e vita, sono ben fuse insieme. Ma lasciamo la parola all’autore: « Giunta alla guida del paese nel 1979 (…), il compito per Margaret Thatcher si presentava improbo. Una disoccupazione in continuo aumento e un’inflazione che sembrava inarrestabile facevano da cornice a un generale sentimento di frustrazione e di diffuso pessimismo. I governi che l’avevano preceduta - tanto di marca laburista quanto conservatrice - avevano in maniera più o meno convinta, applicato ricette keynesiane nei decenni precedenti. Alla fine degli anni Settanta (…) il Regno unito era soprannominato “il Grande malato d’Europa” (…). A colpi di neo-liberismo (basato su una certa definizione del monetarismo e dell’offertismo) e di neo-conservatorismo (incentrato sui valori tradizionali racchiusi nel motto “Dio, Patria e Famiglia”) la Thatcher rivoluzionò il Regno Unito e, attraverso la sua influenza sulla reaganomics, anche egli equilibri mondiali (…). La visione del mondo che ispirò la Signora Thatcher sembra più vicina a quella di un “conservatorismo liberale” che cerchi di far convivere il liberismo e i valori della tradizione. Fece, inoltre, nascere la City londinese; ridimensionò i potenti sindacati dei lavoratori (le Unions); e d’altro canto fece fallire imprese inefficienti, togliendo loro una volta per tutte sussidi statali; privatizzò un ragguardevole numero di imprese pubbliche ; infine, fece in modo che il Paese diventasse una “democrazia di proprietari”, permettendo agli inquilini di acquistare le abitazioni di proprietà dei comuni, a prezzo agevolati. Con la guerra delle Isole Falklands sferzò i suoi concittadini risvegliando l’antico orgoglio imperiale».
E i dati economici, sul prima e il dopo (almeno fino all'esplosione della crisi attuale), raccolti ed esposti nel libro, comprovano le tesi di Magazzino. Parliamo degli effetti positivi su tutte le variabili macroeconomiche di una politica, quella thatcheriana, ripresa poi pedissequamente, come capita agli imitatori, anche dal neo-laburista Blair…
Evidentemente, la Gran Bretagna, dopo anni di placido torpore laburista-conservatore, aveva bisogno di una scossa. E la Thatcher fu la donna politicamente giusta al momento giusto. Un Napoleone in gonnella e neo-liberista che grazie ai moschetti delle armate del libero mercato, fece progredire i valori di un liberalismo non libertino, volti a rivendicare, principalmente sul piano individuale, tutta l'importanza morale del nesso tra libertà e responsabilità. Una gigantesca battaglia delle idee che i suoi figli e nipoti ideologici, spesso presunti, hanno travisato, privilegiando una libertà esclusivamente economica scollegata da qualsiasi manifestazione, anche minima, di un sano senso di responsabilità. E qui va ricordato che la “Farfalla di ferro”, che non toccò il sistema sanitario nazionale e sfiorò quello pensionistico, difendeva, già negli anni Settanta del secolo scorso, valori assai lontani da quelli predicati dal neo-liberismo finanziario, speculativo ed egoista, che ha condotto alla crisi attuale. Probabilmente, la Thatcher, da brava puritana, mai avrebbe rifinanziato banche colpevoli di essersi irresponsabilmente imbottite di titoli spazzatura. Di sicuro le avrebbe trattate alla stregua dei generali argentini: fuoco ad alzo zero.
Evidentemente, la Gran Bretagna, dopo anni di placido torpore laburista-conservatore, aveva bisogno di una scossa. E la Thatcher fu la donna politicamente giusta al momento giusto. Un Napoleone in gonnella e neo-liberista che grazie ai moschetti delle armate del libero mercato, fece progredire i valori di un liberalismo non libertino, volti a rivendicare, principalmente sul piano individuale, tutta l'importanza morale del nesso tra libertà e responsabilità. Una gigantesca battaglia delle idee che i suoi figli e nipoti ideologici, spesso presunti, hanno travisato, privilegiando una libertà esclusivamente economica scollegata da qualsiasi manifestazione, anche minima, di un sano senso di responsabilità. E qui va ricordato che la “Farfalla di ferro”, che non toccò il sistema sanitario nazionale e sfiorò quello pensionistico, difendeva, già negli anni Settanta del secolo scorso, valori assai lontani da quelli predicati dal neo-liberismo finanziario, speculativo ed egoista, che ha condotto alla crisi attuale. Probabilmente, la Thatcher, da brava puritana, mai avrebbe rifinanziato banche colpevoli di essersi irresponsabilmente imbottite di titoli spazzatura. Di sicuro le avrebbe trattate alla stregua dei generali argentini: fuoco ad alzo zero.
Concludendo, per dirla ancora con il grande Manzoni, «Fu vera gloria?» Secondo Magazzino sì. Del resto, come onestamente si riconosce nel libro, «se furono luci, non soltanto di luci si trattò. Non amata da un buon numero di suoi contemporanei, oggi la figura di questa premier dura e inflessibile (tanto da ricordare - se non fosse per l’antipodica visione del mondo - Maximilien-M.-I. Robespierre, soprannominato l’incorruttibile) tende tuttavia ad essere rivalutata. Sono sempre di più gli studiosi e gli analisti che citano le idee ed i valori propri del thatcherismo. L’Italia, forse anche per l’antipatia personale aperta, dichiarata nelle rispettive memorie tra la stessa Thatcher e Giulio Andreotti, non ha mai tenuto in considerazione la “figlia del droghiere” ».
Sottoscriviamo. Ma con una chiosa, non proprio di secondaria importanza: il problema resta - crediamo - non tanto quello del thatcherismo, che può essere reinventato nei modi più diversi e moralmente controversi, quanto quello di scovare una nuova Thatcher. Parliamo della possibilità che dalle infiacchite classi politiche attuali possa prima o poi venir fuori un politico - uomo o donna - all’altezza della “Farfalla di ferro”. O se si preferisce, per scomodare di nuovo Manzoni, della stessa levatura dell’ «uom fatale», pardon, della donna fatale… Il che, da umili lettori di libri storici, ci sembra, soprattutto di questi tempi, molto difficile, se non del tutto impossibile. O no? Comunque sia, « ai posteri l’ardua sentenza»…
Delle passioni europee, di Lanfranco Pace
Con la crisi volano gli stracci, le élite sono logore e i popoli si riaffacciano minacciosi sulla scena
Il filosofo Hermann von Keyserling, discendente di una grande famiglia dell’aristocrazia germano-baltica, scrisse tra le due guerre “Das Spektrum Europas”, scandaloso bestseller dedicato ai caratteri nazionali europei e non solo. Quello tedesco lo legge a partire dalla vetrina di Giotto nella cattedrale di Assisi in cui si vede Federico Barbarossa steso al suolo e il Papa che gli mette un piede sul ventre: gli italiani raffigurati nel dipinto guardano la scena con divertimento misto a imbarazzo, i tedeschi con la compostezza di chi vede nella cerimonia la fonte di un diritto. Il popolo per il quale la rappresentazione e l’idea di una cosa è più importante della cosa stessa, che si tratti della ragione di stato, di un profitto o di un testo giuridico, scrive Keyserling, che ignora la passione primitiva e la gioia, concepisce la festa solo dentro una teoria filosofica o organizzata attorno allo spirito di un oggetto. Quanto di più lontano da noi. E siccome non li capiamo, ci fanno anche paura. Il problema è che comandano, sono loro a guardia della porta della salvezza o della dannazione. Con il piglio di sempre. La loro storica pulsione all’espansione e all’aggressione militare, per secoli vulnus del continente, è niente di fronte a questa dittatura senza qualità dell’aritmetica, del diritto, delle clausole a fondo pagina. La Prussia non fa paura: la pulizia etnica in nome del buon lavoro industriale e del deficit zero, a botte di Audi e spread, questo sì.
Non c’è da stupirsi se un numero crescente di europei si guarda in giro e cova spirito di rivolta. Non è stato il popolo greco a truccare i conti, nemmeno i falsi ciechi che zelanti cacciatori di statistiche hanno censito in numero sospetto su un’isola insignificante: è questo il welfare reale nel Mediterraneo dove non c’è la meccanica oliata e algida del sussidio ideale.
I Greci si vedono all’origine della nostra comune civiltà, per soprammercato stanno nella Comunità europea da trentuno anni e che club sarebbe mai quello in cui i soci senior non vengono trattati con un minimo di riguardo? Invece l’incomprensione, la solidarietà pelosa degli altri, la protervia del creditore principe e di chi lo fiancheggia hanno ferito a morte l’orgoglio di un popolo. Che con la memoria scava fino ai giorni della resistenza contro gli occupanti di ieri, che commisero eccidi e crudeltà e quando furono sconfitti non ritennero giusto nemmeno risarcire, pagare i debiti di guerra. Sui giornali frau Merkel è sistematicamente rappresentata con tanto di svastiche e croci uncinate, braccio d’onore del debole al forte. Alle elezioni del 6 maggio, il sentimento nazionale ferito e la rabbia popolare hanno messo le ali alle estreme, a nuovi neo nazisti antitedeschi e alle più tradizionali bandiere rosse dell’estrema sinistra. Chi ha fatto sistema e accettato i piani della troika, i partiti tradizionali e le grandi famiglie che li controllano, è stato severamente sconfitto. Si rivota il 17 giugno, con la speranza di arrivare a formare una maggioranza di governo. Qualche sera fa, nel corso di un dibattito televisivo, uno di Alba radiosa improvvisamente si alza e comincia a distribuire schiaffoni ad avversari e giornalisti, in egual misura a uomini e donne: la nuova democrazia formale nel tempo dell’odio.
In Italia la rivolta è teatro. Tragico quando si suicidano uomini e donne sopraffatte dalla vergogna del fallimento o perché oggetto di attenzioni da parte di Equitalia. Se no è furore comico, meglio comicità furente. Teatralità che come scrive sempre Keyserling è il tratto distintivo di chi è strutturato in modo molecolare per famiglie e luoghi, svela il suo vero volto solo nelle relazioni intime, non sente affatto il bisogno della solitudine interiore perché come i greci forgiato dalla piazza, dal forum. Ma la teatralità è anche nel vis-à-vis terroristico, nel gesto funereo di dare la morte, lo ha graziosamente ricordato tal federazione anarchica virtuale. Che questa Europa piaccia sempre di meno è opinione diffusa che le istituzioni non colgono e comunque non contrastano: né il presidente della Repubblica né il presidente del Consiglio saprebbero esattamente cosa dire per infondere fiducia e speranza. Agiscono certo, fanno, o comunque ci provano, ma i fatti non bastano mai a fugare fantasmi e paure inconsce. Se fossimo chiamati a votare se restare nell’euro o tornare alla consolatoria e mai dimenticata lira, voterebbe per la moneta europea poco più del 40 per cento degli italiani, dicono, ma chissà: però dieci anni fa erano tre su quattro, forse di più. Ben scavato vecchia talpa, avrebbe detto quello.
I Greci si vedono all’origine della nostra comune civiltà, per soprammercato stanno nella Comunità europea da trentuno anni e che club sarebbe mai quello in cui i soci senior non vengono trattati con un minimo di riguardo? Invece l’incomprensione, la solidarietà pelosa degli altri, la protervia del creditore principe e di chi lo fiancheggia hanno ferito a morte l’orgoglio di un popolo. Che con la memoria scava fino ai giorni della resistenza contro gli occupanti di ieri, che commisero eccidi e crudeltà e quando furono sconfitti non ritennero giusto nemmeno risarcire, pagare i debiti di guerra. Sui giornali frau Merkel è sistematicamente rappresentata con tanto di svastiche e croci uncinate, braccio d’onore del debole al forte. Alle elezioni del 6 maggio, il sentimento nazionale ferito e la rabbia popolare hanno messo le ali alle estreme, a nuovi neo nazisti antitedeschi e alle più tradizionali bandiere rosse dell’estrema sinistra. Chi ha fatto sistema e accettato i piani della troika, i partiti tradizionali e le grandi famiglie che li controllano, è stato severamente sconfitto. Si rivota il 17 giugno, con la speranza di arrivare a formare una maggioranza di governo. Qualche sera fa, nel corso di un dibattito televisivo, uno di Alba radiosa improvvisamente si alza e comincia a distribuire schiaffoni ad avversari e giornalisti, in egual misura a uomini e donne: la nuova democrazia formale nel tempo dell’odio.
In Italia la rivolta è teatro. Tragico quando si suicidano uomini e donne sopraffatte dalla vergogna del fallimento o perché oggetto di attenzioni da parte di Equitalia. Se no è furore comico, meglio comicità furente. Teatralità che come scrive sempre Keyserling è il tratto distintivo di chi è strutturato in modo molecolare per famiglie e luoghi, svela il suo vero volto solo nelle relazioni intime, non sente affatto il bisogno della solitudine interiore perché come i greci forgiato dalla piazza, dal forum. Ma la teatralità è anche nel vis-à-vis terroristico, nel gesto funereo di dare la morte, lo ha graziosamente ricordato tal federazione anarchica virtuale. Che questa Europa piaccia sempre di meno è opinione diffusa che le istituzioni non colgono e comunque non contrastano: né il presidente della Repubblica né il presidente del Consiglio saprebbero esattamente cosa dire per infondere fiducia e speranza. Agiscono certo, fanno, o comunque ci provano, ma i fatti non bastano mai a fugare fantasmi e paure inconsce. Se fossimo chiamati a votare se restare nell’euro o tornare alla consolatoria e mai dimenticata lira, voterebbe per la moneta europea poco più del 40 per cento degli italiani, dicono, ma chissà: però dieci anni fa erano tre su quattro, forse di più. Ben scavato vecchia talpa, avrebbe detto quello.
Anche in Francia, abituata a vedersi come eccezione e a considerare il mondo esterno come giardino eretto alla grandezza delle proprie idee, si sta alzando il vento. Loro il rumore degli stivali della Wehrmacht che battevano sulle pietre dei Campi Elisi non lo hanno mai dimenticato. “Il ne faut plus dire qu’on peut dormir à l’abri de bruits de bottes”, cantava Jean Ferrat. Quelli che vorrebbero rovesciare tavoli, stracciare patti di stabilità, regole d’oro, Fiscal compact, sciogliersi da ogni vincolo per ritrovare intera la sovranità perduta, sono minoranza. Robusta però. E poi quello è un popolo che borbotta spesso. Quando ha avuto paura che arrivasse l’idraulico polacco o il dentista romeno a rubare il pane, ha mandato a picco il progetto di Costituzione europea. Uno dei frondisti del 2005, Laurent Fabius, è oggi il ministro degli Esteri del nuovo presidente. E’ un dettaglio ma fa comunque disordine.
Magari è febbre passeggera. Magari arriverà un demiurgo, ma ce ne vorrà più d’uno, che farà calare tassi e tensione, imponendo uno scaglionamento ragionevole e sopportabile del debito degli stati e dei cittadini. I popoli torneranno allora a fidarsi della politica e si accontenteranno di stare a guardare.
In fondo l’Unione ha ancora un certo appeal. Nuovi popoli vogliono andare là dove vanno tutti perché sperano in vantaggi conseguenti. “Kamo svi tamo i mi”, lo dicono i croati che fra un anno entreranno a pieno titolo nel club, tessera numero 28. Il paese incupito dove appena si balla in agosto e per lo più dalle parti di Dubrovnik, i cui giovani figli sognano di andarsene il più lontano possibile, in Australia o in Nuova Zelanda, ci crede. E’ convinto che sia il passo giusto da compiere. Perché altri lo hanno fatto e altri ancora sono in lista d’attesa. A nessuno fa piacere restare solo. Hanno accettato salassi e sacrifici pur di restare dentro parametri che non sono mai uguali per tutti, fluttuano secondo circostanze e interessi strategici che sfuggono alla comprensione dei popoli. Ma se il ritorno non c’è, se i sacrifici già affrontati e quelli che ci dicono che dobbiamo fare ancora per due anni, forse tre, forse quattro, si riveleranno completamente inutili e non porteranno da nessuna parte?
Magari è febbre passeggera. Magari arriverà un demiurgo, ma ce ne vorrà più d’uno, che farà calare tassi e tensione, imponendo uno scaglionamento ragionevole e sopportabile del debito degli stati e dei cittadini. I popoli torneranno allora a fidarsi della politica e si accontenteranno di stare a guardare.
In fondo l’Unione ha ancora un certo appeal. Nuovi popoli vogliono andare là dove vanno tutti perché sperano in vantaggi conseguenti. “Kamo svi tamo i mi”, lo dicono i croati che fra un anno entreranno a pieno titolo nel club, tessera numero 28. Il paese incupito dove appena si balla in agosto e per lo più dalle parti di Dubrovnik, i cui giovani figli sognano di andarsene il più lontano possibile, in Australia o in Nuova Zelanda, ci crede. E’ convinto che sia il passo giusto da compiere. Perché altri lo hanno fatto e altri ancora sono in lista d’attesa. A nessuno fa piacere restare solo. Hanno accettato salassi e sacrifici pur di restare dentro parametri che non sono mai uguali per tutti, fluttuano secondo circostanze e interessi strategici che sfuggono alla comprensione dei popoli. Ma se il ritorno non c’è, se i sacrifici già affrontati e quelli che ci dicono che dobbiamo fare ancora per due anni, forse tre, forse quattro, si riveleranno completamente inutili e non porteranno da nessuna parte?
La filosofia profonda dell’Unione, il principio ispiratore è che la meta non conta, conta solo il movimento. E’ l’Europa al ribasso: la meta è questione che attiene alla politica, alla grandi scelte e alla grande politica, vuole l’adesione dei popoli ed élite lungimiranti dotate delle necessarie competenze. Il movimento è parola vuota. Come dire, sono buoni tutti. E’ il movimento senza meta e senza passione che ha messo in ginocchio l’Europa. Anche quest’altra illusione è svanita sotto i colpi della crisi, l’illusione che basti riprendere il cammino, allargare il club, inventarsi l’ennesimo artificio istituzionale, mettere un po’ di vernice democratica, agitare e servire con la retorica d’uso. Non basterà un parlamento un po’ più vicino magari con qualche potere in più, un’altra gentile Lady Ashton che si occupi di coordinare la politica d’immigrazione. Anche l’elezione diretta a suffragio universale potrebbe non bastare. Una malinconica lanugine ricoprirà i cuori degli europeisti più convinti. E davvero una scintilla potrà mettere a fuoco la secca prateria. O l’Europa vera o the waste land.
Nemmeno i padri fondatori sapevano dove sarebbe andato a finire quello cui stavano dando vita. Adenauer ed Erhard, Churchill, De Gaulle, Robert Schuman e Jean Monnet, De Gasperi, Spaak e Spinelli, Rossi e Beyen e Bech, Walter Hallstein o Mansholt avevano idee molto diverse tra loro. L’Europa nasce nell’indifferenza se non nell’ostilità di socialdemocratici e liberali, grazie alla convergenza fra democristiani e chi la vedeva come un baluardo al comunismo sovietico.
Una generazione che però sentiva come una missione: impedire che si cadesse di nuovo nell’abisso.
Si mossero con cautela, un passo alla volta. Parlare di carbone e acciaio oggi fa quasi sorridere, eppure questo era allora l’industria bellica. Fu dunque una decisione di grande coraggio con un forte significato simbolico: mai più nessuno sarebbe morto per l’Alsazia e la Lorena, la Ruhr mai più avrebbe generato mostri e stirpi pericolose.
Si badò all’essenziale. Il trattato d’amicizia tra l’allora Germania ovest e la Francia, firmato da Adenauer e De Gaulle. La politica agricola perché non si ripetesse in nessun paese europeo l’Hongerwinter, la carestia che tra il 1944 e il 1945 costrinse mezza Olanda a nutrirsi di bulbi di tulipano e provocò migliaia di vittime. Non era il migliore dei mondi ma un buon mondo, un mondo confortevole.
Nemmeno i padri fondatori sapevano dove sarebbe andato a finire quello cui stavano dando vita. Adenauer ed Erhard, Churchill, De Gaulle, Robert Schuman e Jean Monnet, De Gasperi, Spaak e Spinelli, Rossi e Beyen e Bech, Walter Hallstein o Mansholt avevano idee molto diverse tra loro. L’Europa nasce nell’indifferenza se non nell’ostilità di socialdemocratici e liberali, grazie alla convergenza fra democristiani e chi la vedeva come un baluardo al comunismo sovietico.
Una generazione che però sentiva come una missione: impedire che si cadesse di nuovo nell’abisso.
Si mossero con cautela, un passo alla volta. Parlare di carbone e acciaio oggi fa quasi sorridere, eppure questo era allora l’industria bellica. Fu dunque una decisione di grande coraggio con un forte significato simbolico: mai più nessuno sarebbe morto per l’Alsazia e la Lorena, la Ruhr mai più avrebbe generato mostri e stirpi pericolose.
Si badò all’essenziale. Il trattato d’amicizia tra l’allora Germania ovest e la Francia, firmato da Adenauer e De Gaulle. La politica agricola perché non si ripetesse in nessun paese europeo l’Hongerwinter, la carestia che tra il 1944 e il 1945 costrinse mezza Olanda a nutrirsi di bulbi di tulipano e provocò migliaia di vittime. Non era il migliore dei mondi ma un buon mondo, un mondo confortevole.
La crescita ininterrotta dell’economia per i primi trenta anni, les trente glorieuses, rafforzò l’idea che la costruzione europea benché non fosse né federazione né confederazione, malgrado un funzionamento strampalato, fosse invenzione originale della scienza politica e conquista sociale irreversibile.
Non è più vero. Da quando se ne parla, dopo tutti i modelli e gli scenari messi a punto da banche, istituti strategici, cancellerie, è come se l’esplosione della zona euro fosse già avvenuta. Nella nostra mente: per dirla con un vacuo neologismo alla moda, è “esplosione percepita”. Il pensiero allora corre a François Hollande, presidente unto dal suffragio universale, legittimo portatore delle speranze del suo e di altri popoli che qualcosa cambi. E in fretta. Che alla forza devastante del feticcio e della rappresentazione qualcuno si opponga a difendere la qualità della nostra vita e senza complessi anche l’importanza della gioia. Perché sennò farne l’inno ufficiale europeo? Invece è passato poco più di un mese, lo abbiamo intravisto solo al vertice di Camp David: portava un vestito scuro su sfondo agreste, sembrava già, se non bollito, quanto meno opaco. Non sembra proprio l’uomo che potrebbe imporre un nuovo ordine simbolico nella casa comune. Anche quelli che fanno sempre blocco con chi governa, che credono nella funzione salvifica della tecnocrazia e burocrazia sovranazionale, si macerano in dubbi silenziosi. I tanti appelli all’ottimismo, a rimboccarsi le maniche perché ne abbiamo viste di peggiori, il che è vero, suonano come falsa moneta.
La fuga del risparmio dalle banche spagnole, italiane e francesi verso la Svizzera o l’Asia o i bond americani, centinaia di miliardi in poche settimane, è la spia della paura che cresce, il sintomo di un possibile attacco di panico generalizzato.
Un tempo si andava a Bruxelles un po’ come ai mercati generali, si cercavano e scambiavano favori sul latte o sui pomodori, sul burro o sulla siderurgia, si ottenevano le giuste compensazioni, un meccanismo folle che funzionava però alla perfezione. Le crisi di allora erano increspature di schiuma: in un universo mercantile un compromesso non si nega a nessuno. E nessuno ha mai potuto decentemente sostenere che i suoi interessi fossero stati lesi.
Non è più vero. Da quando se ne parla, dopo tutti i modelli e gli scenari messi a punto da banche, istituti strategici, cancellerie, è come se l’esplosione della zona euro fosse già avvenuta. Nella nostra mente: per dirla con un vacuo neologismo alla moda, è “esplosione percepita”. Il pensiero allora corre a François Hollande, presidente unto dal suffragio universale, legittimo portatore delle speranze del suo e di altri popoli che qualcosa cambi. E in fretta. Che alla forza devastante del feticcio e della rappresentazione qualcuno si opponga a difendere la qualità della nostra vita e senza complessi anche l’importanza della gioia. Perché sennò farne l’inno ufficiale europeo? Invece è passato poco più di un mese, lo abbiamo intravisto solo al vertice di Camp David: portava un vestito scuro su sfondo agreste, sembrava già, se non bollito, quanto meno opaco. Non sembra proprio l’uomo che potrebbe imporre un nuovo ordine simbolico nella casa comune. Anche quelli che fanno sempre blocco con chi governa, che credono nella funzione salvifica della tecnocrazia e burocrazia sovranazionale, si macerano in dubbi silenziosi. I tanti appelli all’ottimismo, a rimboccarsi le maniche perché ne abbiamo viste di peggiori, il che è vero, suonano come falsa moneta.
La fuga del risparmio dalle banche spagnole, italiane e francesi verso la Svizzera o l’Asia o i bond americani, centinaia di miliardi in poche settimane, è la spia della paura che cresce, il sintomo di un possibile attacco di panico generalizzato.
Un tempo si andava a Bruxelles un po’ come ai mercati generali, si cercavano e scambiavano favori sul latte o sui pomodori, sul burro o sulla siderurgia, si ottenevano le giuste compensazioni, un meccanismo folle che funzionava però alla perfezione. Le crisi di allora erano increspature di schiuma: in un universo mercantile un compromesso non si nega a nessuno. E nessuno ha mai potuto decentemente sostenere che i suoi interessi fossero stati lesi.
Oggi assistiamo al vortice dei vertici, a due, a tre, a sette, a venti, si susseguono annunci da ultima spiaggia, si creano grandi attese, si fanno ballare cifre impressionanti, poi cala il sipario e monta la vertigine del grande nulla. Nessuno sembra a misura di governare questa crisi. Tant’è che non si spostano nemmeno, ora fanno molte teleconferenze. Occorre la forza della parola, la potenza del simbolo, non ascoltiamo l’una, non vediamo l’altro. Bisognerebbe sedurre, convincere, inventare e infiammare. Eppure una manifestazione per l’Europa non c’è mai stata ed è tuttora impensabile. A parte coloro che la vedono esclusivamente in funzione anti islamica di difesa della cristianità come ai tempi di Carlo Martello. In un freddo giorno di settembre del 1984, Helmut Kohl e François Mitterrand commemorarono insieme i caduti della Grande guerra davanti all’ossario di Fort Douaumont, vicino Verdun: si presero per mano, rimasero così qualche minuto, i media tedeschi parlarono di evento storico, quelli francesi si commossero. Eppure l’abbraccio fraterno fra ex combattenti dalle due parti del Reno c’era già stato una ventina di anni prima, sia pure senza eccessiva enfasi.
Sia Kohl che Mitterrand credevano molto nel destino dei rispettivi paesi, poco o punto in quello dell’Europa intesa come superamento delle singole nazioni. L’Unione sopravvivrà a questa crisi solo se Gran Bretagna Francia e Germania, le nazioni più forti, ricorderanno finalmente di aver generato imperialismo e colonialismo, i mostri del secolo passato, e faranno passi indietro.
Poco prima della caduta del Muro, Hans Magnus Enzensberger scrisse “Ach Europa!”, in cui ci raccontava l’autunno della socialdemocrazia svedese, gli anacronismi della Norvegia, le speranze polacche, i primi passi della Spagna verso la democrazia, un Portogallo frastornato dalla rivoluzione dei garofani, e quel miracolo di vitalismo nonostante lo stato chiamato Italia. Non è certo per snobismo culturale che tralasciò allora i tre grandi. Sapeva che rappresentavano i maggiori ostacoli sulla strada di una vera Europa. Quando d’improvviso si sgretola un ordine mondiale che sembrava immutabile, l’Europa va in affanno. E viene messa nell’angolo dal ritorno in forze dello stato nazione. Il principio della riunificazione tedesca passò ovviamente al vaglio dei grandi del mondo, tempi e modi della sua realizzazione furono discussi e concordati a tre: Thatcher, Mitterrand e Kohl. L’offensiva del cancelliere, fulminea e geniale, prese in contropiede gli altri. Mitterrand traccheggiò e poi buttò in angolo: disse che non si sarebbe opposto alla sola condizione che la Germania rinunciasse al marco a favore di una moneta comune, l’euro appunto. Kohl accettò in meno di un amen. Come dicono gli inglesi, non c’è miglior pranzo di quello che ti viene offerto.
Poco prima della caduta del Muro, Hans Magnus Enzensberger scrisse “Ach Europa!”, in cui ci raccontava l’autunno della socialdemocrazia svedese, gli anacronismi della Norvegia, le speranze polacche, i primi passi della Spagna verso la democrazia, un Portogallo frastornato dalla rivoluzione dei garofani, e quel miracolo di vitalismo nonostante lo stato chiamato Italia. Non è certo per snobismo culturale che tralasciò allora i tre grandi. Sapeva che rappresentavano i maggiori ostacoli sulla strada di una vera Europa. Quando d’improvviso si sgretola un ordine mondiale che sembrava immutabile, l’Europa va in affanno. E viene messa nell’angolo dal ritorno in forze dello stato nazione. Il principio della riunificazione tedesca passò ovviamente al vaglio dei grandi del mondo, tempi e modi della sua realizzazione furono discussi e concordati a tre: Thatcher, Mitterrand e Kohl. L’offensiva del cancelliere, fulminea e geniale, prese in contropiede gli altri. Mitterrand traccheggiò e poi buttò in angolo: disse che non si sarebbe opposto alla sola condizione che la Germania rinunciasse al marco a favore di una moneta comune, l’euro appunto. Kohl accettò in meno di un amen. Come dicono gli inglesi, non c’è miglior pranzo di quello che ti viene offerto.
La febbre degli Europei ha contagiato anche la triste nazione ucraina, di Lanfranco Pace
Cosa avremmo visto se Ibra e Sheva avessero giocato insieme
GRUPPO D
UCRAINA-SVEZIA 2-1. Reti: Ibrahimovic (S) 7’ st, Shevchenko (U) 10’ st e 17’ st
UCRAINA-SVEZIA 2-1. Reti: Ibrahimovic (S) 7’ st, Shevchenko (U) 10’ st e 17’ st
E’ Ibra che apre lo score a inizio del secondo tempo, conclude con il piatto del piede un’azione insistita con cambio di fronte. Farà altri assist, sul finale sbaglierà di un niente altre conclusioni, tirerà una botta spaventosa che obbliga il portiere ucraino a parare con le due mani tenute di taglio come un pallavolista. Insomma ce l’ha messa tutta, pressoché da solo, gli altri si impegnano per carità ma ‘gna fanno. Così vincono i gialli, in onore e in memoria del padre spirituale di Sheva e del Ct Blokhin, l’immenso colonnello Lobanoski, fondatore della scuola del nome, che li faceva giocare nel fango e nella neve per forgiarne il corpo e il carattere. Al 7’ l’Ucraina pareggia: cross teso dalla destra, Andriy Shevchenko vola con il corpo ad arco sopra Mellberg che pure è armadio di un metro e novanta. Elevazione è bestiale, palla imprendibile. Al 17' si ripete d’astuzia e precisione. Corner da sinistra, lui sbuca da dietro Ibra e spizza di nuca. Ibrahimovic ha il torto di essersi fatto sorprendere ma non può marcare l’uomo o rincorrerlo come farebbe un difensore: il vero errore è di Mellberg, è lui a guardia del palo ma è fuori posizione quel tanto che basta a far passare la palla. L’Olimpico di Kiev, un catino da ottantamila spettatori e un fior di stadio, è tutto un riflesso di giallo. Donne belle fanno festa. La febbre degli Europei ha contagiato anche la nazione triste.
Perché gli stoppacciosi anglo-francesi non impensieriscono i culoni tedeschi, di Lanfranco Pace
Gruppo D
Francia-Inghilterra: 1-1. Reti: 30’ pt, Lescott (I), 39’ pt Nasri (F). Arbitro: Rizzoli (Ita)
Francia-Inghilterra: 1-1. Reti: 30’ pt, Lescott (I), 39’ pt Nasri (F). Arbitro: Rizzoli (Ita)
Con il senso di colpa dentro, Diarra si butta sempre più in avanti e al 34’ colpisce due volte di testa con potenza ma il portiere inglese Hart, cippolatore notorio, ha doppia reazione felina. Salvo tornare allo stato naturale cinque minuti dopo: al 39’ copre male il suo palo, si butta in ritardo e il tiro angolato, preciso ma non certo irresistibile di Samir Nasri porta la Francia al pareggio. Nella ripresa la supremazia territoriale francese resta assolutamente sterile, come dice il cliché. Le due squadre nobili del gruppo sembrano più preoccupate di prenderle che di darle: vuoi vedere che la sparagnina cultura italica di un tempo ha fatto insospettabili proseliti?
Alla fine della prima giornata dei quattro gruppi, siamo ai soliti nomi noti, Germania che più che convincere ha sculato, la Spagna, fuoriserie con il freno a mano tirato. In evidenza l’anima slava (vedi la Russia) e la Croazia. Il passaggio ai quarti, i croati, se lo giocano prima con noi, poi con la Spagna. Azzurri in stato di massima allerta: nel 2002 in Corea e Giappone, passammo in vantaggio poi ci facemmo riprendere e superare; come allocchi.
lunedì 11 giugno 2012
Sull’orlo di una guerra che forse non ci sarà. Un’indagine, di Nicoletta Tiliacos
Ma tu da che parte staresti?
Anche gli Autorevoli di mezzo mondo cominciano a domandarsi che cosa accadrebbe agli stati d’Europa (e agli altri) in caso di fallimento dell’euro, immiserimento generalizzato, rivolte, risorgenza di atavismi nazionali.
Lo spettro di uno spettro si aggira per l’Europa. Qualcuno – imprudentemente, se non pazzamente – è stato anche tentato di chiamarlo guerra. Come il ministro delle Finanze polacco, Jacek Rostowski. Il quale, il 16 settembre scorso, ha riportato pubblicamente, di fronte agli esterrefatti parlamentari di Strasburgo, il commento di un suo amico, “capo di una importante banca europea”, sulle conseguenze degli choc politici ed economici che si stavano abbattendo sull’Eurozona. Secondo quell’anonimo banchiere, se fossero continuati (ed eravamo solo all’inizio) avrebbero reso “davvero difficile evitare una guerra in Europa”.
Con certe cose non si scherza e qui non c’è nessuna intenzione di farlo. Ma è come se la tentazione di ricorrere alle metafore belliche, ai richiami a passati periodi funesti della nostra storia, a certe lezioni che non si imparano mai del tutto, fosse ormai diventata irresistibile, e non solo per leggerezza o per un dubbio gusto giornalistico che si pasce di catastrofismo.
Pochi giorni fa, anche una fonte autorevole come Foreign Policy ha pubblicato un commento non proprio tranquillizzante sull’attuale situazione europea, firmato dall’economista australiano John Quiggin. Il quale ha attinto abbondantemente alla storia dei conflitti del secolo breve – dalla Prima guerra mondiale alla Guerra fredda, dalla crisi dei missili a Cuba alla Guerra del Kippur nel 1973 – per sostenere che esistono automatismi, innescati da scelte che all’inizio sembrano innocue o quasi, ma che invece preparano l’esca alla deflagrazione in caso di crisi; e ha aggiunto che non sempre si può contare sul caso benevolo che impedisce il peggio, se il peggio è nelle possibilità: “In una crisi, tutti tendono a ritenere che spetti a qualcun altro fare qualcosa per evitare il disastro. Nell’attuale crisi economica, l’Europa sembra essere avviata nella stessa direzione. Tutte le parti principali hanno inserito il pilota automatico, e ciascuno sembra aspettarsi che qualcun altro risolva il problema”. In particolare, “la Bce rifiuta di acquistare titoli di stato e rimane ferma sul controllo dell’inflazione. In retrospettiva, la creazione della Bce sembra una ripetizione dei sistemi di mobilitazione militare costruiti prima del 1914”. Quiggin invita dunque tutti a fare la loro parte – invita in particolare la Bce a desistere dalla propria linea – se si vuole salvare il salvabile. E non esita a richiamare il parallelo, per dare il senso del tempo presente, con quel “paio di settimane tra l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, a giugno, e la mobilitazione generale alla fine di luglio, durante il quale un’azione decisa avrebbe potuto prevenire la guerra”.
Guerra, in questo caso, sta per fine dell’euro e per i contrasti – anche striscianti, anche “freddi”, comunque pesantissimi – che potrebbero rendere estranei, al limite dell’inimicizia, paesi che si sognarono fratelli nell’Unione europea. Germania e Francia, per fare i nomi più scontati, ma non solo. Quale dovrebbe essere allora, nel caso di quel malaugurato scenario, la scelta dell’Italia? Se crollasse la casa dell’Eurozona, da chi o con chi cercare asilo e unità d’azione? Lo abbiamo chiesto a una serie di commentatori, storici, intellettuali. Qualcuno è stato al gioco, qualcun altro ha preferito di no. Ecco, comunque, le risposte.
Lo studioso di letteratura dell’est europeo Francesco M. Cataluccio ritiene che “realisticamente, le uniche guerre possibili oggi in Europa sono quelle civili, come paventava nello scorso autunno (anzi, fu una delle pezze d’appoggio della fretta di liquidare Berlusconi) un documento della banca svizzera Ubs sugli scenari italiani in caso di default. La guerra, anche fredda, anche a bassa intensità, anche mascherata da ostilità striscianti, invece no, non è proprio possibile, perché l’interrelazione tra i paesi europei, e non solo, è troppo forte. A livello bancario, Germania e Francia sono una cosa sola, e lo dimostra l’abbassamento del rating di alcune banche tedesche di pochi giorni fa. Nessuno potrebbe farla franca, se le cose andassero a rotoli. Sono ancora convinto che la Merkel non può far fallire la Grecia perché farebbe fallire le banche tedesche, e se sparisce la Spagna sparisce anche la Germania”. Per questo, aggiunge Cataluccio, “non posso rispondere a questa domanda un po’ da Risiko. Ma posso dire che se fossi un greco in questo momento non avrei dubbi e sceglierei la Russia. L’Europa se lo meriterebbe, visto che ha rifiutato un salvataggio che un anno fa avrebbe implicato cinquanta miliardi di spesa e che oggi appare praticamente impossibile. Uno scenario probabile è che, in nome della comune radice ortodossa e dell’interesse ad avere un avamposto fedele nel Mediterraneo, la Russia accorra in aiuto della Grecia. Dove il porto ateniese del Pireo, non dimentichiamolo, ormai è in mani cinesi”.
A questo proposito, un esponente del Partito socialista greco, che preferisce non essere nominato, ci fa notare che “il ruolo dei russi in questi tempi è quello di spingere in segreto – per quanto possano essere segrete questo genere di cose – verso un ritorno alla dracma; dopo aver quasi perso la Siria e dopo aver consolidato la propria influenza su Cipro, a cui hanno dato un ingente prestito, i russi da tempo si concentrano sulla Grecia, e in questo hanno trovato un alleato molto disponibile nelle autorità religiose del Monte Athos. E’ comprensibile la preoccupazione europea per una deriva greca verso la Russia, molto interessata al gioco energetico nel Mediterraneo orientale. Il premier Karamanlis aveva coltivato ottimi rapporti con Putin, poi Papandreou – ‘l’amerikano’ – una volta eletto li aveva ridimensionati. Ma ora Tsipras, il leader della sinistra radicale dato per vincente alle prossime elezioni, ha espresso l’intenzione di rafforzarli nuovamente”.
Refrattario anche solo a immaginare uno scenario di rottura aperta tra nazioni europee, e quindi a maggior ragione all’idea di schierarsi con l’una o con l’altra, è il filosofo ed ex sindaco veneziano Massimo Cacciari, la cui risposta è piuttosto secca, come nel suo stile: “Questo non è tempo né di guerre né di guerre civili. E’ tempo di immane casino, simile a quello che è avvenuto negli anni Settanta. Israele potrebbe bombardare l’Iran, ma le potenze occidentali possono solo combattere guerre economiche”.
Alessandro Campi, studioso di storia del pensiero politico, dice che “anche senza immaginare una rottura drastica e una nuova e aperta rivalità tra nazioni europee, vedo in arrivo tempi molto difficili per la necessità di rivedere standard di vita e modelli di consumo dati per scontati. Nessuno più, in Europa, tanto meno le nuove generazioni, è abituato a scenari di privazione: pochi soldi, poco cibo, pochi vestiti, molte persone sotto lo stesso tetto. Disoccupazione di massa, pauperismo crescente, insorgere di estremismi, altissima conflittualità sociale: non abbiamo più la tenuta emotiva, prima ancora che politica, per fronteggiare tutto questo. Ma da questi scenari alla Weimar, improntati alla crisi e alla frustrazione, non è detto che le democrazie escano distrutte. Certi valori sono stati ben introiettati, e dopo sessant’anni non si torna facilmente indietro. Detto questo, se noi italiani dovessimo scegliere l’alleato di tempi complessi e ricchi di contrasti, non avrei dubbi: mi schiererei con la Germania contro il nostro avversario storico che è stato ed è la Francia, da Machiavelli in poi”.
Lo storico ed ex ambasciatore Sergio Romano è invece preoccupato “per lo stato di salute delle democrazie degli stati nazionali. Per essere eletti bisogna fare promesse e progetti che, una volta al potere, non si possono mantenere, anche perché gli stati esistono ancora sulla carta ma hanno perduto le leve del potere, che sono in mani altrui, e il governo dell’economia non dipende più da loro. Il collasso di un sistema politico può essere quasi più grave di un conflitto aperto tra nazioni, ma continuo a essere ottimista e conosco abbastanza i tedeschi per non sapere che il giorno in cui non potessero più lucrare sul mercato europeo sarebbe un disastro anche per loro. Vediamo infatti che già si stanno spostando su posizioni più europeiste, di grande coerenza. E’ impeccabile dire, come fa ora la Germania, che è disposta a dare di più ma nel quadro di un sacrificio di sovranità da parte di tutti”. Ma se invece dovesse saltare il banco? “Posso immaginare, in questa ipotesi, solo un’ostilità nei fatti e non dichiarata tra nazioni europee, e anche un forte disagio sociale in certi paesi, magari forti turbolenze al loro interno. Tirato a forza in una simulazione alla quale non credo, direi che dovremmo scegliere come alleato la Germania, perché quello è il nostro mercato. Non dimentichiamo che, prima dell’euro, avevamo un’industria del nord est che faceva i bilanci in marchi tedeschi. E poi, facendo ora una riflessione che è più culturale che politica, noi italiani abbiamo sempre dato l’impressione di essere molto più filo francesi di quanto non fossimo in realtà. Ma i nostri partiti li abbiamo fatti sul modello tedesco, i nostri sindacati pure, l’industrializzazione italiana l’ha fatta il capitale tedesco”.
Sul tema degli stati nazionali ridimensionati dalle banche e dai poteri economici sovranazionali, il giornalista Marco D’Eramo dissente da Romano: “ Il gioco del potere non è a somma zero, non è il piatto del poker che tocca solo al vincitore. Le nuove tecnologie del potere aumentano la posta in gioco continuamente. Di fronte a nuovi poteri, gli stati nazionali si riconfigurano e diventano reciprocamente funzionali con quei nuovi soggetti, mentre si accresce il potere di tutti. Per questo la Germania non ha mai ammesso che qualcuno comprasse una vera azienda tedesca, e per questo le nostre multinazionali contano come il due di briscola: perché il nostro stato nazionale è debole”. D’Eramo sottolinea che “le estreme conseguenze, cioè le guerre, non si addicono all’era atomica. Tanto per dire che senza quella variabile, in una situazione primo Novecento, oggi una guerra forse in Europa sarebbe già scoppiata, e non conta il fatto che sarebbe una guerra tra simili. Le guerre non hanno bisogno di incompatibilità ideologiche, le guerre tra simili ci sono sempre state. Torniamo all’Europa di oggi, dove la cosa più ragionevole sarebbe che fosse la Germania a uscire dall’euro e che tutti gli altri paesi – solo quelli latini, messi insieme, fanno il pil del Giappone – stringessero un fronte comune. Ma la Francia è troppo boriosa e troppo piena di vecchie idee di grandeur per abbassarsi a giocare con la Spagna e con l’Italia, per non parlare della Grecia. Mentre la Germania, che soffre perché la Francia ha un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu e lei no, è sempre troppo sicura di sé. Oggi – prosegue D’Eramo – la Germania ha deciso che gli Stati Uniti hanno esaurito la loro egemonia, li danno per spacciati e puntano sulla Cina come potenza di domani. Non è così, se non altro perché gli americani hanno la valuta di riferimento delle transazioni internazionali, e sono gli unici che possono stampare la moneta che serve (come hanno fatto) senza rischiare l’inflazione. La Germania sta ora usando la debolezza dell’euro per erodere le sovranità nazionali, ma non ci sarà ostilità. I francesi (che secondo l’ex cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt dovrebbero smetterla di pagare il biglietto di seconda classe e pretendere di viaggiare in prima) faranno magari la voce grossa ma sono rane, non tori, e anche questo impedirà il conflitto. Alla fine dovranno accettare il federalismo alla tedesca, che magari comporterà in prima istanza un sud dell’Europa terzomondizzato. Se Risiko deve essere, comunque, vedo piuttosto la riproposizione di antichi modelli: un’area ‘asburgica’ che si va ricostituendo, i turchi che rilanciano il modello ottomano, Germania, Polonia e Repubblica ceca che si aggregano, la Russia che attrae Grecia e Cipro, oltre ai tradizionali satelliti orientali. Siamo di fronte a una crisi politica di democrazia, non a una crisi economica. Vorrei dire che questo è il capitalismo reale, bellezza, altro che schierarsi con questo o con quello. Bisognerebbe scappare ma non è possibile”.
In un’isola, forse. La filosofa ed ex parlamentare Claudia Mancina risponde senza esitazioni: “Io starei con il Regno Unito, perché l’Inghilterra è l’unico paese che nella storia d’Europa abbia svolto un ruolo positivo, cosa che per motivi evidenti a tutti non si può dire né della Germania né della Francia. Aggiungo però che non ha senso schierarsi senza essere di fronte ai termini reali di uno scontro”. Potrebbe essere nei termini di un approfondimento dei contrasti già noti, per esempio: “Ma nemmeno in quel caso potrei scegliere la Francia contro la Germania o viceversa. Anche se non dimentico che una delle persone che ha detto le cose più condivisibili sulla situazione attuale è l’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer. Se la Germania fosse rappresentata da quelli come lui, sarebbe senz’altro la mia parte, quella che sceglierei se le circostanze lo imponessero” (in un’intervista al Corriere, il 26 maggio scorso, Fischer ha detto che “sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo una terza volta”, e ha aggiunto che sono necessari, per scongiurare il peggio, “Unione politica e Unione fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme strutturali”; con la Germania che accetti, con ovvie garanzie, l’europeizzazione del debito e la Francia che contraccambi con l’assenso a un governo comune e “controllo parlamentare comune della zona euro”).
Anche il giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Battista sceglierebbe come alleato europeo la Gran Bretagna. Premette però dovrebbe ancora valere la famosa regola per cui “due nazioni che hanno entrambe ristoranti McDonald’s nei propri confini non potranno mai combattersi. Quello che diceva in altri termini Benjamin Constant, quando sosteneva che il commercio avvicina le nazioni e rende più dolci i loro rapporti”. Ritiene quindi irreale una situazione di ostilità da Guerra fredda tra paesi come la Francia e la Germania: “Dal punto di vista commerciale l’Europa deve competere con veri giganti, e ogni nazione europea presa per se stessa appare minuscola e debole, confrontata ai paesi asiatici e alla stessa America. Non credo che le divergenze in Europa, per quanto gravi, possano portare a vere rotture. Ma se proprio si mettesse male, e fosse necessario scegliere un alleato privilegiato, sceglierei l’Inghilterra, se non altro per aver visto come va a finire in ‘Master and Commander’”.
Il giornalista economico Marco Ferrante è a sua volta convinto che “la polarità più trasparente, più schietta, è ancora quella angloamericana. La questione economica con cui siamo alle prese si accompagna a una questione culturale, e da questo punto di vista mi sento più prossimo al vecchio asse angloamericano. Se l’Europa ripiombasse in una situazione di rivalità aperte e di nazionalismi, per l’Italia mi augurerei semplicemente la possibilità di rimanerne fuori. L’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che le culture politicamente più generose sono quella inglese e quella americana. Certamente perseguono i loro interessi, e sarebbe assurdo che non lo facessero, ma lo fanno ragionando in termini inclusivi. Se si dovesse arrivare a situazioni di tensione, alla necessità di schierarsi, mi metterei dalla parte di quei paesi che nel corso della storia recente dell’occidente sono stati capaci di ragionare in termini più globali. Non è un caso che abbiano vinto due guerre mondiali e che abbiano un sistema di valori molto solido”.
La storica Anna Bravo dice di non riuscire nemmeno a immaginare una situazione di conflitto in un’Europa di nuovo spezzettata, ma in quel caso “il mio cuore batterebbe più dalla parte della Francia, che mi sembra sostenga ragioni che sento come simili alle nostre. Mettiamo che la Germania abbia senza dubbio la sua parte di ragione, ma che in nome di quella parte di ragione si arrocchi su posizioni che portino alla rovina intere popolazioni europee. Si può essere rigorosi e inflessibili e mettere in conto i più alti prezzi, come Lenin che diceva che bisogna rompere le uova per fare la frittata. Ma nel frattempo andrebbero almeno salvate le galline, perché poi, senza di loro, non ci sono più né uova e nemmeno frittate. E se in Europa tutti sono nei guai tranne la Germania, significa che c’è qualcosa che non va”.
Il politologo Angelo Panebianco ha scritto lunedì scorso, in un editoriale sul Corriere della Sera dedicato alla distanza tra élite europee e comuni cittadini, che non possiamo più contare, nelle attuali condizioni, sull’impossibilità del ritorno di “una età del disordine, simile a quella che la sconvolse nella prima metà del Ventesimo secolo”, e ha parlato di un ciclo generazionale che porta oggi alla ribalta, necessariamente, coloro che quell’età del disordine non l’hanno nemmeno vissuta come riverbero dai racconti dei genitori. Invitato dal Foglio a immaginare un inverarsi di una nuova “età del disordine” intesa come rivalità aperta tra nazioni europee, e a spiegare quale sarebbe la scelta di campo migliore per l’Italia, Panebianco risponde che “qui non stiamo parlando di freddezza o di schermaglie. Il punto è se cade l’euro o non cade. E se cade significa guerra. Non subito, certo, ma anche dopo la grande crisi del ’29, durata per tutti gli anni Trenta, sono passati dieci anni prima della guerra, e già nel 1933 era arrivato Hitler. Ma preferisco non partecipare al Risiko, spiacente. Credo che dobbiamo salvare l’euro e l’Europa, perché se si sfascia tutto sono guai. La possibilità che questo avvenga purtroppo c’è, perché gli anticorpi sono pochi e perché i mercati stanno aspettando una decisione che è difficilissima da prendere, per mille ragioni. Ma fino ad allora preferisco non pensarci. Se tutto crollasse ci sarebbe un marasma oggi nemmeno possibile da immaginare; figuriamoci come si può capire da quale parte stare, prima ancora di sapere quali sono le parti contendenti. Gli scenari sono fatti per essere smentiti dalla storia, e ci sarà soprattutto da capire quante democrazie resterebbero in piedi, dopo la fine dell’euro. Lo ripeto: sarebbe un evento catastrofico, pazzesco. Può anche aver ragione chi oggi dice che con l’euro ci siamo messi in una trappola, ma ormai ci siamo e dobbiamo salvare, con l’euro, noi stessi”.
Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago, ha scritto qualche giorno fa sul Sole 24 Ore: “L’illusione italica che l’aiuto straniero venga senza alcun costo veniva già stigmatizzata da Manzoni nell’‘Adelchi’: ‘E il premio sperato sarebbe a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti di un volgo straniero por fine al dolor?’. In questa contingenza l’Italia deve trovare una soluzione da sola. Se poi l’aiuto straniero viene, ben venga, ma almeno lo possiamo trattare da un punto di forza e non di debolezza”. Anche a Zingales abbiamo chiesto di immaginare una rottura europea e la necessità, per l’Italia, se non proprio di aspettarsi l’aiuto (a doppio taglio) che gli italiani speravano dai Franchi, di scegliere tra ex alleati. “Bisognerebbe capire prima di tutto come avviene quella rottura. Se la rottura è valutaria, è chiaro che dovremmo stare con l’Europa del sud, con i paesi che non ce la fanno a reggere la Germania. Già due anni fa scrissi che l’euro doveva rompersi su una linea nord-sud, in cui alla Germania tocca la parte avanzata e a noi quella dell’euro di riserva, che magari aspira a diventare quello vero ma ancora non lo è. L’euro a due velocità, insomma. Se la rottura avvenisse su questo piano, la scelta sarebbe obbligata”. Ma se la rottura fosse invece “più ricca di elementi di strategia di governo, con tutti i difetti che pure le riconosco, sceglierei di stare dalla parte della Germania. Angela Merkel ha ragione. Se ci fossero stati gli Eurobond sei mesi fa, nessuno avrebbe fatto riforme, né i greci né gli spagnoli. Il punto fondamentale è che abbiamo un problema di finanza pubblica molto serio e un problema di debito altrettanto serio. Pensare che i nostri guai siano colpa degli altri è una strategia politica fallimentare, questa sì, capace di creare divisioni in Europa. Tutti accusano la Merkel di colpe che sono delle classi politiche dei paesi che ora la attaccano. Conviene a molti dire che la colpa è dei tedeschi, ma non è vero”.
Lo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia, ritiene credibile solo l’ipotesi che avvengano, nell’incalzare della crisi, “forti mutamenti, scossoni, magari cambiamenti di tipo peronista e rivolte contro le élite politiche, finanziarie e amministrative, se non dovesse più funzionare l’Europa”. Ipotesi piuttosto concreta, peraltro, “perché non esiste un demos europeo, non c’è una passione europea e non c’è vincolo di solidarietà. E ora che la solidarietà servirebbe, l’Europa si sfascia. Da che parte starei, in quel caso? Naturalmente dalla parte di chi facesse all’Italia le condizioni migliori, e francamente non so immaginare chi potrebbe essere. Dando per scontata un’accentuazione delle attuali posizioni, non potrei dimenticare che l’adozione dell’euro da parte dell’Italia si è risolta in un notevole vantaggio economico per la Germania. Furono i tedeschi a imporci il cambio a 1.936,27 lire per un euro, che è stato uno dei fattori delle nostre difficoltà nelle esportazioni. Se la Germania perseverasse in posizioni contrarie all’interesse italiano, non ho difficoltà a dire che sarei contro la Germania. Ma non so a favore di chi. Con gli elementi attuali, sarebbe come giocare a Monopoli alla cieca, senza sapere se Parco della Vittoria o Vicolo Stretto hanno lo stesso valore”.
Il critico Alfonso Berardinelli pensa che una rottura europea potrebbe significare soprattutto “grandi derive sociali. E se la guerra fosse ancora di moda per risolvere acute controversie internazionali, si potrebbe temere che ne esploda una o più. Ma ho l’impressione che oggi le guerre vengano usate solo quando lo squilibrio di potenza è enorme, quindi non tra Germania e Inghilterra o tra Germania e Francia. In Europa, la paura, il panico, la depressione per l’attuale crisi economica sono tali da paralizzare l’aggressività, mi pare, più che da scatenarla. L’impressione è che tutto stia già crollando, come se non ci fossero energie per combattere. Le nostre società oscilleranno tra anarchismo attivo (qualche follia terroristica, magari) e anarchismo passivo prevalente, cioè scetticismo, indifferenza civile, rifiuto dello stato e della politica. Stanno venendo al pettine i nodi della globalizzazione. Lo dimostra la prevalenza di una politica dei tecnici, cioè di una politica di adeguazione e omologazione tra le parti della grande macchina. Solo che alla lunga – prosegue Berardinelli – questa nuova minorità e impotenza della politica indebolirà i legami sociali già fiacchi. Prima siamo arrivati a una politica senza idee e senza cultura, di pura competizione elettoralistica. Ora questa politica senza idee su quale società volere è messa fuori gioco dagli automatismi dei mercati finanziari. Non sappiamo nemmeno più che cosa vuol dire la parola economia, è un mostro astratto che nessuno riesce a controllare. Tutto questo ci rende socialmente più rassegnati e più stupidi, perché non capiamo, nemmeno gli economisti lo capiscono, quello che succede”. Se fosse necessario schierarsi, dopo una rottura tra le nazioni dell’Unione, Berardinelli “preferirebbe di no”, come Bartleby lo scrivano di Melville: “Ho sempre avuto dubbi sull’interconnessione e sulla globalizzazione, e sono per la possibilità di fare ognuno a modo suo. Ma se fossi proprio costretto, in questo momento sceglierei la Francia, per la sua vicinanza ai paesi latini più in difficoltà. Non penso che la Germania abbia delle colpe. E’ un paese di assoluta mediocrità, di nessuna iattanza, che però in questo momento non può rappresentare l’Europa, non ne è politicamente in grado. I tedeschi sono modesti, miti, non hanno nessun desiderio di tradurre in termini politici la loro preminenza economica. L’utopia europea era di imparare gli uni dagli altri. Ma di fronte allo squilibrio economico esploso recentemente, la Germania si è rivelata un gigante economico e un nano politico. Della Gran Bretagna non mi fiderei, gli inglesi sono tutti contenti di starsene al sicuro nella loro isola, fuori dai guai dell’euro. La Francia – di Hollande, non era lo stesso con Sarkozy – ci sorride un po’ di più, ci fa sentire di non essere soli in questa crisi. La Francia è l’unica, mi pare, in grado di fare schieramento, di rendere possibile un fronte che metta la Germania con le spalle al muro, che la spinga a uscire dall’egoismo di paese di benestanti. Io mi fiderei dei francesi. Almeno per il momento”.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13756
Non sarà facile spezzare le reni a questa Croazia, di Lanfranco Pace
GRUPPO C
Irlanda-Croazia 1-3 Reti: Mandzukic (C) 3' pt, St. Ledger (I) 19' pt, Jelavic (C) 43' pt, aut. Given (I) 4' st
Arbitro: Kuipers (Olanda).
Non basta il cuore né il senso irlandese per la corsa, non basta la boccetta di acqua benedetta con cui il Trap è solito irrorare il prato nelle vicinanze della panchina per sopravvivere al talento di scuola slava. Forse non sarà la grande squadra degli anni novanta, dei Boban, dei Prosinecki, dei Boksic ma quando sale in cattedra Modric, piccoletto geniale del Totthenam, quando il giovane Jelavic continua a segnare alla media che ha tenuto nell’Everton nelle ultime giornate di Premier League, quando il pur legnoso Mandzukic sembra micidialmente efficace, allora la Croazia sembra quasi grande. Tanto più se la partita si mette in discesa dopo tre soli minuti: Srna, uomo d’esperienza. sguscia sulla sinistra, lascia partire un cross a rientrare verso il centro, Mandzukic stacca e il portiere irlandese si interroga sull’esistenza. Il successivo pareggio un po’ illude ma non scaccia la sfiga che alita dalle parti della squadra del Trap and Tard, nel senso di Tardelli. La Croazia torna in vantaggio allo scadere su una ciabattata di un difensore che rimette in gioco Jelavic davanti la porta.
Si pensava e un po’ si sperava che la sapienza del coach più vecchio su piazza, la sua vasta conoscenza del calcio e del mondo potesse creare la sorpresa: ma nemmeno Giovanni Trapattoni con i suoi splendidi 73 anni, capace di beccarsi Mandzukic sulle caviglie, cadere all'indietro e rialzarsi al volo facendogli l'occhiolino, può tirar fuori il sangue da un modesto ravanello. Giovedì la Croazia ci affronterà da primi del girone. Una sfida questa sì mortale, da vincere a tutti i costi per non ritrovarsi con l’acqua alla gola nel terzo e ultimo incontro. Ai mondiali del 2002 in Corea gli azzurri perdemmo clamorosamente dopo essere passati in vantaggio. Non dimenticare, gens italica.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13758
L'Italia soffre a testa alta, il telecronista sbaglia tutti i nomi degli spagnoli, di Lanfranco Pace
Pace in Europa
Monumentale De Rossi, misterioso Motta, Balotelli è una piega della psiche
GRUPPO C
Spagna-Italia 1-1. Reti: Di Natale (I) 16’ st, Fabregas (S) 19’ st
Arbitro: Kassai (Ungheria)
NOTE: ammoniti Balotelli, Bonucci, Jordi Alba, Chiellini, Arbeloa, Fernando Torres, Maggio. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.
Spagna-Italia 1-1. Reti: Di Natale (I) 16’ st, Fabregas (S) 19’ st
Arbitro: Kassai (Ungheria)
NOTE: ammoniti Balotelli, Bonucci, Jordi Alba, Chiellini, Arbeloa, Fernando Torres, Maggio. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.
Che dire, buona prova e ragionevoli speranze di passare il turno. Abbiamo sofferto ma a testa alta. Rintuzzando, battendoci su ogni pallone, ribattendo colpo su colpo. Con un po’ di ansia però, che sappiamo offusca la lucidità. Non saper gestire un prezioso vantaggio per più di tre minuti è certamente un limite. Non trovare un argine alla forza devastante di Iniesta per chi ha o vorrebbe avere un punto di forza nella difesa, è un problema.
Balotelli è una piega della psiche: ruba palla di forza e di classe, poi se ne va verso la porta come se stesse a spasso con la fidanzata, roba da dilettanti o da rincoglioniti.
Thiago Motta resta un enigma non risolto certo per un colpo di testa fin troppo centrale: non apre né illumina il gioco, fa massa e confusione.
Monumentale il Daniele de Roma: nel ruolo ibrido di difensore centrale e uomo di raccordo del centrocampo ha retto e impostato il gioco centrale per tutto il primo tempo. Poi in occasione del passaggio filtrante di David Silva è finito anche lui nell’imbuto, come tutti gli altri: ma insomma gli avversari esistono, facciamocene una ragione.
Nota al contorno. Oh benedetto Bruno Gentili*, telecronista, passino le pompe a Napolitano e a quel culo di pietra al seguito che è il presidente federale, è questa la cultura della maison, passi il “gladiatore” Chiellini ma dai, passi l’Italia che gioca benissimo dopo nemmeno due minuti, passino pure i millesimi di secondi come unità di misura del fuorigioco manco fossimo in Formula 1, ma una faccia che sia una dei calciatori spagnoli, la vuoi azzeccare?
* Colpito dal suo stesso virus, nella prima stesura di questo articolo avevo sbagliato il suo nome, chiamandolo Riccardo Gentile.
domenica 10 giugno 2012
La goduria per la sconfitta dell'Olanda dura troppo poco: la Germania batte il Portogallo, di Lanfranco Pace
Pace in Europa
GRUPPO B
OLANDA-DANIMARCA: 0-1. Reti: Krohn-Dehli (D) 24' pt
ARBITRO: Skomina (Slovenia).
Dei del pallone, ho giubilato. Ho avuto un’erezione, ho conosciuto il vero godimento: al 24’ del primo tempo, Simon Poulsen, danese che gioca nel campionato olandese, e vatti a fidare degli stranieri, scende a tutta birra sulla sinistra e crossa basso. Tal Krohn-Dehli, attaccante del Brondby che è tutto dire, scula il rimpallo, fa una finta di corpo, manda in bambola i centrali dell’Olanda e tira fra le gambe aperte di Stekelenburg. Un amen e cola a picco l’armata bianca e protestante di Bert Van Marwijk.
E’ un pellegrino che non ha mai voluto convocare Clarence Seedorf, il cui piede destro, anche a quaranta anni, avrà pur sempre una intelligenza calcistica più spiccata di tanti giovani e inutili podisti. E’ uno sconsiderato che ha tenuto in panca per un’ora Klaas-Jan Huntelaar che da mesi in nazionale e nello Schalke 04 segna alla media pazzesca di più di un gol a partita.
Restano al palo con merito, i cugini di primo grado dei tedeschi.
In ogni gioco, in tutti i giochi, persino nel poker e quindi a maggior ragione nei giochi di squadra, la classe, il talento non bastano per vincere: occorre anche umiltà, virtù cardinale che insegna a riconoscere i propri limiti, spinge a migliorarsi e quindi a non dimenticare mai i compagni. Quei tre che ancora qualcuno definisce fuoriclasse, malgrado non abbiano mai dimostrato di sapersi caricare la squadra sulle spalle e portarla alla vittoria superando i momenti difficili, quei tre che si chiamano Arjen Robben, Robin Van Persie, Wesley Sneijder cosa sia l’umiltà non lo sanno proprio. Robben corre con le braccia ad angolo retto e le mani tese che sembra Totò. Fa sempre lo stesso movimento, da sinistra al centro per liberarsi al tiro. Fa sempre la stessa finta. Ma non è Garrincha. Lui non lo sa, gli avversari sì. E si vede.
Van Persie, il più completo e talentuoso, è così pieno di sé, algido nel suo egoismo, che la palla non la dà nemmeno a fargli un clistere. Dovessero arrivare i soldi degli sceicchi, Galliani ci pensi due volte prima di metterselo in casa. Visti i titoli che ha fatto vincere all’Arsenal, lo lasci pure alla Juventus. Il problema di Wes, che fra i tre è quello che rispetta di più il collettivo, è che si ostina. Diciamolo, dall’anno del triplete, la cosa migliore che ha fatto è aver sposato Yolanthe Cabau, bellezza polposa, corvina, dagli occhi che sembrano mandare riflessi viola. Per dirla alla Totti, gerundi compresi, essendo che ci hai 30 anni e hai toccato l’apice della carriera, datosi che davanti ce sta solo la discesa, avendo i sordi e una così al fianco, aoh, ma che te frega de giocà ancora a pallone.
GRUPPO B
Germania-Portogallo : 1-0. Rete: Gomez (G) 27' st
Arbitro: Lannoy (Francia)
Mi dicevo: ma vuoi vedere che dopo l’erezione arriva anche l’orgasmo? C’eravamo quasi, mancavano appena venti minuti alla fine, quando il metro e novanta e passa di Mario Gomez si avvita in cielo, esegue una torsione perfetta del collo e mette il testone sulla traiettoria della palla che finisce sparata nell’angolo, fottendo il Portogallo e la mia più che ragionevole libidine. Incazzato chiedo spieghe agli dei del pallone, perché fino ad allora i tedeschi non avevano fatto nulla o quasi. Legnosi, lenti, prevedibili, meglio dietro che avanti, loro che dicono irresistibili dalla cintola in su. Stelle appannate, anzi decisamente spente. Inesistente Muller, inutile lo stesso Gomez che Loew stava per sostituire con Miro Klose. Il solo che ha mostrato qualche lampo di fantasia è stato Ozll . Il telecronista Stefano Bizzotto, inspiegabilmente raggiunto in Ucraina dall’ubiquo Fuffa Collovati, lo chiama tutto il tempo “Ezil”, è molto più fine. Ozil o Ezil che dir si voglia non è il più grande numero 10 al mondo come pretende Mou – cosa non si fa per la psiche altalenante di un figlio ipertiroideo – ma è vero che in poco tempo nelle mani dell’uomo di Setubal ha fatto progressi pazzeschi. Il Portogallo si è rivelata squadra tozza, rognosa, che chiude tutti gli spazi e costringe gli avversari a giocare in linea. La Germania che non sa verticalizzare né giocare di prima, a due o tre tocchi, nel corridoio centrale, come il Barcellona o la Spagna, è sembrata impotente per più di un’ora. Se CR7 non avesse vagato come un fantasma, se lo scriteriato Ct Paulo Bento avesse fatto entrare molto prima Nelson Oliveira, sveglio ventunenne del Benfica, al posto di un bollito trentenne, se Nani e CR7 non si fossero divorate due occasioni pazzesche a tre metri dalla porta, se …se… se… Così mi è toccato pure sentire i canti dei tifosi tedeschi. Non so perché, ma anche il “chi non salta … è” detto da loro suona “in piedi figli della grande Germania”. Ma non finisce qui. Ne sono certo.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13751
Partiti. Schemi ancora confusi tranne uno, menare i tedeschi, di Lanfranco Pace
Si parte. Due paesi organizzatori, la Polonia e l’Ucraina, furbata della politica Uefa. Due presidenti di federazione che si tengono l’uno accanto all’altro e quando i fotografi flashano tirano fuori un sorriso che nemmeno Feltri e Belpietro. Sedici squadre che si affrontano in quattro gironi all’italiana di quattro squadre ciascuno. Stadi rifatti di recente o costruiti per l’occasione che a prima vista sembrano belli e comodi, a giudicare dalle zoomate dell’esclusivista Rai. Divise dei calciatori Dio ci scampi ecosostenibili, scarpini di ultima generazione con gabbia interna a garantire la stabilità del piede. Il pallone è la sesta versione del Tango, appunto il 12, nel senso dell’anno.
Si parte. Ma come si arriva francamente non è affar nostro. Noi Azzurri in maglia bianca diciamo sempre che diamo il massimo per vincere, in realtà solo il mondo sembra alla nostra altezza, solo in un Mondiale daremmo veramente il sangue. Gli Europei li abbiamo sempre un po’ snobbati, tant’è che ne abbiamo vinto uno solo, nel lontano 1968 e in casa, sconfiggendo 2 a 0 la Yugoslavia. Non sarebbe aria dunque, sebbene sia stato appena scoperto l’ennesimo imbroglio del calcioscommesse e Andrea Pirlo sia davvero in palla, due cose in sé bene auguranti, si ricordi Berlino 2006. Siccome siamo in tema, è meglio esser chiari fin dall’inizio: che l’Italia riesca ad andare fino in fondo o meno, la cosa più importante, l’imperativo categorico, sarà sbarrare l’accesso alla finale a un’altra squadra e prendiamone una a caso: la Germania. Dispiace per Joachim Löw, è simpatico, elegante, conosce il mestiere, due anni fa in Sudafrica sfoggiava meravigliosi pulloverini ma la sola idea di vedere frau Merkel esultare e agitare i pugnetti dalla tribuna d’onore dell’Olimpiyskiy di Kiev la sera del 1° luglio mi mette di cattivo umore. E’ nostro dovere smentire una volta ancora la battuta altamente iettatoria dell’inglese Gary Lineker, “il calcio è uno sport che si gioca undici contro undici e poi vincono i tedeschi”. Non credo di essere il solo ad aver tifato e goduto pazzamente per la vittoria del Chelsea, ancorché definibile a occhio nudo squadra di boscaioli in mutande di latta. Nelle competizioni per club o con la Nazionale i tedeschi le loro piccole soddisfazioni se le sono già tolte, finalista di Champions, terzi in Sudafrica, che stiano mansueti dunque.
A noi il compito di costruire segrete alleanze, fraterne complicità, deboli contro forti, il sud contro lo strapotere atletico del nord, non solo Germania, anche Olanda dunque. Grecia, Spagna e Portogallo sono fratelli o quanto meno cugini, non deve essere difficile convincerli a praticare anche qui, sull’erba, l’esercizio liberatorio che sta prendendo piede anche nei corridoi ovattati del potere europeo e che un’anonima fonte del caro MVLP ha chiamato “germany bashing session”, in chiaro metterli in mezzo e giù botte. Con eleganza e savoir faire. Dalla cintola in su fanno paura? Che si colpisca dunque dalla cintola in giù: uno stinco oggi, un crociato domani. L’intesa con quel gran personaggio che è Vicente Del Bosque è già nell’aria: dice che la sua Spagna, che pure ha vinto l’ultimo Europeo e l’ultimo Mondiale, ha ancora fame. Non vediamo il problema: è nel nostro stesso gruppo, l’affrontiamo domenica nella prima giornata in una partita che dal punto di vista della tenuta psichica, del morale, dell’autostima significa molto. Puntiamo su un affettuoso e caloroso pareggio. In seguito si vedrà. Siccome bisogna pure inventarsi qualcosa per vivere, Gazzetta.it ha indetto il campionato europeo delle wags, compagne, mogli e fidanzate dei calciatori. Hanno votato in 93 mila. La moglie di Robbie Keane ha fatto fuori la Shakira dello spagnolo Piquet. Nel gruppo C, quello dell’Italia, ha vinto Cristina De Pin miss Montolivo, che è arrivata in semifinale dove è stata battuta da Yolanthe Cabau, madame Sneijder. Che si è aggiudicata anche la finale, sbaragliando tal Irina Shayk in Ronaldo, il Cristiano, CR7. Poi dice che uno telefona al supremo taroccatore del calcio.
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