venerdì 15 novembre 2013

L'Italia con l'Euro al piede, di Giuseppe Guarino

La seconda puntata del saggio del professor Guarino


Indagine giuridica attorno a un codicillo illegale che ha frenato la nostra economia dal 1999. Effetti economici e politici di una decisione presa nelle stanze di Bruxelles. Una svolta in stile rivoluzione francese o bolscevica, col feticcio della stabilità

Quella di oggi è la seconda puntata di un lungo saggio “no euro” scritto dal professore Giuseppe Guarino. (La prima puntata l’abbiamo pubblicata ieri sul Foglio, la terza e ultima uscirà domani). Guarino, subito dopo la Seconda guerra mondiale, divenne uno dei primi ordinari di Diritto pubblico nel 1953. Insegnò a Sassari (suo assistente fu anche Francesco Cossiga), poi a Napoli, infine alla Sapienza di Roma. In politica fu con la Democrazia cristiana, e proprio con il sostegno della Dc divenne ministro delle Finanze nel 1987 e dell’Industria nel 1992-’93.
Secondo il giurista, il tentativo comunitario di creare una moneta unica a immagine e somiglianza del marco, deragliò presto. In prima battuta, infatti, il Trattato di Maastricht aveva assegnato agli stati l’obiettivo fondamentale di perseguire “la crescita”, offrendo loro anche la possibilità di indebitarsi (a certe condizioni stringenti). Poi però, a ridosso della creazione dell’euro, la Commissione stilò un regolamento, il numero 1466/97, che contraddiceva lo stesso Trattato di Maastricht, spingendo gli stati sulla strada rigorista del pareggio di bilancio a ogni costo. Per Guarino si è trattato di un “golpe”, tecnicamente inteso: i Trattati furono di fatto cambiati, senza dibattito pubblico e senza nemmeno seguire le procedure giuridiche corrette. Stesso discorso, per Guarino, si è ripetuto di fatto con il Fiscal compact siglato dai capi di governo nel 2012.
Il saggio rifugge accuse generiche e complottistiche, è ricco di tesi e argomentazioni controllabili, dunque falsificabili. Alla vigilia del voto europeo, e in una fase convulsa del processo di integrazione comunitaria, una buona lettura per euroscettici ed euroentusiasti, purché consapevoli. (mvlp)
La differenza tra il Trattato sull’Unione europea (Tue, o Trattato di Maastricht) e il regolamento 1466/97 attiene al vincolo che nelle discipline occupa la posizione “centrale”. Il Tue fissa un obiettivo, uno sviluppo conforme al disposto dell’articolo 2, il cui conseguimento è affidato alle politiche economiche di ciascuno degli stati membri, ciascuna delle quali avrebbe dovuto tenere conto della specificità delle concrete condizioni della economia del proprio paese. Le politiche economiche avrebbero potuto utilizzare all’occorrenza, quale strumento per realizzare l’obiettivo, l’indebitamento nei limiti consentiti dall’art. 104 c), da interpretare e applicare in conformità ai criteri fissati negli alinea e nei commi 2 e 3 del punto 2 dell’art. 104 c).
Il regolamento però abroga tutto questo. Le politiche economiche degli stati sono cancellate. E’ cancellato conseguentemente qualsiasi apporto degli stati. Il ruolo assegnato dal Tue [art. 102 A, 103 e 104 c)] all’obiettivo dello sviluppo, che l’attività politica degli stati avrebbe conseguito, realizzandolo in conformità a quanto prescritto negli artt. 2 e successivi del Trattato, è cancellato. All’obiettivo dello sviluppo è sostituito un risultato consistente nella parità del bilancio a medio termine. Gli stati, secondo il Tue, avrebbero conseguito l’obiettivo, valutando nella propria autonomia i limiti, le condizioni e le strutture del proprio paese. Il grado di conseguimento sarebbe stato necessariamente diverso da paese a paese, e per ciascun paese di anno in anno. Il risultato che il regolamento sostituiva all’obiettivo avrebbe dovuto invece essere eguale per tutti i paesi e in tutti gli anni per ciascun paese. Se le strutture o le condizioni monetarie non avessero consentito di conseguire la crescita, la politica economica dello stato ne avrebbe tenuto conto. All’opposto, nella disciplina del regolamento, se strutture o condizioni avessero ostato alla realizzazione del “risultato” della parità, si sarebbero dovute modificare le strutture e incidere sulle condizioni, non si sarebbe potuto venire meno all’obbligo perentorio della parità nel bilancio. Un totale capovolgimento, dunque, nel rapporto tra moneta e realtà. Secondo il Tue, se vi è contrasto, è la gestione della moneta a doversi adeguare alla realtà. Secondo il regolamento, è la realtà che deve adeguarsi alla moneta.
Qui potremmo anche fermarci. Ai fini della dimostrazione che al 1° gennaio 1999 è stata immessa sui mercati una moneta diversa da quella progettata da Pöhl, Delors e Carli, quanto detto è più che sufficiente. La moneta, quale disciplinata dal Tue, era stata giudicata dal suo diretto responsabile e utilizzatore, il presidente Pöhl, corrispondente al preesistente “marco”. Per forza logica l’“euro” oggi circolante, disciplinato da norme diverse da quelle del Tue, non può per definizione considerarsi simile al vecchio “marco”.
Sarebbero dovuti sorgere immediati dubbi sulla idoneità dell’euro voluto dal regolamento a produrre crescita. Il marco era stato fattore di sviluppo. L’“euro falso” ha cancellato i poteri e i mezzi di cui gli stati avrebbero potuto e dovuto avvalersi per produrre sviluppo. Il regolamento non li ha sostituiti con altri poteri e mezzi. L’effetto di crescita, quale avrebbe dovuto prodursi in conseguenza naturale dell’obbligo imposto come permanente a tutti indistintamente gli stati, era affermato in via “assiomatica”. Non trovava conferma in alcuna esperienza. Il debito pubblico del Regno Unito nel secolo della rivoluzione industriale e della espansione imperialistica superò quello antecedente o contemporaneo di qualsiasi altra economia. L’indebitamento statunitense, negli anni dal 1939 al 1945 aumentò vertiginosamente da poco più del 40 per cento a oltre il 100 per cento. Furono immediatamente riassorbiti quindici milioni di disoccupati. Consentì agli Stati Uniti di uscire dalla guerra quale principale potenza politica, militare, economica e scientifica nel mondo. Se non sono reperibili esperienze storiche conformi, se non vengono addotte a sostegno argomentazioni basate su rapporti di causa ed effetto oggettivamente verificabili, la fiducia nell’obiettivo assiomatico deve restare necessariamente e unicamente affidata ai risultati. Dal 1999 a oggi sono trascorsi 15 anni. Un periodo che nelle attuali condizioni storiche può considerarsi un tempo lungo, più che medio.
Le risultanze statistiche sono inequivocabili. Italia, Germania, Francia, nei quattro decenni dal 1950 al 1991, con tassi medi del pil pari rispettivamente a 4,36, 4,05 e 3,86 per cento (elaborazioni su dati omogeneizzati Maddison) risultavano nello sviluppo i primi tre paesi democratici occidentali, precedendo Stati Uniti (3,45 per cento) e Regno Unito (2,08 per cento). Nei sei anni anteriori alla entrata in vigore del Tue (1987-1992) le medie, in conseguenza degli effetti costrittivi derivanti dall’ultima fase di attuazione del Piano Werner, risultarono rispettivamente del 2,68, 2,05 e 2,91 per cento. Sarebbero risultate superiori ai dati del sessennio della fase transitoria della omogeneizzazione (1,34, 1,32 e 1,40 per cento). Le medie complessive dei 15 anni successivi al 1° gennaio 1999 sono state per i tre paesi dello 0,38, dell’1,36 e dell’1,38 per cento. A partire dal 2000, i tre maggiori stati membri, oltre a beneficiare della ormai consolidata disciplina della eliminazione anche fisica delle dogane, sarebbero stati avvantaggiati dalla eliminazione nell’ambito dell’area euro dei costi di transazione e anche dall’aumento del numero dei partecipanti all’Unione (tredici in più) e distintamente all’euro (cinque in più). Ebbene, in una graduatoria insospettabile (v. Pocket World in Figures dell’Economist, edizione 2013, pag. 30) degli stati con minore sviluppo nel mondo nel decennio 2000-2010, l’Italia figura come terza peggiore economia, la Germania come decima peggiore economia, la Francia come quattordicesima peggiore economia. Ancora più significativa è la presenza di dodici stati europei, se consideriamo anche quelli dell’Unione, tra i primi trentacinque della graduatoria dei peggiori nel mondo! Nella analoga graduatoria del decennio antecedente (1990-2000), non figurava nessuno stato europeo. Si deve dedurre che il fattore cruciale ampiamente responsabile della depressione europea, e specificamente dell’area euro, deve avere cominciato ad operare poco prima o poco dopo l’inizio del nuovo millennio. In astratto avrebbe potuto trattarsi tanto di un fattore interno alla Ue e/o alla zona euro, quanto di un fattore a questa esterno. Un’altra statistica esclude la seconda ipotesi. La media di crescita del pil nel mondo nel ventennio 1975/95 era stata del 2,8 per cento (v. Rapporto sullo sviluppo umano, 1999), la popolazione totale nel 1997 era pari a 5 miliardi e 741 milioni. E’ oggi di oltre 7 miliardi. Il tasso di sviluppo è stato superiore al 4 per cento negli anni dal 2004 al 2013. Ha superato il 5 per cento negli anni 2006 (5,3 per cento), 2007 (5,4) e 2010 (5,1). L’intero mondo si caratterizza attualmente per una crescita continua e generalizzata in tutti i continenti. La media di crescita del pil nell’area euro nel decennio 1991-2003 è stata del 2,2 per cento. Quella del 2013 (previsioni per l’ultimo anno) è del meno 2 per cento.
La causa era dunque interna. Il fattore nuovo accertato nell’anno 1999 e/o nell’anno antecedente o in quello successivo, è l’immissione nei mercati dell’euro “falso” disciplinato dal reg. 1466/97, a partire dal 1° gennaio 1999. Non possono esservi dubbi. Il reg. 1466/97 è causa prima e unica del fenomeno depressivo in corso nei singoli paesi e nell’intera area euro dal 1° gennaio 1999.
Vi è un ulteriore e distinto effetto diretto del reg. 1466/97 che supera per rilievo qualsiasi altro. E’ la soppressione della “democrazia”. E’ garantita, al livello massimo, la libertà individuale. A livello normativo sono garantiti anche diritti sociali. La libertà individuale e il godimento di diritti sociali sono tuttavia presupposti necessari, ma non sufficienti della democrazia. Un regime può qualificarsi come democratico soltanto se gli individui, formanti una unica collettività, possono tutti in condizioni di assoluta parità influire sugli indirizzi politici attinenti all’esercizio della sovranità o comunque di carattere prioritario. Nelle condizioni attuali di sviluppo, sono da considerarsi prioritari gli indirizzi economici di base.
L’influenza dei cittadini può essere esercitata in modo diretto o indiretto. Nelle grandi collettività, di norma in modo indiretto con il voto. Il voto deve essere espresso in condizioni di parità, nello stesso giorno (eccezioni sono ammesse per categorie che versino in condizioni particolari), con identiche modalità, in luoghi prestabiliti.
Il regolamento 1466/97 ha soppresso l’unico spazio di attività politica soggetto all’influenza dei cittadini dei singoli stati membri, lo spazio delle politiche economiche a mezzo delle quali ciascun paese membro avrebbe potuto e dovuto concorrere al perseguimento dello sviluppo, nell’interesse proprio e della Unione. La competenza politica degli stati membri, oggetto di un diritto potestativo, non è stata sostituita da altre di eguale carattere politico. In sua vece è stato previsto l’obbligo degli stati membri di realizzare un risultato specificamente definito (il bilancio in pareggio) di carattere primario ed eguale per tutti, la cui realizzazione si risolve in obblighi e doveri individuali, soggetti a poteri di vigilanza, a controlli e a direttive, e i cui caratteri e obiettivi sono prescritti. Soppresso ogni spazio di decisione politica, è scomparso anche il corrispondente spazio di espansione del principio democratico.
Le direzioni di marcia dell’Unione e degli stati membri sono segnate. Nel settore che nelle condizioni attuali di sviluppo condiziona tutti gli altri, e che è da considerarsi quindi assolutamente prioritario, quello della economia, i “governi devono fare i compiti” a essi assegnati. Gli istituti democratici contemplati dagli ordinamenti costituzionali di ciascun paese non servono più. Nessuna influenza possono esercitare i partiti politici. Scioperi e serrate non producono effetti. Le manifestazioni violente provocano danni ulteriori, non scalfiscono gli indirizzi prestabiliti. Atti dimostrativi come salire su torri e sostarvi al freddo per intere notti, e persino i gesti estremi quali il suicidio per tutelare la dignità personale offesa per il non poter pagare i salari ai propri dipendenti o non poter provvedere ai bisogni della propria famiglia, sono privi di effetto.
Il mormorare, il chiacchiericcio diffuso sono liberi, ma dopo essersi affievoliti, si esauriscono. Sono efficacissimi invece per influire sui sistemi autoritari, fino a determinarne il crollo! (le barzellette!). Nel regime “Ue più euro” sono libertà private, prive di effetti pubblici. Non si può abbattere il proprio governo se un governo, nelle materie economiche fondamentali, non esiste. Parole e gesti cadono nel vuoto.
L’eliminazione della fascia della politica provoca un effetto ulteriore. L’assenza di un potere politico di carattere generale e la sua assenza in tutte le parti attinenti alla sovranità e ai princìpi fondamentali, comporta che tutte le condotte degli organi e dei loro titolari, formino oggetto di norme, singole o integrate, che ne determinano il carattere, ne precisano l’oggetto, ne determinano il se, il come e il quando della concretizzazione. Il sistema risulta formato da fattispecie di carattere costrittivo, aventi a oggetto condotte dalle quali promana il movimento delle singole parti e dell’insieme dell’organismo.
Ne segue che nel momento in cui gli indirizzi e il movimento complessivo siano stati sottratti a ogni decisione “politica”, cioè libera, il sistema risulta autoprotetto. Il suo movimento può essere solo quello derivante dall’insieme delle condotte prestabilite. L’organismo si è robotizzato. Il più potente dei calcolatori può effettuare operazioni altrimenti impossibili. Ma perché ciò accada deve essere stato progettato a questo scopo. La macchina “Ue più Eurozona” comprende opzioni. Sono opzioni da esercitarsi entro ambiti, in condizioni e tempi, e con modalità direttamente o indirettamente predeterminate. Se sono stati commessi errori nella progettazione e se la macchina provoca danni, questi si produrranno sino a quando la macchina funzionerà. Funzionerà, continuando a produrre danni, fino a quando non imploda.
Ogni effetto, una volta prodottosi, si trasforma in causa di effetti. Gli effetti del regolamento 1466/97, dato il loro rilievo e la lunga durata, sono alla base di distinte serie causali produttive di effetti anche autonomi a ciascun livello, che in parte si cumulano e si intrecciano.
Un primo effetto si collega alle modalità usate per pervenire all’adozione del regolamento, tutte dirette a impedire che venisse percepita la portata delle innovazioni. Il regolamento, in vigore dal 1° luglio 1998 (v. art. 13), era destinato ad applicarsi a partire dal 1° gennaio 1999. I programmi di stabilità avrebbero dovuto essere presentati prima del 1° marzo 1999 (art. 4). Se si voleva ottenere che non se ne diffondesse la conoscenza, il risultato è stato raggiunto al cento per cento. Ancora oggi l’esistenza, la natura e gli effetti del regolamento, non sono generalmente conosciuti dai titolari degli uffici, le cui competenze nei singoli paesi membri vi si connettono. E’ ipotizzabile che i ministri che parteciparono al Consiglio che adottò la proposta della Commissione recante la data del 18 ottobre 1996 (v. G.U. Comunità C/368/96) e che ne approvarono il testo definitivo il 7 luglio 1997, non si siano resi minimamente conto della portata del voto che esprimevano in rappresentanza dei rispettivi governi.
Prodottosi il fenomeno depressivo a partire dal 1° gennaio 1999, nessuno ha pensato al reg. 1466/97, le cui norme, e in seguito i princìpi, sono rimasti in vigore per tutto il quindicennio successivo. Non essendo nota la causa originaria e quelle prodottesi anno dopo anno in conseguenza degli effetti cumulativi, si sono verificati effetti ulteriori che sono sotto gli occhi di tutti. Economisti, tra i quali un buon numero di premi Nobel, di tutte le parti del mondo, ci bombardano con consigli e ricette. Gli esperti dell’Eurozona e quelli europei fanno altrettanto. Ma non conoscendola, e non potendo risalire alla causa, una causa peraltro così singolare e imprevedibile, ci si limita a indicare risultati che si vogliono ottenere (sono i soliti: aumento della occupazione, sostegno alle imprese, stimolazione della domanda, diminuzione del carico fiscale, rilancio della economia, e simili). Nessuno spiega come e con quali mezzi conseguirli.
Ma responsabili ce ne devono essere. Non potendo risalire alla fonte, vengono indicati sempre gli stessi: la classe politica, gli sprechi, la spesa sanitaria, la inefficienza della Pubblica amministrazione, i lacci della burocrazia, l’evasione fiscale, ecc. E poiché è il governo che dovrebbe eliminarli e non li elimina, il responsabile ultimo è sempre il governo. I governi precedenti e poi, né potrebbe essere diversamente, il governo in carica. Il governo, poveretto, fino a quando il paese non verrà liberato dalla gabbia in cui si è rinchiuso, con reintegrazione dello stesso governo nella sua potestà politica, non può fare nulla.
Gli effetti prodotti da quelli antecedenti trasformatisi in cause sono parecchi.Innanzitutto una grande confusione. Si aggiunge la diversità degli effetti prodotti nei vari stati. La Germania, cui apparteneva la moneta (il marco) alla quale l’euro avrebbe dovuto assimilarsi, essendo stata assunta a modello ai fini della omogeneizzazione, non ha ricevuto quale effetto della stabilità danni emergenti. Ne ha probabilmente subiti di maggiori come lucro cessante, che però sono meno percepibili. Tanto basta perché venga ritenuta responsabile delle misure costrittive cui altri sono stati assoggettati. Ne seguono invidie, risentimenti, persino odi. All’inverso la Germania guarda con aria di superiorità, con sospetto e anche con disprezzo i paesi in peggiori condizioni. I Trattati europei esaltano la coesione. Non è stata raggiunta. Probabilmente, se continuerà ad applicarsi l’attuale regime, non lo sarà mai.
Mentre pervenivano sollecitazioni da ogni parte del mondo, gli organi dell’Unione non potevano restare inerti. La crescita, quale risultato della parità del bilancio imposto con norme di applicazione generale, costituiva l’effetto di un assioma. Così è stato in medicina fino a tutto il ’700. Non disponendo di strumenti per risalire alle cause, se si avvertivano sintomi gravi di cui non si conoscessero le cause, si ordinava il salasso. Se la prima applicazione non recava sollievo, se ne accrescevano le dosi. E così una terza e una quarta volta. Lo stesso è accaduto per l’Europa. Poiché l’atteso sviluppo non si produceva, si deduceva che il principio della stabilità non era stato applicato con il necessario rigore. Sulla scia del primo regolamento ne è stato emanato quindi un secondo (reg. 1055/2005), poi un terzo (reg. 1175/2011), infine il Fiscal compact. Fino a prevedere, per essere più sicuri nella applicazione delle ricette, che modifiche strutturali venissero prescritte e imposte da organismi esterni. Un “commissariamento”!
Nei quindici anni trascorsi dal 1° gennaio 1999, sono stati ratificati e sono entrati in vigore nuovi Trattati: Nizza, Amsterdam, Lisbona. I Trattati sono pieni di affermazioni enfatiche. Sono stati creati nuovi organi. Si poteva abbondare. La disciplina continuava a essere di fatto quella del reg. 1466/97 integrata dalle modifiche successive. Dove possibile, si è cercato di rafforzarla con parole accuratamente collocate, ma sempre evitando di dare nell’occhio. In quindici anni si sono accumulati centinaia di atti, di livello normativo o applicativo, ai quali ha partecipato un considerevole numero di titolari di funzioni connesse ai problemi europei, sia nell’Unione che nei paesi di appartenenza. Molti politici e amministratori hanno fatto carriera. Sono stati titolari o lo sono tuttora di uffici ai quali si connettevano responsabilità massime a livello europeo o negli ordinamenti costituzionali interni. La loro presenza in ruoli connessi all’Unione e/o all’euro è rassicurante. Genera speranza e fiducia. Un ulteriore ostacolo a che si comprenda come stanno effettivamente le cose!
Ultimo ma non minore effetto derivato da questi intrecci è un “vuoto di potere”. Il vuoto viene colmato da istituzioni e da titolari che, a livello europeo e nazionale, siano posizionati in condizioni che consentano loro di avvalersene. Abbiamo così titolari di organi comunitari che impartiscono lezioni non richieste a governanti degli stati membri. Lo stesso fanno, con autorità persino maggiore, titolari di organi di altri paesi. In ciascun paese organi, specie del livello più elevato, si espandono in aree contigue, a volte sinanche inferiori.
La confusione è grande, grande il rumore. Ma la macchina robotizzata dell’Europa e dell’euro continua a macinare flussi di risultati negativi, e tranquilla e indifferente, prosegue indisturbata e inesorabile nella direzione che le è stata imposta.
Una osservazione conclusiva su quanto è accaduto il 1° gennaio 1999. La dottrina distingue tra due ipotesi. La instaurazione di fatto di un nuovo governo (ossia del detentore dei poteri pubblici di vertice) e l’instaurazione di fatto di un nuovo regime.
La “democrazia” è (deve essere) il principio fondamentale del regime degli stati aderenti all’Unione europea. La democrazia è stata soppressa nel 1999 nell’Eurozona e negli stati senza deroga. In ciascuno degli stati membri senza deroga, viene cancellato il diritto-potere di ciascuno di essi di influire sulla crescita con le proprie politiche economiche, i loro cittadini non hanno alcuna possibilità di influire sugli obblighi cui il proprio paese, quindi essi stessi vengono assoggettati. Nell’Eurozona perché non vi sono stati previsti organi politici responsabili nei confronti della totalità dei cittadini delle collettività che ne fanno parte assunti come entità unitaria. Ciò che è accaduto deve qualificarsi come “instaurazione di fatto di un nuovo regime”. Era accaduto in Francia con la rivoluzione francese, in Russia, nel 1917, con la rivoluzione bolscevica. Con queste differenze, che la rivoluzione francese, affermando i principi della libertà degli individui e delle imprese, sprigionò enormi energie esistenti. Quella collettivista creò vincoli che sarebbero risultati più stringenti di quelli anteriori, dei quali ci si voleva liberare. La rivoluzione francese e quella russa imposero, con la introduzione di nuovi regimi, anche l’introduzione di vertici di un nuovo tipo. La rivoluzione, operata dal “falso euro”, concretizzatasi nel principio della stabilità, ha creato un regime autoreferenziale. In quello sovietico l’autoreferenzialità abbracciava larga parte della organizzazione. Ma il vertice ne era escluso. Con l’ulteriore differenza che in quello sovietico si proclamava la conquista del potere da parte del proletariato. In quello della stabilità, manca un vertice politico e, accantonato l’obiettivo della crescita, domina, quale “dio” insondabile e assoluto, un principio astratto che genera un movimento che inesorabilmente produce depressione e forse, alla fine, implosione.
Altra considerazione. Va valutata attentamente. Potrebbe sconsigliare l’applicazione tardiva della disciplina della moneta del Tue e oggi del Tfue (il Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, Lisbona). Con l’esperienza del “poi” si può oggi affermare che la richiesta che la nuova moneta somigliasse al marco era a sua volta inficiata da un “errore”. Si era tenuto conto della stabilità interna, non di quella esterna. La collettività tedesca era fortemente coesa. Non può trascurarsi che vi vigeva da quasi un secolo un sistema di stato sociale, il più solido e avanzato nel mondo. Intese collaborative tra imprenditori e classe operaia esistevano tanto a livello di organismi centrali quanto in forme istituzionalizzate, all’interno delle imprese. Non si tenne conto dell’ambiente esterno. Era stato fino a quel tempo a sua volta stabile. La stabilità esterna persisteva da oltre cinquanta anni. Appariva naturale e destinata a durare. Costituiva invece il prodotto di una situazione storica peculiare, la divisione del mondo in due grandi blocchi contrapposti, quello del mondo libero, che si avvaleva del regime di mercato, e quello collettivista che raggruppava i paesi la cui organizzazione si ispirava, in varia misura, al modello amministrativizzato dell’Urss. Anche le regolazioni tra gli stati, nel blocco collettivista, erano in qualche misura rigide. Era la stabilità esterna a garantire la stabilità interna, obiettivo e nello stesso tempo condizione per il successo della moneta e dell’economia tedesca.
La stabilità esterna, proprio negli anni in cui vennero stipulati i due Trattati, dell’Atto unico europeo e del Trattato sull’Unione europea, cominciava a vacillare. Nel 1999 sarebbe mancata del tutto. Oggi le condizioni del mondo esterno sono l’opposto della stabilità. (continua domani)

Un golpe di nome euro, di Giuseppe Guarino

Se la moneta unica fosse tecnicamente un “colpo di stato” contro paesi membri e cittadini? Per non cadere dal pero, saggio (a puntate) del giurista Guarino

Da oggi, e per i prossimi due giorni, pubblicheremo a puntate un saggio di Giuseppe Guarino, già ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma, già ministro delle Finanze (1987) e dell’Industria (1992-’93). La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un “colpo di stato”, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97. Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per esempio –  necessario a entrare nella nuova area valutaria, la Commissione fece approvare infatti un regolamento che avrebbe vincolato in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in mano agli stati membri.
Il ragionamento di Guarino è lungo ma non oscuro, narrato con stile piano, a disposizione – per volontà dello stesso autore – di chi lo volesse confutare. Qualcuno potrebbe sostenere, forse non a torto, che non di soli formalismi giuridici è costituito il processo d’integrazione europea. Ciò detto, è un fatto che pezzi d’establishment guardino con ansia crescente alle prossime elezioni europee, ritenute facile terreno di caccia per “populisti” anti moneta unica. Ieri pure l’agenzia di rating Moody’s ha parlato di rischi “non trascurabili” che in Italia “i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall'euro”. Guarino obbliga a confrontarsi con una lettura critica ma acuta, nient’affatto dozzinale, del tipo di mentalità dominante nella storia dell’integrazione europea. A meno di non accontentarsi di vivere in un’èra in cui tutte le vacche sono populiste, buona lettura. (mvlp)
Una espressione usata anche in atti formali, compreso il molto recente cosiddetto Fiscal compact (art. 1, comma 1) è quella di “Unione economica e monetaria” (Uem).L’Unione monetaria non è stata realizzata. L’Unione economica non è stata creata. Le monete circolanti con “valore legale” nell’Unione erano tredici al 1° gennaio 1999, data del lancio. Una, l’euro, moneta comune di undici stati. La sterlina e la peseta, “monete nazionali”. Oggi le monete sono dodici, di cui una, l’euro, moneta comune, undici, monete nazionali.
L’Unione economica non è stata creata. L’Atto unico europeo (Aue) e il Trattato dell’Unione europea (Tue), che sono i due Trattati ai quali ne viene attribuito il merito, si sono limitati a creare un “mercato unico”. E’ un grande spazio economico nel quale si applicano, come dominanti, i principi della libera iniziativa privata (libertà di impresa) e della più ampia apertura. Oggi la maggior parte dei rapporti economici del globo sono retti da discipline ispirate ai medesimi principi della libera iniziativa privata, quindi della libertà di impresa, in un mercato aperto. Si è costruito a livello quasi mondiale un mercato “unico”. Nessuno lo definirebbe “Unione economica”.
Il “mercato comune” formò oggetto precipuo dell’Aue, integrato successivamente dal Tue. Il Tue ha disciplinato oggetti nuovi, in modo particolare ha dettato una disciplina generale sull’attività economica e sui bilanci degli stati, quindi implicitamente sulla moneta comune.
Alle norme che avrebbero influito sulla concretizzazione della “moneta comune” si pose mano negli ultimi mesi di discussione sul Tue. A quel punto molti capisaldi della disciplina della moneta erano stati già fissati. La moneta sarebbe stata comune non a tutti gli stati dell’Unione, ma solo a quelli che si sarebbero assoggettati alla sua specifica disciplina. La decisione scaturì dalla indisponibilità del Regno Unito a rinunciare alla sua storica moneta, la sterlina. L’Unione, senza il Regno Unito, sarebbe nata monca. Fu concessa al Regno Unito la clausola dell’“opting out”. Avrebbe potuto aderire all’euro, dimostrando di averne i requisiti, in qualsiasi momento successivo. Concessa al Regno Unito, la clausola non poté essere negata alla Danimarca. Fu concessa di fatto, in assenza di deroga formale, alla Svezia, il primo paese ad aderire all’Ue, dopo la stipula del Trattato. L’art. 109 k) ha finito per contemplare due distinte categorie di paesi membri, quelli ammessi all’euro, denominati senza deroga, e quelli che continuano ad avvalersi della propria moneta, denominati “paesi con deroga”. L’art. 109 k) indica gli articoli del Tue che si applicano ai soli paesi senza deroga.
Come il Regno Unito aveva dichiarato che non avrebbe rinunciato alla sterlina, così la Germania precisò che avrebbe aderito all’Unione e alla moneta unica solo se questa fosse risultata simile al marco. Il marco era la moneta storica della Germania. In attuazione di un indirizzo politico assunto sin dall’inizio, il governo federale coadiuvato dalla Bundesbank si attenne con rigore a criteri antinflazionistici per garantire duratura stabilità al valore della moneta, e conseguentemente uno sviluppo armonioso, equilibrato, continuo della economia. L’obiettivo della stabilità della moneta comportava, nelle valutazioni di Otto Pöhl, presidente della Bundesbank, condivise da Jacques Delors, presidente della Commissione, e poi dai rappresentanti di tutti gli altri paesi, che venissero fissati limiti all’indebitamento di ciascuno stato membro nelle percentuali, rispetto al pil, del 3 per cento nell’indebitamento annuale, del 60 per cento nel debito totale. Al dibattito finale presero parte attiva le delegazioni italiana e britannica.
Prima che ci si accordasse sulle caratteristiche della moneta, erano state concordate misure che avrebbero condizionato l’intera architettura del sistema. Gli stati avrebbero partecipato all’Unione conservando il loro carattere sovrano. Avrebbero ceduto non la sovranità, ma l’esercizio della stessa, in ambiti vasti, che sarebbero stati predeterminati. Le competenze dell’Unione sarebbero state solo quelle specificamente contemplate dal Trattato. Le risorse dell’Unione sarebbero state, oltre i ricavi dei dazi esterni e di poche altre entrate, quelle trasferite all’Unione dagli stati (definite “proprie”). Il bilancio dell’Unione sarebbe dovuto risultare ogni anno in pareggio. Ne discendeva che l’Unione non avrebbe potuto indebitarsi. Nelle materie di sua competenza, l’Unione avrebbe emesso regolamenti e direttive, con efficacia vincolante diretta negli stati membri. Norme del Tue, integrative dell’Aue, avrebbero vietato aiuti di stato ed evitato la formazione di posizioni dominanti nel mercato.
L’Aue aveva consacrato la libertà di movimento, oltre che delle merci, delle persone, del diritto di stabilimento e anche dei capitali, compresi quelli a breve. L’Unione avrebbe promosso la liberalizzazione del commercio internazionale con abbattimento generalizzato dei dazi doganali. La direttiva Ue, avente ad oggetto la libera circolazione dei capitali a breve, era stata adottata dalla Commissione e recepita dai paesi membri ancora prima del completamento del disegno dell’Unione.
Questo è il quadro, contenente un numero elevato di punti fermi, nel quale le delegazioni si accinsero a inserire le norme che in modo diretto o indiretto avrebbero caratterizzato la nuova moneta. La disciplina avrebbe dovuto conformarsi a quella del marco in tre aspetti fondamentali.
a) Avrebbe dovuto essere diretta all’obiettivo di promuovere una crescita rispondente alle caratteristiche fissate nell’art. 2 Tue. Una crescita cioè “sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra stati membri”.
b) Il compito di provvedere allo sviluppo sarebbe spettato distintamente a ciascuno stato, il quale vi avrebbe provveduto nell’interesse proprio e dell’Unione, con la propria politica economica (artt. 102 A, 103 Tue).
c) Agli stati avrebbero dovuto essere attribuiti mezzi e/o strumenti necessari per il perseguimento dell’obiettivo della crescita. Qui i progettisti (gli “architetti del sistema”) dovettero constatare che la generalità dei mezzi adoperati dagli stati esterni all’Unione europea, cioè dalla generalità dei futuri competitori, era di fatto preclusa da punti fermi non più modificabili. I quali peraltro, in dipendenza delle preclusioni introdotte, indicavano l’unica strada rimasta libera, che sarebbe stato quindi necessario percorrere, quella dell’indebitamento. Se esistono fattori valorizzabili e non si dispone di risorse da investire, il ricorso all’indebitamento è indispensabile per cogliere le occasioni favorevoli. Potrebbero non più ripetersi.
Qualora il sistema, nel suo funzionare in modo fisiologico non produca risorse, se ci si preclude ogni possibilità di cogliere occasioni produttive, è la crescita a essere ostacolata. All’indebitamento va fatto ricorso nel rispetto della “golden rule”. L’investimento frutto dell’indebitamento deve, secondo una previsione ragionevole, produrre profitti in misura superiore al suo costo. Diversamente si avrebbe crescita del debito e del suo costo complessivo. I valori del 3 per cento per l’indebitamento e del 60 per cento per il debito totale, riferiti al pil, potevano basarsi, al tempo in cui furono adottati, sulla esperienza pluridecennale di grandi economie (quella tedesca e anche quella degli Stati Uniti). Furono approvati: 3 e 60 per cento costituivano il limite che avrebbe garantito la “stabilità” della moneta e della economia.
Qui si inserì la proposta della delegazione italiana, appoggiata dagli inglesi. Guido Carli, ministro del Tesoro e capo della delegazione, la attribuisce nelle sue memorie (“Cinquant’anni di vita italiana”, edizioni Laterza) alla propria “caparbietà”. Non si potevano far dipendere le sorti di una economia dalle condizioni che sarebbero state accertate in date prefissate. Avrebbero potuto essere sconfessate dalla notte al mattino, potevano dipendere da cause eccezionali, avrebbero potuto in ipotesi costituire il frutto di dati inesatti. Furono così approvati tre emendamenti, due dei quali hanno formato oggetto degli alinea della lett. a) del n. 2, l’altro della lett. b) dell’art. 104 c). Nella sua redazione definitiva, l’art. 104 c), n. 2, ha stabilito che l’esame della conformità alla disciplina di bilancio dovesse avvenire “sulla base” di due criteri, di cui uno alle lett. a) e b) dello stesso n. 2. Ai due criteri bisogna dunque attenersi nella interpretazione e applicazione dei valori di riferimento. Negli emendamenti accolti si fa obbligo di tenere conto della tendenza ad avvicinarsi al valore di riferimento e di eventuali cause eccezionali o temporanee che potessero avere provocato il superamento.
Agli architetti del sistema era stato attribuito il compito di realizzare a mezzo di norme astratte una moneta corrispondente al marco, che garantisse ai paesi membri e quindi all’Unione uno sviluppo duraturo, armonioso, sostenibile, corrispondente a quello realizzatosi in Germania negli antecedenti quaranta anni. Gli architetti si attennero al modello. Hanno assolto il compito assegnato in modo puntuale. Disegnarono un progetto la cui attuazione avrebbe potuto e dovuto garantire una crescita duratura e sostenibile. Protagonisti ne sarebbero stati gli stati membri, vincolati all’obiettivo della crescita. Gli stati avrebbero prodotto crescita nell’esercizio della più tipica espressione della attività politica, la politica “economica”. Gli architetti erano consapevoli che a favore della crescita, avrebbero concorso gli effetti benefici di due fattori produttivi: l’abolizione fisica delle dogane, cui gli studi preparatori avevano accreditato una influenza sulla crescita nella misura dal 2 al 6 per cento a seconda della collocazione dello stato, e l’eliminazione dei costi di transazione tra i paesi aderenti alla moneta comune, che a sua volta avrebbe dovuto produrre un più 0,7 per cento ad anno nella crescita.
Si aggiungeva ora il potere politico di indebitarsi sino ai limiti di cui al prot. n. 6, da interpretarsi e applicarsi secondo i criteri vincolanti di cui all’art. 104 c) Tue. Avrebbe dovuto essere sufficiente.
Fin qui la disciplina formale della moneta. Il passo successivo consistette nel prevedere una fase transitoria diretta a creare condizioni di sufficiente omogeneità tra i paesi membri ammessi all’euro ed evitare che, avvenuto il passaggio alla terza fase, quella “a regime”, i più forti prevalessero sui più deboli. La disciplina della fase transitoria della omogeneizzazione è contenuta nel protocollo n. 6. Furono assunte a riferimento le medie attinenti ai due aspetti più rilevanti (tassi di inflazione, tassi dei titoli a lungo termine) dei tre stati migliori. Sarebbero stati consentiti divari dal modello entro margini prestabiliti (1,5 punti per il tasso di inflazione; 2 punti nel tasso di interesse a lungo termine). Anteriormente al 1° luglio 1998 si sarebbe tenuto uno scrutinio con il quale, nel rispetto di un’apposita procedura, si sarebbero valutati i risultati raggiunti e sarebbero stati ammessi all’“euro” i paesi che avessero soddisfatto le condizioni prescritte. Lo scrutinio si tenne il 3 maggio 1998. Undici stati superarono lo scrutinio. Il dodicesimo (la Spagna) fu inquadrato tra gli stati con deroga. Sarebbe stato ammesso tra quelli senza deroga l’anno successivo.
L’espressione “colpo di stato” viene usata quando si modifica in aspetti fondamentali il sistema costituzionale di uno stato, con violazione delle norme costituzionali vigenti. Il colpo di stato viene attuato con maggiore frequenza con la forza. Nei tempi più antichi uccidendo, anche con il veleno, il sovrano. Il 1° gennaio 1999 un colpo di stato è stato effettuato in danno degli stati membri, dei loro cittadini, e dell’Unione. Il “golpe” è stato realizzato non con la forza, ma con fraudolenta astuzia. L’affermazione può apparire “stupefacente”. Obiettivamente lo è. La assoluta incredulità è una reazione del tutto naturale e comprensibile.
Per la dimostrazione occorre indicare:
a) quali sono i poteri costituzionali degli stati membri e quali gli aspetti fondamentali del diritto dell’Unione che hanno formato oggetto del “golpe”; b) con quali atti il “golpe” è stato realizzato e quali ne sono stati gli autori; c) in cosa sono consistite le astuzie fraudolente, alle quali si è fatto riferimento.
a1) Si risponde separatamente per gli stati membri e per l’Unione. Il Tue non contempla alcuna procedura specifica per le sue variazioni. In quanto Trattato multilaterale di diritto internazionale, sarebbe stato un dovere dell’Unione che i suoi organi competenti lo rispettassero e lo facessero rispettare. Non avrebbero dovuto consentire che modifiche di aspetti fondamentali del sistema si producessero in assenza di un nuovo Trattato. La disciplina introdotta con fraudolenza formò invece oggetto di un regolamento previsto dal Trattato in funzione di un unico e specifico compito. Adottare indirizzi di massima al fine del coordinamento delle “politiche economiche” degli stati membri (artt. 102 A, 103, Tue). Il diritto costituzionale degli stati membri è stato violato perché non sono state osservate le norme costituzionali interne da osservarsi nella ratifica dei Trattati. La sovranità degli stati membri è stata vulnerata perché è stata loro sottratta la funzione “esclusiva” da esercitarsi, singolarmente e come gruppo, di promuovere lo sviluppo dell’Ue e della zona euro con le proprie “politiche economiche”. La costituzione degli stati è stata violata perché sono stati imposti ai loro organi interni obblighi e condotte che i rispettivi ordinamenti costituzionali non contemplano.
b1) Il golpe è stato attuato a mezzo del regolamento 1466/97. Per la formazione del regolamento, come si è detto, si è fatto ricorso alla procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) Tue che, nello stesso momento in cui è stata utilizzata, è stata anche violata perché ce se ne è avvalsi per uno scopo diverso dall’unico previsto. La procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) Tue in nessun modo avrebbe potuto essere impiegata per modificare norme fondamentali del Trattato. L’essersene avvalsi configura una ipotesi non di semplice illegittimità, bensì di incompetenza assoluta. Gli atti adottati sono di conseguenza non illegittimi, ma nulli/inesistenti.
b2) Le persone fisiche, alle quali far risalire l’attuazione del golpe e dei mezzi fraudolenti per realizzarlo sono ignote. Non si conosce né chi ne sia stato l’ideatore, né il nome dell’estensore materiale del testo del regolamento. Una inchiesta del Parlamento europeo potrebbe ancora identificarli. La responsabilità formale del “golpe” è dei membri della Commissione e dei titolari degli organi dell’Unione e dei governi dei paesi membri che parteciparono in ciascuna delle fasi alla procedura di formazione del regolamento 1466/97.
c1) Gli assetti fondamentali, modificati illegalmente dal reg. 1466/97, sono diversi per l’Unione e per gli stati membri. Quanto all’Unione è stato modificato, in modo radicale e irreversibile, l’obiettivo principale, consistente (artt. 2 e 3 Tue) nel conseguimento di uno sviluppo dalle caratteristiche e secondo le modalità previste nei suddetti articoli e nell’aver abrogato, per avere regolato in modo diverso la intera materia, l’art. 104 c) Tue, contenente la disciplina dei mezzi di cui gli stati si sarebbero potuti avvalere per l’adempimento all’obbligo di promuovere sviluppo.
Quanto agli stati, l’illecita variazione consiste nell’averli privati, con l’abrogazione degli artt. 102 A, 103, 104 c) Tue, nonché di altri connessi, a mezzo di norme (quelle del reg. 1466/97) regolanti in modo diverso l’intera materia, degli unici poteri politici ad essa attribuiti in funzione alla conduzione economica dell’Unione.
c2) Il reg. 1466/97 malgrado la sua apparente innocenza, oltre a modificare la disciplina di vertice dell’Unione e degli stati, ha inciso sul carattere fondamentale dell’Unione, in assenza del quale gli stati non sarebbero stati legittimati a parteciparvi, quello della “democraticità”. E’ l’affermazione che tra tutte genera la massima incredulità.
Tutto ha origine dal sospetto di alcuni degli stati più forti che qualcuno dei più deboli, per superare lo scrutinio, si sarebbe avvalso di dati non veritieri. E’ ipotizzabile che a ciò si debba l’origine del reg. 1466/97. Sarebbe stato il rimedio ove effettivamente qualcuno degli stati membri fosse riuscito a superare lo scrutinio senza averne il diritto. Il rimedio non avrebbe condotto alla guarigione. Avrebbe prodotto danni gravi. Dimostratisi poi irreversibili.  Va aggiunto che a fine 1996 gli andamenti delle economie degli stati membri suscitavano preoccupazioni. Il rapporto debito/pil negli stati principali era cresciuto a un livello e con rapidità non previsti. Il debito francese dall’iniziale 35 per cento in rapporto al pil era passato al 58,7 per cento, quello tedesco dal 40 al 59,8 per cento, quello italiano dal 100,8 al 116.8 per cento. Era stato preventivato che nella fase transitoria vi sarebbe stato un rallentamento del pil. Ma si registrava un deterioramento superiore alle previsioni. Si dubitò della effettiva capacità delle norme a realizzare gli obiettivi assegnati, in particolare sulla effettiva corrispondenza della nuova moneta al vecchio marco. Si pensò di superare ogni incertezza, rafforzando la “stabilità”, assumendola a oggetto di un vincolo di carattere generale. A maggior ragione la dimostrazione della soppressione del regime democratico dovrà essere analitica e precisa nei dettagli. Riceverà conferma dagli effetti concretamente prodottisi.
In cosa è consistito il disegno “fraudolento” che ha portato alla approvazione del reg. 1466/97? La procedura utilizzata non era stata mai impiegata e non avrebbe mai più potuto esserlo nella sua portata originaria in quanto con il reg. 1466/97 sono state cancellate le “politiche economiche” degli stati che della disciplina degli artt. 102 A e 103 del Tue costituivano il presupposto.
La procedura del regolamento era iniziata nel novembre 1996. Il primo atto pubblicato è apparso sulla Gazzetta ufficiale del 6 dicembre di quell’anno. A quel tempo l’attenzione degli stati membri era concentrata sullo scrutinio di ammissione all’euro, che avrebbe dovuto tenersi entro il 31 dicembre 1996 (art. 109 J). Era stato poi rinviato al 1998. La nuova moneta suscitava grandi speranze. Non si prestò attenzione al reg. 1466/97. Era un atto che non incideva sullo scrutinio. Riguardava il periodo successivo. Il testo ne prevedeva l’entrata in vigore al 1° luglio 1998. Ce se ne sarebbe occupati quando fosse venuto il suo tempo, sempre che si fosse superato lo scrutinio. Il testo del regolamento era scritto in modo rassicurante. Prometteva (art. 3, n. 1) una crescita vigorosa, sostenibile e favorevole alla creazione di posti di lavoro. A voler essere pignoli, il vigore era qualcosa di più e di diverso di quanto l’art. 2 Tue esigeva e prometteva.
La procedura del reg. 1466/97 si è chiusa con la deliberazione del Consiglio del 7 luglio 1997. Gli stati partecipavano al Consiglio con un rappresentante a livello ministeriale abilitato a impegnare il rispettivo governo (art. 146 Tue). Gli stati se potevano essere giustificati per non avere prestato sufficiente attenzione al testo del regolamento alla data, anteriore al novembre 1996, della prima delibera del Consiglio, nel 1997 non avrebbero potuto disinteressarsi della sorte che li attendeva una volta superato lo scrutinio. Non è avvenuto. E’ lecito il sospetto che vi abbia influito la sapiente scelta delle date.
L’adozione del regolamento avvenne il 7 luglio 1997. Era il tempo in cui la Commissione avrebbe cominciato a esaminare la documentazione presentata dagli stati ai fini dello scrutinio. Il 25 marzo 1998 la Commissione formulò la proposta per l’ammissione di undici stati sui dodici aspiranti. La Spagna sarebbe stata rinviata all’anno successivo. Il Consiglio, nella composizione di capi di stato o di governo, fece sua la proposta della Commissione. Il reg. 1466/97 fissava (art. 13) esso stesso la data della sua entrata in vigore al 1° luglio 1998. Per quale ragione se ne era richiesta l’adozione da parte degli stati prima che venisse effettuato lo scrutinio e se ne conoscesse l’esito se il regolamento avrebbe dovuto e potuto applicarsi solo agli stati ammessi?
“Caro stato membro – sembra sentire che la richiesta di adesione quasi sussurrasse – se non firmi subito, il consenso all’ingresso nell’euro potrebbe essere problematico”. Un ricatto frutto della casualità delle date o intenzionale?
Alla base di ogni moneta vi è sempre una disciplina giuridica. Può essere quella propria di un regime di mercato, quella di un regime di stampo collettivista, o quella di una economia mista. Queste tipologie, diverse tra loro, hanno un elemento in comune. Alla gestione della moneta è sempre preposta una autorità politica facente parte dell’organismo di vertice. Nei regimi di mercato l’autorità politica è coadiuvata dal responsabile della Banca centrale. L’euro costituisce il primo esempio di una moneta in cui, secondo la disciplina del Trattato, vertici politici, pur partecipando alla gestione della moneta, non ne avrebbero avuto la responsabilità esclusiva. Avrebbe avuto parte nella gestione e vi avrebbe esercitato un ruolo dominante, una disciplina astratta. La specificità della nuova moneta, l’euro, sarebbe stata desumibile dalla disciplina alla quale il Tue l’assoggettava.
Il 1° gennaio 1999 è stata immessa sui mercati la moneta disciplinata dal reg. 1466/97.Se si accerterà che la disciplina del regolamento è diversa, anzi opposta rispetto a quella del Tue, bisognerà concludere che l’euro circolante dal 1° gennaio 1999 è un’altra moneta rispetto a quella del Trattato. Questa nuova moneta usa il nome e i simboli di quella voluta dal Trattato. La moneta disciplinata dal Trattato è l’unica “autentica”. Non essendo avvenuto il suo lancio né alla data stabilita, né in qualsiasi altra successiva, l’“euro autentico” è una moneta mai nata. Quella che usurpa il suo nome, e che è stata presentata come se fosse quella del Trattato e in quanto tale accettata nei mercati, è una moneta falsa che, nascoste le proprie natura e identità, si appropria di quelle dell’euro autentico. 

La hybris di Bruxelles, di Antonio Pilati

Le élite del continente e la loro idea che la razionalità di un disegno illuminato potesse sterilizzare varietà storica, differenze di mentalità e di strutture materiali

Il saggio di Giuseppe Guarino usa due piani di analisi diversi che, combinandosi, si rafforzano a vicenda. C’è anzitutto un esame sistemico formale che ricostruisce nei passaggi essenziali la deviazione impressa al processo di integrazione comunitario, quale sancito nei Trattati, da un regolamento, in apparenza minore e tecnico, approvato nel luglio 1997 mentre si svolgeva la fase di scrutinio dei requisiti di ciascuno degli stati candidati all’adozione dell’euro (l’esame si conclude nel marzo 1998 e l’euro debutta in 11 stati il 1° gennaio 1999). C’è poi un’analisi strategica che mette a tema, come radice e modulo costante dei disastri che da tempo inseguono l’Europa, l’idea di basare il processo di integrazione sul rigetto della politica, mettendo ai margini il rapporto fra le decisioni di lungo periodo prese dai vertici comunitari e la volontà dei cittadini.
Il regolamento 1466/97 è il grande protagonista del racconto di Guarino: rappresenta il punto di svolta, lo strumento con cui agli stati è imposto di raggiungere un risultato numerico (la parità di bilancio a medio termine) monitorato ogni anno da organismi comunitari: di fatto ciò vincola la politica economica degli stati, in particolare la facoltà di usare – entro certi limiti – la leva del debito, e quindi toglie loro il potere, sancito nel Trattato di Maastricht, di perseguire con modalità decise in autonomia lo sviluppo dell’economia. Un piccolo gioco di prestigio procedurale: gli stati sono concentrati sui criteri dello scrutinio per l’ammissione all’euro, la congiuntura sta rallentando e mette in pericolo il calendario per l’adozione della moneta unica, il regolamento è presentato come deterrente per azioni che minacciano la stabilità, tutto quanto facilita l’approvazione disattenta di una norma che invece per Guarino è un autentico “golpe” degli uffici di Bruxelles.
Il giudizio è molto forte, fa sensazione: non lo si comprende se non lo si mette in relazione con il secondo livello dell’analisi – quello politico. Guarino insiste molto sul fatto che, fin dall’inizio del processo che porta alla moneta unica, ai vertici politici sono attribuiti poteri di raggio molto ridotto. “Alla gestione della moneta è sempre preposta una autorità politica facente parte dell’organismo di vertice. Nei regimi di mercato l’autorità politica è coadiuvata dal responsabile della Banca centrale. L’euro costituisce il primo esempio di una moneta in cui, secondo la disciplina del Trattato, vertici politici, pur partecipando alla gestione della moneta, non ne avrebbero avuto la responsabilità esclusiva”. E’ il prezzo pagato alla volontà della Germania appena unificata di mantenere la stabilità come un bene essenziale, sottratto al gioco mutevole delle influenze politiche. I vincoli – riferiti al pil – del deficit annuo al 3 per cento e del debito totale al 60 per cento sono garanzie offerte al primato della stabilità: la volontà tedesca si sente tutelata da automatismi per quanto si può infrangibili che lasciano ai margini – quasi come un fattore di disturbo – la decisione politica. In ciò si intravvede una convergenza rilevante con la dinamica di espansione dello spazio economico comune affidata in gran parte a decisioni delle Corti o di organismi di gestione come la Commissione e quindi lasciata fuori dal circuito di cognizione e di scelta delle opinioni pubbliche.
In sintesi, il regolamento 1466/97 intensifica e drammatizza una tendenza di lungo periodo: elimina infatti “l’unico spazio di attività politica soggetto alla influenza dei cittadini dei singoli stati membri, lo spazio delle politiche economiche, a mezzo delle quali ciascun paese membro avrebbe potuto e dovuto concorrere al perseguimento dello sviluppo, nell’interesse proprio e dell’Unione. La competenza politica degli stati membri, oggetto di un diritto potestativo, non è stata sostituita da altre di eguale carattere politico”. La sovranità si disperde: la riduzione della politica sfocia in una perdita dei poteri disponibili agli stati europei. Gli algoritmi di bilancio, che vogliono togliere campo discrezionale ai decisori, diventano guide cogenti dell’Unione: “Il sistema risulta autoprotetto”, “l’organismo si è robotizzato”. L’idea di contenere la politica per salvaguardare la dinamica comunitaria dalla contingenza non prevedibile dell’opinione pubblica porta dritto a una restrizione della democrazia: “Soppresso ogni spazio di decisione politica, è scomparso anche il corrispondente spazio di espansione del principio democratico”. E’ la base da cui Guarino deriva la definizione di “golpe”. 
In realtà la riduzione ai margini della politica sembra, più che un golpe, un caso di hybris megalomane: le élite del continente hanno creduto che la razionalità di un disegno illuminato potesse sterilizzare la varietà storica, le differenze di mentalità e di strutture materiali, la pluralità di interessi condensati dal tempo nelle comunità nazionali. Ma il campo eterogeneo delle economie assemblate con l’euro reagisce in modo vario agli algoritmi degli ingegneri monetari, non si lascia spianare dal sistema robotizzato. La crisi del 2007-’8 è come un accesso di realtà: la diversità delle economie trascina, nei mercati finanziari, valutazioni divergenti circa le chance dei singoli stati di ripagare i propri debiti; le strategie di riforma dei governi quasi mai riescono ad attingere il modello di efficienza mercantilista imposto dall’ideologia della stabilità (in Italia, come in molti altri paesi, fanno attrito gli interessi dei gruppi che traggono profitti dalla spesa pubblica e dalle protezioni sociali); gli accessi alle risorse finanziarie e al credito si divaricano nei vari stati portando vantaggi ai forti e danni ai deboli. Gli algoritmi creati per far convergere le economie generano invece crescente divergenza, mentre resta disabilitata ogni visione strategica, colpita dagli interdetti che alla politica commina l’ideologia ufficiale.
La Germania, titolare del modello cui gli altri stati sono chiamati a conformarsi e abile nell’organizzare la disciplina salariale e gestionale che esso richiede (grazie anche allo sforzo di coesione fatto per integrare la metà ex comunista), rafforza la supremazia continentale sfruttando al meglio il suo vantaggio di posizione e bloccando i deboli tentativi di aggiornare l’impianto di base dell’euro. Il risultato sono crescenti difformità strategiche fra gli stati che, sotto traccia, aumentano l’opportunismo strategico e l’inclinazione conflittuale.
Guarino alla fine della sua analisi propone di smontare l’euro e propende per un’aggregazione fra stati mediterranei, Francia inclusa, capace di valorizzare la lunga tradizione europea delle autonomie locali. Le élite illuminate hanno fatto un enorme investimento sulla moneta unica e, sfidando l’impopolarità che colpisce i governi nazionali, blindano con correttivi marginali la propria scelta. Ma forse ciò non basta. Ai contrasti fra stati e alle sofferenze dei popoli si aggiungono ora l’ostilità degli Stati Uniti, che perseguono una cura della crisi antitetica a quella euro-stabile, e la diffidenza della Russia. Le tensioni che si accumulano sull’attuale assetto dell’Unione appaiono sempre più forti.
Alla fine del saggio Guarino auspica un grande sforzo di creatività istituzionale e richiama “la ‘fantasia al potere’”. Il momento è veramente difficile. 

venerdì 8 novembre 2013

Ora basta lagne, di Carlo Altomonte

Chi si lamenta con Draghi per “l’euro troppo forte” dovrebbe aggiornarsi sulla teoria economica

Da quando a metà luglio la Federal reserve ha lasciato intuire di voler continuare, almeno per il momento, nella sua politica di stimolo monetario (o Quantitative easing), l’euro ha iniziato rapidamente ad apprezzarsi rispetto al dollaro, con un movimento che a fine ottobre ha toccato un massimo di 8 punti percentuali (da 1,28 a 1,38 dollari per euro). Lo spostamento – invertito per il momento dalla decisione presa ieri dalla Banca centrale europea (Bce) che ha tagliato ancora il costo del denaro – non è stato indolore: in molti casi le trimestrali di diverse multinazionali europee, che dalle esportazioni traggono al momento la maggiore fonte di guadagno rispetto all’anemica domanda continentale, hanno registrato una revisione al ribasso degli utili, e molte di queste imprese hanno citato “l’euro forte” come concausa di questa revisione. Da qui è immediatamente partito il dibattito sulla opportunità che la Bce si doti di una politica più esplicita di controllo del tasso di cambio, senza lasciare che lo stesso sia interamente determinato dal mercato, o dalle azioni delle Banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, al fine di impedire una eccessiva rivalutazione dell’euro e dunque rischiare di soffocare sul nascere la già debole ripresa in atto in Europa. (Anche se Mario Draghi ha ribadito che i tassi di cambio “non sono un obiettivo della politica monetaria”).
Questo dibattito dà evidentemente per scontato che esista una forte relazione causale tra rapporti di cambio e competitività d’impresa, un assunto che, data la complessa realtà del mondo globale di oggi, va analizzato con cautela. In generale, guardando ai dati degli ultimi anni raccolti in una recente ricerca di Barclays, non esiste una relazione statisticamente forte tra profitti delle aziende e livello del tasso di cambio, né questa relazione sembra differenziarsi, come dovrebbe, tra settori esposti alla concorrenza internazionale (il manifatturiero in generale) e settori che per loro caratteristica (come i servizi alla persona) restano locali.
Come è possibile che un euro che si rafforza rispetto al dollaro non penalizzi automaticamente le esportazioni del nostro continente? Questo accade perché in un mondo caratterizzato da catene globali del valore e frammentazione internazionale della produzione le imprese che producono su scala planetaria sono in realtà parzialmente protette dagli effetti di una variazione del tasso di cambio del mercato domestico.
Consideriamo un semplice esempio: lo spazzolino da denti elettronico prodotto da una nota multinazionale europea viene assemblato con componenti che provengono da siti produttivi localizzati in dieci diversi paesi (con dieci valute diverse) in tre continenti. Che ruolo avrebbe il tasso di cambio dell’euro nel determinare da solo la competitività di questo prodotto? E se immaginiamo che il prodotto in questione venga assemblato fuori dall’Europa, al fine di produrre il più vicino possibile al mercato di riferimento, come accade peraltro a gran parte della produzione di automobili tedesche vendute in Asia, cosa c’entra l’euro con la profittabilità di queste aziende?
In realtà in questi casi un effetto lo si potrebbe avere, ma è di natura puramente contabile: poiché i profitti sono registrati in valuta locale, ma sono consolidati a livello di casa madre in euro, un apprezzamento repentino riduce il valore nominale (espresso in euro) dei profitti esteri, anche se non ha nessun effetto strutturale sui volumi di vendita (o sulla competitività) delle aziende in questione. Più che invocare l’aiuto della Banca centrale europea, in questi casi sarebbe forse opportuno suggerire a queste aziende di dotarsi di un adeguato meccanismo di copertura dal rischio di cambio.
Certo, non tutte le aziende sono grandi multinazionali. In particolare, le aziende medio-piccole vendono attraverso l’esportazione diretta dal proprio paese, piuttosto che attraverso siti produttivi esteri extra-europei; inoltre, non tutte le multinazionali europee producono al di fuori dell’Europa, e dunque in questo caso l’effetto sarebbe ulteriormente diversificato. In effetti, la ricerca economica – a partire dallo studio “Importers, Exporters, and Exchange Rate Disconnect” degli economisti Oleg Itskhoki, Mary Amiti, Jozef Konings – dimostra che, in un paese come il Belgio, un rafforzamento del cambio si traduce quasi interamente in una proporzionale perdita di competitività, mentre le grandi aziende multinazionali sono in grado di assorbire in maniera indolore quasi il 50 per cento di questa eventuale variazione del cambio.
Tuttavia anche in questo caso sono opportune due precisazioni: innanzitutto, le grandi multinazionali in ogni paese rappresentano circa il 70-80 per cento del valore delle esportazioni, dunque di fatto una gran parte dell’export di un paese europeo è in realtà parzialmente isolato dall’effetto del tasso di cambio. In secondo luogo, le aziende medio-piccole tendono in maniera più che proporzionale a esportare all’interno dell’area euro, piuttosto che al di fuori, e dunque anche qui l’effetto euro non conta.
In sintesi, nel mondo globale di oggi, la relazione tra tasso di cambio e competitività è quanto meno complessa, e in ogni caso non è il tasso di cambio la determinante principale di quest’ultima. Variabili quali efficienza, innovazione e capacità di integrazione dell’azienda nelle catene globali del valore sono molto più importanti. Piuttosto che di livelli di tasso di cambio, sarebbe opportuno dibattere maggiormente in Europa su come sviluppare queste ultime.

giovedì 3 ottobre 2013

Letta, Pd e diversamente berlusconiani hanno un’idea vuota di “stabilità”, di Francesco Forte

Il governo piuma è così leggero che non è caduto. Tuttavia esso, il Pd e i diversamente berlusconiani non hanno fatto una bella figura. Non l’ha fatta neppure Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, con la sua richiesta di “un paese normale”, frase che andrebbe qualificata in un paese con debito/pil oltre il 130 per cento, disoccupazione al 12,2 e il ristagno più che decennale della produttività dovuto al fatto che il mercato del lavoro è rigido, in modo tale da collocarci al 137esimo posto su 144 paesi esaminati dal Forum della competitività di Ginevra. La richiesta, quindi, dovrebbe essere rivolta a lui, come presidente della Confindustria: dateci un paese normale dal punto di vista dei contratti di lavoro. E se avete difficoltà coi sindacati, chiedete aiuto al governo per convincerli, al fine di incrementare la produttività e l’occupazione. La riduzione del cuneo fiscale sarà il premio per aver realizzato il mercato del lavoro normale, non una via traversa per non realizzarlo.
Ma al presidente della Confindustria vorrei anche domandare se gli pare normale un paese in cui non si può attuare la banda larga perché la rete telefonica in cui dovrebbe essere realizzata è monopolio di una società privata, che sino ad ora non ha trovato i mezzi per realizzarla e non l’ha scorporata dalla società che la utilizza, in contrasto con la legislazione europea?
E’ normale un paese in cui è possibile che un magistrato faccia il sequestro conservativo di tutti i beni dell’azionista di controllo di una singola impresa del suo gruppo, danneggiando gravemente la sua stessa solvibilità e creando un danno enorme all’economia nazionale? Ciò non nell’esercizio dell’azione penale, ma in quello della facoltà di erogare sanzioni amministrative.
E’ normale che per far decadere Berlusconi dal Senato si utilizzi l’argomento che le sanzioni amministrative possono avere efficacia retroattiva in materia tributaria, mentre il codice del contribuente stabilisce, come regola generale, che le leggi di contenuto tributario non sono retroattive? Il tema del concetto dello stato di diritto, in regime di economia di concorrenza, non pare interessi alla classe politica che fa il tifo per il governo piuma. Infatti né il presidente del Consiglio, Enrico Letta, l’ha trattato, né l’ha fatto il Partito democratico, ma neppure l’hanno fatto i diversamente berlusconiani. Nessuno di loro ha giustificato “stabilità” e “legalità” alla luce di princìpi. Ma queste sono due parole vuote se non si fanno precisazioni come quelle di cui ho fatto alcuni esempi. Per quali obiettivi si vuole la stabilità, oltre che per campare alla giornata? Legalità, da sola, è un termine che dovrebbe fare paura. Gli ebrei sono stati sterminati in base alle leggi razziali, che erano vere leggi. E Mussolini ha stabilito legalmente l’economia corporativa, con la “carta del lavoro”. Ma la cosa più beffarda è che il governo aveva dichiarato che l’aumento dell’Iva era inevitabile, dato che esso non aveva più una maggioranza certa. Ora che ce l’ha, molto ampia, l’aumento è ancora inevitabile? E non si è neppure capito che cosa il governo intenda fare per la seconda rata dell’Imu sulla prima casa. Anche questi due temi sono importanti per la crescita, quantomeno nel breve termine, quello a cui al minimo si dovrebbe guardare, se non si vuol dare l’impressione che la cosa che interessa è evitare le elezioni soltanto per non perdere la poltrona di governo o il seggio nel Parlamento e la pensione. Lo si vuole ascoltare Silvio Berlusconi almeno su Iva e Imu che toccano, in modo diretto e tangibile, la gente? Scendete dal pero, quantomeno per rendervi conto di ciò che serve adesso al cittadino normale.

lunedì 30 settembre 2013

La sinistra impicca pure con le parole, di Giuliano Ferrara

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto. Tu industriale della pasta non puoi dire alla radio che per te, con rispetto per tutti, quel che conta, quel che importa ai fini dello sviluppo, dell'investimento, dell'immagine, del marketing, è la famiglia tradizionale biparentale, maschio e femmina e bambini al seguito. Il Mulino bianco, lo spaghetto, i biscottini entrano nello spettro delle cose scorrette e discriminatorie se non si combinano con uno spot gay o «favorevole all'integrazione», secondo il linguaggio edulcorato o eufemistico scelto da Dario Fo, già testimonial della pubblicità Barilla. Guido Barilla viene aggredito, non solo in Italia, non solo dai militanti della cultura gay, non solo dai progressisti cosiddetti: ormai il linguaggio della correttezza ideologica è unificato, lo condividono le grandi maggioranze conformiste, è una seconda pelle della nostra cultura. L'aggressione punta a risultati umilianti e li ottiene, Barilla è costretto a scusarsi, anche con i suoi dipendenti, perché certe opinioni sono o stanno per diventare crimine di legge, alla faccia del diritto di pensiero e di parola, alla faccia delle libertà liberali. È un caso Buttiglione undici anni dopo. Ci fu almeno un principio di controversia, si sentirono voci discordanti, quando fu fatto fuori da commissario il politico cattolico che al tribunale della coscienza laica di Bruxelles, fattosi organo della caccia alle streghe sul tema dei diritti gay, rispose di conoscere la differenza tra diritto e morale, ma che in termini di morale la sua cultura cattolica gli suggeriva un giudizio negativo sul comportamento omosessuale. Ora non c'è più nemmeno la controversia, Barilla se lo sono cucinato in pochi istanti, il tempo di cottura di mezzo chilo di fusilli.

Intanto in Francia sono tornati i giacobini. 
Il ministro dell'Istruzione vuole scristianizzare la società e la scuola, formula decaloghi per l'indottrinamento anticattolico, si cancellano le feste religiose, si tolgono di mezzo i santi, si predica apertamente la religione dello Stato laico come l'unica religione ammessa, con i suoi dogmi, le sue certezze, il suo autocontraddittorio farsi dottrina valida per tutti. I politici cattolici e democristiani in giro per l'Europa se ne impipano, i vescovi parlano d'altro, magari interpretano le frequenti interviste e gli interventi di Papa Francesco come un via libera: non giudicare è evangelico, credere è evangelico, avere fede è meglio di niente, ma il diritto all'espressione razionale, la libertà di dire e di pensare quel che sembra giusto non è disponibile, o non dovrebbe esserlo. Eppure un certo grado di autoritarismo repressivo si affaccia come una necessità se si intenda riformare e riaggiustare dalle radici la società e il set più o meno tradizionale di opinioni che la riguardano.
La tecnica è quella dei totalitarismi democratici moderni, che sono cosa diversa dai fascismi e dal nazismo. Si procede negando la realtà, il fatto, e dando tutto il potere alle formule verbali che edulcorano o deformano in modo anche grottesco ciò che è. Il caso Berlusconi non è così diverso. Il politicamente corretto, che costituisce un regime culturale, non può sopportare lo sguardo del reale, del senso comune. È stranoto che c'è un conflitto tra politica e giustizia, che questo conflitto dura dall'epoca in cui furono liquidati i partiti politici, che il partito dei pm e dei giudici ha surrogato gli altri poteri abrogando la divisione dei poteri, che lobby mediatiche e finanziarie e civili importanti hanno costruito sulle avventure della giustizia politicizzata le loro fortune. È tutto lì squadernato davanti agli occhi del pubblico, solo che si voglia guardare: magistrati che fondano partiti o si buttano con risultati mediocri in politica, pm che fanno secco una volta un governo Berlusconi e la volta dopo un governo Prodi in un circuito senza controllo di prepotere e di uso politico della giurisdizione, l'alleanza con i media manettari all'insegna della violazione sistematica del segreto investigativo, e si potrebbe continuare a lungo.

Ma bisogna resistere alla realtà, evitare di confrontarsi l'evidenza.
 E allora si ricorre al linguaggio, al conformismo del linguaggio interpretativo. Bisogna tenere separata la questione della condanna di Berlusconi dalla politica, oops, ma come si fa se da vent'anni il centrodestra denuncia una manovra mediatico-giudiziaria ai danni della politica e del suo capo politico? Eppure con questi espedienti ideologici fatti di formule si fomenta un'aggressione vasta e aspra all'Arcinemico, accusato di eversione perché protesta contro quella che considera un'ingiustizia capace di svuotare lo Stato di diritto e la democrazia del suo contenuto e della sua forma. Qui non è in questione un cambio di governo o di maggioranza, l'obiettivo dei politicamente corretti è l'instaurazione di un regime mentalmente carcerario, di una grande prigione culturale.
Giuliano Ferrara

Ken Loach e la fine di 50 anni gloriosi per colpa della Spectre thatcheriana, di Alberto Mingardi

Finita la Prima guerra mondiale, pochi grandi, potenti e (ovviamente) avidi capitalisti s’installano nelle stanze dei bottoni. L’estrema concentrazione della ricchezza, e il sadico piacere di vedere una buona fetta della popolazione patire la fame che è tipico dei suoi detentori, conducono inesorabilmente alla crisi del 1929 e di lì alla Seconda guerra mondiale. La Seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, viene combattuta essenzialmente dal proletariato. I proletari di tutto il mondo sono divisi e si ammazzano a vicenda – ma quelli che hanno la fortuna di sopravvivere, e d’essere inglesi, traggono dall’esperienza bellica una formidabile lezione.  Se lo stato ha potuto organizzare i fattori della produzione in guerra, lo può fare in tempo di pace. E’ questo lo “spirito del ’45” che solo una terribile cospirazione, quella dei pochi, potenti e (ovviamente) avidi capitalisti di cui sopra – tornati inaspettatamente alla ribalta – ha potuto offuscare con l’avvento di Margaret Thatcher.
Questo è il riassunto del secolo scorso secondo Ken Loach, autore di un film che ha lo spessore di uno spot per la party conference del Partito laburista. Loach s’è divertito, da intellettuale pubblico qual è, a giocare coi simboli. Ricama sulla parola “socialismo”, raccontando in elegantissimo bianco e nero una storia dimenticata: c’era una volta la Gran Bretagna socialista, nella quale l’“ordine” vinse sulle forze disordinate dell’anarchia del mercato. In questa spedizione d’archeologia politica, la divisione fra buoni e cattivi è netta. I cattivi sono i “ricchi”, per quanto non proprio precisamente definiti. I buoni sono politici e leader sindacali che riuscirono a “superare avidità ed egoismi”, “tutti per uno e uno per tutti”.
C’è un elemento di grande lucidità, nel film. Loach non presta attenzione alcuna alla formula per cui una cosa sarebbe produrre ricchezza e altra distribuirla. Lo stato sociale e lo stato interventista sono presentati come un tutt’uno. L’uno richiede l’altro.
Le crescenti bardature che vengono imposte all’azione economica a un certo punto rendono necessaria la nazionalizzazione, perché nessun privato svolge attività che non possono essere profittevoli a norma di legge: ma non è questo a inquietare Loach. Piuttosto egli ci mostra come considerare il capitalismo una pecora che la socialdemocrazia deve limitarsi a tosare è idea che fa a pugni con i più profondi istinti politici dei tosatori. “Gran parte del favore che il socialismo trova”, spiegava Pantaleoni, è dovuto alla speranza che riesca “a eliminare la rivoluzione perpetua che la concorrenza produce in ogni situazione”. Il film di Loach ne è una illustrazione esemplare.
Lo spettatore che non abbia lasciato la sua onestà intellettuale in biglietteria noterà che i meriti dello stato sociale stanno tutti sul lato delle intenzioni. Che cosa queste intenzioni abbiano prodotto, non è tema che Loach sfiori neanche di striscio. Davvero l’educazione di stato ha reso “l’individuo capace di pensare per sé”? Col Servizio sanitario nazionale, veramente “la migliore sanità possibile” è stata resa accessibile a tutti?
“The spirit of ’45” racconta un Dopoguerra che coincide con standard di vita crescenti messi a disposizione di un numero sempre più ampio di persone – e lo racconta come se l’odiato capitalismo non c’entrasse niente, né col miglioramento delle condizioni di vita, né col progresso tecnologico, e nemmeno coi consumi di massa. Biasima la tendenza “monopolistica” dell’imprenditoria privata, e poi accoglie testimonial che argomentano a favore della monopolizzazione pubblica in ragione di economie di scala. Racconta un’Inghilterra che  nazionalizza ex abrupto le ferrovie, ignorando come a partire almeno da inizio secolo le strade ferrate fossero tanto minuziosamente regolate, da espellere di fatto ogni spirito imprenditoriale. La loro pre-istoria “mercatista”, che bizzarramente coincide con un periodo di sviluppo tumultuoso, è liquidata come irrazionale. Irrazionale è la disoccupazione: se le imprese vanno male, è perché il privato “non funziona” e “non investe”. Che ci siano problemi altamente specifici, che non sia scritto nella pietra quale è l’utilizzo migliore di una certa risorsa, che l’innovazione avvenga e cambi le carte, che mobilitare risorse a vantaggio dei bisogni e degli scopi di milioni di persone in tempo di pace sia cosa diversa che convogliarle verso l’unico obiettivo della vittoria in guerra, è fuori dall’orizzonte mentale del regista.
Ansioso di imputarne l’assassinio alla Thatcher (che però riesce al massimo ad accusare d’aver esternalizzato le pulizie negli ospedali), Loach non vede che ciò che distingue lo stato sociale “coerente” uscito dalla guerra, dai precedenti tentativi di “assicurare” i più poveri contro vecchiaia e malattia, è che i suoi benefici si estendono alle classi medie. Più che col riscatto degli umili, esso ha coinciso con la burocratizzazione dell’assistenza – e con una straordinaria concentrazione di potere, in pochissime mani. Mani, certo, di funzionari di carriera, non di capitani d’industria.  Mani che posero fine sì all’anarchia della produzione, ma spinsero il Regno Unito sulla via di un declino che appariva inesorabile, prima della Lady di ferro.
Emblematiche di “The spirit of ’45” sono le immagini di Clement Attlee. Un omino insignificante, né Churchill né Lenin, che incarnava onestamente, persino nel tono della voce e nel taglio dei vestiti, l’ideale della mediocrità burocratica. A ciascuno le sue nostalgie.

lunedì 16 settembre 2013

The Birth of Fiscal Unions, by Harold James and Jennifer Siegel

Fiscal unification is often an effective way to enhance creditworthiness, and it may also create a new sense of solidarity among diverse peoples living within a large geographic area. For this reason, Europeans have often looked toward the model of the United States. But they have never been able to emulate it, because their motivations for union have been so varied.
This illustration is by Margaret Scott and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Margaret Scott
Desperate countries often consider such unions to be the best way out of an emergency. In 1940, Charles de Gaulle proposed, and Winston Churchill accepted, the idea of a Franco-British union in the face of the Nazi challenge, which had already overwhelmed France.
In 1950, five years after the war, Germany’s first postwar chancellor, Konrad Adenauer, also proposed a union – this time between France and Germany – as a way out of his defeated country’s existential crisis. Political unification was rejected; but economic association has had a brilliant career for more than six decades – until now.
The fundamental idea behind a fiscal union is that poorer, less creditworthy countries can gain from joint debt liability with richer countries. Indeed, one of the most fascinating proposals to this effect came at the beginning of World War I, when the Russian Empire found that its limited capacity to borrow on international capital markets and its low foreign-currency reserves left it unable to create an effective military force.
So the Russian government proposed what would have amounted to a full fiscal union with Britain and France for war-related finances. France latched onto the idea, because its borrowing capacity was also weaker than Britain’s. The British wanted to win the war – but not so much that they were prepared to accept unlimited liability for debt incurred by the French and Russian governments.
In reality, a fiscal union between such diverse political systems would have been unworkable. An autocratic or corrupt regime has a strong incentive to spend in a way that benefits the elite. That incentive increases if it can command the resources of a more democratically governed state, where citizens agree to pay taxes (and pay off future debt) because they also control the government.
The only circumstance in which democracies sign up to such a deal is when a clear security interest is at stake. It was that predicament that gave pre-1914 Russia unique access to the French financial market. Yet, in 1915, the British, even in the face of an ongoing war, were unwilling to assume Russia’s liabilities. Perhaps the sheer degree of uncertainty in pre-war Europe, or the more amorphous nature of the threat, made security concerns trump financial risk.
Russia’s World War I credit arrangements anticipated some of the political maneuvering about debt and its relation to security that occurred in late-twentieth-century Europe. Post-1945 West Germany was vulnerable for a long time, because it sat on the Cold War’s fault line. As a result, West German governments offered neighboring countries financial help in exchange for security and political solidarity, especially at moments when they were uncertain about the reliability and continuity of US support.
But there were limits. In 1979, when West Germany adopted a fixed exchange-rate regime with a support mechanism for its partners (the European Monetary System), the Bundesbank ensured that it was not committed to unlimited currency interventions and that it might stop when the stability of the Deutsche Mark was endangered.
The logic was repeated on an even larger scale at the beginning of the 1990’s, but this time without any pre-determined limits. The European Union’s commitment to monetary union enabled the eurozone’s Mediterranean countries to improve their debt dynamics and public finances dramatically. Their borrowing costs fell as they locked their currencies into a union with countries – Germany, in particular – with a stronger reputation for stability.
At that point, the problem of how to divide the eventual bill when things became costly was not addressed, and the problem of excessive debt was wished away by the establishment of convergence criteria (which were not fully implemented anyway). But, since 2009, when financial distress in the eurozone’s periphery brought such problems to the fore, Europeans have faced the same question as the WWI Allies. Are security and political interests so overwhelming that they justify assuming large and unlimited liabilities incurred by political systems over which they have no control?
Because Europe is at peace, with no singular, overriding security threat, it is likely that when the extent of the bargain becomes clear, voters and politicians in the rich creditor countries will reject it. But the more uncertain security challenges that Europe faces may just demand the kind of strong fiscal link that the French and Russians were willing to forge before 1914, and that the Germans and French embraced in 1950.
The implications for the present are important: the only palatable way in which the necessary balance between liability and security can be achieved is through a process of political reform that dissolves corrupt oligarchies and weakens incentives for fiscal imprudence. One approach might be to ask citizens in all European countries whether they are prepared to accept some sort of fiscal compact involving a hard limit on debt.
Germans refer to this solution as a Schuldenbremse (debt brake). It presupposes a profound process through which institutions and the assumptions underlying them come to be widely shared. But that takes time, as the history of the US – the world’s most successful union born of emergency – amply demonstrates.

http://www.project-syndicate.org/commentary/europe-and-the-birth-of-fiscal-unions-by-harold-james-and-jennifer-siegel

Is Europe Out of the Woods?, by Barry Eichengreen

The eurozone crisis is over, or so we are being told. But can a couple of quarters of economic growth support claims of recovery?
This illustration is by Tim Brinton and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Tim Brinton
There is no doubt that the outlook for Europe has brightened since early 2012. Ten eurozone countries had just been downgraded by the ratings agency Standard & Poor’s. Economic activity was spiraling downward, while nervous investors were fleeing southern European banks. The Spanish government was about to nationalize Bankia, the country’s fourth-largest bank, but could not say where it would obtain the funds to recapitalize it. Interest rates on government bonds were racing upward.
In Greece, meanwhile, an election was approaching, amid fears that the new government would reject the country’s financing agreement with the European Union and the International Monetary Fund. At that point, the country might be forced out of the eurozone.
And what happened in Greece would not stay in Greece. Once the process of euro exit had started, there was no telling where it would stop. The general feeling was that the common currency was doomed.
In fairness, this dark prognosis was not universally embraced. My own favorite recollection of this period is from March 2012, when I shared a podium in New York with another, more famous economist. We were asked: “What probability do you attach to Greece leaving the eurozone by the end of the year?” He said 100%. I said 0%. This caused no little amusement in the audience. In the end, one of us was more right than the other.
What those forecasting the eurozone’s collapse overlooked was the commitment of elected officials and their constituents to the European project. In Greece, where tensions ran highest, Syriza, the main leftist anti-euro party, received only 27% of the vote in the 2012 parliamentary election. In the run-up to Germany’s general election later this month, the Christian Democrats and the Social Democrats have indistinguishable pro-euro positions. Alternative für Deutschland, the anti-euro party, is polling a mere 4%. It may yet win a few seats in the Bundestag; but the numbers indicate that euro-skepticism remains a fringe position.
Along with this deep and abiding commitment to the European project, there is fear of the unknown. The consequences of abandoning the euro are highly uncertain, and few European leaders are willing to go there. When push comes to shove, they are prepared to do just enough to hold the eurozone together, even if the necessary steps are economically and politically distasteful.
So what changed in the last year? First, Europe now has a true lender of last resort. In July 2012, European Central Bank President Mario Draghi pledged that the ECB would do “whatever it takes” to preserve the euro. Draghi was still new on the job, so markets interpreted his pledge as signaling the advent of a new regime.
A few days later, the ECB established its “outright monetary transactions” program, which promised potentially unlimited purchases of troubled eurozone governments’ bonds. As a result, a mad dash for the exits by investors could no longer cause European financial markets to collapse.
Eurozone member states then agreed to address their banking problems by creating a single supervisor and a mechanism for winding down bad banks. Spain conducted a systematic audit of its banking system, and €100 billion ($132 billion) of EU and IMF money was made available for recapitalization.
To be sure, there has been only limited progress in establishing the single supervisor – and no progress on the resolution mechanism. But the commitment is important. The specter of a collapse of Europe’s banks, like the specter of a self-fulfilling debt crisis, has been banished, allowing Europe’s nose-diving economies to pull up in time.
But Europe could still suffer a hard landing. The banks remain weak. Now that the European Banking Authority has finally issued new prudential rules, they can get about the business of raising the capital they need as a buffer against losses. Société Générale has moved in this direction, but few other banks have followed so far. So long as European banks remain undercapitalized and overleveraged, a sustainable recovery supported by robust bank lending is unlikely.
Nor has the debt overhang been removed. In the first quarter of this year, the eurozone’s public-debt ratio actually rose, to 92.2% of GDP. Given policymakers’ reluctance to contemplate write-downs, specifically of debt held by official lenders, governments have been forced to levy high taxes to service their obligations, in turn depressing investment. It would be better to give the European Stability Mechanism, the ECB, and other official holders of sovereign debt the haircuts that they deserve.
Doing just enough to prevent the eurozone from collapsing is not the same as setting the stage for sustainable growth. Yes, Europe’s economic performance has improved. But if policymakers fail to complete unfinished business, the prognosis will be bleak.

http://www.project-syndicate.org/commentary/the-case-for-guarded-optimism-in-europe-by-barry-eichengreen

domenica 21 luglio 2013

Oro colato, di Alberto Brambilla

Per il troppo ottimismo di Banca d’Italia, il paese ha “bruciato” oltre 30 miliardi di riserve auree

L’inazione della Banca d’Italia nel proteggere le riserve auree del paese dalle turbe del mercato è costata (finora) 34 miliardi di euro. Sono perdite virtuali – finché non si vende non si perde – ma per gli analisti specializzati è chiaro che i livelli record di prezzo visti due anni fa non torneranno a breve, o forse mai, e che, quindi, l’Italia ha già “bruciato” parte del suo patrimonio aureo. Banca d’Italia poteva evitarlo già tre anni fa.
L’Istituto centrale infatti non si è “coperto” da eventuali compressioni di prezzo,attraverso un’assicurazione ad hoc, come era stato suggerito ai suoi funzionari e all’allora direttore generale, Fabrizio Saccomanni, oggi ministro dell’Economia, da economisti e banchieri. Banca d’Italia poteva tutelarsi quando il prezzo era a livelli record, e fare pagare la differenza ad altri attori finanziari, come le banche d’affari, stipulando con essi dei contratti d’assicurazione volti a mettere uno “stop” alle perdite, pagando in cambio della protezione dal rischio una somma da versare annualmente; una specie di polizza che in gergo finanziario si chiama “floor” (traduzione: “pavimento” alla stregua dello “stop loss” comunemente usato sui titoli di Borsa). Si stabilisce cioè una soglia limite, sotto la quale scattano i risarcimenti per l’assicurato. Nel caso della Banca d’Italia poteva essere fissata arbitrariamente, ma Saccomanni ha preferito non muoversi e non ascoltare i consigli di coloro che, nel tardo 2010, sono andati in processione a Via Nazionale per convicerlo ad accettare l’operazione di “floor”; forse costosa al momento, ma (rivelatasi a posteriori) conveniente nel lungo periodo. “Il gioco valeva la candela, era meglio agire subito in maniera lungimirante. A conti fatti, non tutelarsi è stato peggio”, confida al Foglio un’autorevole fonte bancaria. Secondo il World Gold Council, l’Italia detiene le terze riserve auree più grandi al mondo: 2.452 tonnellate di lingotti distribuiti in diversi caveau (Stati Uniti, Germania e, ovviamente, Italia). Banca d’Italia ha il dovere di custodirle: non sono di sua proprietà, la proprietà è del popolo sovrano.
Alla fine del 2011, l’oro ha raggiunto il massimo di prezzo a 1.895 dollari l’oncia, oggi ha perso circa il 30 per cento del suo valore arrivando a 1.200 dollari. Se poi nel settembre 2012 l’oro di Banca d’Italia valeva 108 miliardi – di euro – ora ne vale 73, il 32 per cento in meno (sono calcoli riportati dal quotidiano la Notizia il 29 giugno e collimano con le verifiche del Foglio). Un recente rapporto di Thomson Reuters sostiene che sia cominciata una “sostenuta fase ribassista” dell’oro. La banca d’affari americana Goldman Sachs prevede che il valore del metallo giallo si attesterà a 1.050 dollari l’oncia nel 2014. Ergo: la ricchezza non tornerà più. Perché Banca d’Italia non è intervenuta? Secondo quanto ricostruito dal Foglio, ha preferito non fissare una soglia di riferimento per l’oro: sarebbe stato come fornire  al mercato un’indicazione sul prezzo che l’Italia aveva in mente per il metallo prezioso. E’ lecito credere che nessuno degli investitori internazionali si sarebbe scomposto più di tanto, ma è altrettanto plausibile il contrario. Va pure considerato che non più di quattro mesi fa erano le case d’affari a preventivare un costante rialzo dell’oro, ed è comprensibile quindi l’ottimismo di Bankitalia. C’è però un’altra occasione in cui l’Istituto centrale non ha ascoltato i suggerimenti altrui:  si è verificata nell’estate del 2011 quando lo spread tra bond italiani e tedeschi era vicino ai massimi storici e nelle banche estere si momorava la parola “default” associata all’Italia. In quel caso, il consiglio (inascoltato) riguardava l’opportunità di mettere parte delle riserve auree a garanzia delle emissioni obbligazionarie di stato per renderle più appetibili e ammansire – da subito – Lady Spread.