lunedì 11 febbraio 2013

Le dimissioni del Papa, di Giuliano Ferrara


Benedetto XVI è il più vecchio Pontefice regnante dai tempi di Leone XIII. Rivendica di essere spiritualmente libero di abdicare. Noterelle apologetiche sul significato del gesto

Le dimissioni del Papa regnante non sono all’ordine del giorno. La chiesa è l’ordine dei secoli, non dei giorni. Quando Giovanni Paolo II portò alle estreme conseguenze la sua teologia del corpo offrendo la misura del dolore personale come pegno universale di sofferenza e riscatto scrivemmo contro le vociferazioni più o meno curiali intorno alla imminenza o auspicabilità delle dimissioni del Pontefice. Non è questione di diritto divino, come per i monarchi, ma il vicariato di Gesù Cristo in terra è tema troppo delicato per affidarlo alle cure della medicina, alle diagnosi, alle fasi terminali dell’esistenza di un regno e del suo titolare per diritto elettivo assistito, letteralmente o metaforicamente, dallo Spirito Santo. L’afasia o l’immobilità di un Papa sono un modo di parlare e di muoversi, sono una modulazione omiletica, una via di predicazione e conversione, e questo ci sembrava appena ovvio nel caso di Karol Wojtyla, atleta di Dio impedito nelle facoltà fisiche e indebolito nella pratica della lucidità, ma di singolare, potentissimo e (forse) irrinunciabile carisma.

Le dimissioni del Papa sono state messe all’ordine del giorno, nonostante le note esplicative e avversative appena esposte, da una autorevolissima ed esplicita dichiarazione in tal senso affidata da Benedetto XVI a Peter Seewald in un recente libro-intervista, e sono state esplicitamente collegate alla capacità psico-fisica (ma non solo) di guidare la chiesa da parte di un vescovo di Roma che è a oggi il Papa più vecchio in carica da cent’anni e oltre a questa parte. Joseph Ratzinger risulta acciaccato dall’età, e non potrebbe essere altrimenti, ma perfettamente vigile, perfettamente in grado di ricoprire il suo incarico pastorale, e tutto il resto di quel che essere Papa significa. E allora, di che cosa stiamo parlando? Il Papa ce la fa a fare il Papa e farà il Papa finché ce la farà a fare il Papa. D’accordo. La risposta di Benedetto a Seewald (“Quindi è immaginabile una situazione nella quale lei ritenga opportuno che il Papa si dimetta?”) suonava così: “Sì. Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi” (“Luce del mondo”, Editrice Vaticana, pagina 53). Questa è la base di tutto. Indiscutibile e indiscussa.
Però si può superare il pudore diplomatico, e la remora d’amore con la quale il tema è trattato, comprensibilmente, nella stampa cattolica e dentro la chiesa istituzionale. L’affermazione benedettina è molto esplicita e laica, e larga di veduta ecclesiologica, si pone come valida per un Papa, per qualsiasi Papa: parla di una inadeguatezza anche “spirituale”, il che è affidato alla coscienza non alla scienza medica, e di un diritto che in certe circostanze può presentarsi anche come un “dovere”.

I cattolici sono una razza splendida e strana, uno di loro, lo storico del Concilio più accreditato, il compianto Giuseppe Alberigo, confessò di aver pregato per la morte di Pio XII in un’epoca in cui la sua coscienza gli dettava di farlo pro bono ecclesiae. Diradare l’ombra, questo era per lui il problema. Non essendo un cattolico osservante e praticante, a me quella preghiera a tutta prima sembrò atto sordido e malevolente, poi ci ho ripensato. Fino a un certo punto, mi sono detto, in una coscienza cristiana incorrotta può farsi largo una preghiera di destinazione provvidenziale alla vita eterna del vicario di Cristo, naturalmente in Cristo per Cristo e con Cristo. Ma non sono comunque affari in cui un laico miscredente innamorato del posto che la fede degli altri ha nel mondo possa minimamente intromettersi. E poi qui non si parla della morte del Papa, tema sempre pigramente rubricato come una branca cinica ma inevitabile della “vaticanistica”, si parla della vita bella e illuminata di un Papa amato, rispettato, degno di devozione e di fiducia. Si parla inoltre di un atto vitale, le dimissioni, che avrebbe conseguenze di incalcolabile importanza nella vita della chiesa moderna. Anzi, della chiesa di tutti i tempi, e per i tempi a venire.
Dunque di qualcosa stiamo parlando, o se volete blaterando. Senza alcuna malizia, senza cincischiare. E non per un gusto di politologia ecclesiale, per dir così, ma per un sano modo di considerare un regno da noi molto amato. Ricordo che all’incrocio tra la traslazione della salma di Giovanni Paolo (che canti meravigliosi), tra i suoi funerali ventosi (che omelia fatale per coscienze e intelletti fu quella di Ratzinger decano del collegio cardinalizio) e la chiusura del Conclave, nello stesso giorno dell’elezione di Benedetto XVI, cambiammo la testata del giornale che state leggendo da “Il Foglio” a “Il Soglio”; e potemmo titolare, dopo la fumata bianca, “La formidabile elezione del professor Ratzinger”, avendo titolato il giorno prima, quello dell’omelia sul relativismo, “La formidabile lezione del professor Ratzinger”. Non rammento questo per vanità giornalistica né per umorismo da oratorio, ma per classificare oltre ogni dubbio queste note nella serie delle apologie piuttosto che nella serie dei pettegolezzi o delle denigrazioni vaticanistiche.

Prima di tutto, dunque: è o non è nello spirito di un uomo e di un uomo di chiesa come Ratzinger l’ipotesi di lasciare la sede petrina e destinare ad altri il pallio? Conoscere una persona è arte difficilissima. Intuire il campo del possibile aperto a una personalità superiore, a un’intelligenza e a un carattere provati dal passaggio di due secoli in una carriera apostolica mirabile, piena di cose forti, di svolte, di salti, eppure di robusta continuità teologica e culturale, pastorale ed etica, è impresa arditissima, votata a un quasi sicuro fallimento. Tuttavia all’amore non si comanda; ed è insieme, questo, un proverbio banalissimo e il cuore o uno dei cuori carnali della teologia cristiana e della pratica cristiana. Io penso che, se ci sia un Papa o un uomo capace di considerare possibile e scandalosamente opportuno un proprio ritiro, la dedica ad altro che non sia la cura della chiesa universale del proprio tempo, naturalmente nell’ambito di una successione ordinata e viva, carismaticamente certa di un risultato d’incremento della forza e della sicurezza di tratto nel governo della cattolicità, questo Papa si chiama Benedetto XVI e questo uomo si chiama Joseph Ratzinger. Ho avuto il piacere grandissimo di inchinarmi davanti a lui durante una visita pastorale alla parrocchia del Testaccio, il mio quartiere, e per il resto conosco la persona soltanto dall’interno dell’interesse che porto ai suoi libri, alla sua attività dottrinale e teologica, al suo impegno appassionato, di battaglia, sui temi del moderno, alle sue scelte pontificali nell’assedio rumoroso e spesso molesto che i tempi impongono alla chiesa cattolica. Punto. Troppo poco, o forse abbastanza, chissà, per emettere questo giudizio temerario. Ratzinger è uno che può dimettersi da Papa se ne ravveda le condizioni, anche del tutto a prescindere dalle sue condizioni psicofisiche. Come atto di libertà spirituale.

Va bene, dunque. Secondo me potrebbe farlo,
 quando e come decidesse di farlo, in totale libertà. E’ ovviamente poco, questo “secondo me”, ma è abbastanza per un articolo di giornale di un laico. Per uscire o tentare di uscire dall’astrazione del possibile, ed entrare nell’orizzonte del realistico, bisogna rispondere a una seconda domanda. A che punto è il papato di Benedetto XVI? C’è chi afferma che l’impasse lo minaccia. La corte o l’appartamento, si dice, vive tra le nuvole una vita professorale, intorno a un autore di libri, e le decisioni sono anche ferme talvolta ma rare, i tempi sono lunghi, o lunghissimi, la mano che le esegue, che le giustifica nell’ordinario e quotidiano lavoro è controversa, resa instabile dai problemi di una lunga incuranza della curia, che risale alla sprezzatura del venerato predecessore pellegrino, il beato Giovanni Paolo II, verso i problemi temporalistici intra moenia. C’è chi osserva al contrario la perfetta vitalità del pontificato, la sua agenda di successo nell’incontro con i giovani, la sua felice continuità giovanpaolina nel rapporto con gli ebrei, la sua capacità di fare da baricentro tra il semper reformanda della chiesa e la sua trazione tradizionale particolarmente in fatto di restaurazione liturgica dopo le follie del passato, il suo programma ambizioso sia sul fronte difensivo dell’espiazione e penitenza per i comportamenti peccaminosi di una frazione del clero sia sul fronte offensivo della dottrina, della promozione umana (vicina è la data della giornata della famiglia a Milano), dell’evangelizzazione, del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo. Ratzinger giganteggia, altro che, e sta solo a chi lo consideri con atteggiamento sereno capire bene quel che segnalò per tempo l’occhio inquieto e onnivoro di Sandro Magister: la guida della successione petrina è per il Papa riassumibile in uno stile lucidamente bonaventuriano, intelletto e ragione come fonte di luce e persuasione lucana, ma sopra tutto la fede che sa dirsi e dire le sue ragioni. E arriva l’anno della fede, la prossima possibile enciclica dopo la carità e la speranza: tutto dice che c’è ancora tanto lavoro da fare, naturalmente da fare “a suo modo”, con le responsabilità assunte limpidamente, magari anche qualche sconfitta organizzativa messa nel conto, ma chi se ne importa, un gigante non si confronta con le ansie nane del mondo. Incombe anche, e forse come un atto scandaloso, anche questo nell’ambito del possibile, la conversione di Fidel Castro. Vogliamo scherzare con le dimissioni del Papa?

Paradossalmente io sono di questa seconda scuola. E dovrei chiudere qui il pezzo. Ma resta invece il punto, oggettivo, delle dimissioni eventuali del Papa, aperto da una terza domanda possibile: quale significato avrebbero? in che cosa potrebbero aiutare la chiesa e anche il mondo, che in un certo senso brillante ma non letterale è una sua dépendance? non sarebbe per assurdo un modo di rinnovare la chiesa, senza lasciarsi imporre la cosiddetta democratizzazione, e di farlo con una specie di raddoppio pericoloso e canonicamente incerto, ma storicamente fecondo, del carisma papale?

Lasciamo stare i veleni romani recenti, mediatizzati e dunque impresentabili, sebbene in un mondo virtuale e onnivoro le notizie cattive sulla gestione possano avere una loro influenza maligna. Da non sottovalutare. Però è chiaro che stiamo parlando di un gesto altissimo, prezioso, profetico come dicono gli ecclesiologi, in fondo anche un poco assurdo, un’abdicazione consapevole e controllata che non si può mettere in alcun modo in relazione con le questioncelle sollevate da qualche inchiesta televisiva o da qualche leak di fonte più o meno vaticana. Chissenefrega. Problemi dell’intendenza.

Più seria mi sembra la questione cataclismatica dei preti che hanno peccato nei confronti dei bambini, e della trasformazione di una nullità statistica, questa è la mia convinzione, in un processo al clero e in una efficace soperchieria ai danni della cattolicità. Il mondo vuole democratizzare la chiesa, come è evidente, e annullarne il carattere ieratico, sacrale. Sarebbe un bel progresso secolarizzatore per la grande sindrome antireligiosa che pervade la terra da almeno due secoli se non di più, qualcosa di molto simile a una penultima battaglia d’influenza e di destino, con un vantaggio per chi crede che lo spazio pubblico della chiesa sia il mondo com’è, la normalità istituzionale, più la fede privata separata dalla ragione se non opposta alla ragione. Il programma minimo del mondo di cui Ratzinger è sempre stato in teologia e in cultura, a partire dalla radice della sua stessa missione, un antagonista fervoroso, anche dentro la chiesa, intelligente, modernissimo e tradizionalissimo. Non c’è dubbio, a mio giudizio, che le grandi intuizioni di Benedetto e del predecessore, intuizioni sostanzialmente condivise, sono state un trauma per la modernità laica: Cristo unico mediatore di salvezza secondo il deposito della fede cattolica; lo sradicamento della speranza messianica incarnata nella rivoluzione politica (teologia della liberazione e comunismo reale in Europa); l’erezione di un muro della differenza rispetto all’altra grande e vitale religione monoteista riunita in una umma, l’islam analizzato a Ratisbona; la ragione che argomenta la fede e si porta nello spazio pubblico (il dialogo con Habermas); la legittimità della politica riguardo alle questioni non negoziabili dell’umanesimo cristiano (il discorso al Bundestag e molto altro); il diritto culturale della chiesa a una piena interlocuzione con il contemporaneo (discorso ai Bernardini a Parigi); la difesa della vita umana, della famiglia, del matrimonio, di una corporeità e di un eros liberi di fronte all’onnipretesa della scienza bioingegneristica e dell’ideologia a essa afferente; il ritorno della liturgia della croce dopo le rotture conciliari e sopra tutto postconciliari (molti diversi pronunciamenti e atti). A queste faccende di una certa importanza si collegano i problemi della Humanae vitae, della comunione ai divorziati risposati, del sacerdozio femminile, del celibato dei preti, della contraccezione e dell’aborto e molto altro di ciò che fa la chiesa un monstrum ideologico e culturale nel mainstream del pensiero contemporaneo secolarizzato. 

Concludendo. 
Un Papa che si dimette perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione (sceglie i tempi, offre un segno grande e terribile di vita extra-ordinaria della sua chiesa). Realizza un sogno personale: la cura, lo studio, la produzione di luce teologica senza i panni del pastore universale. Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente, promuove un’età regnante che renda meno ingovernabile il popolo di Dio riunito nella casa ecclesiale, e toglie ogni lentezza, stanchezza o spirito difensivo alla casa romana di Pietro. L’azzardo è forte, la circostanza anche abbastanza inverosimile, un Pontefice che ha forza spirituale non rinuncia al “compito assegnatogli”, come dice Ratzinger. Chissà che un giorno al Papa non appaia come un raddoppio di quella forza il gesto sovrano e papocentrico delle dimissioni.
Giuliano Ferrara

venerdì 8 febbraio 2013

Non ci sono più pasti gratuiti, di Antonio Polito


LA COMPETITIVITÀ, TEMA DIMENTICATO

Forse stiamo avendo la campagna elettorale che ci meritiamo. Si avverte rassegnazione, assuefazione a un destino di impoverimento e di declino. Ognuno se ne lamenta, certo, e ognuno cerca di lenirne il disagio tirando la coperta dalla propria parte, magari preparandosi a votare per chi promette di proteggerlo di più; ma nessuno sembra davvero credere che esista il modo di allargare la coperta. L'essenza della crisi italiana resta nascosta, taciuta: produciamo troppa poca ricchezza rispetto a quanta ne consumiamo. Per questo ci siamo riempiti di debiti. Se vent'anni fa si poteva credere allo slogan «meno tasse per tutti», ora il pessimismo consiglia un «meno tasse per me e più per gli altri». Il tarlo del «gioco a somma zero», l'idea che se uno sta meglio un altro deve per forza stare peggio, si è insinuato nello spirito pubblico della nazione. In parte è l'effetto di una lunga depressione. Ma ne è anche la causa. Abbiamo avuto quindici anni di stagnazione e cinque di recessione; nessuno, neanche il Giappone, ha conosciuto un ventennio peggiore.

I partiti attizzano la guerra fratricida tra italiani per le risorse pubbliche, ingegnandosi a scovare sempre nuove tasse per sostituire quelle che pagano i propri elettori: accise sui tabacchi al posto di imposte sulla casa, condoni dei capitali in Svizzera invece che gettiti di Equitalia, patrimoniali sui ricchi per sconti sui poveri. Si illudono di usare il Fisco come strumento salvifico di giustizia sociale. Di conseguenza si scagliano addosso devastanti sospetti di clientelismo fiscale: i quattro miliardi dell'Imu servono a salvare il Monte dei Paschi o a pagare le multe per le quote latte?

L'altra sera in tv c'era un servizio sulla crisi della storica Cartiera Burgo. Un operaio la spiegava semplicemente così: non siamo più competitivi, l'energia elettrica costa troppo, non conviene più produrre qui. Si potrebbe aggiungere che anche il costo del lavoro è troppo alto, nonostante i salari siano troppo bassi, perché dalla nascita dell'euro a oggi è cresciuto in Italia il 30% in più della media europea. Si potrebbe aggiungere che non si investe in ricerca applicata, che il mercato del lavoro è ancora uno dei più rigidi del mondo, che i gradi di burocrazia necessari per avviare un'impresa sono cinquanta come le sfumature del grigio. Uno studio in circolazione a Francoforte mette il nostro Paese in fondo alle classifiche di tutti i fattori di competitività, compresi i livelli di corruzione e di educazione. Ma i politici in studio non hanno parlato di niente di tutto ciò. Hanno cominciato a snocciolare progetti, ovviamente finanziati con le tasse, per assistere le vittime di questo tsunami sociale o per disegnare «piani» per il lavoro, magari fantasmagorici come quello dei 4 milioni di posti evocato ieri da Berlusconi. Ma come si crea lavoro se non si producono più beni e servizi, e a costi minori?

Ha scritto Lorenzo Bini Smaghi sul Financial Times che la parola mancante di questa campagna elettorale è quella cruciale: competitività. La nostra non è migliorata neanche dopo la crisi, nonostante la cura da cavallo della svalutazione interna: è infatti cresciuta meno che in Spagna e Irlanda, perfino meno che in Grecia. Per questo noi italiani stiamo soffrendo più di ogni altro in Europa, con l'eccezione dei poveri greci: dal 2008 il Pil è sceso di 7 punti, facendo fare al nostro reddito un balzo indietro agli anni 90. La crisi è così grande che non andrebbe sprecata. E invece la stiamo sprecando, con una campagna elettorale che somiglia sempre meno all'alba della Terza Repubblica, e sempre più a una reincarnazione della Seconda.


martedì 5 febbraio 2013

Il richiamo della foresta antifiscale, di Marco Valerio Lo Prete


La “promessa tributaria”, genere nobile da Thatcher e Reagan in giù

Profumo di Margaret Thatcher, o se preferite di Ronald Reagan, oppure di flat tax in stile Europa centro-orientale. Gli italiani non sono un popolo di creduloni, non vedono Lady di ferro all’orizzonte, però sanno distinguere gli odori. Si può spiegare così il senso dell’ultima carta elettorale di Silvio Berlusconi, la sua “proposta choc” di abolire l’Imu sulla prima casa per l’anno in corso e soprattutto restituire ai cittadini quanto versato per l’imposta nel 2012. “Gli italiani hanno buona memoria per tutto, non solo per Berlusconi – ha scritto ieri Luca Ricolfi sulla Stampa – Gli elettori ricordano perfettamente l’immobilismo di Tremonti, gli impegni non mantenuti di Berlusconi, ma ricordano altrettanto bene la stangata fiscale dei tecnici, o la litigiosità dell’ultimo governo Prodi”. Insomma, “la nostra delusione coinvolge tutti” (detto altrimenti: nessuno profuma), ma perlomeno il Cav. costruisce un programma “vagamente thatcheriano”. Tesi simili le sostiene Giovanni Orsina, docente di Storia delle dottrine politiche alla Luiss, che sta lavorando da mesi a uno studio sul consenso e Berlusconi: “Gli studi demoscopici dimostrano che l’elettore diffida di tutti. Anche quello berlusconiano non si beve più le promesse, ma individua un segnale. Non a caso l’ex premier ha costruito in questi giorni il terreno su cui gli altri leader sono dovuti scendere: per Bersani (Pd) l’idea di una patrimoniale è passata in secondo piano, e anche per Monti ora l’Imu sulla prima casa si può rivedere”.
Per carità meglio stare alla larga dai paragoni storici, tuttavia quello delle “promesse tributarie” è ormai un genere antico e internazionale. Prima dell’abolizione-rimborso dell’Imu venne la promessa cancellazione dell’Ici, realizzata dal Cav. nel 2008, e più nobilmente l’immancabile “curva di Laffer”. Dice la leggenda che l’economista di Chicago, Arthur Laffer, abbia illustrato il concetto al presidente Ronald Reagan con uno scarabocchio su un tovagliolo: tributi più moderati favoriscono una maggiore crescita economica, allo stesso tempo sono evasi meno e quindi portano a un gettito uguale o maggiore rispetto a quello generato da tributi oppressivi. Ne discese, nel 1981, il taglio fiscale più consistente della storia americana.
E pensare che Laffer in persona, in origine, non era sicurissimo delle sue stesse tesi: “C’è più di una ragionevole probabilità che mi sbagli – disse – Ma… perché non provare qualcosa di nuovo?”. Anche Margaret Thatcher, negli anni 70, pensò che mettere mano ai balzelli equivalesse a toccare le corde profonde degli elettori: “La politica che ci siamo prefissi di sviluppare è in armonia con il carattere degli inglesi. Intendiamo affrontare temi trascurati come il potere del sindacato, l’eccessivo controllo del governo, le tasse troppo alte e una scarsa distribuzione del capitale”. Non soltanto “meno tasse per tutti”, insomma, c’era anche “meno elargizioni pubbliche per ciascuno”, e questo non è un dettaglio. Fatto sta che – scrive il think tank britannico Centre for policy studies – “Reagan e Thatcher adottarono una strategia simile di riduzione delle tasse sul reddito”. Negli Stati Uniti l’aliquota più alta scese dal 70 al 50 per cento nel primo anno. Il governo conservatore di Londra, nel primo anno, ridusse l’aliquota marginale dell’imposta personale sul reddito dall’83 al 60 per cento, e l’aliquota base di tre punti. Il Tesoro di allora spiegò il senso della direzione scelta, la stessa direzione che – al netto di fattori chiave come “credibilità” o “fattibilità” dei leader che la propongono – potrebbe convincere alcuni elettori italiani: “Minori tasse aiuteranno ad accrescere gli incentivi, eliminare le distorsioni, migliorare l’uso delle risorse e fortificare lo spirito d’impresa”.
Il richiamo della foresta anti fiscale non è appannaggio dei soli politici anglosassoni.Caduto il comunismo, in Europa centro-orientale è stato un fiorire di “flat tax”, cioè di imposte ad aliquota unica, a partire dall’Estonia. Perfino la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nella campagna elettorale del 2005, mandò avanti un autorevole tributarista, Paul Kirchhof, per proporre un’aliquota unica del 25 per cento per i redditi oltre i 20 mila euro. “I tedeschi non possono passare i fine settimana a fare la dichiarazione dei redditi”, diceva Kirchhof. Non finì bene, ricorda Francesco Galietti, già consigliere al ministero dell’Economia: “I tedeschi ritennero imprudente l’idea troppo libertaria e Merkel dovette governare con una grande coalizione. Le ‘proposte tributarie choc’ hanno successo se la domanda politica è elastica, cioè sensibile a un’offerta di riduzione delle tasse. Cosa potrebbe influire sul grado di elasticità della domanda? Sicuramente la percezione dell’offerta. Soltanto se apparirà compatibile con il pregresso di Berlusconi, l’idea potrebbe attirare favori”. Certo, in mancanza di tagli di spesa resteremmo pur sempre nell’alveo di quell’“illusione finanziaria” (copyright: Amilcare Puviani, fine ’800) praticata anche dai leader più liberali. Ma il “segnale” all’elettore potrebbe bastare.

domenica 3 febbraio 2013

Troppe illusioni sull'innovazione, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi


PERCHÉ RESISTE IL MITO NEOSTATALISTA

Le scorciatoie sono pericolose: non solo in montagna, anche nella politica economica. L'ansia di accorciare i tempi che intercorrono fra il momento in cui una riforma è approvata e quando essa si traduce in maggior crescita può far commettere gravi errori. Un esempio: qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l'installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l'anno: li pagano tutte le famiglie nella bolletta elettrica e vanno a poche migliaia di fortunati. Non solo si è creata un'enorme rendita che durerà per almeno un ventennio: si è favorita una tecnologia che a distanza di pochi anni è già vecchia. Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.

Un altro esempio di scorciatoie pericolose è la politica industriale dirigista. Scrive il Pd: «La liberalizzazione dei mercati non è sufficiente. Il contrasto alle rendite, le privatizzazioni, gli abbattimenti fiscali possono favorire innovazione e competitività ma ci lasceranno con un lavoro fatto a metà. È necessario ripensare le linee strategiche e gli strumenti della politica industriale. L'illusione che sia il mercato a far crescere l'economia ci sta portando a sbattere. La risposta spontanea delle imprese (alla globalizzazione) è insufficiente». (Partito democratico, Per una politica industriale sostenibile , giugno 2012). Neppure il governo Monti ha saputo resistere alle sirene dell'intervento pubblico. Nel breve arco di un anno ha usato il risparmio postale, che è una grande risorsa, per attuare, attraverso la Cassa depositi e prestiti, una politica industriale discutibile. La Cassa oggi possiede - oltre a un Fondo che dovrebbe selezionare e investire in imprese «strategiche» - le reti elettriche e del gas, sta acquistando la rete a banda larga, controlla Fintecna e Sace, ha partecipazioni importanti in Enel, Eni, Poste, Assicurazioni Generali. Un tempo con il risparmio postale la Cassa concedeva mutui ai Comuni per migliorare gli edifici scolastici.

Nel Dopoguerra, fra il 1945 e la metà degli anni Settanta, la politica industriale fu un elemento essenziale della nostra rinascita economica. L'Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), l'attore centrale di quel periodo, fu preso ad esempio da molti Paesi in via di sviluppo, in particolare dal Giappone. Negli anni Sessanta l'Iri, come il Miti (Ministero del Commercio internazionale e dell'Industria) giapponese, erano parte di un sistema finanziario incentrato sulle banche, su relazioni stabili fra banchieri e imprenditori (si pensi al rapporto fra Enrico Cuccia e Giovanni Agnelli), scarso avvicendamento dei manager (Vittorio Valletta guidò la Fiat per un ventennio) e un ampio intervento dello Stato nell'economia.

Ma erano tempi molto diversi. Italia e Giappone erano agli inizi della loro esperienza industriale. Non era necessario inventare cose nuove, bastava importare tecnologia dagli Stati Uniti e riprodurla, possibilmente facendo meglio di chi l'aveva inventata. Fu così in Italia per l'acciaio: l'impianto siderurgico di Taranto fu copiato dalle acciaierie texane di Houston, ma quando fu terminato suscitò l'ammirazione degli americani. Lo stesso accadde alla Toyota e all'elettronica giapponese.

Oggi crescere per imitazione non è più possibile perché siamo troppo vicini alla frontiera tecnologica. Oggi si cresce innovando, non imitando. La crescita oggi richiede innovazione e per innovare la politica industriale che tanto successo ebbe nel Dopoguerra non funziona.

Ovvero non può funzionare l'illusione che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo. L'innovazione è per definizione imprevedibile. Vi immaginate quattro funzionari dell'Iri in un garage che si inventano Apple? O un giovane impiegato dell'Iri che inventa Facebook? Affidereste allo Stato la scelta del tipo di robotica su cui puntare? Quello di cui abbiamo bisogno sono università eccellenti, la capacità di trattenere e attrarre i cervelli migliori, e una dose massiccia di «distruzione creativa», cioè un ambiente dove le vecchie imprese chiudono rapidamente e possono essere sostituite da aziende nuove, perché è in queste che più facilmente nascono le idee e si creano nuovi prodotti. Per questo è necessaria grande flessibilità. Innanzitutto un mercato finanziario e un mercato flessibile del controllo proprietario delle aziende, in cui non si incrostino gruppi di potere inamovibili. Il contrario di ciò che funzionava 50 anni fa. Oggi le imprese italiane dipendono troppo dal credito bancario: non era un problema 50 anni fa, lo è oggi. Molte imprese familiari beneficerebbero dal quotarsi in Borsa affidando il controllo a manager esterni. E serve un welfare che consenta la riallocazione del lavoro, proteggendo i lavoratori, non i posti di lavoro. Il contrario della cassa integrazione.

L'Italia degli anni Cinquanta era un Paese «emergente» lontano dalla frontiera tecnologica. Bastavano grandi imprese pubbliche che copiassero quello che altri facevano. Oggi l'Italia è un Paese alla frontiera della tecnologia. In questo mondo per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato.

venerdì 1 febbraio 2013

Perché per un (futuro) governo liberista è doveroso riformare la giustizia, di Carlo Stagnaro


Avere un sistema giudiziario ben funzionante non risponde solo a ovvie esigenze di tutela dei diritti di tutti, ma anche alla necessità di creare condizioni favorevoli alla crescita. “Giustizia efficiente”, infatti, significa dare un senso pieno ai “pezzi di carta” che intercorrono tra agenti economici: siano essi gli accordi tra privati (i contratti) oppure accordi tra un privato e una pubblica amministrazione (per esempio le autorizzazioni). Secondo il Competitiveness Report del World Economic Forum, l’Italia arriva 139esima su 144 paesi per quel che riguarda le dispute civili, e 131esima nella giustizia amministrativa. Nell’indagine Doing Business della Banca mondiale, alla voce “enforcing contracts” (che ha appunto a che fare con la giustizia civile) il nostro paese ottiene il 160esimo posto. In particolare, una causa commerciale dura in media 1.210 giorni, contro una media Ocse di 510, e costa il 29,9 per cento delle somme contestate, contro una media del 20,1 per cento.
Ottenere giustizia richiede il doppio del tempo e costa un terzo in più. Per l’Italia è disponibile anche un’indagine subnazionale, che mette a confronto l’efficienza delle singole giurisdizioni, tra l’altro, nel garantire il rispetto dei contratti. Al primo posto arriva Torino che, pur collocandosi comunque a grande distanza dalle medie Ocse, appare decisamente migliore rispetto alla media nazionale: per dirimere una disputa commerciale, servono 855 giorni (anziché 1.210) e una spesa pari al 22,3 per cento (contro il 29,9) delle somme contestate. Com’è possibile che, all’interno di uno stesso paese, esistano città dove il costo di una causa è paragonabile alla media Ocse, e la sua durata inferiore di un terzo rispetto alla media nazionale? […] Le misure sono indifferibili sia per la gravità del problema, sia perché in buona parte sono direttamente applicabili. Per quanto riguarda la situazione, l’arretrato da smaltire al 30 giugno 2011 (ultimo dato disponibile) era pari a quasi 9 milioni di processi, di durata incompatibile coi criteri europei (2.645 giorni le cause civili e 1.753 quelle penali) e in crescita (nel 2011 si sono allungati del 3,1 per cento i tempi del primo grado, del 9 per cento quelli dell’appello e dell’11,3 per cento i pronunciamenti del giudice di pace). In parte questi numeri sono frutto della litigiosità degli italiani […], ma in misura derivano dalla cattiva organizzazione del settore giudiziario. Di certo, il problema non è quello del sottofinanziamento della giustizia. Per affrontare questi problemi e rendere più efficiente la giustizia, si propone un mix di interventi di carattere normativo e non.
Per quanto riguarda gli interventi di carattere non normativo, occorre incentivare […] il ricorso a strumenti alternativi di risoluzione, quali gli arbitrati. Bisogna poi insistere su una migliore organizzazione del lavoro all’interno dei tribunali, seguendo il citato esempio di Torino: nel capoluogo piemontese l’introduzione di strumenti premiali per i magistrati più efficienti, oltre che una più razionale distribuzione dei carichi lavorativi, ha consentito di accelerare i tempi di giudizio e alleggerire lo stock di arretrato. Dal punto di vista delle modifiche di natura normativa, bisogna anzitutto scoraggiare l’accesso alla giustizia per ragioni di modesta entità o per cause pretestuose, per esempio tramite la riforma delle funzioni del giudice di pace, da attuarsi assegnando allo stesso una sorta di ruolo conciliativo. Servono poi una serie di cambiamenti apparentemente minori ma in realtà essenziali, come la liberalizzazione delle notifiche, che allo stato attuale possono essere consegnate solo da ufficiali giudiziari. Oggi 5.183 dipendenti pubblici devono recapitare manualmente 112.000 notifiche al giorno: si tratta del 12 per cento del personale della giustizia. L’informatizzazione della giustizia avrebbe ugualmente effetti positivi. Infine, è la governance stessa del settore che deve essere ristrutturata, con una riforma del Consiglio superiore della magistratura per garantire una maggiore trasparenza nello svolgimento dei compiti di controllo dell’operato della magistratura, prevedendo una individuazione dei membri per sorteggio all’interno delle stesse categorie dalle quali ora vengono eletti e un periodo di incarico di 3 anni, non rinnovabile.

*Stralci dal volume “Liberare l’Italia. Manuale delle riforme per la XVII legislatura”, in uscita in questi giorni a cura dell’Istituto Bruno Leoni.

mercoledì 30 gennaio 2013

Taming Leviathan, by Michael Boskin


A successful society needs effective, affordable government to perform its necessary functions well, and that includes sufficient revenue to fund those functions. But a government that grows too large, centralized, bureaucratic, and expensive substantially impairs the private economy by eroding individual initiative and responsibility; crowding out private investment, consumption, and charity; and damaging incentives with high tax rates. It also risks crowding out necessary government functions such as defense. That is today’s Europe in a nutshell, with America not far behind.
This illustration is by Paul Lachine and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
The recent death of James M. Buchanan, the father of public-choice economics, is reason to reflect on his sage warnings. Buchanan was awarded the Nobel Prize in 1986 for bringing to the study of government and the behavior of government officials the same rigorous analysis that economists had long applied to private economic decision-making. Buchanan concluded that politicians’ pursuit of self-interest inevitably leads to poor outcomes.
Buchanan’s analysis stood in marked contrast not only to Adam Smith’s dictum that the pursuit of self-interest leads, as if “by an invisible hand,” to desirable social outcomes, but also to the prevailing approach to policy analysis, which views government as a benevolent planner, implementing textbook “solutions” to market failures.
According to this view, if markets do not fully internalize all of the costs of private action – environmental pollution is a classic example – some “optimal” tax or subsidy supposedly can correct the problem. So, if a monopoly is restricting output and raising prices, regulate firms and industries. When weak demand leads to recession, increase government spending and/or cut taxes by just the right amount, determined by a Keynesian multiplier, and – presto! – the economy rebounds quickly.
Buchanan considered such analysis romantic. He showed that public officials, like everyone else, are driven by self-interest and governed by the rules and constraints operating in their economic environment. Households have a budget constraint. Firms have technological, competitive, and bottom-line constraints. For politicians, the ability to exercise power – for their own interests or those of vested interests – is constrained by the need to get elected.
Buchanan predicted that, by hiding the full costs, the ability to finance public spending through deficits would lead to higher spending and lower taxes at the expense of future generations, whose members were not directly represented in current voting. He predicted ever-larger deficits and debt – and ever-larger government as a result.
On this issue, Buchanan was, unfortunately, prescient – and well before financial crisis and deep recession led to yet another jump in the size and scope of government, accompanied by large deficits and exploding debt in the United States, Europe, and Japan. Buchanan argued tirelessly for lower government spending, balanced budgets (even a balanced-budget amendment to the US Constitution), and streamlined regulation.
Buchanan, along with Milton Friedman and many others, correctly pointed out that government failures are as numerous as market failures. So, even in areas like infrastructure or education, it is necessary to compare the benefits and costs of the imperfect fiscal and regulatory policies likely to be implemented by fallible, self-interested officials with potentially imperfect market outcomes.
These government failures include rent-seeking, pork-barrel spending, social engineering, regulatory capture, and induced dependency. Market failures or claims of unmet need are not sufficient to prescribe government intervention in the private economy, because the cure may be worse than the disease.
There are, of course, important, successful government programs. In America, the post-World War II G.I. Bill financed higher education for demobilized soldiers, and was a highly beneficial public investment in human capital. Social Security has helped reduce poverty among the elderly. The military has kept the US safe and free.
But the gap between textbook solutions drawn up in universities and think tanks and the reality on the ground can be vast. More spending or regulation does not always lead to better outcomes.
Government spending is no less subject to diminishing returns than anything else. Programs become entrenched, develop powerful constituencies, and are hard to shrink. Few programs are targeted carefully enough to real needs – or to the really needy – as politicians buy votes by spreading coverage far beyond what is needed to achieve programs’ stated goals. Hence Buchanan’s disdain for romanticizing government action.
In country after country, one casualty of the ongoing debate over spending, taxes, deficits, and debt has been efforts to make government more effective and efficient. In most areas of government, from defense to entitlements, better outcomes can be achieved at much lower cost, which should please both the left and the right.
For example, America’s federal government has 47 separate job-training programs in nine different agencies, costing almost $20 billion a year, most of which the Government Accountability Office reckons are ineffective or poorly run. President Barack Obama added the 47th – for green-energy job training – in 2009. The success rate was so poor (a tiny percentage of participants got targeted jobs) that the Labor Department’s Inspector General recommended shutting it down – and this at a time of massive unemployment, with firms listing millions of job openings but unable to find workers with the required skills.
We have seen what ultimately results when unsustainable spending leads to exploding debt: economic chaos and human tragedy. Somewhere between “romanticized” government solutions to problems and Buchanan’s self-interested government officials, we must find leaders willing to eliminate poorly performing programs; modernize, streamline, and consolidate others; improve services; and limit pressure for ever-higher growth-destroying taxes.

http://www.project-syndicate.org/commentary/james-buchanan-and-the-logic-of-government-growth-by-michael-boskin

mercoledì 23 gennaio 2013

Pluricandidati? Scelgano prima, di M. Ainis

STESSI NOMI, CIRCOSCRIZIONI DIVERSE

Gli elettori sono tutti uguali («one man, one vote»), gli eletti no. L'eguaglianza dei votanti è una conquista della Rivoluzione francese: nei sistemi arcaici si praticava infatti il voto plurimo, sicché i suffragi dei notabili valevano il doppio rispetto ai comuni mortali. Come d'altronde nella Russia di Stalin, dove gli operai pesavano più dei contadini. La diseguaglianza dei votati è invece una conquista del Porcellum. Ossia il ventre infetto dal quale sbucherà fuori il nuovo Parlamento, c'è ancora qualcuno che se ne ricorda?

In realtà di questa legge elettorale non parla più nessuno. Ci siamo rassegnati, come succede per un lutto. Errore: è anche da qui, dal modo in cui i partiti si fanno vellicare dal Porcellum, che dovremmo giudicarne la credibilità. E tale sistema offende la Costituzione non soltanto per le liste bloccate, che sequestrano la libertà degli elettori. Non solo perché distribuisce un premio di maggioranza senza soglia minima, trasformando il responso delle urne nel quiz di Mike Bongiorno («Lascia o raddoppia?»). C'è una terza perla custodita nel forziere: la possibilità d'esporre lo stesso candidato in più circoscrizioni, come una ballerina in tournée .

Diciamolo senza troppi giri di parole: è un insulto alla democrazia. Perché il pluricandidato reca sempre sul petto una medaglia, che gli assegna di diritto un posto in zona Champions nella lista. E perché quindi è destinato a convertirsi in plurieletto. Siccome però nessuno può posare i propri glutei contemporaneamente su più di una poltrona, a urne chiuse dovrà scegliere: o di qua o di là. E la sua scelta finirà per decretare l'elezione di chi gli viene appresso nella lista. Da qui un ossimoro consacrato dal Porcellum : è l'eletto che elegge, non già l'elettore. Anzi un doppio ossimoro, perché in questo caso l'elezione avviene dopo l'elezione. E il popolo votante? Non può selezionare i candidati, dato che riceve un elenco telefonico, prendere o lasciare. E con il trucco delle pluricandidature non sa nemmeno per chi vota. Sicché viene negata in ultimo non tanto la libertà, quanto la stessa facoltà del voto. Una vergogna, o meglio una plurivergogna.

Respinta sdegnosamente dai partiti? Macché. Fini è capolista dappertutto, come Ingroia, come probabilmente Berlusconi. Tabacci guida la sua squadra in 10 circoscrizioni. Invece Casini batte Bersani 5 a 3 (quest'ultimo corre in Lombardia, Lazio e Sicilia). Si dirà: il leader deve pur metterci la faccia, dal Nord al Sud della penisola. Ma innanzitutto non è un obbligo: Tony Blair fu sempre eletto nel collegio di Sedgefield. Inoltre il trucchetto viene praticato anche dai sottoleader. Sia nei vecchi partiti, dato che il Pd candida Letta e Marino in due Regioni. Sia nel partito novus, quello di Monti. Dove Ichino e Bombassei pedalano su una doppia bicicletta. E dove la Vezzali è seconda in Campania, prima nelle Marche. Chissà se la nostra campionessa condivide il motto che Plutarco mise in bocca a Cesare: meglio primo in Gallia che secondo a Roma.

Quanto a noi, abbiamo soltanto una preghiera da girare ai pluricandidati. Diteci fin da adesso quale sarà la vostra opzione, quale territorio rappresenterete in Parlamento. Diteci, insomma, per chi andremo a votare. E ai partiti che ancora s'affaccendano nella composizione delle liste: pulitele con un buon detersivo. Se il pluricandidato fosse anche un plurinquisito, ci gettereste nella pluridisperazione.

lunedì 14 gennaio 2013

Così Blanchard è diventato l’icona dell’anti austerity, di Michele Masneri


Ritratto di un contrarian

Economista francese del Fmi e bestia nera di Merkel. I ricordi di Giavazzi

Keynesiano, scorretto, controcorrente. Socialista con tratti liberisti. Anti austerity, sempre. Non ha stupito più di tanto nei giorni scorsi l’ennesimo intervento di Olivier J. Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale, sui danni che le politiche di austerità avrebbero provocato in questi anni. In un paper intitolato “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers”, l’economista ha ammesso che il moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra tagli al deficit e diminuzione della crescita, è molto più alto di quanto si pensasse. Una conferma di quanto il Fmi a guida tecnica di Blanchard aveva già annunciato a ottobre, suscitando un putiferio. Sia scatenando conflagrazioni politiche non secondarie – il Portogallo che corre a ammorbidire i suoi obiettivi di bilancio proprio grazie alla nuova dottrina Blanchard – sia provocando incrinature nella Troika (Bce, Fmi e Commissione europea) e costringendo Bce e Commissione a sconfessare la sua analisi. Intanto Blanchard diventa testimonial degli sviluppisti e di economisti radical: nuovo guru del silenziando Stefano Fassina, responsabile economico Pd, che considera la svolta Fmi di ottobre come le colonne d’Ercole del pensiero liberista.
L’economista francese, uno dei più stimati studiosi di macroeconomia a livello mondiale, non è nuovo a posizioni creative. I suoi contributi principali riconosciuti in dottrina sono due: una modernizzazione del pensiero keynesiano, con l’integrazione del tema delle aspettative; e gli studi sull’origine della disoccupazione in Europa. Ma i suoi interventi più gustosi sono quelli più “politici”, e  riguardano soprattutto la lotta al “sacro graal” anti inflazionistico al quale si abbevera la Troika. Blanchard, sessantaquattro anni, nativo di Amiens, studente all’Università di Lilla, allievo e poi seguace dell’ex premier Lionel Jospin, e suo consulente, fu chiamato al Fmi da Dominique Strauss-Kahn. E’ francese ma soprattutto americano, avendo ottenuto un dottorato al Mit di Boston, ateneo dove attualmente insegna Macroeconomia. Molto americano è anche il suo modo di gestire il doppio ruolo di membro Fmi e di pubblicista non felpato. Seppure il chief economist del Fondo sia – come dice un suo collega parlando con il Foglio – in realtà più un super consulente che non un dirigente della “ditta”, con obblighi di riservatezza, si può dire che Blanchard ha sempre utilizzato questa libertà con la massima disinvoltura.
Prima dell’abiura sul moltiplicatore fiscale, l’uscita anche più clamorosa fu nel 2010,quando pubblicò uno studio insieme a Giovanni Dell’Ariccia, “Rethinking Macroeconomic Policy”, in cui sosteneva che in tempi di crisi si può barattare un po’ di inflazione per un po’ meno depressione e che è assurdo rimanere impiccati a un 2 per cento (il target scolpito nelle tavole di Francoforte), mentre sfondare quota 4 per cento non porterebbe alcuna catastrofe ma solo un po’ di pil in più. Keynesismo in purezza, e una vera bomba atomica soprattutto perché proveniente da un esponente della Troika che impone ricette lacrime e sangue in giro per il mondo. Ma coerente col pensiero blanchardiano, che nei suoi paper (e negli articoli non paludati su Libération) da sempre piccona sull’ortodossia di Francoforte.
Già a fine anni Novanta, prima dell’introduzione dell’euro, metteva in guardia da una futura Bce più realista del re che “ritiene che l’unico modo per garantirsi credibilità è quello di adottare una politica estremamente severa. Il che è sciocco”. Francesco Giavazzi è stato compagno di studi di Blanchard al Mit, oltre che curatore della versione italiana della celebre “Macroeconomia” edita dal Mulino. Giavazzi ricorda come “formidabili quegli anni” tra il 1974 e il 1978, quando sotto le querce bostoniane studiavano economia un gruppo di ragazzi tra cui lo stesso economista della Bocconi, Blanchard, l’attuale governatore della Fed, Ben Bernanke, quello della Bce, Mario Draghi, e il premio nobel Paul Krugman; figura quest’ultima che per appartenenza liberal e verve pubblicistica spesso viene accostata a Blanchard. Giavazzi però vede poche somiglianze; perché il commentatore del New York Times e premio Nobel appare più ideologico, mentre Blanchard anche nelle sue uscite recenti porta sempre contributi scientifici empirici, anche se “recentemente è diventato più keynesiano degli inizi”.
Il professor Giavazzi dissente anche sul tema dell’austerità; lo ha scritto in diversi studi insieme all’economista dell’Università di Harvard, Alberto Alesina. La posizione dei due economisti italiani è che in realtà il moltiplicatore fiscale non sia ancora stato abbastanza studiato. Se sul moltiplicatore in negativo delle tasse Alesina e Giavazzi sono d’accordo con Blanchard – un punto di pressione in più fa scendere il pil in misura maggiore di uno –, su quello simmetrico (e che si vorrebbe positivo) della spesa, secondo i due economisti non siamo distanti dallo zero. Detto altrimenti: i tagli alla spesa non trascinano così in basso il pil. La versione Mulino della “Macroeconomia” non è l’unico legame che Blanchard ha con l’Italia. L’economista tenne le sue “Lezioni Paolo Baffi” molto acclamate nel 1998. Alle lezioni in onore dello storico governatore della Banca d’Italia, il chief economist del Fmi venne invitato in quell’anno con molto entusiasmo dal Comitato scientifico – dove poi è entrato e oggi siede accanto all’ex rettore della Bocconi, Guido Tabellini, che ne è presidente – ma un rapporto di stima lo legava soprattutto all’allora governatore Antonio Fazio. In un’intervista al Sole 24 Ore, Blanchard si trovò a tesserne gli elogi. Esprimendo i suoi dubbi sulla futura struttura della Bce, l’economista diceva che “non è questione di nomi. Non mi fiderei di Jean-Claude Trichet – allora numero uno della Banca di Francia – né di Duisenberg. Forse mi fiderei di più di Antonio Fazio e della Banca d’Italia”. Non si trattò solo di una frase di cortesia verso il suo ospite romano. Come spiega al Foglio un esperto di via Nazionale, Blanchard era molto ammirato della politica monetaria messa in atto in quegli anni da Fazio.
Si veniva infatti dalla crisi messicana del 1995-1996, vi erano alte aspettative inflazionistiche, il quadro generale era pericolante e l’Italia non faceva eccezione, anzi era nel mezzo di una pericolosa crisi strutturale. Lo spread, allora tema per specialisti, era quasi a quota 800, con il paese già alle prese con un debito-monstre. Fazio, grazie al potere decisionale ancora detenuto da Bankitalia, mise in atto una decisa politica monetaria restrittiva, intervenendo sui tassi ma anche sulle riserve bancarie, e attivandosi con una forte moral suasion sulle banche e sul Tesoro perché acquistassero titoli di stato. Ciò contribuì a far sì che in un anno lo spread con i titoli tedeschi scendesse da quasi 800 a 300 punti.
In quel ciclo di lezioni, Blanchard trattò del mercato del lavoro in Europa. Anche qui, posizioni non scontate e non ortodosse. La sua teoria è che per crescere, l’occupazione ha bisogno di avere un mercato del lavoro flessibile, altrimenti choc temporanei diventano strutturali. Lungi dall’essere solo un teorico, Blanchard tradusse per le masse il concetto: parlando della disoccupazione italiana, disse che il vero problema era il divario tra nord e sud, e che per superarlo bastava semplicemente “accettare salari più bassi nel mezzogiorno: una strada difficile dal punto di vista politico, ma non economico”.

giovedì 10 gennaio 2013

Settenario, del Mahatma Gandhi


1 - L’uomo si distrugge con la politica senza principi.
2 - L’uomo si distrugge con la ricchezza senza lavoro.
3 - L’uomo si distrugge con l’intelligenza senza carattere.
4 - L’uomo si distrugge con gli affari senza morale.
5 - L’uomo si distrugge con la scienza senza umanità.
6 - L’uomo si distrugge con la religione senza la fede.
7 - L’uomo si distrugge con la carità senza il sacrificio di sé.

mercoledì 9 gennaio 2013

Obama soffoca il senso di colpa del debito spendendo di più, di Mattia Ferraresi


Parla Arthur Laffer

L’economista reaganiano controbatte al krugmaniano austerità=espiazione

New York. L’inglese non distingue il tu e il lei, ma la parlantina in fast forward e intrisa di “you know what?” di Arthur Laffer, 73 anni, non s’attaglia alle formalità: “Sai qual è la definizione di ‘pazzo’?”. In che senso, scusi? “Lascia perdere, te la dico io: il pazzo è quello che fa sempre la stessa cosa e si aspetta che produca risultati differenti”. Il detto è attribuito, in modo incerto, ad Albert Einstein, ma all’economista di Reagan e patrigno della curva sulla massimizzazione delle entrate fiscali che nel 1974 ha spiegato su un tovagliolo a due ufficiali dell’Amministrazione – Dick Cheney e Donald Rumsfeld – quello che importa è che la definizione descrive la politica economica di Barack Obama e dei democratici: “Hanno aumentato ancora la spesa pubblica, creando nuovo debito. E’ quello che fanno sempre. Lo hanno fatto con gli stimoli che hanno indotto la ripresa economica più lenta nella storia americana e non si sono mai spostati da quel concetto. Pensano che un giorno la cura darà risultati diversi da quelli che ha sempre dato. Non è così. E sai perché la ripropongono? Perché sono cresciuti con una certa visione del mondo, uno schema morale che è stato ripetuto loro da quando erano nella culla: tagliare la spesa pubblica è peccato. Toccare il sistema di welfare è il male. Mettere mano ai sussidi è un fatto imperdonabile”.
Quella tracciata da Laffer è una trama morale uguale e contraria a quella esposta dagli economisti keynesiani dall’inizio della crisi. Paul Krugman ha insistito in modo martellante sulla fallacia del moralismo di ascendenza luteran-merkeliana per smontare il ricorso all’austerità: l’errore dell’austerità, secondo Krugman, discende da una malintesa necessità di espiare la colpa del debito, mentre il debito, nell’ortodossia controintuitiva di Keynes, si cura facendo altro debito. “Questa ricetta nel mondo reale non funziona”, dice Laffer, che usa la critica dell’austerità pura per stanare il moralismo dei suoi avversari: “Il vero tabù morale dei liberal è il welfare, sono gli ‘entitlements’, i sussidi per la disoccupazione e tutte le altre forme di assistenza che bloccano la crescita e aumentano la disoccupazione. Il peccato originale, in questa visione del mondo, si sposta dal terreno del debito a quello della giustizia sociale. Mettere mano ai programmi federali significa macchiarsi della colpa peggiore per i liberal, ma dato che non possono ammettere di ragionare sul piano della morale dicono che è una questione di pura efficacia economica, che la politica dello stimolo e della spesa pubblica è controintuitiva ma funziona. A te sembra che funzioni? Io in questi quattro anni non ho visto nessun risultato, ho visto una recessione e una depressione dalla quale non riusciamo a uscire. Altro che efficacia”.
Laffer è un libertario impenitente che ha sempre subordinato il giudizio politico a quello economico. Ha votato Clinton due volte sull’onda delle promesse – mantenute – di tagliare la spesa, non considera il budget della Difesa una voce intoccabile, vorrebbe ancorare i compensi dei politici all’andamento dei mercati o alla disoccupazione (“lo stato è l’unica entità al mondo che non si misura con le performance”) e ancora lancia strali contro l’Amministrazione Bush che non è riuscita a fermare la presa democratica del Congresso, e negli ultimi due anni di governo ha dovuto firmare gli aumenti della spesa con cui l’America fa i conti oggi. L’accordo di Capodanno sul budget è “dannoso, perché aumenta le tasse quando bisognerebbe abbassarle” e per tentare di affamare la bestia dello stato federale “bisognerebbe combinare all’alleggerimento fiscale un taglio della spesa serio nei prossimi mesi. Non lo faranno, questo è ovvio”. L’unica nota positiva per Laffer è che lo stallo di Washington “mostrerà una volta per tutte che l’unica via d’uscita dalla depressione è il taglio della spesa e lo stimolo alla crescita attraverso l’abbassamento delle tasse. Con l’assetto voluto da Obama, cioè penalizzando chi lavora e sussidiando chi non lavora, che è il modo migliore per creare altra disoccupazione, il 2013 sarà peggiore del 2012 ma almeno la gente capirà che questo governo non è in grado di risolvere i problemi. Sarà un anno buttato dal punto di vista economico, ma proficuo sotto il profilo politico”. E la colpa di tutto questo, secondo Laffer, è nella definizione stessa di “colpa” e nelle sue conseguenze spacciate per laica efficacia economica.