sabato 18 giugno 2011

Una lunga stagione al tramonto, di Antonio Polito

Se il voto delle Amministrative era stata una sberla, questo è un Ko per il centrodestra. Non solo per i numeri. I quali, però, sono imponenti. A Milano e a Napoli, vittoria e sconfitta si giocarono su poche decine di migliaia di voti. Qui si tratta di quasi ventisette milioni di italiani che sono andati alle urne o nel deliberato intento di colpire Berlusconi, oppure mettendo tranquillamente nel conto questo effetto politico (compresi Maroni e Zaia, Polverini e Alemanno). Ma c'è di più. Se alle Amministrative il centrodestra aveva perso per la diserzione di tanti suoi elettori che si erano astenuti, stavolta ha perso per la partecipazione attiva di milioni di suoi elettori in dissenso.

Curiosamente, ancora una volta tocca a un referendum suonare la campana finale di un'era politica. Quello sul divorzio del '74 chiuse l'epoca d'oro della Dc e ne avviò la lunga crisi; quello sulla preferenza unica nel '91 annunciò l'esplosione del regno di Craxi; questo del 2011 sarà molto probabilmente ricordato come il punto più basso dell'epopea berlusconiana.
Prima o poi, doveva accadere. Si compie oggi il decennio di governo del Cavaliere: se si esclude la breve parentesi del '94, è dal 2001 che Berlusconi governa l'Italia, per otto anni su dieci.
La Thatcher ha retto undici anni. Tony Blair dieci. Gli elettorati democratici sono pazienti e tolleranti, ma ogni tanto si alzano in piedi come giganti e si scrollano dalle spalle il passato. Il verdetto elettorale della primavera italiana è così inaspettatamente netto che non vale neanche più la pena di discettare sulle cause di questa crisi di rigetto, se sia più etica o estetica, politica o economica. Fosse il Pdl un partito vero come i Tories o il Labour inglese, oggi inviterebbe il suo leader storico a sacrificare se stesso per salvare la ditta. Ma qui non sembra esserci in giro un Major che possa prendere in corsa il testimone e magari resistere un'altra legislatura. La transizione dunque non sarà né ordinata né rapida. Ci aspettano mesi convulsi. Berlusconi proverà di certo a succedere a se stesso, ma ormai la Lega ha fretta di slegarsi, e l'opposizione sente l'odore del sangue, penserà solo a sfruttare il magic moment elettorale.

A differenza degli altri referendum «epocali», che modernizzarono l'Italia, in questo caso però il gorgo del berlusconismo trascina con sé anche quelle poche velleità di riforma che avevano percorso il governo. La valanga travolge certamente una delle cose peggiori del centrodestra, la legge ad personam per antonomasia; ma cancella anche due decisioni lungimiranti, e cioè la riapertura dell'opzione nucleare e l'introduzione di un po' di concorrenza nel settore dei servizi pubblici. Ogni volta che ci lamenteremo per la mancata crescita (0,25% di Pil all'anno per dieci anni, secondo l'impietoso calcolo dell'Economist) dovremo ricordarci che in Italia non solo non si possono abbassare le tasse, ma non si può nemmeno tagliare la bolletta dell'energia o ridurre i deficit delle municipalizzate. E così è davvero difficile crescere.

Bisogna dunque ammettere che il vero trionfatore di questa tornata elettorale è Antonio Di Pietro. È stato lui che ha avuto l'ardire di raccogliere le firme sul legittimo impedimento alle feste dell'Unità, scommettendo sulla spallata elettorale a Berlusconi quando il Pd temeva le urne come i bambini temono l'uomo nero. È stato lui ad avere la furbizia di «spoliticizzare» l'iniziativa quando il disastro di Fukushima gli ha dato la spinta insperata verso il quorum. Ed è stato lui a trascinarsi così dietro Bersani, in rincorsa per far dimenticare il suo passato da liberalizzatore scritto sull'acqua.
Così, se da una parte il referendum segna senza dubbio una sconfitta storica di Berlusconi, come Bossi apertamente schierato per l'astensione, rivelando una perdita di sintonia con il Paese che per un grande comunicatore è già una sentenza; dall'altra parte non si può davvero dire che la coalizione arcobaleno che lo ha stravinto rappresenti un'alternativa pronta e spendibile, gonfia com'è di sospetto anti mercato e di rifiuto del privato e della concorrenza. Come i radicali potrebbero testimoniare, una cosa è vincere i referendum e un'altra è vincere le elezioni per il governo del Paese.

http://www.corriere.it/editoriali/11_giugno_14/polito-stagione-tramonto-referendum_2e03cadc-9645-11e0-82d5-f9e2fd481445.shtml

La crisi greca la risolve la politica, di Dani Rodrik

Pur avendo preso tempo grazie ad un nuovo pacchetto di aiuti finanziari, la Grecia è sempre più nei guai. Rimane da vedere se le politiche austere truccate che il governo George Papandreou ha promesso di implementare si riveleranno accettabili e sostenibili da un punto di vista politico. La storia ci ha insegnato a mantenere un certo scetticismo.

All'interno di una democrazia, quando la domanda dei mercati finanziari e dei creditori stranieri si scontra con quella dei lavoratori domestici, dei pensionati e della classe media, di solito sono i cittadini ad avere l'ultima parola.

Alla fine degli anni 90, l'Argentina si è trovata ad affrontare la stessa situazione. Dopo il 1991 la base della strategia economica dell'Argentina è stata la Legge della convertibilità che ha ancorato il peso al dollaro statunitense con un tasso di cambio pari "uno ad uno" e che ha vietato eventuali forme di restrizioni sui flussi di capitale.

Il ministro dell'Economia argentino, Domingo Cavallo, considerava la legge della convertibilità sia come uno strumento che come un motore per l'economia. La strategia funzionò bene all'inizio portando la necessaria stabilità dei prezzi, tuttavia entro la fine del decennio si ripresentò l'incubo dell'Argentina in forma ancor più acuta.

Alla fine, ciò che segnò il destino dell'Argentina non fu in realtà la mancanza di volontà politica da parte dei suoi leader, bensì la loro incapacità di imporre politiche sempre più costose ai loro elettori. Il governo argentino si dimostrò infatti disposto ad abrogare i contratti con quasi tutti gli elettori locali, funzionari pubblici, pensionati, governi provinciali e depositanti bancari, per rispettare i suoi obblighi con i creditori stranieri.

Gli investitori divennero tuttavia sempre più scettici rispetto alla capacità del congresso, delle province e dei cittadini di tollerare le politiche austere necessarie per continuare a ripagare gli interessi del debito estero. La diffusione delle proteste di massa diede loro ragione. Quando la globalizzazione si scontra con la politica nazionale, i bene informati puntano sulla squadra che gioca in casa.

Ma forse esiste un'altra via. Prendiamo in considerazione la Lettonia che si è trovata ad affrontare difficoltà simili a quelle dell'Argentina di dieci anni fa. La Lettonia è cresciuta rapidamente sin dalla sua entrata nella Ue nel 2004 grazie ai prestiti esterni e alla bolla speculativa nazionale accumulando un deficit e un debito estero delle stesse dimensioni di quello greco.

Prevedibilmente, la crisi finanziaria globale ed un'improvvisa inversione di tendenza dei flussi di capitale nel 2008 hanno lasciato l'economia lettone in una situazione disperata. Oltre al collasso dei prestiti e dei prezzi degli immobili, il tasso di disoccupazione ha subito un aumento del 20% mentre il Pil è sceso del 18% nel 2009. A gennaio 2009 si sono inoltre verificati gli scontri più accessi dal crollo dell'Unione sovietica.

La Lettonia aveva un tasso di cambio fisso e disponeva di flussi di capitale liberi proprio come l'Argentina, ma a sua differenza, i politici del paese sono riusciti a superare con coraggio il contesto difficile senza svalutare la moneta e introducendo dei controlli sui capitali. Ciò che sembra aver cambiato l'equilibrio dei costi e dei benefici della politica è stata la prospettiva di raggiungere la terra promessa rappresentata dall'opzione dell'ingresso nell'eurozona che ha forzato i policymaker lettoni a precludere qualsiasi opzione che potesse mettere a rischio il raggiungimento di tale obiettivo. Questa mossa ha dall'altra parte aumentato la credibilità delle loro azioni nonostante gli enormi costi economici e politici connessi.

La Grecia seguirà la strada dell'Argentina o della Lettonia? L'economia non è incoraggiante. Salvo una ripresa dell'economia greca, l'onere di un nuovo debito rappresenta solo un palliativo temporaneo che richiederà politiche ancor più austere nel corso del tempo. Inoltre, sino a quando la domanda interna rimarrà depressa le riforme strutturali tra cui la privatizzazione e la liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi professionali non riusciranno molto probabilmente a garantire la crescita necessaria.

Proprio come dimostra l'esperienza della Gran Bretagna nel contesto tra le due guerre e, più recentemente quella dell'Argentina e della Lettonia, è la politica che determina alla fine il risultato. Affinché il piano greco abbia delle possibilità di successo, il governo Papandreou dovrà fare uno sforzo enorme per convincere i suoi elettori che le sofferenze economiche sono il prezzo da pagare per un futuro migliore e non solo un mezzo per soddisfare i creditori esterni.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-17/crisi-greca-risolve-politica-063944.shtml?uuid=AaRNHVgD

Solo l'unione fiscale può salvare l'Europa, di Francesco Caselli

Le istituzioni politiche ed economiche di quella che oggi è l'Unione europea sono state disegnate da élite politiche e tecnocratiche il cui obiettivo finale era la costruzione di una nuova entità federale, gli Stati Uniti d'Europa, ma che erano costrette a procedere con cautela perché l'opinione pubblica di alcuni Paesi-chiave (e i Governi di altri, soprattutto la Gran Bretagna) non condivideva affatto questo loro progetto.

È per questa necessità di compromesso che tanti aspetti della governance europea appaiono mal disegnati . E dalla stessa necessità nacque la strategia di "unificazione strisciante", che consisteva in varare iniziative di cooperazione apparentemente solo economica ma la cui vera finalità era di creare la necessità di ulteriori trasferimenti di sovranità politica dagli Stati all'Unione.

L'Unione monetaria fu il culmine della strategia di unificazione strisciante e, come vediamo in questi giorni, anche un chiaro esempio delle patologie che emergono quando le istituzioni sono disegnate sotto eccessivi vincoli di vendibilità politica nei confronti di un'opinione pubblica sospettosa.

Ai tecnocrati che disegnavano l'Euro molti chiedevano cosa avrebbe fatto la nascitura Banca centrale europea se qualche Stato membro, dopo aver accumulato debiti eccessivi, fosse abbandonato dai mercati. La risposta che essi diedero con il Trattato di Maastricht fu che, in primis, l'accumulo eccessivo di debito non sarebbe potuto avvenire grazie al "patto di stabilità" che limitava il deficit dei Paesi membri al 3 per cento del Pil ( e anche grazie al fatto che sicuramente l'avvento dell'Euro avrebbe condotto a una nuova età dell'oro con alti tassi di crescita economica, favorendo così il contenimento del rapporto debito/Pil negli stati membri); e che, in secundis, la Bce, e le altre entità afferenti all'Unione avevano la proibizione assoluta di soccorrere singoli Paesi membri in difficoltà a finanziarsi sui mercati dei capitali (la sbandieratissima "no bail-out clause").

Sappiamo bene oggi, con almeno un Paese euro insolvente, e prontamente "bailed-out" dalla Bce, cosa valessero queste solenni promesse (e, con Paesi che non crescono da dieci anni, quale età dell'oro l'Euro abbia creato).

E c'è da chiedersi quanti fra coloro che scrissero e sottoscrissero il trattato ci credessero veramente, e quanto al contrario avessero come principale scopo di aggirare l'opposizione di coloro che, forse a ragione, vedevano nell'Euro solo un preludio a ulteriori tentativi di sottrarre sovranità agli Stati e trasferirla all'Unione. Forse a ragione, dico, perché puntualmente cominciano a levarsi autorevoli voci, prima fra tutte quella del presidente della Bce Trichet, che invocano la creazione di un "ministro delle Finanze europeo".

La lezione che ci si chiede oggi di apprendere è che non si può avere unione monetaria senza unificazione (coordinamento, se la parola unificazione vi allarma) delle finanze pubbliche. Non è difficile immaginare la lezione che ci verrà proposta domani: che non ha senso avere un ministro delle Finanze europeo senza un primo ministro europeo. E così via, inesorabilmente, verso la piena unificazione politica.

C'è da sperare che l'opinione pubblica europea abbia esaurito la sua pazienza verso questo modo di costruire l'Europa unita: fare un piccolo passo, che crea dei problemi che devono essere risolti da un ulteriore passo, e così via. Sarebbe l'ora di avere una discussione trasparente e onesto in cui l'esito finale di questo processo è chiaramente delineato.

Nel frattempo varrebbe anche la pena esaminare con più attenzione la proposizione secondo cui la crisi dimostra che l'unione monetaria non può funzionare senza unione fiscale. Probabilmente è vero ma le ragioni addotte sono, come sempre con le proposte di nuove istituzioni europee, altamente fuorvianti. Si dice che un ministro delle Finanze europeo è necessario per forzare comportamenti fiscali più responsabili nei Paesi membri. Non si spiega però perché tale ministro delle Finanze dovrebbe avere successo là dove il patto di stabilità ha fallito, o perché dovrebbe essere più intransigente della Bce nel rifiutare di dare soccorso ai Paesi insolventi.

La verità inconfessabile è che l'unione fiscale è necessaria per creare un meccanismo permanente di trasferimento dai Paesi che crescono a quelli che, per ragioni strutturali e politiche, non sono in grado di crescere, almeno fino a che sono parte dell'Unione monetaria. Come molti hanno già notato, anche se i debiti della Grecia venissero cancellati resterebbe un gigantesco disavanzo che non si vede come questo Paese possa colmare. Una soluzione è che il disavanzo lo copra sistematicamente l'Unione. L'unione fiscale europea sarà dunque una versione in grande del rapporto fra Nord e Sud d'Italia. Chi è tentato dalla proposta di Trichet si chieda se questo è un bel modello per l'Europa di domani.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-17/solo-unione-fiscale-salvare-064457.shtml?uuid=AaN5JVgD

mercoledì 15 giugno 2011

Appello a Berlusconi: via la tirannia fiscale, di Vittorio Feltri

L’Italia è prigioniera delle tasse. È ora di liberarla. Ma per riuscirci dobbiamo tagliare con le stesse forbici aliquote e spesa pubblica. Non possiamo più permetterci lo Stato-mamma che dice di sì a tutti


Un’automobile im­­perfetta sbanda a sinistra o a destra. L’Italia, che oltre a essere imperfetta è vec­chia e inaffidabile, sban­da di qua e di là. Guidarla è un dramma. Lo sapeva anche Mussolini. Biso­g­nerebbe fermarla e rico­struirla, specialmente nelle parti più usurate: il Mezzogiorno. Ma un Pae­se non è una macchina e va riparato in corsa. Un’impresa difficile, se non impossibile, in cui Silvio Berlusconi si deve cimentare nell’interesse di tutti, anche il suo. Il primo pezzo da siste­mare è il motore fiscale, il più importante e il più scassato: gira a vuoto e consuma troppo, impe­dendo alla democrazia di essere tale.

La verità è che la nostra ormai è una ti­rannia fiscale. Basti pen­sare che un cittadino one­sto, ligio alle norme, tra imposte dirette e indiret­te versa allo Stato- si è cal­colato - il 74 per cento del proprio reddito. Dire che è necessario e urgente ri­mediare a simile ingiusti­zia è il minimo. Ingiusti­zia doppia, peraltro, in quanto molti contribuen­ti, col pretesto di difender­si dalla vampiresca Agen­zia delle entrate, eludono le tasse o, peggio, le eva­dono parzialmente se non completamente. Ri­sultato: gli italiani si divi­dono in due categorie; i fessi a reddito fisso, che vengono strangolati alla fonte, cui si aggiungono gli autonomi fedeli alla di­sposizione, fessi anche questi, e i furbi che di riffe o di raffe si sottraggono al loro dovere. Le casse dello Stato, in ogni caso, ricevono poco rispetto a quanto poten­zialmente potrebbero.

Storia vecchia, obietterà il lettore. Già, vecchia, ma sempre attuale per­ché mai nessuno è stato capace di rimediare al guasto del sistema ovve­ro costringere i furbi a es­serlo un po’ meno, con­sentendo ai fessi di esser­lo un po’ meno. Manca l’equità. Va precisato che gli evasori sono invisibili per definizione; scovarli non è una operazione semplice perché sono bravissimi a nasconder­si, più bravi di chi dovreb­b­e identificarli e castigar­li. Gli italiani leali, e quelli obbligati a esserlo per­ché non dispongono che della loro busta paga, ven­gono spremuti più del le­cito perché devono versa­re anche la parte di chi non versa affatto. Che fare? La regola nu­mero uno è abbassare le aliquote, cioè la percen­tuale del prelievo sui red­diti. Più basse sono e più bassa è la quantità degli evasori, i quali ragionano in questo modo: rubare dieci vale il rischio di farsi beccare, rubare uno non conviene. Meglio metter­si in riga. Va da sé che ri­durre di punto in bianco le aliquote è come lanciar­si dall’aeroplano senza paracadute sperando di cavarsela. Lo Stato si ritro­verebbe il primo anno con meno soldi e con una spesa immutata. Inevita­bile un disavanzo mo­struoso che, considerato il debito pubblico (tra i più alti del mondo), com­porterebbe una sorta di fallimento, del tipo gre­co, per intenderci.

La quadra si ottiene sol­tanto se con le stesse for­bici con cui si tagliano le tasse si taglia anche la spesa. Si fa in fretta a dirlo, non a farlo. Perché ad ogni sforbiciata corrisponde un grido di dolore di chi ne subisce le conseguenze. E se un grido si sopporta, cento, mille grida suscitano invece un casino in-fernale: scioperi, manifestazioni di piazza, sommosse e addirittura sovvertimento del potere costituito. Il terrore di ogni governante, inclusi Berlusconi e Tremonti, è rompere la pace sociale e perdere consensi, indispensabili alla maggioranza per rimanere in sella anche la prossima legislatura. Eppure ci sono spese che il nostro Paese, dato l’andazzo economico nazionale e internazionale, non può permettersi se non incrementando il deficit annuale e il debito complessivo, da finanziarsi coi Bot. Ciò che si impone è la rinuncia allo Statomamma che provvede a tutto, e tutto gratis, per tutti. Scusate il bisticcio, ma era utile alla sintesi. In Germania, alla quale anche la sinistra guarda con ammirazione, si va in pensione a 67 anni. Noi ci andiamo minimo 7 anni prima, se abbiamo lavorato 40 anni.

Quanto ci costa questo privilegio? D’accordo che la Previdenza è già stata ristrutturata, dicono i sindacati e il ministro del Lavoro. Ma c’è modo e modo di aggiustare. E se le aspettative di vita si sono allungate, e non si è accorciato il periodo di godimento dell’assegno, addio. Si buttano soldi. E noi ne buttiamo. La sanità. I costi in dieci anni sono pressoché raddoppiati. Segno che è stata mal gestita. Cura i sani meglio dei malati. I ricchi meglio dei poveri. Medicine gratis a chiunque. Ticket irrisori. Medici di base di manica larga. Assurdo. Scuola. Si diceva che tre maestre per classe erano uno sproposito. Il ministro Mariastella Gelmini si è fatta in quattro per comprimere gli oneri. Ma le maestre sono rimaste tre. Il bilancio dello Stato è un oggetto misterioso. Non lo ha mai compulsato alcun governante nella parte analitica, da cui si evince dove finiscono i nostri quattrini. Nel ginepraio dei conti c’è uno spreco ad ogni voce. Un colpo di cesoie qui e uno là servirebbero a recuperare miliardi. Chi osa farlo? Tremonti ha fatto tagli orizzontali al momento della crisi. Ovvio. Non aveva tempo per usare il bisturi. Ma è arrivata l’ora di entrare nel merito di ogni cifra.

Avete presente i finanziamenti a fondo perduto alle aziende? Quali aziende? Segreto. Recuperare 30 o 40 miliardi anche qui sarebbe un gioco da ragazzi. Non lo si fa per paura di sollevare polveroni. Ecco, la paura di scontentare qualcuno domina l’Italia. Paura di abolire gli ordini professionali. Paura di abolire il valore legale dei titoli di studio. Paura di cancellare gli enti inutili, le Province, le Comunità montane, i consorzi, i contributi a questo e a quello. Le Regioni e i Comuni fanno ciò che vogliono. Chi controlla? Le prefetture sono state immiserite e mortificate. Un tempo filtravano qualsiasi delibera. Se la copertura finanziaria era dubbia, bocciavano. Oggi tirano a campare, impedite a svolgere le loro originarie funzioni. Ogni anno lo Stato brucia quasi 800 mi-liardi in stipendi, regalie, welfare di lusso. Possibile non ci sia un ministro che si metta lì con gli occhiali sul naso a verificare dove e come risparmiare? Suvvia, non veniteci a dire che gli interventi pubblici siano stati ridimensionati. Lo Stato ci soffoca con la dittatura del timbro e della carta bollata. La burocrazia è ingombrante. Ma i servizi non sono all’altezza del prezzo che sborsiamo per mantenerli in vita. Berlusconi forse ha ragione. Se aspettiamo a tagliare le tasse fino a quando non si sia tagliata la spesa pubblica, campa cavallo.

Se le tagliassimo subito, poi non ci sarebbe santo: saremmo obbligati, per non schiattare, a limare le uscite. Lo si faccia, perdio. Altrimenti creperemo lo stesso dopo una lunga e tormentata agonia. Serve coraggio e un pizzico d’incoscienza: governare pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni. La missione non è durare, ma fare il bene del Paese, risanarlo. E se strada percorrendo succedesse di indispettire qualcuno, pazienza. Ce ne faremmo una ragione.

http://www.ilgiornale.it/interni/appello_berlusconi_via_tirannia_fiscale/15-06-2011/articolo-id=529441-page=0-comments=1

lunedì 13 giugno 2011

Una cura per il fallimento fiscale?, di Kenneth Rogoff

Sarebbe utile se più paesi istituissero dei consigli indipendenti per la consulenza fiscale allo scopo di infondere una maggior obiettività nel dibattito legato ai bilanci nazionali? Bernie Madoff, truffatore ora in carcere, ha dichiarato recentemente che “tutto il governo è uno schema di Ponzi” esprimendo il pensiero della maggior parte dell’opinione pubblica riguardo alla politica fiscale.

Forse si tratta semplicemente della pura illusione di un uomo che morirà in prigione a seguito del crollo, nel 2008, del suo schema piramidale record di 50 miliardi di dollari. A mio avviso, il posto di Madoff, decisamente poco invidiabile, nel guinness dei primati rimarrà per diverso tempo. In ogni caso, in un contesto in cui diversi tra i più importanti governi a livello mondiale si trovano ad affrontare una combinazione letale di debito convenzionale insostenibile, di obblighi senza precedenti nei confronti dei pensionati in età avanzata e di un ribasso della crescita, ci si chiede effettivamente quale sia il piano fiscale.

In nuovo articolo intitolato “A Decade of Debt” (Un decennio di debiti, ndt), dimostro, assieme a Carmen M. Reinhart, che il debito pubblico statunitense, federale, statale e locale, ha superato la percentuale record del 120% del PIL raggiunta alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il Giappone, ovviamente, si trova in una condizione ben peggiore, con un debito pubblico pari al 200% del PIL. Se da un lato questa percentuale è in parte compensata dalle riserve di valuta straniera, dall’altro il paese si trova a dover affrontare ingenti costi per la ricostruzione che si vanno ad aggiungere al problema del deprimente trend demografico. Anche i livelli di debito di altri paesi ricchi si aggirano pericolosamente intorno ad un picco annuale pari al 150%, nonostante il relativo contesto di pace in gran parte del mondo.

Non c‘è una via d’uscita facile. Per il momento i tassi di interesse mondiali stanno contenendo i costi del servizio del debito, ma mentre i livelli di debito possono diminuire solo gradualmente in lunghi periodi di tempo, i tassi di interesse reali (allineati all’inflazione) possono aumentare in tempi molto più rapidi anche nei paesi ricchi. Le crisi del debito tendono a comparire all’improvviso, colpendo i paesi con traiettorie di debito che non ammettono margini di errore o avversità non pianificate.

L’impatto più diretto ed immediato legato al mantenimento di una politica fiscale indipendente è dato da un miglior controllo della spesa che crea un contrappunto alla crescita economica statale “panglossiana” e alle prospettive di profitto. In teoria, un consiglio di consulenza indipendente e rispettato potrebbe persino costringere i governi a riconoscere i costi nascosti delle garanzie statali e delle operazioni non a debito.

E’ giunta l’ora di prendere in considerazione dei nuovi approcci. Ovviamente, nessun cambiamento di entità minore riuscirà ad eliminare il pregiudizio nei confronti della spesa in disavanzo, persino nei sistemi politici più moderni. Così come nessun cambiamento di minore entità riuscirà a prevenire il rischio di un debito futuro o di una crisi inflazionistica. Molti paesi necessitano di riforme radicali per rendere i sistemi di tassazione più efficienti e gli schemi di previdenza sociale – compresi gli schemi pensionistici- più realistici.

La comparsa recente dei consigli di consulenza fiscale è un inizio di carattere istituzionale promettente. Una serie di paesi, tra cui Danimarca, Paesi Bassi, Stati Uniti e Belgio, dispone da lungo tempo di agenzie fiscali, come il “Congressional Budget Office” (CBO) degli Stati Uniti. Ma se da un lato queste istituzioni si sono rivelate estremamente utili, dall’altro sono generalmente molto limitate. Il CBO, ad esempio, è libero di pubblicare proiezioni fiscali a lungo termine basate sulle sue migliori stime di crescita, ma è obbligato in gran parte ad accettare “aggiustamenti” futuri al valore nominale politicamente poco plausibili, neutralizzando in parte l’efficacia potenziale di qualsiasi critica relativa alle politiche di deficit.

Per aumentare la credibilità, una serie di governi si sta muovendo cautamente verso la creazione di consigli fiscali dotati di maggior indipendenza, spesso usando le banche centrali come modello. Questo nuovo sistema all’avanguardia comprende i consigli della Svezia, del Regno Unito, della Slovenia e del Canada.

Le competenze del consiglio fiscale svedese sono particolarmente ampie in quanto comprendono non solo una funzione di previsione, ma anche di identificazione delle ragioni e delle eventuali conseguenze legate alla politica governativa. In teoria, un consiglio fiscale indipendente avrebbe potuto fornire un aiuto inestimabile durante la crisi finanziaria. Negli Stati Uniti, un’agenzia di questo tipo avrebbe potuto valutare i costi ed i benefici dei piani di salvataggio aiutando, probabilmente, a porre fine alla paralisi congressuale e dando ai contribuenti la prospettiva di un rischio positivo.

Non ci si può aspettare, almeno per il momento, che queste nuove istituzioni finanziarie diventino importanti o potenti come le banche centrali. C’è ancora troppo consenso nei confronti della politica monetaria rispetto alla politica fiscale che è, a sua volta, molto più complessa e multi sfaccettata. Tuttavia, il principio di base sembra essere un passo importante verso una sanità fiscale.

Ovviamente, indipendentemente dalla loro efficienza, i consigli fiscali di per sé non sono sufficienti. Ogni generazione continuerà a voler poter dire: “Mio nipote sarà due o tre volte più ricco di me, quindi chi se ne frega se si devono pagare dei debiti”. Inoltre, il ciclo politico porta a pregiudizi molto forti soprattutto quando i leader tentano di abbellire le prospettive della salute economica e della prosperità aumentando le spese visibili al costo di debiti nascosti e della riduzione di investimenti a lungo termine.

Per resistere a queste pressioni, i consigli fiscali dovranno subire dei controlli periodici da parte delle agenzie internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, sia per proteggere la loro indipendenza che per promuovere la loro affidabilità.

A dire il vero, Bernie Madoff potrebbe anche avere ragione così come potrebbe risultare che la sua intenzione non era necessariamente quella di replicare il più grande schema di Ponzi. Tuttavia, una trasparenza maggiore ed una valutazione più sistematica ed indipendente delle politiche governative potrebbe essere un passo utile per risolvere l’enigma perpetuo dei livelli sproporzionati di deficit. Si tratta indubbiamente di una delle idee più innovative e promettenti emerse da uno scenario politico alquanto sterile.


Da Reagan a Putin, quando le ricette fiscali "guariscono" i bilanci, di Claudio Borghi

L'adozione di un'aliquota unica al 13 per cento incrementò il gettito di oltre il 25% in un anno. Il passato dimostra che si può osare


Da Kennedy a Reagan l’aliquota fi­scale marginale negli Stati Uniti scese dal 91% al 28%, eppure il contributo dei «ricchi» alla raccolta fiscale americana si moltiplicò. Sempre Reagan (che non le faceva tutte giuste) decise di alzare le tasse sui guadagni da capitale dal 14% al 28%. Ebbene, il gettito si ridusse stabil­mente a un terzo. Le tasse sono una cosa delicata e una riforma, per essere tale, dev’essere radicale. Se la riforma fiscale che ha in mente il governo è rappresenta­ta dalle anticipazioni che vengono di­scusse in questi giorni tanto vale essere sinceri e dire che per la «prudenza» tan­to cara a Tremonti (e che in effetti in pas­sato ci ha servito bene) non si tocca nul­la.

Una riforma vera, come quelle realiz­zate in passato da altri Stati, deve rappresentare un voltare pagi­na, una rivoluzione, una disconti­nuità seria. Tagliare di uno o due punti un’aliquota (specialmente quella minore, che ospita felice­mente tutti gli evasori) per alzare l’Iva o peggio alzare la tassazione sui titoli, rimarrà solo nella storia delle perdite di tempo e non porte­rà né benefici né un solo voto in più nelle urne della maggioranza. Per avere speranze di successo oc­corre mettere in gioco decine di punti percentuali e di nuovi modi di intendere il rapporto con lo Sta­to. In Italia peraltro la diagnosi e la cura sembrerebbero di disarman­te semplicità: da noi le tasse sono altissime e le pagano pochissimi, basterebbe che le tasse fossero basse e pagate da tutti per risolve­re il problema.

Quello che non si capisce è che l’abbassamento dra­s­tico delle aliquote e l’allargamen­to della base imponibile deve av­venire in contemporanea, altri­menti sperare che prima tutti pa­ghino tasse da record per poi ab­bassarle è utopia pura. Il controllo inflessibile e magari la gogna in piazza andrebbero benissimo so­lo a seguito di un nuovo patto fisca­le con i cittadini, dove lo Stato ridi­mensiona le sue pretese e quindi non perdona più chi sgarra. Per saltare però ci vuole coraggio. In Paesi affetti da altissimi livelli di evasione fiscale finora la ricetta che ha funzionato è stata solo quella della flat tax . In Russia nel 2001 la situazione era drammati­ca: altissima evasione e congiun­tura economica recessiva peggio­rata dall’attentato dell’11 settem­bre. Noi scegliemmo la strada del­la prudenza e non toccammo nul­la, abbandonando l’idea vincente delle due aliquote proposte da Berlusconi nel famoso «contratto con gli italiani», Putin invece deci­se di fare il salto e fissò un’incredi­bile aliquota unica al 13%.

Il risul­tato fu un boom economico e uno stupefacente incremento del getti­to fiscale di oltre il 25%già nell’an­no immediatamente successivo alla riforma. Neanche da dire che in casa no­stra invece i minitaglietti operati da Siniscalco (messo al posto di un anche allora irremovibile Tre­monti), vennero solo minima­mente percepiti dai cittadini, non salvando il centrodestra dalle ur­ne ma aprendo tuttavia, pur nella loro inconsistenza, la strada a un aumento del gettito che venne poi raccolto e sperperato nei famosi «tesoretti» dal governo Prodi. L’esperienza positiva della flat tax russa invece venne poi seguita da quasi tutti i Paesi dell’Europa del­­l’Est e finora i successi sono stati notevolmente superiori agli in­convenienti indipendentemente dalle condizioni congiunturali. Anche l’Ungheria a gennaio di quest’anno ha deciso di«fare il sal­to » e ha fissato un’aliquota unica al 16%. Vedremo se avranno avu­to più ragione loro con il coraggio o noi con la prudenza, anche se le prime indicazioni sull’accelera­zione della crescita ungherese nel primo semestre sembrano lascia­re pochi dubbi su come andrà a fi­nire.

Nell’attesa che da noi qualcu­no si svegli alla mattina e decida di abbandonare il bilancino da far­macista per prendere lo spadone di Reagan contro le tasse unito a quello della Thatcher contro gli inutili sussidi a sindacati e settori industriali decotti, ci permettia­mo di ric­ordare che c’è stato un Pa­ese europeo che ha discusso a lun­go negli anni passati se mantene­re le aliquote elevate e progressi­ve o tentare di tagliarle pesante­mente introducendone solo due. Per prudenza poi si decise di non toccare nulla e di mantenere le ali­quote invariate. Quel paese si chia­ma Grecia.

Fisco, ecco i tre modi per tagliare le tasse, di Francesco Forte

Le leve su cui occorre intervenire riguardano gli oneri fiscali per il salario di produttività, gli oneri contributivi per i contratti di inserimento nel lavoro dei giovani e l’alleggerimento dell’imposizione sugli investimenti delle imprese


Fra Giulio Tremonti e Roberto Maro­ni si è svolta una cortese polemica sul coraggio e sulla prudenza. Il ministro dell’Economia Tremonti sostiene che serve prudenza perché la crisi non è an­cora finita e grazie alla politica di rigore l’Italia deve arrivare al quasi pareggio nel 2014. Giusto, dice il ministro dell’In­terno Maroni, dobbiamo pareggiare il bilancio non tanto perché ce lo chiede l’Europa ma perché è necessario. Però, aggiunge, in questi momenti serve più il coraggio che la prudenza. Il coraggio di sfidare la congiuntura e quello di fare un gesto importante e atteso in campo fisca­le. Tremonti replica che ci vuole molto coraggio a essere prudenti. Maroni insi­ste che è vero, ma che ci sono due modi di vedere la stessa cosa.

Questo dibattito non è nuovo. Una vol­ta, nel 1950, Conrad Adenauer, cancelliere della Repubblica Federale tedesca, di fronte alle rigide posizioni di prin­cipio del suo ministro dell’Econo­mia Ludwig Erhard, commentò freddamente: «Si può cavalcare un principio fino alla morte». Ma l’economia tedesca allora era in forte crescita e il rigore aveva una robusta contropartita. Il coraggio della prudenza di Erhard così ave­va­oramai una base politica di con­sensi, che garantiva la sua prose­cuzione. Erhard aveva avuto mol­to coraggio prima, nel giugno del 1948, quando aveva fatto una com­plicata r­iforma monetaria nel pae­se distrutto dalla guerra, riportan­do la Germania all’economia di mercato, a cui non era più abitua­ta dagli anni ’30. E fra lo scettici­smo e gli scioperi contro di lui, ave­va innescato il miracolo economi­co tedesco, mediante riforme a spizzico,che seguivano il suo prin­c­ipio teorico dell’economia socia­le di mercato. Quando Margaret Thatcher pre­se il potere nel 1979, l’economia inglese, in precedenza governata dai laburisti con politiche keyne­siane di elevata spesa pubblica, deficit di bilancio e moneta per­missiva, era in una situazione di alta inflazione e bassa crescita.

La Thatcher, denominata la lady di ferro, alzò il tasso di interesse, ta­gliò drasticamente le spese, ridus­se l’aliquota base dell’imposta sul reddito del 3%, aumentò l’Iva e l’imposta sui consumi di lusso,pri­vatizzò e, dopo un anno di defla­zione, ottenne la svolta con la ri­presa della crescita e la caduta del­l’inflazione. Approvò una mano­vra globale di restaurazione del­l’ortodossia del mercato, con un periodo iniziale di forte impopola­rità perché le politiche dei suoi predecessori avevano perso mol­to credito e lei era all’inizio della legislatura. Ma affrontò la grande sfida con un enorme coraggio e fu ripagata dal successo economico ed elettorale. Anche Ronald Rea­gan, che divenne presidente degli Usa nel 1981, agì coraggiosamen­te soprattutto riducendo le impo­ste e deregolando l’economia. Il deficit iniziale di bilancio che ciò provocò fu riassorbito mediante l’aumento delle basi imponibili, dovuto alla crescita del Pil.

I tre coraggiosi esempi hanno tutti una caratteristica comune che merita di essere imitata in Ita­lia: sono state applicate politiche rivolte a stimolare l’offerta del­l’economia, mediante gli incenti­vi del mercato. E in due di questi casi, quello di Thatcher e di Rea­gan, c’è stato anche il coraggio di tagliare le imposte, mentre dima­griva il governo. I tre casi però han­no anche una caratteristica comu­ne, che li rende diversi rispetto al­l’Italia. Parliamo di tre grandi na­zioni industriali, che avevano ac­cumulato, nella storia, grande pre­stigio e credibilità. Il mercato in­ternazionale non dà all’Italia la medesima credibilità. E l’atto di coraggio che si chiede a Tremon­ti, nel campo tributario, pertanto non si può accompagnare a modi­fiche sostanziali nel rigore. Inol­tre non siamo all’inizio, ma quasi al termine della legislatura. Qui però non si tratta di fare una rifor­ma fiscale integrale del costo di 80 miliardi. Adesso occorre una se­rie di misure pro crescita, che ab­biano un effetto galvanizzante, con una perdita di gettito circo­scritta e ripartita sul triennio.

Emergono tre temi: gli oneri fisca­li per il salario di produttività, quelli contributivi per i contratti di inserimento nel lavoro dei più giovani,l’alleggerimento della tas­sazione degli investimenti delle imprese. Ha però ragione Tremonti di non voler recuperare la perdita di gettito con la tassazione del rispar­mio, bene prezioso più dell’ac­qua, e con l’aumento lineare delle aliquote Iva, che genererebbe in­flazione. Nei 250 miliardi di agevo­lazioni fiscali esistenti si possono pescare altri recuperi di gettito, ba­sta avere coraggio con le caste e le cricche e maggiore fantasia.

domenica 12 giugno 2011

I tre veri pilastri della conservazione, di Ernesto Galli Della Loggia

PRIVILEGI, CORPORATIVISMO, DEMAGOGIA


Da più di vent'anni le «riforme»
sono il grande mito della politica italiana. Invocate da tutti, promesse da tutti, dalla destra, dalla sinistra, quasi mai realizzate da nessuno. Ma regolarmente, imperturbabilmente, promesse sempre di nuovo da tutti. Sono il grande mito perché per giudizio unanime (ultimo quello del governatore Draghi: «L'Italia ha un disperato bisogno di riforme») sono la sola cosa da cui il Paese può sperare la salvezza: e cioè di riguadagnare il terreno che stiamo perdendo in tutti settori, di riacquistare efficienza, di ricominciare a crescere, di tenere insieme le sue varie parti.

Che cos'è che in Italia impedisce di «fare le riforme»? La risposta è semplicissima: la loro impopolarità. Ci troviamo ad essere strangolati da un paradosso micidiale: proprio perché sono così vitalmente necessarie, le «riforme» suscitano un'opposizione fortissima in grado di bloccarle. Enormemente più forte che in altri Paesi, questo è il punto. Ciò accade perché altrove, in genere, una riforma vuol dire un provvedimento impopolare sì, ma che non cambia le regole del gioco, non cambia il principio sul quale la società è costruita. Da noi invece no. Le riforme di cui noi abbiamo più bisogno, infatti, sono quelle che dovrebbero rompere proprio il meccanismo con cui funziona la nostra società, mutarne alla radice lo spirito e la mentalità. Quando in Italia si dice «riforme», bisogna esserne consapevoli, si dice in realtà «rivoluzione». E la più difficile tra le rivoluzioni: quella culturale.

Qualunque sia il provvedimento a cui si pensi per modernizzare il Paese, per rimetterlo in carreggiata, ci si accorge subito, infatti, che esso va immancabilmente a colpire uno dei tre pilastri sui quali si regge gran parte della società italiana: il privilegio, il corporativismo, la demagogia. Certo: bisogna scorgere i concreti, concretissimi interessi particolari, settoriali, che ognuna di queste cose alimenta e tutela. Ma tali interessi, però, non avrebbero mai potuto costituirsi e solidificarsi come hanno fatto, senza una premessa di tipo essenzialmente culturale condivisa dall'intera società italiana. Che qui ha la sua anima, la sua più vera antropologia.

In Italia qualunque individuo così come qualunque istituzione, qualunque impresa capitalistica non sopporta né il merito, né la concorrenza, né controlli indipendenti. Qualunque categoria, qualunque organismo non sogna altro che monopoli, numeri chiusi, carriere assicurate, condoni, esenzioni, ope legis, proroghe, trattamenti speciali, pensioni ad hoc, comunque condizioni di favore. E quasi sempre ottiene quanto desidera. Ricorrendo, come ho detto, all'arma vincente della demagogia. Specie a partire dagli anni Settanta, infatti, corporativismo e privilegi hanno progressivamente soffocato la società italiana costruendo (o avvalendosi di già pronte) costruzioni ideologiche menzognere, le quali avevano regolarmente al proprio centro i «diritti», la «democrazia», la «solidarietà»: parole d'ordine, discorsi, che agitando ogni volta la bandiera del bene e del giusto in realtà sono serviti unicamente a promuovere il più spietato particolarismo o a saccheggiare le casse pubbliche. Spessissimo a tutte e due le cose insieme.

È contro questa autentica muraglia socio-culturale - la quale nella sua essenza non è né di destra né di sinistra, potendo essere indifferentemente entrambe le cose - che da decenni s'infrange, o meglio si spegne appena levatosi, qualsiasi vento riformatore italiano. L'imponenza di quella muraglia, infatti, ha l'effetto di porre in una condizione di eterna minoranza la dimensione del bene comune, dell'interesse collettivo, che in tal modo non riesce ad avere alcun peso politico determinante. È per questo che le riforme non si fanno, e in particolare non si possono fare proprio quelle che ci servirebbero di più.

Il dispositivo corporativistico-demagogico-antimeritocratico è divenuto lo strumento grazie al quale da due decenni il cuore maggioritario della società italiana reale neutralizza la sfera della politica, imponendo in cambio del proprio consenso la sua impotenza. Lo strumento grazie al quale essa neutralizza di fatto tanto la destra che la sinistra all'insegna della loro comune, certificata, impotenza; grazie al quale, infine, ne cancella i profili, ne vanifica identità e programmi. L'iperpoliticismo resta sì, dunque, come un carattere tipico della sfera pubblica italiana. Ma esso non è più il predominio del comando politico sulla società, com'è stato fino alla fine della prima Repubblica. Ora è piuttosto la penetrazione/subordinazione capillare e diffusa, l'uso continuo della politica da parte delle infinite articolazioni corporativo-antimeritocratiche della società. La quale realizza per questa via una sua antica vocazione: servirsi del potere, disprezzandolo.

http://www.corriere.it/editoriali/11_giugno_12/galli-della-loggia_veri-pilastri-conservazione_78ca0ce0-94c2-11e0-b80f-3da7c892fae6.shtml

sabato 11 giugno 2011

TO HIS COY MISTRESS (Alla sua amante ritrosa), di Andrew Marvell

Sol che avessimo mondo e tempo sufficienti,

questo pudor, signora, non sarebbe delitto.

Assisi, penseremmo dove passeggiare

e trascorrere il nostro lungo giorno d’amore.

Tu sulla sponda dell’indiano Gange

rubini troveresti; io presso la corrente

del Humber mi dorrei. Io v’amerei

per ben dieci anni prima del Diluvio;

e voi ricusereste, se v’aggrada,

fino alla conversione degli ebrei.

Il mio amor vegetale crescerebbe

più vasto degli imperi, e più lento.

Cent’anni se n’andrebbero a lodare

gli occhi tuoi, e a contemplare la tua fronte,

duecento ad adorare ciascuno dei tuoi seni;

ma trentamila anni per il resto.

Per ogni parte per lo meno un secolo,

e l’ultimo dei secoli mostrerebbe il tuo cuore.

Ché, signora, voi siete degna di tanto onore,

ed io non v’amerei per minor prezzo.

Ma alle mie spalle odo continuamente

l’alato cocchio del tempo che rapido s’approssima:

e là tutto dinnanzi a noi si stendono

deserti di vasta eternità.

Più non si troverà la tua bellezza,

né più, nella tua tomba marmorea, risuonerà

il mio canto echeggiante; allora i vermi metteranno a prova

quella verginità sì a lungo preservata,

ed il tuo onore schivo si cangerà in polvere,

ed in cenere tutta la mia brama.

È la tomba una bella e segreta stanza,

ma nessuno, ch’io sappia, ivi si abbraccia.

Ora dunque, finché il color giovanile

posa sulla tua pelle al pari di rugiada mattutina,

e finché la tua anima vogliosa traspira

ad ogni poro pertinaci fuochi,

ora prendiam diletto fin tanto che possiamo;

ora, quali amorosi uccelli rapaci,

divoriamo ad un tratto il nostro tempo

piuttosto che languire nelle sue lente fauci.

Ravvolgiamo ogni nostra forza e ogni

nostra dolcezza in un unico globo;

ed avventiamo i nostri piaceri con rude violenza

oltre i ferrei cancelli della vita.

Così, sebbene non possiamo indurre il nostro sole

a star fermo, almeno lo faremo correre.

Quante mistificazioni sull'acqua, di Franco Debenedetti

Chissà perché non votare ai referendum sarebbe poco leale, una cosa al limite del lecito, magari da fare, certo da non dire. La soglia del 50% più un voto non è come l'asticella del salto in alto, messa lì per essere superata.

Se è la legge a stabilire una soglia, le conseguenze di starci sopra o sotto sono entrambe previste ed entrambe legittime: buoni cittadini sono gli elettori che votano tanto quanto quelli che non votano. Far mancare il numero legale è pratica corrente in assemblee societarie e in sedute parlamentari. Al Senato, non partecipare al voto ha un significato, è il modo per manifestare che ci si vuole astenere: è solo la conseguenza della regola per cui un provvedimento diventa legge dello Stato solo se ha la maggioranza dei voti a favore.

Se si giudica che la soglia del quorum è diventata troppo alta, essendo aumentato in questi anni il tasso naturale di astensione, si modifichi la Costituzione. Dire che si deve andare a votare per salvare l'istituto dei referendum è una mistificazione. È solo la prima di una collezione: di mistificazioni sono farciti i quesiti, e ancor più le interpretazioni che se ne danno. Per il legittimo impedimento viene chiesta l'abrogazione di una legge di cui già la Corte ha decretato l'incostituzionalità. Per il nucleare, dopo la sentenza della Cassazione, se vincesse il referendum si creerebbe una situazione, come dire, confusa. Per l'acqua, è mistificazione far credere che in gioco sarebbe la sua privatizzazione, e che solo la vittoria dei referendum varrebbe a mantenerla pubblica.

Il primo dei due quesiti non è neppure sull'acqua, e neanche sui tubi che la portano, che restano comunque di proprietà pubblica: è per decidere se le opere pubbliche (stimate in oltre 60 miliardi) per riportare a valore decente le perdite (oggi del 37%) e tutto il ciclo dell'acqua a condizioni di Paese industrializzato quale diciamo di essere, debbano essere eseguite da chi, pubblico o privato, se le aggiudica in una gara, oppure se debbano essere pagate a piè di lista dai Comuni. Stessa sorte per altri servizi, quali il trasporto pubblico locale e la gestione dei rifiuti. C'è del metodo in ogni follia. Qui la ratio è che il pubblico è incapace perfino di far fare la gara, cioè di scrivere un buon capitolato; follia è credere che chi non è capace di controllare i propri fornitori sappia controllare i propri dipendenti (e gli acquisti). Certo, può darsi che una gara generi un extraprofitto per chi l'ha vinta. La differenza è che se a vincerla è stato un privato, l'extraprofitto va nei bilanci, lo vede l'autorità e può intervenire; se è un pubblico, va in numero di dipendenti stipendiati e in appalti generosi ai fornitori amici: e la vedete l'autorità che storna gli uni e fa licenziare gli altri?

Il primo quesito riguarda i costi dell'acqua e di altri servizi pubblici, e il referendum, se passa, assicura che aumentino. Il secondo riguarda chi li paga, e assicura, se passa, che la ripartizione sia iniqua. Com'è noto il secondo quesito vuole che le tariffe dell'acqua non ripaghino i costi per distribuirla senza perderne troppa strada facendo: l'acqua avrà un prezzo politico e la differenza la pagherà la fiscalità comunale. Anche questo quesito, glielo si deve riconoscere, dà una mano al primo per fare crescere i costi: infatti, come per tutti i beni, se si abbassa il prezzo pagato aumenta la quantità consumata, e di conseguenza i costi d'investimento e di funzionamento per fornirla. La differenza tra costo e tariffa è un regalo per chi evade, un omaggio a chi ha piscina e giardini, un incentivo a chi inquina perché inquini di più.

L'istituto di ricerca Astrid ha calcolato che se il finanziamento degli investimenti per i servizi pubblici dovrà essere fatto dal pubblico, questo comporterà un aumento del debito pubblico di circa 8 punti di Pil. Di aumentare le tasse comunali non sembra sia il caso di parlare. I Comuni, vincolati dal Patto di stabilità, non possono accollarsi i debiti delle società che possiedono interamente, né sottoscrivere gli aumenti di capitale di quelle quotate. Molte di queste città sono rette da giunte di centro-sinistra: possibile che non ci abbiano pensato? Smontare le mistificazioni da cui nascono i quesiti referendari, soprattutto quelli sull'acqua, mostrare i danni che ne deriverebbero, in termini di più costi e meno servizi, può non bastare: è prevedibile che la grande maggioranza di chi andrà a votare voterà per il sì. Smontare la mistificazione per cui non andare a votare sarebbe una cosa tra il codardo e l'antidemocratico è importante in sé. In questo caso, non votare è anche la cosa più sicura per evitare che le mistificazioni dei referendum l'abbiano vinta.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-10/quante-mistificazioni-acqua-063943.shtml?uuid=Aa2zrZeD