| Gli scandali che emergono nelle Regioni ci fanno riflettere su più fronti. Fra i quali, come osserva Mario Calabresi nel suo editoriale di ieri, c’è la questione del federalismo. Che urge anche per i suoi riflessi sulla finanza pubblica. La disciplina della finanza locale negli Stati federali è difficile da ottenere. Ce lo dice l’esperienza internazionale. L’Argentina ha problemi di squilibri finanziari privati e dell’amministrazione centrale, ma i potentati locali fanno scempio della finanza delle sue province. Il Brasile non manca di problemi analoghi. La Catalogna e le altre regioni autonome aggravano il debito pubblico spagnolo. In misure e forme diverse il problema travaglia anche altri Paesi, compresi gli Usa, la Germania e persino la Cina. Se c’è un decentramento politico-elettorale, far rispettare davvero dal centro vincoli di bilancio locali è un problema. In un modo o nell’altro l’indisciplina locale riesce a ricattare il potere centrale. D’altra parte: non è proprio questo il rompicapo che stiamo cercando di risolvere per tenere in ordine da Bruxelles le finanze dei Paesi dell’Ue? In Italia il decentramento del potere nazionale ha visto alcune forze politiche particolarmente impegnate ma anche un vasto consenso di fondo. C’è chi vuole più federalismo e chi meno, chi lo vuole più «solidale» e chi meno, chi lo vuole davvero e chi fa finta, chi dice che è facile da organizzare e chi no. Ma il principio è largamente condiviso; soprattutto per due ragioni. La prima è un diritto democratico alla sussidiarietà, al controllo del proprio campanile. La seconda è l’idea che la vicinanza territoriale consente più controllo degli elettori sugli eletti e stimola una concorrenza virtuosa fra le amministrazioni locali, vogliose di far meglio per non perder voti. Sono davvero due ragioni convincenti? Il diritto a una forte dose di controllo sul proprio territorio è la base degli Stati federali. La Lombardia ai lombardi, la Catalogna ai catalani, la Baviera ai bavaresi: c’è qualcosa di giusto, coerente con i valori della tradizione e con l’evoluzione del ruolo degli Stati nazionali. Ma non è oggi più importante far sforzi nella direzione opposta e sentirci tutti più cittadini del mondo o, almeno, dell’Europa? Non è più urgente riconoscere le crescenti interdipendenze, economiche e culturali, che legano i destini di territori lontani, rimbalzano problemi e opportunità da un capo all’altro del mondo e chiedono forme di governo più attente a interessi sovrannazionali? Inoltre, guardando all’Italia, mentre forme di campanilismo comunale possono aver senso, il campanilismo regionale non appare forse, con poche eccezioni, artificioso? L’idea principale e più condivisa del federalismo è però la vicinanza fra elettori ed eletti. Ma è una vicinanza pericolosa perché favorisce la prepotenza degli interessi particolari, a scapito di quelli generali. Le lobby locali, i cui interessi non collimano con quelli della collettività dei cittadini del proprio territorio, hanno meno presa se devono condizionare decisioni nazionali, mentre catturano facilmente i politici eletti localmente. Il caso più clamoroso è proprio la gestione del territorio: per difendere la natura, il paesaggio, la salute, la vita stessa (evitando di costruire lungo i fiumi, inquinare e quant’altro), occorrerebbe che la tutela del territorio fosse il più lontano possibile dai gruppi locali di pressione, molto centralizzata, anche se con grande trasparenza delle decisioni verso tutto il Paese e l’Europa. La privatizzazione selvaggia e la cementificazione delle spiagge è certo più colpa dei proprietari locali degli stabilimenti balneari che non dei corrotti di Roma. E perché gli ospedali sono regionali? Per essere più vicini ai pazienti/votanti? La dimensione nazionale sembra più adatta a ottenere una distribuzione razionale dei servizi sanitari, che sfrutti la concentrazione delle competenze specialistiche, valorizzi le eccellenze e canalizzi i pazienti in modo economicamente efficiente e per loro soddisfacente. Ma ecco la questione della concorrenza virtuosa: gli amministratori locali avrebbero incentivo a competere per far meglio, così da meritarsi i voti e, addirittura, da attirare più attività sul proprio territorio. Se ti faccio pagare più tasse e, a parità di tasse, ti do servizi peggiori, tu elettore non mi voti più o ti sposti in un’altra regione. E’ un meccanismo credibile, sul serio in grado di incentivare sollecitamente il buon governo locale? E’ un meccanismo che richiede vincoli al bilancio pubblico degli enti locali, che altrimenti possono sprecare senza alzare le tasse: si riescono davvero a imporre questi vincoli? E come mai il meccanismo non funziona e i servizi pubblici di molte regioni italiane non accennano nemmeno a migliorare nonostante l’evidente insoddisfazione dei loro abitanti che si esprime, quando e come può, anche con spostamenti di voti e voti di protesta? Non è più facile concentrare i giudizi dei cittadini sulla capacità del governo nazionale di organizzare la fornitura decentrata dei servizi? E poi: la concorrenza fra i politici locali può forse funzionare nei confronti di servizi veramente locali, gestiti da politici «vicini»: per i Comuni; ma per le Regioni? Domandiamoci infine se si può chiedere ai cittadini di esercitare un voto davvero consapevole e disciplinante a più di tre livelli: comunale, nazionale e europeo. Non diamo nulla per scontato. Vengono tempi nei quali dovremo riorganizzare le nostre istituzioni: nessuno scrupolo ci trattenga dal rimettere in discussione, senza pregiudizi ideologici e faziosità, l’articolazione territoriale del potere politico. Nemmeno lo scrupolo di esserci già inoltrati in un cammino federalista mal definito e imprudente. http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10557 | |
"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
domenica 23 settembre 2012
Federalismo è l'ora di ripensarlo, di Franco Bruni
C'era una volta lo Stato sociale, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
LA DEMOGRAFIA E LA CRESCITA
In quarant'anni, dall'inizio degli anni Settanta ad oggi, l'aspettativa di vita alla nascita si è fortunatamente allungata, in Italia, di dieci anni: da 69 a 79 per gli uomini, da 75 a 85 per le donne. L'allungamento della vita si è anche riflesso in un aumento dell'aspettativa di vita a 65-67 anni, cioè al limite dell'età pensionabile: nel 1970 un sessantacinquenne maschio viveva in media altri 13 anni, oggi la media è diciotto; per le donne è salita da 16 a 22 anni. Ci sono voluti decenni prima che ci accorgessimo che occorreva adeguare l'età di pensionamento all'allungarsi della vita media: nel frattempo la spesa per pensioni è cresciuta dall'8 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 1970 a quasi il 17 per cento oggi.
L'allungamento della vita ha anche prodotto un aumento delle spese per la salute. Un anziano oltre i 75 anni costa al sistema sanitario ordini di grandezza superiori rispetto a persone di mezza età. Risultato, la nostra spesa sanitaria oggi sfiora il 10 per cento del Pil. Insieme, sanità e pensioni costano il 27 per cento, 10 punti più di quanto costavano quando il nostro Stato sociale italiano fu concepito.
A questo aumento straordinario non abbiamo fatto fronte riducendo altre spese (ad esempio quella per dipendenti pubblici, che era il 10 per cento del Pil 30 anni fa ed è rimasta il 10 oggi), bensì solo con un aumento della pressione fiscale: dal 33 per cento quarant'anni fa al 48 oggi.
È questo uno dei motivi per cui abbiamo smesso di crescere. Avevamo uno Stato calibrato per una popolazione relativamente giovane; poi la vita si è allungata, le spese sono salite, ma lo Stato è rimasto sostanzialmente lo stesso, richiedendo una pressione fiscale di 15 punti più elevata.
Il problema dell'invecchiamento della popolazione non è solo italiano. Anche negli Stati Uniti, ad esempio, il Medicare (l'assistenza sanitaria gratuita per tutti gli anziani, che sta facendo esplodere il deficit americano) è uno dei temi al centro della campagna elettorale. Ma in Italia, con una popolazione che invecchia a tassi più elevati rispetto ad ogni altro Paese occidentale (il tasso di fertilità è inferiore al nostro solo in alcuni Stati del Centro-Est Europa) il tema è di particolare attualità. In più la partecipazione alla forza lavoro in Italia è relativamente bassa in tutte le categorie tranne gli uomini adulti. Donne, giovani e anziani lavorano meno in Italia che in altri Paesi occidentali, quindi relativamente pochi «lavoratori» devono farsi carico di tutti quelli che non lavorano.
Le riforme delle pensioni, ultima quella Fornero (in particolare l'indicizzazione dell'età pensionistica alla vita media), hanno fermato la crescita della spesa. In questi mesi la spending review del governo Monti si è occupata di come risparmiare qualche miliardo di euro, ma purtroppo tutto ciò non basta.
Dobbiamo ripensare più profondamente alla struttura del nostro Stato sociale. Per esempio, non è possibile fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte. Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l'investimento. Invece, se anziché essere tassato con un'aliquota del 50% dovessi pagare un premio assicurativo a una compagnia privata, lavorerei di più per non rischiare di mancare le rate.
Lo stesso vale per altri servizi offerti dallo Stato. Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l'anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare chi se lo può permettere il vero costo degli studi? Così facendo si aumenterebbe anche la domanda di qualità da parte degli studenti e delle loro famiglie. E si sarebbe meno disposti ad accettare professori che non fanno il loro dovere. Un passo nella direzione giusta è stato fatto alzando le tasse universitarie dei fuori corso, ma anche qui non basta.
Insomma, il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com'è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione. Non solo, ma gli evasori ne traggono vantaggio; infatti beneficiano dei servizi pubblici gratuiti o quasi senza pagare le imposte.
Così come la campagna elettorale americana si sta focalizzando proprio sul ruolo dello Stato, così anche i nostri politici dovrebbero spiegarci che cosa pensano del futuro del nostro welfare . Per esempio se ritengono che quello che ci ritroviamo sia compatibile con la crescita.
In quarant'anni, dall'inizio degli anni Settanta ad oggi, l'aspettativa di vita alla nascita si è fortunatamente allungata, in Italia, di dieci anni: da 69 a 79 per gli uomini, da 75 a 85 per le donne. L'allungamento della vita si è anche riflesso in un aumento dell'aspettativa di vita a 65-67 anni, cioè al limite dell'età pensionabile: nel 1970 un sessantacinquenne maschio viveva in media altri 13 anni, oggi la media è diciotto; per le donne è salita da 16 a 22 anni. Ci sono voluti decenni prima che ci accorgessimo che occorreva adeguare l'età di pensionamento all'allungarsi della vita media: nel frattempo la spesa per pensioni è cresciuta dall'8 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 1970 a quasi il 17 per cento oggi.
L'allungamento della vita ha anche prodotto un aumento delle spese per la salute. Un anziano oltre i 75 anni costa al sistema sanitario ordini di grandezza superiori rispetto a persone di mezza età. Risultato, la nostra spesa sanitaria oggi sfiora il 10 per cento del Pil. Insieme, sanità e pensioni costano il 27 per cento, 10 punti più di quanto costavano quando il nostro Stato sociale italiano fu concepito.
A questo aumento straordinario non abbiamo fatto fronte riducendo altre spese (ad esempio quella per dipendenti pubblici, che era il 10 per cento del Pil 30 anni fa ed è rimasta il 10 oggi), bensì solo con un aumento della pressione fiscale: dal 33 per cento quarant'anni fa al 48 oggi.
È questo uno dei motivi per cui abbiamo smesso di crescere. Avevamo uno Stato calibrato per una popolazione relativamente giovane; poi la vita si è allungata, le spese sono salite, ma lo Stato è rimasto sostanzialmente lo stesso, richiedendo una pressione fiscale di 15 punti più elevata.
Il problema dell'invecchiamento della popolazione non è solo italiano. Anche negli Stati Uniti, ad esempio, il Medicare (l'assistenza sanitaria gratuita per tutti gli anziani, che sta facendo esplodere il deficit americano) è uno dei temi al centro della campagna elettorale. Ma in Italia, con una popolazione che invecchia a tassi più elevati rispetto ad ogni altro Paese occidentale (il tasso di fertilità è inferiore al nostro solo in alcuni Stati del Centro-Est Europa) il tema è di particolare attualità. In più la partecipazione alla forza lavoro in Italia è relativamente bassa in tutte le categorie tranne gli uomini adulti. Donne, giovani e anziani lavorano meno in Italia che in altri Paesi occidentali, quindi relativamente pochi «lavoratori» devono farsi carico di tutti quelli che non lavorano.
Le riforme delle pensioni, ultima quella Fornero (in particolare l'indicizzazione dell'età pensionistica alla vita media), hanno fermato la crescita della spesa. In questi mesi la spending review del governo Monti si è occupata di come risparmiare qualche miliardo di euro, ma purtroppo tutto ciò non basta.
Dobbiamo ripensare più profondamente alla struttura del nostro Stato sociale. Per esempio, non è possibile fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte. Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l'investimento. Invece, se anziché essere tassato con un'aliquota del 50% dovessi pagare un premio assicurativo a una compagnia privata, lavorerei di più per non rischiare di mancare le rate.
Lo stesso vale per altri servizi offerti dallo Stato. Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l'anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare chi se lo può permettere il vero costo degli studi? Così facendo si aumenterebbe anche la domanda di qualità da parte degli studenti e delle loro famiglie. E si sarebbe meno disposti ad accettare professori che non fanno il loro dovere. Un passo nella direzione giusta è stato fatto alzando le tasse universitarie dei fuori corso, ma anche qui non basta.
Insomma, il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com'è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione. Non solo, ma gli evasori ne traggono vantaggio; infatti beneficiano dei servizi pubblici gratuiti o quasi senza pagare le imposte.
Così come la campagna elettorale americana si sta focalizzando proprio sul ruolo dello Stato, così anche i nostri politici dovrebbero spiegarci che cosa pensano del futuro del nostro welfare . Per esempio se ritengono che quello che ci ritroviamo sia compatibile con la crescita.
venerdì 21 settembre 2012
Cardinal Martini, il biblista che si era scordato il Vangelo, di Antonio Socci
Aveva il complesso di inferiorità verso i laici. Così cercava l'applauso del mondo, e l'ha trovato
Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Luca 6,24-26).
I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 16, 18-20).
Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli» (Luca 6,20-23).
Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Che vorrà dire?
Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi. È stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.
O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?
A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: «è dei nostri».
Lui rispondeva indignato: «Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!». Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: «in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?», «questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L'assoluzione dei peccati non me la dà mica L'Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi».
E ancora: «Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L'Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono», «l'unica cosa che importa è Dio, l'unico compito dell'uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume».
Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.
Tanto che ieri Repubblica si è potuta permettere di osannarlo così: «non aveva mai condannato l’eutanasia», «dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo». Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: «non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca», aveva detto.
È del tutto legittimo – per chiunque - professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?
Quando un cardinale afferma: «sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano» non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?
Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?
Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – «non ha mai fatto nulla per convertirmi». Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.
Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: «Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole» (Tm 4, 3-4).
Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono «uomini che ardono», persone «che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?».
Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.
Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” - arriva «a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica». Ma il cardinale incurante definì questo libro una «penetrazione coraggiosa» e si augurò che venisse «letto e meditato da tante persone» (del resto Mancuso definisce Martini «il mio padre spirituale»).
Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura. Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. «Il cardinale del dialogo», come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.
I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali. Per esempio: «emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo». Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.
Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.
Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato «ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti”. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 17-25).
E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.
Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, Il Manifesto, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).
Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. È la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. È il vero amore. Tutto il resto è vanità.
domenica 16 settembre 2012
Un taglio ai sussidi per ridurre le tasse, di Francesco Giavazzi e Fabiano Schivardi
La riforma dei sussidi alle imprese si presta perfettamente a un'operazione di riduzione della spesa accompagnata da una riduzione della tassazione senza l'esigenza di compensazioni. Un intervento così disegnato non ridurrebbe l'ammontare di risorse disponibili per un sistema produttivo già fiaccato da anni di crisi. Eliminerebbe invece trasferimenti improduttivi, consentendo una riduzione generalizzata del cuneo fiscale che beneficerebbe tutte le aziende. Un articolo scritto da due degli autori del Rapporto al presidente del Consiglio e ministro dell’Economia e al ministro dello Sviluppo.
A ogni proposta di riduzione o eliminazione di una voce di spesa pubblica è sempre possibile - anzi è abitudine comune - opporre l'argomento che quella particolare attività è essenziale per il buon funzionamento e la crescita della nostra società, e che quindi la sua eliminazione provocherebbe grave danno. Non sempre - anzi molto raramente nel caso dei contributi alle imprese - queste argomentazioni sono sostenute dall'evidenza empirica, cioè non sempre si trova evidenza a favore dell'ipotesi che quelle attività siano davvero utili, ad esempio ad accrescere la produttività o l'occupazione. In particolare, in molti casi l'evidenza empirica suggerisce che la cancellazione dei contributi consentirebbe di risparmiare denaro pubblico senza produrre alcun effetto negativo.
I SUSSIDI INUTILI
Un piccolo ospedale, con una scala inferiore a quella ottimale, ma vicino a comunità lontane da altri ospedali, è uno spreco? La risposta dipende dai parametri di riferimento, ma deve anche rispondere alla domanda quale sia l’effetto di quella particolare spesa sul benessere complessivo della società, non solo dei residenti di quelle aree. Qualcuno infatti dovrà pagare quell’ospedale, e le maggiori imposte che ricadranno su tutti i cittadini - non solo coloro che beneficiano dell'opera - potrebbero indurli a lavorare meno, investire meno, comunque a spendere meno: l'effetto complessivo potrebbe essere nullo o addirittura negativo. Non costruire quell’ospedale potrebbe generare risorse nette sufficienti per compensare gli abitanti di quelle comunità.
Insomma: seppure molti tagli siano individualmente criticabili e possano ridurre il reddito di particolari settori della società, un taglio della spesa pubblica, se usato per diminuire la pressione fiscale, e se accompagnato (ove necessario) da opportune redistribuzioni, può essere espansivo. È vero in generale, ed è evidentemente tanto più vero quanto più si incide su capitoli di spesa il cui effetto è piccolo o addirittura negativo anche a livello locale.
Dal punto di vista della quantificazione dell’effetto, la spesa per gli aiuti alle imprese rappresenta un caso speciale. Esiste una consolidata base teorica per determinare se l’intervento dello Stato è opportuno e se èefficace. Trasferimenti dello Stato alle imprese sono giustificabili solo in presenza di “fallimenti di mercato”, cioè di situazioni in cui l’economia produce una quantità non ottimale di un certo bene, nel senso che il benessere della società nel suo complesso migliorerebbe se si producesse una quantità diversa dall’equilibrio di mercato di quel particolare bene. Un sussidio potrebbe allora contribuire a ristabilire un livello di produzione socialmente ottimale. Un classico esempio è il finanziamento delle spese per ricerca e sviluppo o gli incentivi per le rinnovabili.
La presenza di un fallimento di mercato non è tuttavia sufficiente per giustificare un sussidio. Innanzitutto i costi indiretti (amministrativi, o derivanti dalla distorsione degli incentivi degli imprenditori, o dall’intermediazione di mafie), seppur difficili da valutare, non debbono superare i benefici. Inoltre, per essere efficace, il sussidio deve generare attività addizionali e non finanziare attività che l’impresa avrebbe intrapreso comunque. Anche da questo punto di vista, la spesa per gli aiuti alle imprese costituisce un caso speciale. Esiste un corpo consolidato di studi rigorosi che hanno analizzato l’efficacia di molti dei provvedimenti utilizzati e l’evidenza che ne emerge è chiara: gran parte dei trasferimenti alle imprese non generano alcuna addizionalità. L’indagine sulle imprese industriali della Banca d’Italia nel 2005 domanda alle imprese percettrici di un sussidio agli investimenti cosa avrebbero fatto in mancanza di quel sussidio. Il 74 per cento dichiara che avrebbe fatto esattamente gli stessi investimenti. Del restante 26 per cento, il 17 per cento dichiara che l’investimento sarebbe stato comunque fatto, ma in un periodo successivo. Solo il 2 per cento dichiara che l’incentivo ha permesso di intraprendere un investimento che l’impresa non avrebbe potuto sostenere a causa della mancanza di altre fonti di finanziamento. Esiste qualche caso in cui la spesa ha effetti addizionali, come per il credito di imposta alla ricerca e sviluppo delle Pmi. Ma il messaggio generale che emerge dall’analisi dei sussidi alle imprese è chiaro: sono in larga parte una voce di spesa improduttiva.
RIDURRE ANCHE LA TASSAZIONE
La riforma dei sussidi alle imprese si presta quindi perfettamente a un’operazione di riduzione della spesa accompagnata da una riduzione della tassazione senza l’esigenza di compensazioni. Nel rapporto che abbiamo consegnato al presidente del Consiglio, proponiamo di seguire esattamente questa strada. A fronte di ogni euro di sussidio eliminato, il Governo dovrebbe garantire una riduzione di pari ammontare del cuneo fiscale - Irap e/o oneri sociali che verrebbero fiscalizzati e coperti dai tagli dei trasferimenti.
Un intervento così disegnato non ridurrebbe l’ammontare di risorse disponibili a un sistema produttivo già fiaccato da anni di crisi. Sostituirebbe trasferimenti improduttivi, spesso a favore di imprese con connessioni politiche piuttosto che con buoni progetti imprenditoriali, consentendo una riduzione generalizzata del cuneo fiscale che beneficerebbe tutte le imprese creando quindi un ampio consenso favorevole a questi interventi. Si potrebbe anche prevedere di mantenere qualche forma di incentivazione, ma a condizione che si applichi a situazioni in cui è evidente un fallimento di mercato e che sia erogata con strumenti di documentata efficacia. Ma non c’è dubbio che l’utilizzo che più stimolerebbe la crescita è la riduzione della pressione fiscale.
Secondo diverse stime (si veda la Nota informativa del 24.7.2012 di Prometeia e Alesina, Favero e Giavazzi 2012) un taglio di 10 miliardi di sussidi (il perimetro individuato nelle nostre analisi) potrebbe portare nell’arco di 2-3 anni a un aumento del Pil fra lo 0,7 e l’1,5 per cento e a una riduzione dei prezzi al consumo dell’1 per cento, contribuendo sia a migliorare la competitività delle imprese italiane sia ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie.
Riformare il sistema di sussidi alle imprese non è facile. I centri di spesa sono molteplici. Quasi la metà dei sussidi sono gestiti dalle amministrazioni locali, soprattutto le Regioni, che godono di ampia autonomia rispetto al Governo centrale. Un provvedimento che incida profondamente sui sussidi alle imprese si scontra con gli interessi particolari sia della politica, che si vedrebbe sottratta uno strumento di influenza, sia delle imprese beneficiarie. Non è difficile prevedere una forte opposizione da parte di questi interessi. Ma se si vuole procedere sulla strada di minore spesa per minore tassazione, questo è il capitolo di spesa da cui iniziare. Sta a chi ha a cuore gli interessi generali del paese far sentire la propria voce.
I SUSSIDI INUTILI
Un piccolo ospedale, con una scala inferiore a quella ottimale, ma vicino a comunità lontane da altri ospedali, è uno spreco? La risposta dipende dai parametri di riferimento, ma deve anche rispondere alla domanda quale sia l’effetto di quella particolare spesa sul benessere complessivo della società, non solo dei residenti di quelle aree. Qualcuno infatti dovrà pagare quell’ospedale, e le maggiori imposte che ricadranno su tutti i cittadini - non solo coloro che beneficiano dell'opera - potrebbero indurli a lavorare meno, investire meno, comunque a spendere meno: l'effetto complessivo potrebbe essere nullo o addirittura negativo. Non costruire quell’ospedale potrebbe generare risorse nette sufficienti per compensare gli abitanti di quelle comunità.
Insomma: seppure molti tagli siano individualmente criticabili e possano ridurre il reddito di particolari settori della società, un taglio della spesa pubblica, se usato per diminuire la pressione fiscale, e se accompagnato (ove necessario) da opportune redistribuzioni, può essere espansivo. È vero in generale, ed è evidentemente tanto più vero quanto più si incide su capitoli di spesa il cui effetto è piccolo o addirittura negativo anche a livello locale.
Dal punto di vista della quantificazione dell’effetto, la spesa per gli aiuti alle imprese rappresenta un caso speciale. Esiste una consolidata base teorica per determinare se l’intervento dello Stato è opportuno e se èefficace. Trasferimenti dello Stato alle imprese sono giustificabili solo in presenza di “fallimenti di mercato”, cioè di situazioni in cui l’economia produce una quantità non ottimale di un certo bene, nel senso che il benessere della società nel suo complesso migliorerebbe se si producesse una quantità diversa dall’equilibrio di mercato di quel particolare bene. Un sussidio potrebbe allora contribuire a ristabilire un livello di produzione socialmente ottimale. Un classico esempio è il finanziamento delle spese per ricerca e sviluppo o gli incentivi per le rinnovabili.
La presenza di un fallimento di mercato non è tuttavia sufficiente per giustificare un sussidio. Innanzitutto i costi indiretti (amministrativi, o derivanti dalla distorsione degli incentivi degli imprenditori, o dall’intermediazione di mafie), seppur difficili da valutare, non debbono superare i benefici. Inoltre, per essere efficace, il sussidio deve generare attività addizionali e non finanziare attività che l’impresa avrebbe intrapreso comunque. Anche da questo punto di vista, la spesa per gli aiuti alle imprese costituisce un caso speciale. Esiste un corpo consolidato di studi rigorosi che hanno analizzato l’efficacia di molti dei provvedimenti utilizzati e l’evidenza che ne emerge è chiara: gran parte dei trasferimenti alle imprese non generano alcuna addizionalità. L’indagine sulle imprese industriali della Banca d’Italia nel 2005 domanda alle imprese percettrici di un sussidio agli investimenti cosa avrebbero fatto in mancanza di quel sussidio. Il 74 per cento dichiara che avrebbe fatto esattamente gli stessi investimenti. Del restante 26 per cento, il 17 per cento dichiara che l’investimento sarebbe stato comunque fatto, ma in un periodo successivo. Solo il 2 per cento dichiara che l’incentivo ha permesso di intraprendere un investimento che l’impresa non avrebbe potuto sostenere a causa della mancanza di altre fonti di finanziamento. Esiste qualche caso in cui la spesa ha effetti addizionali, come per il credito di imposta alla ricerca e sviluppo delle Pmi. Ma il messaggio generale che emerge dall’analisi dei sussidi alle imprese è chiaro: sono in larga parte una voce di spesa improduttiva.
RIDURRE ANCHE LA TASSAZIONE
La riforma dei sussidi alle imprese si presta quindi perfettamente a un’operazione di riduzione della spesa accompagnata da una riduzione della tassazione senza l’esigenza di compensazioni. Nel rapporto che abbiamo consegnato al presidente del Consiglio, proponiamo di seguire esattamente questa strada. A fronte di ogni euro di sussidio eliminato, il Governo dovrebbe garantire una riduzione di pari ammontare del cuneo fiscale - Irap e/o oneri sociali che verrebbero fiscalizzati e coperti dai tagli dei trasferimenti.
Un intervento così disegnato non ridurrebbe l’ammontare di risorse disponibili a un sistema produttivo già fiaccato da anni di crisi. Sostituirebbe trasferimenti improduttivi, spesso a favore di imprese con connessioni politiche piuttosto che con buoni progetti imprenditoriali, consentendo una riduzione generalizzata del cuneo fiscale che beneficerebbe tutte le imprese creando quindi un ampio consenso favorevole a questi interventi. Si potrebbe anche prevedere di mantenere qualche forma di incentivazione, ma a condizione che si applichi a situazioni in cui è evidente un fallimento di mercato e che sia erogata con strumenti di documentata efficacia. Ma non c’è dubbio che l’utilizzo che più stimolerebbe la crescita è la riduzione della pressione fiscale.
Secondo diverse stime (si veda la Nota informativa del 24.7.2012 di Prometeia e Alesina, Favero e Giavazzi 2012) un taglio di 10 miliardi di sussidi (il perimetro individuato nelle nostre analisi) potrebbe portare nell’arco di 2-3 anni a un aumento del Pil fra lo 0,7 e l’1,5 per cento e a una riduzione dei prezzi al consumo dell’1 per cento, contribuendo sia a migliorare la competitività delle imprese italiane sia ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie.
Riformare il sistema di sussidi alle imprese non è facile. I centri di spesa sono molteplici. Quasi la metà dei sussidi sono gestiti dalle amministrazioni locali, soprattutto le Regioni, che godono di ampia autonomia rispetto al Governo centrale. Un provvedimento che incida profondamente sui sussidi alle imprese si scontra con gli interessi particolari sia della politica, che si vedrebbe sottratta uno strumento di influenza, sia delle imprese beneficiarie. Non è difficile prevedere una forte opposizione da parte di questi interessi. Ma se si vuole procedere sulla strada di minore spesa per minore tassazione, questo è il capitolo di spesa da cui iniziare. Sta a chi ha a cuore gli interessi generali del paese far sentire la propria voce.
sabato 15 settembre 2012
L'uomo ha bisogno dell'infinito, di Augusto Pessina
Negli Stati Uniti Peter Singer, filosofo dell'università di Princeton e influente bioeticista (famoso come padre dei diritti degli animali), a sostegno delle tesi abortiste ha scritto sullo «Scotsman» del 15 agosto che «l'appartenenza alla specie Homo sapiens non è sufficiente per conferire un diritto alla vita». Lo stesso giorno gli ha fatto eco su LifeSiteNews.com il rabbino Bonnie Margulis, uno dei leader della Religious Coalition for Reproductive Choice's del Wisconsin, sostenendo che togliere il diritto all'aborto violerebbe la «essenza stessa dell'essere umano».
Intanto, continuano a essere create in laboratorio nuove linee cellulari ottenute da embrioni umani alcune delle quali perfino finalizzate a test in vitro per ridurre l'uso di animali da esperimento. Una coalizione di importanti finanziatori della ricerca biomedica e gruppi di pazienti hanno presentato qualche mese fa un documento congiunto per chiedere al Parlamento europeo di continuare a finanziare le ricerche con l'uso di cellule embrionali umane.
Sperimentazioni cliniche che utilizzano cellule ottenute da embrioni umani sono ormai in corso in molte parti del mondo per verificarne sia la tollerabilità che l'efficacia. Anche in Italia vi sono sperimentazioni con cellule embrionali/fetali che, si sottolinea, sarebbero provenienti da aborto spontaneo. Ma sperare che ciò rappresenti una via etica è un'illusione.
Uno studio scientifico appena pubblicato su «BioResearch Open Access» (1, n. 4, agosto 2012) ha dimostrato che anche dopo 18 anni dal congelamento le cellule embrionali umane mantengono la loro pluripotenza e potrebbero essere utilizzate in terapie cellulari. Per questo viene suggerita la pratica del congelamento e del banking di embrioni umani come una efficace strategia biomedica per le terapie cellulari su vasta scala.
In questo panorama caratterizzato da una parossistica corsa ai risultati e al successo, un'altra voce arriva dall'Italia, dove a Rimini si apre il Meeting per l'amicizia tra i popoli che propone come tema una frase di don Giussani: «La natura dell'uomo è rapporto con l'infinito». A colpire è la semplicità della proposta: guardarsi al fondo della propria natura per accorgersi che la nostra vita aspira a un "di più". Perché, come Benedetto XVI ha ripetuto in Messico e a Cuba, «l'uomo ha bisogno dell'infinito».
Per fare esperienza di questo bisogno basta la semplicità del cuore nel vivere il quotidiano e tanto più la si scopre dove la propria debolezza si manifesta. Come ha scritto Romano Guardini, «l'eterno non è in rapporto con la vita biologica, bensì con la persona. La consapevolezza di questa perennità cresce nella misura in cui la caducità è sinceramente accettata. Chi cerca di schivarla, nasconderla o negarla, non ne prenderà mai coscienza. Il contingente lascia trasparire l'assoluto».
La sfida quindi non è superare il limite con le proprie forze, ma accettarlo quale condizione necessaria per scoprire che esiste una relazione «ultima e misteriosa» che ci definisce. Questa relazione, dalla quale nessuna ricerca scientifica, medica, biologica e neurobiologica potrà mai prescindere, rende l'essere umano (compresa la sua struttura biologica) non riducibile, non manipolabile, indisponibile.
È stata questa anche la testimonianza di Jérôme Lejeune, di cui qualche mese fa a Parigi si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione e al quale proprio il Meeting dedica una mostra. Un fondatore della genetica clinica, scopritore delle cause di varie sindromi genetiche (tra cui quella di Down) che, per le sue posizioni, si è visto negare il premio Nobel. Egli amava infatti definire ogni uomo come «unico e insostituibile» proprio in forza della sua relazione con l'infinito.
L'eccezionalismo europeo, di Jean-Claude Trichet
La creazione di un'unione economica e monetaria dell’Europa è un caso unico nella storia degli Stati sovrani. L’Eurozona, infatti, rappresenta un tipo di società di Stati completamente nuovo, che trascende il tradizionale concetto westfaliano di sovranità.
Come gli individui di una società, i paesi dell’Eurozona sono indipendenti e interdipendenti, e possono incidere gli uni sugli altri in modo sia positivo che negativo. Una buona governance implica che gli Stati membri e le istituzioni UE adempiano alle proprie responsabilità. Unione economica e monetaria significa, innanzitutto, proprio questo: due unioni, una sul piano monetario, l’altra su quello economico.
L’unione monetaria dell’Europa si è rivelata estremamente efficace. Sin dall'entrata in vigore dell'euro nel 1999, la stabilità dei prezzi è stata garantita per 17 Paesi e 332 milioni di persone, con un tasso d'inflazione medio annuo del 2,03% soltanto, migliore persino di quello della Germania tra il 1955 e il 1999. Inoltre, dal 1999 l'Eurozona ha creato 14,5 milioni di nuovi posti di lavoro, rispetto agli 8,5-9 milioni degli Stati Uniti. Questo non significa che l'Europa non abbia un grave problema di disoccupazione, ma solo che non c'è un'evidente inferiorità: tutte le economie avanzate devono promuovere la creazione di lavoro.
Allo stesso modo, e su base consolidata, le partite correnti dell'Eurozona sono in equilibrio, il rapporto tra debito e Pil è molto al di sotto di quello del Giappone, e anche il deficit finanziario pubblico è inferiore, e non di poco, a quello di USA, Giappone e Regno Unito.
Pertanto, l'euro da solo non spiega perché l'Eurozona sia diventata il grande malato dell'economia globale. Per comprendere il vero motivo, occorre riflettere sulla debolezza dell'unione economica dell'Europa.
Tanto per cominciare, il Patto di stabilità e di crescita, teso a garantire politiche fiscali efficaci all'interno della zona euro, non è mai stato attuato in modo corretto. Al contrario, nel 2003 e 2004 la Francia, l'Italia e la Germania tentarono d'indebolirlo. La Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e i paesi di piccole e medie dimensioni dell'Eurozona riuscirono a impedire che il patto fosse smantellato, ma lo spirito con cui era nato ne uscì gravemente compromesso.
In aggiunta, la governance dell'Eurozona non includeva il monitoraggio e la sorveglianza degli indicatori di competitività, vale a dire andamento dei prezzi nominali e dei costi negli Stati membri, e squilibri esterni dei paesi nell'ambito della zona euro. (Nel 2005, molto prima che scoppiasse la crisi, sollecitai per conto del consiglio dei governatori della BCE un'adeguata sorveglianza di un certo numero di indicatori nazionali, compresi i costi unitari del lavoro).
Una terza fonte di debolezza è che, con l'entrata in vigore dell'euro, non furono previsti strumenti per la gestione delle crisi. Per una buona parte del mondo all'epoca un atteggiamento di "benign neglect" era la norma, soprattutto tra le economie avanzate.
Infine, l'alta correlazione tra la capacità di credito delle banche commerciali di un dato Paese e quella del suo governo crea un'ulteriore causa di vulnerabilità, che nell'Eurozona è particolarmente dannosa.
Per fortuna sono stati fatti molti passi in avanti, tra cui importanti riforme del PSC, l'introduzione della sorveglianza degli indicatori di competitività e degli squilibri territoriali e la messa a punto di nuovi strumenti per la gestione delle crisi. Inoltre, c'è ampio consenso sul fatto che la stabilità e la prosperità dell'Unione richiedono il completamento del mercato unico e l'obbligo di varare riforme strutturali per tutti i 27 Stati membri. Un'unione bancaria, ancora in fase di proposta, aiuterebbe a separare la capacità di credito delle banche commerciali da quella del loro governo.
Ma nulla di tutto ciò è abbastanza. Anziché sanzionare i Paesi che trasgrediscono le regole e ignorano le raccomandazioni, compito che doveva essere svolto dal PSC, la Commissione Europea, il Consiglio Europeo e, soprattutto, il Parlamento Europeo dovrebbero decidere direttamente in merito alle misure da attuare con urgenza nel Paese interessato. Le politiche fiscali e certe altre politiche economiche andrebbero sottoposte all'attivazione di una "federazione in via d'eccezione" della zona euro.
L'idea che condividere una valuta unica implichi anche accettare delle restrizioni alla sovranità fiscale non è nuova. Una "federazione in via d'eccezione" semplicemente trae le conseguenze logiche dall'inefficacia delle multe previste dal PSC, ed è pienamente in linea con il concetto di sussidiarietà, che è stato applicato sin dall'introduzione del patto stesso: niente multe a patto che la politica economica nazionale adempia a quanto previsto dal quadro di riferimento.
Forse l'elemento più importante della "federazione in via d'eccezione" sarebbe la sua forte ancora democratica. La sua attivazione dipenderebbe da un processo decisionale completamente democratico, con una chiara responsabilità politica. Più precisamente, le decisioni in merito all'attuazione di misure proposte dalla Commissione e già approvate dal Consiglio richiederebbero un voto di maggioranza del Parlamento Europeo, cioè di quei rappresentanti eletti dai membri della zona euro dell'Unione Europea.
In circostanze così eccezionali, il parlamento del Paese interessato dovrebbe avere l'opportunità di spiegare al Parlamento Europeo perché non è stato in grado di implementare le raccomandazioni fornite, mentre il Parlamento Europeo potrebbe spiegare come mai la stabilità e la prosperità dell'Eurozona sono a rischio. Ma l'ultima parola spetterebbe comunque al Parlamento Europeo.
In passato ho suggerito di creare un ministero delle finanze per l'Eurozona, che avrebbe la responsabilità di attivare una federazione economica e fiscale laddove e quando fosse necessario, e di gestire i nuovi strumenti per la gestione delle crisi, come il Meccanismo Europeo di Stabilità. Tale organismo sarebbe, inoltre, responsabile di supervisionare l'unione bancaria e di rappresentare l'Eurozona presso tutte le istituzioni finanziarie internazionali e i gruppi informali.
Ma la cosa più importante è che questa "federazione in via d'eccezione" finirebbe per non essere più un'eccezione. Il ministro delle finanze sarebbe uno dei membri del futuro ramo esecutivo dell'UE, insieme ai ministri degli altri dipartimenti federali.
In quest'ottica, la Commissione presagisce un futuro governo democratico europeo, come è stato suggerito dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che ha proposto di creare la carica di presidente eletto. Intanto il Consiglio sembra anticipare la futura camera alta del Parlamento Europeo, con la camera bassa che già viene eletta da tutti i cittadini UE.
Mi rendo perfettamente conto che la mia è una proposta audace, ma gli europei devono trarre insegnamento dal recente passato. Dobbiamo fare chiarezza su quello che va fatto per giungere a una governance che sia democratica ed efficace in funzione delle circostanze.
L’aiuto di Draghi e il piano inclinato della perdita di sovranità, di Domenico Lombardi
Quella della Bce è una svolta, ma non aver potuto imitare in tutto e per tutto la Fed ha le sue conseguenze
La piattaforma tecnico-istituzionale che è stata approntata da Francoforte è del tutto inedita, ma la sua apparente complessità rischia di celare alcuni aspetti problematici che pure presenta. Procediamo con ordine. L’acquisto di soli titoli a breve rischia di creare qualche problema alla gestione del nostro debito pubblico. Infatti una delle ragioni per cui l’Italia è stata in grado di resistere a pressioni speculative senza precedenti nella storia recente sta proprio nella durata media del nostro debito che si aggira sui 7 anni. E’ evidente che un programma Omt sull’Italia, presubilmente protratto nel tempo, tenderà a far ridurre la scadenza media del debito poiché le nuove emissioni si concentreranno sui titoli acquistabili dalla Bce che quoteranno rendimenti inferiori. Per converso, per quelli a più lunga scadenza, il Tesoro dovrà pagare un premio che ne renderà più costosa l’emissione.
La scelta della Bce, inoltre, è andata in direzione opposta a quella della Federal Reserve americana che, anzi, ha addirittura privilegiato l’acquisto di titoli a lunga scadenza con la recente operazione “twist”. In realtà, per un paese ad alto debito, includere negli acquisti anche titoli a lungo termine non altererebbe l’incentivo a mantenere gli impegni. Se l’Italia rinnegasse tali impegni e la Bce terminasse i suoi acquisti, gli spread salirebbero istantaneamente portando i rendimenti dei titoli a livelli considerevolmente più elevati. Data la mole di debito da rifinanziare, l’incentivo a “rigar dritto” risulterebbe comunque significativo. Per converso nella versione attuale, poiché il programma di assistenza, se attivato, non sarà di breve durata, la scadenza media del debito verrà compressa, creando paradossalmente una condizione di maggiore vulnerabilità nel caso di futuri attacchi speculativi. Ciò rischia di rendere l’Italia sempre più dipendente da forme di assistenza sovranazionale e da quei paesi, leggi Germania, che tali istituzioni influenzano pesantemente.
La scelta della Bce, inoltre, è andata in direzione opposta a quella della Federal Reserve americana che, anzi, ha addirittura privilegiato l’acquisto di titoli a lunga scadenza con la recente operazione “twist”. In realtà, per un paese ad alto debito, includere negli acquisti anche titoli a lungo termine non altererebbe l’incentivo a mantenere gli impegni. Se l’Italia rinnegasse tali impegni e la Bce terminasse i suoi acquisti, gli spread salirebbero istantaneamente portando i rendimenti dei titoli a livelli considerevolmente più elevati. Data la mole di debito da rifinanziare, l’incentivo a “rigar dritto” risulterebbe comunque significativo. Per converso nella versione attuale, poiché il programma di assistenza, se attivato, non sarà di breve durata, la scadenza media del debito verrà compressa, creando paradossalmente una condizione di maggiore vulnerabilità nel caso di futuri attacchi speculativi. Ciò rischia di rendere l’Italia sempre più dipendente da forme di assistenza sovranazionale e da quei paesi, leggi Germania, che tali istituzioni influenzano pesantemente.
Per quanto riguarda il ruolo del Fondo salva stati (oggi è Efsf, domani sarà sostituito dall’Esm) in questo schema di intervento, esso potrebbe acquistare, sulla base delle sue attuali linee guida, sino alla metà delle emissioni di titoli sul mercato primario. Nel caso dell’Italia, tuttavia, tale limite è teorico. Il Fondo infatti dispone, al netto degli impegni già in essere, di 150 miliardi di euro che coprirebbero a malapena la metà delle emissioni primarie nette che il Tesoro, mediamente, effettua in un anno. Questo, solo nell’ipotesi inverosimile che nessun altro paese dell’Eurozona richieda il suo intervento. Il ruolo del Fondo salva stati è, piuttosto, quello di introdurre l’obbligo per il paese beneficiario di impegnarsi a un programma di condizioni ben definite. Attraverso questo escamotage, la Bce evita il serio imbarazzo di imporre una piattaforma formale di condizionalità ai suoi paesi membri. Eppure, l’Efsf/Esm non ha delle competenze autonome nel disegno di programmi di stabilizzazione. Proprio per questo, la piattaforma dell’Omt prevede l’intervento del Fmi che offrirebbe la propria opera nel disegnare le condizioni del programma e verificarne l’applicazione da parte del paese beneficiario.
La supplenza futura del Fmi
La domanda è che tipo di condizionalità verrà introdotta dal Fmi. Sulla scorta dei programmi già in essere nell’Eurozona, è probabile che copra le politiche strutturali e di competitività. Nel caso dell’Italia, infatti, è difficile immaginare una condizionalità fiscale che vada oltre gli impegni presi dal governo Monti e dalle forze politiche che lo appoggiano in Parlamento. Inoltre, la politica fiscale è già blindata dal Fiscal compact e dal quadro regolamentare europeo. In realtà, la presenza del Fmi aiuterebbe in maniera duplice. Da un lato, consentirebbe di alleviare il problema delle scarse risorse finanziarie del Fondo salva stati una volta che queste si esaurissero, offrendo una modalità meno umiliante e stigmatizzante per ricorrere a un finanziamento del Fmi nell’ambito di un programma formalmente tripartitico e a maggioranza europea. Dall’altro offrirebbe una exit strategy alla Bce, per cui, terminati in modo consensuale i suoi interventi, il paese in parola passerebbe una fase di convalescenza monitorato dal Fmi, per esempio, attraverso un programma di tipo precauzionale, con l’impegno ex ante a non effettuare alcun tiraggio.
Vi è, infine, un ultimo aspetto da considerare. Con l’estensione dell’autorità multinazionale anche alle politiche economiche strutturali e di “competitività”, l’Italia avrà completato il processo di devoluzione della propria sovranità in materia di politica economica nella gestione dell’attuale crisi. Può essere che questo agevolerà l’impeto riformista del prossimo governo. E’, comunque, un aspetto di cui essere consapevoli.
La supplenza futura del Fmi
La domanda è che tipo di condizionalità verrà introdotta dal Fmi. Sulla scorta dei programmi già in essere nell’Eurozona, è probabile che copra le politiche strutturali e di competitività. Nel caso dell’Italia, infatti, è difficile immaginare una condizionalità fiscale che vada oltre gli impegni presi dal governo Monti e dalle forze politiche che lo appoggiano in Parlamento. Inoltre, la politica fiscale è già blindata dal Fiscal compact e dal quadro regolamentare europeo. In realtà, la presenza del Fmi aiuterebbe in maniera duplice. Da un lato, consentirebbe di alleviare il problema delle scarse risorse finanziarie del Fondo salva stati una volta che queste si esaurissero, offrendo una modalità meno umiliante e stigmatizzante per ricorrere a un finanziamento del Fmi nell’ambito di un programma formalmente tripartitico e a maggioranza europea. Dall’altro offrirebbe una exit strategy alla Bce, per cui, terminati in modo consensuale i suoi interventi, il paese in parola passerebbe una fase di convalescenza monitorato dal Fmi, per esempio, attraverso un programma di tipo precauzionale, con l’impegno ex ante a non effettuare alcun tiraggio.
Vi è, infine, un ultimo aspetto da considerare. Con l’estensione dell’autorità multinazionale anche alle politiche economiche strutturali e di “competitività”, l’Italia avrà completato il processo di devoluzione della propria sovranità in materia di politica economica nella gestione dell’attuale crisi. Può essere che questo agevolerà l’impeto riformista del prossimo governo. E’, comunque, un aspetto di cui essere consapevoli.
venerdì 14 settembre 2012
Così la politica monetaria si è trasformata in politica tout court, di Stefano Cingolani
Bernanke sostiene ancora l’economia. Il paradosso di Bce e Fed, bersagliate per il loro potere (unico) di condizionare i mercati
“Sono un po’, appena un pochino preoccupato sul futuro del banchiere centrale”, ha detto con ironia James Bullard, presidente della Federal reserve di St. Louis, “e mi preoccupa proprio da questa crescente politicizzazione”. La crisi ha fatto saltare i vecchi steccati. A Jackson Hole, l’annuale seminario americano organizzato dalla Fed, è stato tutto un rincorrersi di interrogativi e angosce. Le Banche centrali sono nel mirino anche perché sulle loro spalle è stato lasciato il compito di rimettere in sesto l’economia. Dal 2010 in qua i governi hanno stretto la politica fiscale, costringendo la politica monetaria ad allargare le maglie. La prima non ha funzionato perché negli Stati Uniti e nell’Unione europea, con le dovute differenze, i debiti restano ancora alti, quelli pubblici e quelli privati, mentre la domanda langue. La disintossicazione non è compiuta. Secondo Donald Kohn, ex vicepresidente della Fed ora alla Brookings Institution, il cocktail di politiche tradizionali non basta perché “sta succedendo qualcosa nel profondo, ci sono trasformazioni strutturali in corso che mutano il comportamento dei risparmiatori o la distribuzione del reddito tra capitale e lavoro”. “Abbiamo evitato una nuova depressione”, si difende Ben Bernanke. Vero, ma “non ha riportato l’economia nella sua traiettoria di crescita”, nota Rex Nutting su Marketwatch. E molti si chiedono se non sia ora di cambiare paradigma teorico e strumentazione pratica. Fa molto discutere la proposta di Michael Woodford della Columbia University presentata a Jackson Hole: scegliere come obiettivo per i tassi di interesse anziché i prezzi di lungo periodo, il prodotto lordo nominale (che comprende cioè l’inflazione), rendendo così chiaro al mercato che la Banca centrale non rincarerà il denaro finché il pil non si sarà messo in moto. Una scelta tecnica, ma che si tinge anch’essa di politica.
mercoledì 12 settembre 2012
Il Trade-off tra crescita economica e rigore fiscale
Affari Strategici

Una riduzione della spesa pubblica potrebbe comportare un miglioramento del tasso di crescita economica e il raggiungimento di un livello di sostenibilità del debito pubblico.

Un'applicazione di Quant-intelligence: la Curva Bars nell'intelligence economica.
Tra le priorità affrontate durante il Summit del G-20 che si è tenuto il 17 e 18 giugno scorsi a Los Cabos, in Messico, continua ad imporsi, come Leit motiv del dibattito mondiale, il trade-off tra crescita economica e rigore fiscale, a fronte del quale il G-20 ha cercato di rispondere su basi reali (binomio "crescita e lavoro") e monetarie (creazione di un firewall finanziario per la stabilizzazione dell'economia contro le crisi del debito, sostenendo l'aumento di risorse del Fondo Monetario Internazionale).
L'Istituto Machiavelli sostiene la posizione per cui la finanza debba porsi a supporto dell'economia reale. Per questo i primi due punti del Discussion Paper Mexico's Presidency of the G-20 (1: "stabilizzazione economica e riforme strutturali come fondamenti per crescita e occupazione" e 2: "consolidamento del sistema finanziario come volano per la crescita economica") devono rappresentare, nella nostra ottica, le priorità nell'elaborazione di "strategie preliminari" a beneficio del Governo da impiegare nell'elaborazione delle politiche economiche orientate al benessere collettivo, core business dell'Intelligence economica dei Servizi di Informazione dello Stato.
Nella preparazione del presente paper, l'Istituto si avvale della collaborazione del dr. Cosimo Magazzino.
L'originalità dell'impostazione proposta è che può non esserci un trade-off tra crescita economica e disciplina fiscale. Al contrario di quanto propugnato in passato, nel conseguimento degli obiettivi di policy, il ruolo dello Stato è di fondamentale importanza sia per quanto concerne le politiche di bilancio (attuate per ridurre l'onere del debito pubblico ed evitare una crisi di solvibilità), sia per ciò che riguarda le politiche pubbliche di incentivo alla crescita economica. In particolare, se esiste un livello "ottimo" per la quota di spesa pubblica in relazione alla massimizzazione della crescita del PIL, per i paesi ad elevato debito (situati su un ipotetico lato destro di quel livello "ottimo"), una riduzione della spesa pubblica potrebbe comportare un miglioramento del tasso di crescita economica e il raggiungimento di un livello di sostenibilità del debito pubblico.
L'approccio proposto propugna la ricerca di un equilibrio che non necessariamente dovrebbe essere quello in corrispondenza del quale il PIL viene massimizzato.
Un approccio recente relativo agli effetti della dimensione del Governo sulla crescita economica è centrato sulla "curva BARS", che pone in relazione il tasso di crescita economica con la spesa pubblica (in percentuale del PIL), considerata come una proxy peculiare della dimensione dello Stato nell'economia.
Il fondamento teorico di quanto stiamo affermando risale al concetto di "ottima dimensione dello Stato" teorizzato da Armey, il quale ha proposto la curva omonima. Analoga alla curva di Laffer (la quale delinea, tramite un grafico "ad U rovesciata", la relazione tra il gettito tributario e l'aliquota media d'imposizione) la "curva di Armey" mostra il legame tra la spesa pubblica (espressa come quota del PIL) e la variazione del benessere generale del paese (espressa come tasso di crescita della produzione aggregata), mostrando la stessa forma di parabola con la concavità rivolta verso il basso.
Esiste, allora, un livello ottimo del rapporto tra spesa pubblica e PIL tale da massimizzare la crescita del reddito aggregato. L'analisi condotta da Forte e Magazzino ha messo in luce che, nell'ambito dei 27 Paesi membri dell'UE, un Paese con un rapporto spesa pubblica/PIL più elevato del 10% registra, in media, una diminuzione della propria crescita del PIL del 2,1%.
Lo studio ha individuato quattro fattori che possono aumentare le probabilità di conseguire un risanamento efficace e sostenibile:
A. la presenza di un governo forte;
B. la disponibilità di un piano di medio termine che sia onnicomprensivo;
C. lo sviluppo di solide capacità istituzionali dei ministeri e delle altre agenzie che collaborano con il governo per l'elaborazione del piano di risanamento;
D. un solido quadro fiscale.
I nostri risultati evidenziano la presenza di una relazione non lineare tra le dimensioni dell'operatore pubblico (misurate dalla quota di spesa pubblica sul PIL) e il tasso di crescita economica per l'Italia. In linea generale, a prescindere dai dati utilizzati [qui, quelli di Forte (2011), in altre analisi quelli della Commissione Europea] e dalle suddivisioni temporali proposte, comunque emerge la presenza di un andamento parabolico tra le variabili.
Per l'Italia, si evidenzia uno spazio di manovra importante, potendosi per una doppia via perseguire degli incentivi alla crescita: sia i tagli di spesa sia quelli fiscali concorrerebbero al potenziamento dell'attività economica, nel primo caso, come "effetto BARS" (restituendo più spazio al mercato e sottraendolo allo Stato) e nel secondo, come effetto keynesiano (aumentando il reddito disponibile).
Peraltro, la riduzione della pressione fiscale, qualora si innescasse un "effetto Laffer", migliorerebbe lo stato dei conti pubblici, via aumento del gettito. In altre parole, modificando la composizione della spesa pubblica e variando i volumi dei singoli capitoli si potrebbe ottenere l'effetto di una più pronunciata crescita.
http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=31141&id_sezione=123&blog=1
Una riduzione della spesa pubblica potrebbe comportare un miglioramento del tasso di crescita economica e il raggiungimento di un livello di sostenibilità del debito pubblico.
Un'applicazione di Quant-intelligence: la Curva Bars nell'intelligence economica.
Tra le priorità affrontate durante il Summit del G-20 che si è tenuto il 17 e 18 giugno scorsi a Los Cabos, in Messico, continua ad imporsi, come Leit motiv del dibattito mondiale, il trade-off tra crescita economica e rigore fiscale, a fronte del quale il G-20 ha cercato di rispondere su basi reali (binomio "crescita e lavoro") e monetarie (creazione di un firewall finanziario per la stabilizzazione dell'economia contro le crisi del debito, sostenendo l'aumento di risorse del Fondo Monetario Internazionale).
L'Istituto Machiavelli sostiene la posizione per cui la finanza debba porsi a supporto dell'economia reale. Per questo i primi due punti del Discussion Paper Mexico's Presidency of the G-20 (1: "stabilizzazione economica e riforme strutturali come fondamenti per crescita e occupazione" e 2: "consolidamento del sistema finanziario come volano per la crescita economica") devono rappresentare, nella nostra ottica, le priorità nell'elaborazione di "strategie preliminari" a beneficio del Governo da impiegare nell'elaborazione delle politiche economiche orientate al benessere collettivo, core business dell'Intelligence economica dei Servizi di Informazione dello Stato.
Nella preparazione del presente paper, l'Istituto si avvale della collaborazione del dr. Cosimo Magazzino.
L'originalità dell'impostazione proposta è che può non esserci un trade-off tra crescita economica e disciplina fiscale. Al contrario di quanto propugnato in passato, nel conseguimento degli obiettivi di policy, il ruolo dello Stato è di fondamentale importanza sia per quanto concerne le politiche di bilancio (attuate per ridurre l'onere del debito pubblico ed evitare una crisi di solvibilità), sia per ciò che riguarda le politiche pubbliche di incentivo alla crescita economica. In particolare, se esiste un livello "ottimo" per la quota di spesa pubblica in relazione alla massimizzazione della crescita del PIL, per i paesi ad elevato debito (situati su un ipotetico lato destro di quel livello "ottimo"), una riduzione della spesa pubblica potrebbe comportare un miglioramento del tasso di crescita economica e il raggiungimento di un livello di sostenibilità del debito pubblico.
L'approccio proposto propugna la ricerca di un equilibrio che non necessariamente dovrebbe essere quello in corrispondenza del quale il PIL viene massimizzato.
Un approccio recente relativo agli effetti della dimensione del Governo sulla crescita economica è centrato sulla "curva BARS", che pone in relazione il tasso di crescita economica con la spesa pubblica (in percentuale del PIL), considerata come una proxy peculiare della dimensione dello Stato nell'economia.
Il fondamento teorico di quanto stiamo affermando risale al concetto di "ottima dimensione dello Stato" teorizzato da Armey, il quale ha proposto la curva omonima. Analoga alla curva di Laffer (la quale delinea, tramite un grafico "ad U rovesciata", la relazione tra il gettito tributario e l'aliquota media d'imposizione) la "curva di Armey" mostra il legame tra la spesa pubblica (espressa come quota del PIL) e la variazione del benessere generale del paese (espressa come tasso di crescita della produzione aggregata), mostrando la stessa forma di parabola con la concavità rivolta verso il basso.
Esiste, allora, un livello ottimo del rapporto tra spesa pubblica e PIL tale da massimizzare la crescita del reddito aggregato. L'analisi condotta da Forte e Magazzino ha messo in luce che, nell'ambito dei 27 Paesi membri dell'UE, un Paese con un rapporto spesa pubblica/PIL più elevato del 10% registra, in media, una diminuzione della propria crescita del PIL del 2,1%.
Lo studio ha individuato quattro fattori che possono aumentare le probabilità di conseguire un risanamento efficace e sostenibile:
A. la presenza di un governo forte;
B. la disponibilità di un piano di medio termine che sia onnicomprensivo;
C. lo sviluppo di solide capacità istituzionali dei ministeri e delle altre agenzie che collaborano con il governo per l'elaborazione del piano di risanamento;
D. un solido quadro fiscale.
I nostri risultati evidenziano la presenza di una relazione non lineare tra le dimensioni dell'operatore pubblico (misurate dalla quota di spesa pubblica sul PIL) e il tasso di crescita economica per l'Italia. In linea generale, a prescindere dai dati utilizzati [qui, quelli di Forte (2011), in altre analisi quelli della Commissione Europea] e dalle suddivisioni temporali proposte, comunque emerge la presenza di un andamento parabolico tra le variabili.
Per l'Italia, si evidenzia uno spazio di manovra importante, potendosi per una doppia via perseguire degli incentivi alla crescita: sia i tagli di spesa sia quelli fiscali concorrerebbero al potenziamento dell'attività economica, nel primo caso, come "effetto BARS" (restituendo più spazio al mercato e sottraendolo allo Stato) e nel secondo, come effetto keynesiano (aumentando il reddito disponibile).
Peraltro, la riduzione della pressione fiscale, qualora si innescasse un "effetto Laffer", migliorerebbe lo stato dei conti pubblici, via aumento del gettito. In altre parole, modificando la composizione della spesa pubblica e variando i volumi dei singoli capitoli si potrebbe ottenere l'effetto di una più pronunciata crescita.
http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=31141&id_sezione=123&blog=1
lunedì 10 settembre 2012
Andrea's Version, di Andrea Marcenaro
S’erano entusiasmati, i nostri progressisti, per un Obama che non aveva nominato nel programma Gerusalemme capitale unica e indivisibile di Israele, rimanendo di merda quando si è poi precipitato a riparare l’errore, accompagnato dai buuu della platea. Questo li ha prostrati. Al punto, li ha prostrati, da nascondere la cosa sui loro giornali, facendo spallucce come per una quisquilia. Analoga distrazione era avvenuta su Dio, e la conseguenza era stata di aver dovuto infilare in fretta e furia nel programma anche il suo nome. Altra doccia scozzese per i nostri. E poiché le disgrazie non vengono mai sole, dev’essere suonato terribile, al popolo delle orecchie pulite, ascoltare Bill Clinton tessere le lodi di George Bush, il porco del Texas. Senza che manco arrivasse, dai democratici di Charlotte, notizia alcuna sull’eventualità che Obama potesse, vedi mai, modificare quantomeno le preferenze sessuali. Farsi omo, qualcosa, regalare uno straccio di soddisfazione ai fan. Preghiamo per loro che resti almeno nero.
http://www.ilfoglio.it/andreasversion/920
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