sabato 9 luglio 2011

Don Aldo Trento restituisce l'onorificenza a Napolitano

Aldo Trento è dal 1989 uno dei più noti missionari della Fraternità San Carlo Borromeo in Paraguay. Ha sessantadue anni ed è responsabile di una clinica per malati terminali di Asunción. Il 2 giugno scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Ieri Trento ha restituito l’onorificenza a Napolitano a causa della mancata firma del decreto che avrebbe arrestato il protocollo medico per Eluana Englaro. “Come posso io, cittadino italiano, ricevere simile onore quando Lei, con il suo intervento, permette la morte di Eluana, a nome della Repubblica italiana?”. “Ho più di un caso come Eluana Englaro”, racconta Aldo Trento al Foglio. “Penso al piccolo Victor, un bambino in coma, che stringe i pugni, l’unica cosa che facciamo è dargli da mangiare con la sonda. Di fronte a queste situazioni come posso reagire al caso Eluana? Ieri mi portano una ragazza nuda, una prostituta, in coma, scaricata davanti a un ospedale, si chiama Patrizia, ha diciannove anni, l’abbiamo lavata e pulita. E ieri ha iniziato a muovere gli occhi. Celeste ha undici anni, soffre di una leucemia gravissima, non era mai stata curata, me l’hanno portata soltanto per seppellirla. Oggi Celeste cammina. E sorride. Ho portato al cimitero più di seicento di questi malati. Come si può accettare una simile operazione come quella su Eluana? Cristina è una bambina abbandonata in una discarica, è cieca, sorda, trema quando la bacio, vive con una sondina come Eluana. Non reagisce, trema e basta, ma pian piano recupera le facoltà. Sono padrino di decine di questi malati. Non mi interessa la loro pelle putrefatta. Vedesse i miei medici con quale umiltà li curano”. Don Aldo Trento dice di provare un “dolore immenso” per la storia di Eluana Englaro. “E’ come se mi dicessero: ‘Ora ti prendiamo i tuoi figli malati’. Il caso di Udine ha sconvolto tutti, medici e infermieri. L’uomo non si può ridurre a questione chimica. Come può il presidente della Repubblica offrirmi una stella alla solidarietà nel mondo? Così ho preso la stella e l’ho portata all’ambasciata italiana del Paraguay. Qui il razionalismo crolla lasciando spazio al nichilismo. Ci dicono che una donna ancora in vita sarebbe praticamente già morta. Ma allora è assurdo anche il cimitero e il culto dell’immortalità che anima la nostra civiltà”.

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venerdì 8 luglio 2011

L’unica correzione possibile sulla manovra

Draghi: "La finanziaria è un passo importante"

Il rigore è d’obbligo, ma a spese del moloch statale

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, a margine dei "Rencontres Economiques" ha detto: "L'anticipo delle misure contenute nella manovra decisa dal governo italiano rende credibili il pareggio del bilancio nel 2014 e l'avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/pil. La manovra, come detto ieri dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, costituisce un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici".

I mercati finanziari ci chiedono chiarezza sullo stato dei conti italiani: qualunque rinuncia alla chiarezza, qualunque cedimento alla demagogia del tassa e spendi, si rifletterà immediatamente negli spread tra i nostri titoli di stato e quelli considerati meno rischiosi, cioè – in modo perverso – sulla spesa per interessi. Sta già accadendo, come dimostrano alcune invocazioni di stravolgimenti in corso della manovra: è giusto ascoltare tutti, è opportuno coinvolgere gli interessati su decisioni di peso, ma poi è opportuno fissare paletti e numeri invalicabili, come dice Giulio Tremonti.

Difficile avere nostalgia della Prima Repubblica, quando il testo della Finanziaria predisposto dal governo diventava con il tempo poco più di uno spunto di discussione per le Camere. Erano poi i passaggi parlamentari a forgiare la legge di bilancio, aggiungendo spese, travasando denari da un capitolo a un altro, inventando balzelli, e indulgendo nella fiscalità più creativa. I risultati di questo metodo – come dimostra il primato del rapporto debito pubblico/pil tra la metà degli anni 70 e la fine degli anni 80 – li paghiamo ancora oggi. Ciò non significa che si debba pencolare verso l’altro estremo, quello della manovra blindata e sottratta a qualunque correzione o modifica. “Il decreto si può correggere”, ha riconosciuto ieri lo stesso ministro dell’Economia, purché i saldi restino intatti.

A tale scopo, sarebbe utile perseguire un migliore bilanciamento tra tasse e spese: meno delle prime, più tagli alle seconde. Bisogna tornare a una filosofia gagliarda. Il governo potrebbe per esempio prendere un’iniziativa: rinunciare alla patrimonialina surrettizia (il superbollo sui depositi titoli) e trovare i fondi limando sulle risorse in uscita. E’ questione di programma elettorale, ma anche di mera logica: la spesa pubblica italiana infatti è eccessiva e inefficiente; venga tagliata dove non serve, resa efficiente dove non lo è. Lo stato deve fare meno cose e fare meglio quello che fa.

Allo stesso modo, l’intervento sulle pensioni deve ritrovare mordente: l’allungamento della durata media della vita è un fatto positivo, e positivo è che gli anni guadagnati non siano da vecchi moribondi ma da persone in buona salute. Anche qui non è solo questione di risparmio, ma di principio: non c’è ragione per far uscire dal mercato del lavoro persone che possono ancora dare molto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/9589

La strada obbligata di Trichet, di Carlo Bastasin

Il contagio che si sta manifestando in questi giorni sui titoli del debito pubblico nell'area dell'euro è la peggiore delle evoluzioni che potevano accadere in questo preciso momento. Le nuove turbolenze sulla periferia, e in particolare quelle sul Portogallo, infatti colpiscono l'opzione "naturale" di uscita dalla crisi, il miglior scenario rimasto in questa lunga e faticosissima Odissea.

La speranza segreta a Bruxelles era infatti che nel giro di pochi mesi, a settembre in particolare, potessero arrivare buone notizie dalle economie irlandese e portoghese. Da Dublino sembrava certo che i bilanci di banche e famiglie tornassero a vedere la luce, mentre da Lisbona i messi del Fondo monetario e quelli europei ritenevano che potessero venire gli attesi segnali di stabilizzazione della bilancia dei pagamenti.


Si trattava dunque di superare l'agosto, normalmente quieto sui mercati. A quel punto la crisi dell'euro forse avrebbe potuto cambiar verso definitivamente e in modo relativamente indolore. Il rientro dei tassi d'interesse della periferia avrebbe potuto avvenire rapidamente sull'onda di investitori finanziari desiderosi di guadagnare dalla ritrovata convergenza europea acquistando titoli irlandesi e portoghesi.

I due Paesi sarebbero potuti tornare prima del previsto a finanziarsi sui mercati e i segnali che stavano per arrivare dall'inflazione, più moderata del temuto, avrebbero aiutato il finanziamento. La Grecia, certo, sarebbe rimasta isolata nella sua miseria, un malandato 2% di Pil europeo, ma in ragione di ciò sarebbe stata promossa da germe d'infezione contagiosa a regolare "pig", come ha osservato uno scrittore greco.


E invece il contagio si è messo di nuovo in atto senza aspettare settembre, le rugginose diplomazie economiche dei governi, né i ritmi necessariamente lenti delle convalescenze delle economie. Le agenzie di rating seminano ipocondria, ma i mercati ragionano come loro e non si può sottovalutare il punto di vista dei creditori quando si vuole finanziare debiti ingenti. Così da un percorso naturale di rientro della crisi, si è passati in pochi giorni all'estensione del contagio.

Tassi d'interesse come quelli pagati da Spagna e Italia in questi giorni venivano pagati da Irlanda e Portogallo solo poco più di un anno fa. Gli investitori, non solo quelli più speculativi ma anche i fondi pensione, sono tornati a coprirsi dai rischi. Il fatto che Moody's abbia accomunato Grecia e Portogallo, in ragione dell'incerta risposta politica europea, e S&P abbia classificato come una forma di default la proposta francese di coinvolgimento volontario dei creditori privati nell'allungamento delle scadenze del debito greco ha di nuovo rafforzato una reazione di paura. La proposta tedesca di reintrodurre schemi non volontari di coinvolgimento delle banche creditrici non ha affatto aiutato. Al contrario ha rinnovato l'incertezza negli investitori di fronte alla cacofonia politica dei governi europei.

Così, nella conferenza stampa di ieri, il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, mentre comunicava l'aumento previsto dei tassi di riferimento all'1,5%, ha dovuto urgentemente confermare il sostegno della Banca centrale al Portogallo sospendendo i requisiti dei collaterali attraverso i quali le banche portoghesi hanno accesso ai finanziamenti. Trichet non a caso ha spiegato che Lisbona stava facendo molto bene nell'aggiustamento dei conti ed era addirittura in anticipo sui programmi dettati dalla troika di Ue-Bce-Fmi. In un certo senso il presidente della Bce ha permesso di "vedere le carte" nel tiro alla fune che i policymaker stanno combattendo con i mercati: arrivare salvi all'autunno è così importante che la Bce si è impegnata a soccorrere Lisbona ammettendone i titoli anche di fronte alla revisione al ribasso del loro rating da parte delle agenzie.

Sono ormai tre-quattro anni che la Bce distingue tra misure ordinarie di politica monetaria e concessione straordinaria di liquidità. Così da un lato aumenti dei tassi come quelli di ieri non sono in contrasto con il soccorso all'area euro, ma dall'altro la Bce si trova a ritirare sempre più attività finanziarie dei Paesi in crisi e a sostituire di fatto i creditori privati. Sul Portogallo con la decisione di ieri Trichet ha messo l'intera posta nel piatto. La Bce continuerà a procurare liquidità per evitare che il sistema bancario fallisca. Ci sono dei limiti sia nei confini del contagio arginabile, sia nel bilancio della Bce, sia nella solidità dei sistemi bancari della periferia. Ma non sembra che ci siano alternative.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-08/strada-obbligata-trichet-063851.shtml?uuid=AafGSBmD

martedì 5 luglio 2011

Spesa fuori controllo: ecco i dieci grandi sprechi secondo il rapporto Giarda

Dal cattivo uso dei fattori produttivi alle opere incompiute, dal ricorso a modi di produzione "antichi", e dunque inefficienti e assai costosi, agli acquisti realizzati pagando prezzi superiori al valore di mercato (e qui la tirata d'orecchie è soprattutto per la sanità). Sono solo alcuni dei dieci sprechi individuati da Piero Giarda, professore dell'Università Cattolica di Milano, nel rapporto finale del gruppo di lavoro sulla riforma fiscale dedicato all'analisi della spesa pubblica spesso indicata come «uno dei sintomi o delle cause della malattia italiana che va sotto il nome di elevato rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale».

Tra i nodi anche le opere incomplete
L'elenco individuato dalla task force guidata da Giarda (gli altri gruppi sono dedicati all'erosione fiscale, all'economia non osservata e alla sovrapposizione tra Stato fiscale e Stato sociale) è molto dettagliato: si va dai fattori produttivi (classico esempio l'uso di due impiegati per un lavoro per il quale uno sarebbe sufficiente) all'errata identificazione dei soggetti meritevoli di essere sostenutoi nei programmi di sostegno del reddito disponibile. Fino ad arrivare al capitolo sulle opere incomplete o ai tempi di esecuzione che spesso sforano la tabella di marcia. Per chiudere con la scarsa sincronia, altro male tipico del nostro paese, tra programmi e collettività per cui di frequente si tengono artificiosamente in vita strutture o enti non più indispensabili per i cittadini.

Spesa pubblica fuori controllo negli ultimi 40 anni
Con il risultato che l'esborso pubblico cresce senza sosta. Scrive Giarda nella relazione finale. «La spesa pubblica italiana per l'erogazione di servizi è cresciuta rispetto alla corrispondente spesa privata dello 0,5% l'anno dal 1970 al 2010: 90 miliardi di euro in più. Una dinamica legata anche «alla mancanza di progresso tecnico nella produzione di servizi pubblici» e ad un'offerta sul territorio che sembra essere «espressione di tempi passati».

Manovra: vale in 4 anni 43,4 miliardi
Intanto si va delineando l'esatto ammontare della manovra inviata ieri al Quirinale, il cui valore si attesterebbe a 43,398 miliardi in 4 anni. Come si legge nella tabella allegata al testo, la correzione dell'indebitamento è di 5,3 mln nel 2011, 151,8 mln nel 2012. Sale a 17,876 mld nel 2013 e a 25,364 mld nel 2014. Il saldo netto da finanziare risulta pari a 4,8 milioni per quest'anno, 187,2 milioni per il prossimo, 14,441 miliardi per il 2013 e 19,338 miliardi per il 2014.

Dalla rivalutazione delle pensioni risparmi per 2,8 miliardi
Sul fronte poi della rivalutazione delle pensioni - capitolo spinosissimo del decreto e su cui si è già aperto un duro scontro all'interno della maggioranza - i risparmi ammonterebbero a 2,780 miliardi nel triennio 2012-2014, secondo la stima contenuta nella Relazione tecnica alla manovra. In particolare, gli effetti finanziari saranno pari al lordo di effetti fiscali a 600 milioni nel 2012, 1,090 miliardi nel 2013 e 1,090 mld nel 2014. Al netto degli effetti fiscali, invece, il risparmio sarà di 420 milioni l'anno prossimo, 680 milioni nel 2013 e 680 nel 2014. La misura del dl prevede per il biennio 2012-2013 l'applicazione dell'indice di rivalutazione per fasce di importo: quindi una rivalutazione al 100% per gli assegni fino a 3 volte il trattamento minimo Inps (fino a un importo di 1.428 euro mensili), al 45% per la fascia da 3 a 5 volte il minimo (tra 1.428 e 2.380 euro mensili) e nessuna rivalutazione oltre 5 volte il trattamento minimo (ovvero superiori a 2.380 euro mensili). (Ce. Do.)

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-05/spesa-fuori-controllo-ecco-155033.shtml?uuid=AaDNqVlD

martedì 28 giugno 2011

Un caso di Scola, di Paolo Rodari

Il Patriarca “retrocesso” ad arcivescovo, in una diocesi molto papale. Inchiesta sulla continuità e sulle rotture possibili

Benedetto XVI ha nominato il cardinale Angelo Scola nuovo arcivescovo di Milano. Scola, fino a oggi Patriarca di Venezia, prende il posto del cardinale Dionigi Tettamanzi che ha guidato la diocesi del capoluogo lombardo dal 2002.

Quando il 21 luglio del 2002, Festa del Redentore, il patriarca di Venezia Angelo Scola inaugurò il suo ciclo di discorsi alla città, ci fu qualcuno che provò a paragonare il suo testo a quelli che fino all’anno prima, ogni 6 dicembre, vigilia di Sant’Ambrogio, il cardinale Carlo Maria Martini aveva tenuto a Milano. Dice in proposito il vaticanista Sandro Magister: “Il linguaggio del cardinale Martini era più risaputo. Rifletteva la linea culturale e politica che da Giuseppe Dossetti, attraverso Beniamino Andreatta, ha prodotto l’Ulivo. Nei suoi discorsi di Sant’Ambrogio si intravedeva la penna di Franco Monaco (a lungo presidente dell’Azione cattolica ambrosiana su mandato di Martini, ndr), e Luigi Pizzolato, gli esperti di politica italiana da lui più ascoltati e apprezzati. Oltre che esperto, Monaco era anche parlamentare della Margherita. Pizzolato invece occupava alla Cattolica la cattedra di Storia del cristianesimo che era stata di Giuseppe Lazzati, è stato presidente di Città dell’Uomo ed era ulivista fervente. Di Scola, invece, l’ascendente è don Luigi Giussani. L’antecedente biografico è Comunione e liberazione. L’impronta teologica ed ecclesiastica rimanda a Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar, a Joseph Ratzinger e Camillo Ruini”. Nella sua prima omelia politica nella Festa del Redentore, Scola aveva dichiarato apertamente il suo debito alle analisi di Ruini sulla 'transizione' italiana. Come in Ruini, anche in Scola il parlare politico non rifletteva alcuna particolare sintonia con una frazione del Parlamento italiano. A Camaldoli, ai cenacoli estivi del cattolicesimo ulivista, Scola si sarebbe ritrovato spaesato. A differenza di Martini che vi era di casa”.

Sono passati nove anni dal 2002. A Martini è subentrato a Milano il cardinale Dionigi Tettamanzi, che lascia in queste ore. Ma il paragone tra le due linee ecclesiali e politiche, l’una più votata all’impatto dentro le sfide della contemporaneità, ratzingeriana, e l’altra della chiesa che fu di Dossetti, più votata al nascondimento sui temi etici, ma sempre sottilmente politica, regge ancora. Con un approccio molto “pastorale”, gli anni di Tettamanzi sono scivolati come acqua sulla pietra, senza scalfire il mainstream della curia ambrosiana forgiato nei lunghi anni di Martini (quelli di Scola, settantenne, saranno giocoforza molti di meno).

Ed è per questo che ha sorpreso molti la decisione del Papa di ribaltare le carte in tavola, o almeno di imprimere una svolta: dopo trentun anni (Martini arrivò a Milano nel 1980) la guida di una delle diocesi tra le più grandi e prestigiose del mondo cambia radicalmente conduzione. Il punto non è tanto, nonostante le frizioni che hanno caratterizzato nei decenni passati il rapporto tra Cl e la curia di Milano, che arrivi un figlio spirituale di don Giussani. Ma che dopo due porporati fortemente istituzionali e legati a una chiesa della mediazione, sempre alla ricerca del dialogo con il mondo, arrivi un cardinale sulla carta profondamente diverso, “carismatico”. Carismatico nel senso che la sua formazione è stata segnata da una importante appartenenza a un movimento ecclesiale: l’appartenenza a Cl portò Scola a essere escluso dal seminario di Venegono, quello stesso luogo spirituale e di studi dove Giussani si era formato. Questo sorprende: che Benedetto XVI abbia scelto di caratterizzare in senso carismatico quella che, a detta dei più, è la nomina più importante del suo pontificato. Un magistero carismatico, dicono a Milano, significa, sulla carta, contenuti forti da contrapporre a un pensiero, quello del mondo laico, sempre più debole sui valori. Un’idea precisa di linea ecclesiale, dunque. Ha detto recentemente al Foglio Alberto Melloni: “Chiunque verrà scelto sarà il ‘prescelto’ del Papa. Perché è evidente che se su altre diocesi Ratzinger accoglie i pareri dei suoi collaboratori, su Milano decide in autonomia. Non c’è per un Pontefice nomina più importante di Milano. Perché la nomina è un’autostrada verso il papato e, quindi, decisiva più per la chiesa nel suo insieme che per la diocesi ambrosiana. Insomma, il sospetto che il successore di Tettamanzi possa fare la fine di un Achille Ratti (poi Pio XI) o di un Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI) è grande”.

Milano è una città dove le sfide che la chiesa cattolica deve affrontare sono molteplici. E dove l’abitudine a prenderle di petto non è sempre esplicita. Due giorni fa, mentre Tettamanzi beatificava don Serafino Morazzone, suor Enrichetta Alfieri e padre Clemente Vismara davanti ai fedeli riuniti in Duomo, la chiesa valdese a pochi giorni dal gay pride “benedetto” dalla nuova giunta di Giuliano Pisapia celebrava un matrimonio tra due persone omosessuali. I giornalisti hanno incalzato la curia ambrosiana per avere un commento: “Il cardinale non commenta a uso e consumo dei media”, spiega al Foglio un monsignore ambrosiano pochi passi fuori dalla sede della curia. “Ha scritto un’infinità di libri sulla famiglia e il valore del matrimonio, andate e leggervi quelli”. Milano è la città dove la sfida interculturale e interreligiosa è particolarmente sentita, e politicizzata. Due anni e mezzo fa i musulmani manifestarono in piazza San Babila arrivando poi a pregare sul sagrato del Duomo. In molti chiesero a Tettamanzi una risposta. L’arcivescovo non si ribellò pubblicamente alla “profanazione” di un luogo simbolo della cristianità occidentale. Non reagì. Egli scelse il dialogo e non i proclami. Per molti, un segno di arrendevolezza.

Eppure, proprio sul tema della convivenza con l’islam, un vescovo come Scola che a Venezia ha fondato e fatto crescere un centro studi dialogante come Oasis, ma di alto profilo culturale – anche in questo “ratzingeriano” – a Milano potrebbe dire la sua. Massimo Cacciari lo conosce bene, ha un “legame fortissimo di amicizia che spero continui anche ora”. Ritiene che Scola sia in realtà un “campione” nel dialogo con l’islam. E pensa, in controtendenza forse a un giudizio diffuso, che la sua linea di apertura “sia molto più vicina a quella di Tettamanzi di quanto si pensi”. Dice: “Ho letto oggi la lezione che Magdi Allam ha pensato di fare sul Giornale a Milano e alla sua chiesa. Ecco, se c’è una linea dalla quale Scola è distante è la linea di Allam. Sa bene che in Italia i cristiani non debbono assolutamente essere salvati dall’islam, come invece dice Allam, ma piuttosto sono i musulmani che necessitano di accoglienza da tutti indistintamente. Scola si è sempre speso per trovare sistemazioni adeguate ai fedeli di altri credo religiosi, ciò non va dimenticato. Scola raccoglierà la sfida dell’islam e la giocherà come sa fare”. E aggiunge Cacciari: “Credo sia anche per il suo importante sforzo verso l’islam, che il Papa porta oggi Scola a Milano”.

Sarà dirompente, l’arrivo di Scola, anche rispetto alla realtà ecclesiale di Milano? Don Severino Pagani, vicario episcopale della pastoralità giovanile della diocesi, invita ad alzare lo sguardo. Dice: “Tettamanzi non si è sottratto alle sfide. Ha valorizzato gli oratori che oggi sono frequentati da oltre 500 mila ragazzi. Non è questa una risposta a una città, e di più, a una diocesi in crisi di vocazioni e con attorno a sé un mondo fortemente secolarizzato? Secondo me sì. La strada è questa: ricominciare dal territorio, dai fedeli e non andare dietro agli slogan dei media. Come Martini, Tettamanzi ha cercato di volare più alto della politica e delle sue contrapposizioni. E anche più alto delle polemiche che spesso hanno un respiro esclusivamente mediatico e poco più. E sono convinto che anche Scola farà altrettanto. Ripeteva sempre Martini: ‘Quando un vescovo arriva a Milano la chiesa lo cambia, e non viceversa’. Non aspettatevi, dunque, una linea politico-ecclesiale diversa dal nuovo arcivescovo”.

Chissà se Milano cambierà il suo nuovo pastore, o se sarà il contrario. Ma è senza dubbio sull’idea stessa di diocesi, di corpo ecclesiale, che sottilmente l’approccio di Scola potrebbe incidere. Paolo Prodi, professore emerito di Storia moderna a Bologna, ha dedicato molta parte della sua ricerca scientifica a indagare le strutture del potere religioso e del potere politico, e i loro rapporti intrecciati, nella storia dell’occidente. Giudica la faccenda proprio in questa chiave storica, e profonda: “La scelta di Scola mi sorprende. Anzitutto perché è singolare che un patriarca di Venezia in qualche modo accetti di ‘retrocedere’, mi si passi il termine, a Milano. E’ davvero un unicum. Inoltre, personalmente, guardo con una certa preoccupazione l’espandersi dei movimenti ecclesiali a discapito delle chiese locali”. Secondo il professore bolognese, il problema è alla radice, nella storia della diocesi: “Non dico che Scola porterà a un affossamento delle parrocchie e di tutte le realtà ecclesiali territoriali. Dico che però la diocesi di Milano ha avuto come suo grande riformatore san Carlo Borromeo. E cosa fece san Carlo? Presule ben inserito all’interno della curia romana, sposò la chiesa milanese come sua prima e poi definitiva missione. Sposò Milano e la portò ad affermarsi fortemente come chiesa locale, anche in antagonismo rispetto a Roma, un antagonismo che sapeva di fiera autonomia. San Carlo, non a caso, aveva un rapporto complesso con gli ordini religiosi. Guardava con distacco la loro esenzione dalla giurisdizione episcopale, rifiutava in qualche modo tutto ciò che era estraneo alla chiesa intesa come realtà locale, le parrocchie. Il sacerdozio per lui era una professione da esercitare in obbedienza al vescovo. Dopo san Carlo questa tradizione tutta ambrosiana, questa specificità, è andata ampliandosi. Si è sviluppata e, a mio parere, Martini e Tettamanzi ne sono stati degli interpreti degni. Il loro ruolo è stato anzitutto quello di riallacciare quella specifica tradizione ambrosiana, pastorale e insieme sociale. L’arrivo di Scola verrà valutato a posteriori, ma intanto si può dire che la sorprendente scelta del Papa sembra in qualche modo rompere questa tradizione. L’arrivo di Scola sembra l’arrivo di un interprete di una chiesa extra territoriale, senz’altro una novità”.

Non tutti vedono questa continuità di linea tra le più recenti personalità che hanno guidato la diocesi. Molti, al contrario, vedono una cesura netta avvenuta soprattutto in tempi recenti. Una cesura tra il tempo di Alfredo Ildefonso Schuster (1929-1954), Giovanni Battista Montini (1954-1963) e Giovanni Colombo (1963-1979) e il tempo successivo, quello di Martini e Tettamanzi. E’ in particolare un ambrosiano doc, il cardinale arcivescovo emerito di Bologna Giacomo Biffi, a sostenere questa tesi tra le righe delle sue memorie, ripubblicate negli scorsi mesi per Cantagalli. Ai vescovi di Milano degli ultimi trent’anni Biffi dedica solo qualche accenno. Perché per lui – lo si evince leggendo l’intero volume – l’epoca luminosa dei grandi vescovi di Milano del Novecento, eredi di sant’Ambrogio e san Carlo Borromeo, si è conclusa con Giovanni Colombo. E’ Scola il miracolo che Biffi auspicava a Milano? Dal suo punto di vista probabilmente sì. Anche se è tutto da vedere se Scola avrà l’audacia di affrontare i problemi più difficili, ad esempio la presenza islamica, con lo stesso spirito che ebbe Biffi a Bologna. Disse Biffi in merito all’avanzata dell’islam in Europa: “L’Europa e l’Italia non sono un deserto senza storia né tradizione, da popolare indiscriminatamente, senza rispettare il loro patrimonio culturale e spirituale, che non deve andar smarrito”.
Marco Garzonio, giornalista e psicologo analista-psicoterapeuta, conosce bene la storia della diocesi ambrosiana. Una parte di questa, l’“era Martini”, l’ha descritta nel 2002 in una fortunata biografia intitolata “Il cardinale” e uscita per Mondadori. Dice: “Martini e poi Tettamanzi hanno interpretato al meglio la tradizione lasciata dai loro predecessori, pastori che fecero dell’attaccamento al territorio e alla gente il senso del proprio magistero. Milano ha avuto fino a oggi pastori capaci di rappresentare un’alternativa vera al potere politico, di mediare nei casi più drammatici e difficili. In questo senso non c’è discontinuità dai cardinali Ferrari (Andrea Carlo Ferrari, arcivescovo di Milano dal 1894 al 1921, ndr) e Schuster fino a oggi. Negli ultimi decenni Martini ha dato una scossa decisiva alla diocesi. S’insediò che aveva solo 53 anni. Davanti a sé, dunque, gli venne volutamente dato tanto tempo per perseguire il suo scopo principale, quello di portare la Parola di Dio, la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, al centro della vita della diocesi e dell’intera città. L’ha fatto rispettando tutte le voci presenti in diocesi e godendo, non a caso, dell’apprezzamento incondizionato dell’anima più laica della stessa diocesi. Furono anni difficili.

Nei primi anni Ottanta Milano fu segnata dagli omicidi di Paolo Paoletti, dirigente dell’Icmesa, del magistrato Guido Galli e del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Questa drammatica stagione ebbe un suo epilogo importante il 13 giugno 1984 quando i terroristi consegnarono le armi in arcivescovado. La resa fu a un uomo di Dio, e non dunque a un organismo dello stato. Perché questa resa? Martini era andato a trovarli in carcere, portando loro il Vangelo, parlando loro di riscatto e di conversione”.

Garzonio, in quegli anni, è stato anche uno dei collaboratori di Martini in quel progetto, molto fortunato anche mediaticamente, che fu la “Cattedra dei non credenti”, con l’apertura di un dialogo culturale della chiesa ambrosiana con la città, mentre a Roma Papa Wojtyla invece la cultura atea la sfidava a viso aperto. Come sarà, in questo, l’impatto di un prelato intellettualmente raffinato, amante del confronto dialettico, come Scola? Giulio Giorello, che da poco ha scritto “Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo”, si aspetta molto. Proprio in queste ore sta leggendo un suo saggio per il Mulino scritto assieme ad Adriana Cavarero. S’intitola “Non uccidere”, ed è “la dimostrazione di quanto Scola sia una persona sensibile ai temi culturali che contano”, dice Giorello. Dunque a lei Scola piace? “Non vorrei deludere qualcuno, ma sì, devo dire che mi piace molto. Parto dal saggio che sto leggendo. Scola rilegge il Decalogo e lo interpreta nell’epoca odierna, nell’occidente. E’ questo un bisogno, dice, proprio del mondo cattolico e protestante ma anche delle culture estranee al cristianesimo. Ed è proprio questa la prima sfida che Scola ha davanti a Milano: aprire la diocesi alle diversità culturali. Oggi si parla di multiculturalismo. E’ un termine che non amo. Preferisco parlare di diversità culturali. Scola ha dimostrato a Venezia e nei suoi scritti di saper accogliere queste diversità, valorizzarle e ascoltarle. Se farà così anche a Milano avrà già fatto tanto”. Poi, per il filosofo della scienza, c’è “la seconda sfida”. Quella della rilevanza del pensiero tecnico-scientifico. “Mi sembra che sotto questo aspetto Scola sia un porporato attento come era prima di lui Martini. Scola sa quanto è importante per la società non castrare il sapere scientifico. E sa quanto è doveroso dialogare con esso, cercare il confronto”. Insomma, per Giorello, Scola è il massimo che Milano possa desiderare? “In un certo senso sì. Seppure un appunto vorrei farglielo”. Quale? “Ogni tanto sento nel sottofondo del suo parlare un po’ di diffidenza verso la tradizione illuminista. E’ come se egli senta l’illuminismo come una filosofia astratta. Invece anche con gli illuministi si può dialogare. E Milano ha sommamente bisogno di questo dialogo. L’illuminismo è una filosofia concreta, ancorata agli universali concreti appunto. Non si deve aver paura di essa. Essa può essere molto di aiuto anche alla chiesa se correttamente accolta per quello che è”.

Garzonio torna al confronto col “suo” cardinale, e individua un’altra linea di possibile continuità. Fu nella Milano degli anni Ottanta che iniziò la crisi che coinvolse le grandi industrie. Dice Garzonio: “Nessuno ne parlava ma Martini da subito comprese il fenomeno. Per primo andò a visitare la Pirelli alla Bicocca. Iniziarono i primi licenziamenti alla Falck, all’Alfa Romeo. Martini divenne il punto di riferimento per tanti lavoratori. Non solo, la curia divenne il luogo delle grandi mediazioni, dove le vertenze industriali venivano affrontate e spesso risolte”. A fianco di Martini, racconta Garzonio, c’era un giovane prete che poi divenne un paladino nella lotta in difesa dei diritti dei lavoratori, don Virginio Colmegna. Dopo le prime crisi aziendali la grande crisi strutturale, “la cosiddetta Tangentopoli. Martini la anticipò. Era il 1984. Fece una processione penitenziale per le vie della città. Come ai tempi di san Carlo c’era la peste che dilaniava la città, così Martini vedeva tre grandi pesti presenti a Milano che andavano debellate con tutte le forze: il terrorismo, le solitudini e la corruzione”. Dopo Martini, Tettamanzi. L’attuale arcivescovo, secondo Garzonio, “ha ereditato al meglio il grande patrimonio lasciato dal suo predecessore. Ha avuto attenzione per il lavoro, i poveri, gli immigrati. Con Tettamanzi la chiesa di Milano è rimasta fedele alla sua vocazione: nessuno scadimento sul terreno cedevole della politica ma una chiesa di popolo. Così era la chiesa di Schuster”.
Dopo Schuster arrivò Montini. Venne mandato a Milano, dice Garzonio, “in punizione principalmente per le sue aperture alla cultura francese – Montini fu uno dei primi diffusori del pensiero di Jacques Maritain – non gradite non soltanto al Sant’Uffizio ma anche al Papa. Da subito appoggiò le Acli e richiamò a predicare i personaggi messi ai margini nell’era Pacelli, ad esempio David Maria Turoldo e Primo Mazzolari. Montini fu il vescovo dei milanesi, della gente, dei lavoratori esattamente come il suo successore, Colombo. Questi stupì tutti con la messa celebrata a Natale alla fabbrica Innocenti a Lambrate proprio mentre l’ormai Papa Montini andava a celebrare messa all’Italsider di Taranto”. E’ in questa chiesa, analizza ancora Garzonio, che esplosero i grandi come Giuseppe Lazzati e poi Luigi Giussani. La differenza non è da poco. Come Cl esistono tante altre esperienze associative che hanno fatto della trasversalità rispetto alla vita diocesana il proprio modus vivendi. Basti pensare ai Focolarini o anche alla Comunità di Sant’Egidio. “Martini è stato da sempre vicino al pensiero di Lazzati, sia per gli studi biblici, sia per il suo ministero pastorale” prosegue Garzonio: “Anche per questo è stato spesso attaccato da esponenti di Cl. Agli inizi degli anni Ottanta Martini subì pesanti attacchi dal Sabato, il settimanale nel quale lavoravano molti giornalisti di Cl. poi, nel 1994, l’arcivescovo partecipò al Meeting di Rimini. Ai ciellini disse che bisognava imparare ‘ad andare in esilio’, sull’esempio del popolo ebraico. Cioè bisognava imparare a essere ‘piccolo gregge’ e ‘lievito’. Credo comunque che solo una chiesa fortemente di popolo e vivace come quella milanese poteva permettere l’espansione di Cl. Una chiesa dove gli arcivescovi hanno portato avanti sempre la medesima linea, quella della chiesa di popolo e di territorio. I movimenti, i carismi, hanno potuto vivere ed espandersi perché sotto c’era una chiesa-istituzione che teneva, che ricuciva, che valorizzava restando fedele a se stessa e vigilava che nessuno dei protagonisti pretendesse di rappresentare la via migliore rispetto agli altri”.

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Manovra da diluire però attenzione ai tagli a tappeto, di Francesco Forte

La manovra di circa 42 miliardi che occupa la discussione in questi giorni merita riflessioni molto più approfondite di quelle correnti su Berlusconi presunto non rigorista versus Tremonti, vestale del rigorismo.
Occorre ponderare bene tre punti. Il primo è che una manovra che vale il 2,5% Pil (prodotto nazionale) da detrarre dalla nostra economia, nel triennio 2012 -2014, è una operazione invasiva deflattiva della dinamica del sistema di mercato. Va dosata con cautela per molte ragioni. La prima è che essa si aggiunge a quelle precedenti, di riduzione del deficit, dal 5% nel 2009 al 4,6 nel 2010, al 3,8 nel 2011 e al 2,7 nel 2012, di 2,3 punti di Pil in 3 anni: fatte con tagli orizzontali di spesa, mentre la pressione fiscale rimaneva invariata e poche imposte sono state attenuate. Si è fatto «di necessità virtù». Berlusconi ha sorretto la manovra di Tremonti facendola digerire al governo, alla maggioranza, al Paese.
La seconda ragione per cui questa nuova maxi manovra va studiata con cura è che a contrastare il suo effetto deflattivo c’è quasi solo la dinamica del nostro commercio estero, sino ad ora sospinta dall’alta crescita della Germania e dei paesi emergenti le cui dinamiche si stanno attenuando. Gli investimenti in infrastrutture e nell’edilizia non hanno agito da sostegno alla domanda, a causa dei veti (delle sinistre autolesioniste) alle politiche per la casa e delle infrastrutture.
La terza ragione di cautela è che la nostra economia in cui si inietta questa deflazione, non ha potuto beneficiare della spinta all’investimento derivante dai nuovi contratti aziendali fermi al palo, con controversie Cgil presso la magistratura. Il vento delle liberalizzazioni è stato afflosciato dai referendum contro la privatizzazione nei pubblici servizi locali. Occorre, dunque, cautela e spalmare la manovra deflattiva nel tempo, onde calibrarla al peso che l'economia può sopportare e accompagnarla con tonici del mercato come la quotazione in borsa di Ferrovie spa e tonici fiscali. L’accelerazione dell’aumento graduale nel tempo dell’età di pensione è un messaggio di rigore più efficace che una «stangata» immediata relativa al 2014, anno post elettorale che competerebbe ai governi di allora confermare. E passo, perciò, al secondo punto. Bisogna evitare una politica di puri tagli orizzontali, basata sul diktat per cui il rigore si fa solo così, perché agli effetti negativi di riduzione della domanda pubblica non vanno aggiunti quelli di diminuzione dell’efficienza della spesa del governo, soprattutto verso la crescita. Solo se i ministri non fanno proposte alternative, devono andare in vigore i tagli orizzontali. Analogamente fermo il traguardo quantitativo della manovra, il governo deve accettare che il Parlamento collabori a miglioramenti.
E vengo al terzo punto, il più delicato, che riguarda i tributi. Si ventila un aumento della cedolare sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 23%, escludendo il debito pubblico. Ogni punto di aumento vale 300 milioni. Una maggior cedolare del 10% che riduce interessi e utili del 10% genera potenzialmente una riduzione della stessa percentuale delle azioni e obbligazioni. Se si deve cedere alla demagogia della maggior tassazione del risparmio di fronte a una crisi dovuta a carenza di risparmio, si cerchi di contenere il danno al minimo. E si faccia un aumento di 5,5 punti al 18%. Quanto all’aumento al 33% dell’aliquota contributiva sui «precari», che renderebbe 300 milioni serve ad affossare la legge Biagi e graverebbe sui giovani e gli anziani con contratti flessibili. Mira (in teoria) ad aumentare la loro pensione, ma i giovani hanno molti anni davanti per farsela, gli anziani la hanno già; e molti di questi contratti riguardano un doppio lavoro, di chi ha diritto a un’altra pensione; 300 milioni si possono prendere tagliando la spesa di un miliardo per le intercettazioni. È assurdo che mentre si discute di ridurre le imposte, si pensi ai aumentarle. Si parla anche di un aumento di 1% dell’Iva del 20%, invece occorre rivedere le agevolazioni nell’Iva e altrove per varare misure fiscali pro crescita a basso costo di gestito ed alto potenziale, onde contrastare gli effetti depressivi della manovra e accrescere l’occupazione. Così la riduzione dell’aliquota sulle imprese, sul salario di produttività e l’apprendistato.

venerdì 24 giugno 2011

La sindrome europea, di Marco Valerio Lo Prete

“Ecco perché l’occupazione negli States arranca”. Parla Lucas, il Nobel che ribaltò le tesi di Keynes

Se è vero che il pil degli Stati Uniti nel 2011è destinato a crescere del 2,7-2,9 per cento, come annunciato due giorni fa dal governatore della Fed Ben Bernanke, e non del 3,1-3,3 per cento come la stessa Fed aveva stimato ad aprile, i primi a farne le spese saranno i lavoratori americani. Ieri è arrivata una prima conferma ufficiale: negli States i sussidi per la disoccupazione, la settimana scorsa, sono arrivati a quota 429 mila, in aumento di 9.000 unità e non di 1.000 come si attendevano gli analisti. Un dato parziale, sufficiente però a far andare giù anche le Borse europee. Robert Lucas, premio Nobel per l’Economia nel 1995, non si dice affatto sorpreso della tendenza, e in una conversazione con il Foglio punta il dito contro il rischio di “europeizzazione” del capitalismo statunitense, un rischio dovuto soprattutto alle scelte dell’attuale Amministrazione democratica.
Parola del docente dell’Università di Chicago che con i suoi studi, già negli anni 70, contribuì a incrinare definitivamente il monopolio intellettuale di John Maynard Keynes e dei suoi eredi. Quando infatti, nel 1963, Milton Friedman e Anna Schwartz pubblicarono “A monetary history of the United States”, il loro libro sulle prime ebbe tutt’al più l’effetto di un leggero buffetto per le robuste schiere di macroeconomisti di allora, “keynesiani” per antonomasia.

Passarono mesi e poi anni prima che si prendesse sul serio l’idea che la Grande depressione del 1929 era stata forse frutto di un errore di politica monetaria, figlia insomma di un fallimento della politica – e più precisamente della Banca centrale, la Fed – piuttosto che di un fallimento del mercato. Per travolgere (scientificamente) la vulgata di Keynes e allievi servì ancora altro: “Nei primi anni Settanta”, ricorda infatti l’attuale capoeconomista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, “un piccolo gruppo di economisti – Robert Lucas di Chicago, Thomas Sargent, allora dell’University of Minnesota e ora a Chicago, e Robert Barro, allora di Chicago e ora di Harvard – condusse un potente attacco al cuore della macroeconomia”.

In un articolo del 1978, Lucas e Sargent infatti scrivevano: “Che le previsioni (dell’economia keynesiana, ndr) fossero ampiamente errate e che la teoria sulla quale si basavano fosse fondamentalmente fallace sono ora semplici dati di fatto. Il compito che spetta agli studiosi del ciclo economico è quello di esaminare il relitto, determinare quali caratteristiche di quell’importante evento intellettuale chiamato rivoluzione keynesiana meritino di essere salvate e messe a frutto, e quali altri debbano essere invece scartate”. Quel che c’era da scartare dell’approccio keynesiano, secondo Lucas, era innanzitutto il vizio di non considerare che le persone formassero le loro aspettative in modo razionale e quindi basandosi su tutte le informazioni disponibili, mutando comportamento economico in maniera meno prevedibile di quanto non si evincesse da modelli fondati solo su relazioni di variabili che erano state valide in passato. Una volta inventate le “aspettative razionali”, scrive Blanchard, sicuramente non antipatizzante delle tesi di Keynes, “i modelli keynesiani non potevano più essere utilizzati per determinare la politica economica”.

Con Keynes messo ko, o quasi, sarebbe inutile bollare oggi, con trent’anni di ritardo, le scelte della Casa Bianca come “neo keynesiane”. Né il premio Nobel Lucas, nella conversazione con il Foglio, agita mai lo spauracchio del “socialismo” per etichettare il presidente Barack Obama. “Piuttosto penso sia in corso un processo di ‘europeizzazione’ della politica economica statunitense – dice – e ritengo che questo sia un errore”.

Innanzitutto per le future generazioni di americani, costretti – se si insistesse nella svolta europea – ad abbandonare la strada che il paese percorre ininterrottamente dal 1870: quella di un prodotto interno lordo che cresce a tassi del 3 per cento l’anno e di un reddito pro capite medio aumentato di 12 volte in termini reali dal 1870 a oggi. “Ovvero di quattro volte soltanto nel corso della mia vita”, osserva Lucas. Il governo per oltre un secolo ha fatto la sua parte, fornendo stabilità istituzionale e buoni livelli di istruzione, ma questo “miracolo in corso”, come l’ha definito il premio Nobel nel corso di una sua recente lezione all’Università di Washington, è figlio innanzitutto del capitalismo e del libero mercato. Tanto che il miracolo è stato replicato altrove: specie a partire dalla Seconda guerra mondiale, Europa, Giappone e America del Nord avevano iniziato a convergere verso livelli di ricchezza simili. Poi negli anni 70 gli inseguitori, Europa e Giappone, hanno smesso di guadagnare terreno sulla lepre americana. “Da allora la differenza tra livelli di reddito, di circa un 30 per cento, è rimasta sostanzialmente la stessa – dice Lucas – Perché? Io imputo questa differenza alle regolamentazioni eccessive che sono state introdotte e al livello di tassazione troppo elevato che è stato raggiunto nel vostro continente. Anche se è difficile provarlo in maniera definitiva”, chiosa l’economista. Ma la tesi di fondo è chiara: pressione fiscale e regolatoria a livelli asfissianti disincentivano in Europa il lavoro rispetto agli Stati Uniti, e quel gap del 30 per cento nei livelli di reddito pro capite rappresenta di fatto il costo di un welfare state più generoso che il Vecchio continente ha voluto costruire.

Oggi però gli Stati Uniti escono più rapidamente dalla recessione di quanto non stiano facendo molti paesi europei, o no? “Mi piace definire le ‘recessioni’ come quelle fasi in cui la produzione della ricchezza è inferiore al trend di crescita di lungo periodo, ovvero sotto il livello di produzione potenziale. Oggi, e la situazione è la stessa dal 2009, gli Stati Uniti sono di 8-9 punti percentuali al di sotto della propria tendenza di lungo periodo. Io questa non la chiamerei una ripresa”. Certo Lucas non è ascrivibile alla categoria dei “ventinovisti”: nota per esempio che nel 1933, a quattro anni dal crac di Wall Street, il pil americano era ancora a un livello inferiore del 30 per cento rispetto alle proiezioni di lungo termine, e nel 1941 – ovvero a oltre 10 anni di distanza – viaggiava al meno 10 per cento: “La recessione di oggi è la peggiore da allora, ma non è nemmeno lontanamente grave come quella di allora”. Ciò detto, la comparazione può tornare utile per capire ciò che sta avvenendo in questi mesi.

Lucas sulle origini e sullo svolgimento della Grande depressione fa propria buona parte delle tesi di Friedman e Schwartz. Come loro, per esempio, ritiene che imputare il tracollo di allora al tonfo borsistico dell’ottobre del 1929 sia eccessivo. Piuttosto i fallimenti bancari, la corsa agli sportelli e il progressivo inaridimento dei depositi a vista (assimilabili ai nostri conti correnti) causarono una diminuzione della liquidità in circolazione; famiglie e imprese, per ristabilire un equilibrio tra liquidità e depositi da una parte, e spese dall’altra, dovettero quindi limitare le seconde, deprimendo l’economia a lungo. La Fed sarebbe potuta intervenire aumentando le riserve bancarie e invece, per usare le parole di Friedman, “assumendo le misure deflazionistiche più estreme che abbia mai assunto nell’intera sua storia sia precedente che successiva, il risultato fu quello di trasformare la crisi in catastrofe”. Nel 1934 la crisi bancaria era terminata, ma per una piena ripresa si dovettero aspettare sette anni. Per spiegare tale ritardo, secondo Lucas, la teoria monetaria diventa inservibile. La ripresa fu rimandata piuttosto da una serie di scelte prese dalle Amministrazioni di allora: dalle concessioni fatte ai cartelli industriali al sostegno elargito ai grandi sindacati, passando soprattutto per la demonizzazione dei capitalisti. Erano i giorni, per intendersi, in cui il presidente democratico Franklin Delano Roosevelt definiva gli uomini d’affari come “delinquenti di una certa ricchezza”.

Il punto è che oggi, a quasi 80 anni di distanza,
la Banca centrale americana ha dimostrato di ricordare la lezione del ’29 nel gestire la crisi. La Casa Bianca, invece, ha sbagliato di nuovo. Nel 2008 il fallimento di Lehman, “congelando” il sistema di prestiti a breve scadenza verso banche d’investimento e altri veicoli che di fatto – a seguito di alcuni cambiamenti normativi intervenuti negli anni 80 – funzionavano come i depositi a vista di un tempo, ha avuto un effetto simile a quello delle celebri “corse agli sportelli” del 1929: ha drenato offerta di liquidità. Fortunatamente Bernanke, invece di stare a guardare, ha rafforzato le riserve del sistema bancario: queste passarono da 45 miliardi di dollari nell’agosto del 2008 a 821 miliardi alla fine del 2008. “La Fed ha agito da prestatore di ultima istanza, come avrebbe dovuto fare negli anni 30”. Eppure gli investimenti languono.

Per alcuni, vedi per esempio un altro premio Nobel per l’Economia come Paul Krugman, l’Amministrazione Obama non starebbe spendendo abbastanza per rilanciare la crescita: “Lo stimolo fiscale sembra non aver contribuito per nulla alla ripresa”, controbatte Lucas, “mentre ovviamente ha incrementato il deficit fiscale”. Non solo: sotto accusa, agli occhi del premio Nobel, finisce un po’ tutta la politica economica di Obama: la riforma della sanità, con la sua “promessa di incrementare il ruolo del governo”, come anche la riforma di Wall Street, che “assegna vaste e allo stesso tempo poco chiare responsabilità alla Fed e ad altre agenzie”. Le ricadute negative si spiegano proprio alla luce della teoria delle “aspettative razionali” con cui Lucas diede l’ultima spallata a Keynes: “Ora tutti si attendono tasse più alte in futuro, e direi che questa non è proprio la via per stimolare la crescita”. C’è un esperimento della storia che sembra dare ragione a tale lettura critica delle recenti scelte della Casa Bianca, e secondo Lucas “si chiama Europa, con il suo governo più invasivo che ‘costa’ ai cittadini un livello di reddito inferiore di un terzo rispetto a quello americano”. E il Vecchio continente non se la passa proprio bene, effettivamente.

Sulla questione greca Lucas non si espone direttamente; rimanda a un articolo sul Wall Street Journal di John Cochrane e Anil Kashyap, due colleghi di Chicago secondo i quali “oggi nessuno sta salvando la Grecia. Sono i creditori della Grecia a essere salvati. Il paese preferirebbe fallire e così tornare a ottenere prestiti più in là nel tempo”. Ma visti i problemi strutturali di Atene e dintorni, per gli americani l’avvertimento rimane lo stesso: non si torna a crescere “imitando le politiche europee sul mercato del lavoro, sul welfare e sul fisco”, a meno di non accettare di riporre nel cassetto il “miracolo del libero mercato”.

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Le sfide di Draghi alla Bce

Atene s’inventa nuove tasse pur di rassicurare una pressante Europa


Merkel chiede alla Grecia l’unità nazionale contro il default. Moody’s allerta le banche italiane per il debito

Il Consiglio europeo ha aperto i suoi lavori ieri sera con l’incubo greco e la preoccupazione che George Papandreou non riuscirà a far ingoiare l’amara medicina. La gestione di una crisi che si avvicina al default sarà la prima sfida che attende la Bce e Mario Draghi il quale, ottenuto il voto del Parlamento europeo e la nomina formale del Consiglio, dovrà attendere il passaggio di consegne ufficiale il 31 ottobre. E’ chiaro però che la bomba di Atene occupa già le sue giornate. Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, parla di un rischio contagio che arriva fino agli Stati Uniti. Germania e Francia hanno chiamato a raccolta le principali banche del paese. Un campanello d’allarme suona anche in Italia. Ieri Moody’s ha messo sotto osservazione i rating dei 16 principali istituti di credito italiani, non perché coinvolti nel potenziale crac greco (sono esposti per poco più di 4 miliardi), ma per l’effetto di un possibile declassamento del debito italiano. Se scoppia una nuova tempesta finanziaria, balleranno. Il contagio passa ancora una volta attraverso i derivati, come scriveva ieri il New York Times. Secondo alcune stime, ci sarebbe una esposizione di 78,7 miliardi di dollari per la Grecia soltanto e 616 miliardi per tutti i Piigs (Italia compresa).

Intanto la troika incaricata di gestire la questione greca (composta da rappresentanti della Ue, della Bce e del Fondo monetario internazionale), è ad Atene per fare i conti e ha trovato un “buco nero” da 3,5 miliardi. Il neo ministro delle Finanze greco, Evangelos Venizelos, ieri ha annunciato che tra i provvedimenti in via di approvazione c’è l’aumento del prezzo del gasolio da riscaldamento, un’imposta una tantum per le persone che ricoprono incarichi pubblici, un “contributo di solidarietà” sul reddito che va dall’1 per cento al 5 per cento e una tassa del 10 per cento sui redditi tra gli 8.000 e i 12.000 euro. L’opposizione di centrodestra guidata da Antonis Samaras, leader di Nuova democrazia, ha detto che non sosterrà “la stessa medicina proposta da qualcuno che sta morendo grazie a essa”. Ma Angela Merkel e Jean-Claude Juncker hanno chiesto unità nazionale ai politici ellenici.

Un rapporto della Ubs (Unione banche svizzere) scrive chiaro e tondo che “la situazione politica in Grecia è sempre più tesa e fluida. Ci stiamo avvicinando al punto di rottura. La probabilità di un default nel prossimo futuro, è aumentata in modo significativo”.
I governi europei hanno convocato le principali banche per discutere la loro partecipazione, su base volontaria (questo il compromesso raggiunto tra tedeschi e francesi) a un allungamento delle scadenze (il cosiddetto rollover). Sia a Parigi sia a Francoforte, alti funzionari del Tesoro si sono incontrati con i manager delle banche più coinvolte (Bnp e Société Générale in Francia, Commerzbank e Deutsche Bank in Germania). Mentre in Olanda e Belgio nel mirino sono ING e Dexia, che ha una esposizione di 3,5 miliardi. Non solo, il gruppo franco-belga, collassato nell’autunno 2008 e salvato grazie ai soldi dei contribuenti, opera in modo massiccio sul mercato dei titoli municipali statunitensi, attraverso i quali le città alimentano i loro bilanci in rosso. Anche questo è un anello debole della catena finanziaria che attraversa l’Atlantico.

Il salvataggio greco, dunque, si trasforma in un piano di salvataggio delle banche, cercando di far ingoiare loro la necessità di mettere in conto perdite. Di qui al 3 luglio, quando si dovrà decidere se concedere o no la tranche del prestito ponte, bisogna mettere a punto anche i dettagli tecnici. I 12 miliardi promessi e non concessi sono la quarta tranche del prestito di 110 miliardi varato un anno fa (80 provengono dalla Ue e 30 dal Fondo monetario). In tutto, dodici rate trimestrali, l’ultima delle quali il 30 aprile 2013. Ma a malapena basteranno a pagare interessi e titoli in scadenza: Stavros Lygeros, analista politico del giornale conservatore Kathimerini, calcola una bolletta da 52 miliardi l’anno prossimo e da 44 miliardi nel 2013, senza contare i 14 che sono ormai in scadenza e per i quali non ci sono quattrini in cassa.

Più che la lista della spesa, però, sul tavolo del Consiglio europeo c’è ormai la variabile politica. Lo scenario ideale è che il governo Papandreou lasci il posto a una grande coalizione o a un gabinetto di salute pubblica guidato da una personalità indipendente che goda della fiducia dei mercati e delle istituzioni europee e internazionali. Il deus ex machina sarebbe Lucas Demetrios Papademos, governatore della Banca centrale dal 1994 al 2002, poi vicepresidente della Bce. Siamo dunque alla vigilia di un’amministrazione controllata, sul piano politico e non solo economico.

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mercoledì 22 giugno 2011

Conservatori? Sì grazie. Hanno tenuto insieme il mondo ma in Italia non sono di moda, di Gennaro Malgieri

Politica e tradizione. Cameron come Thatcher e Reagan hanno perseguito valori forti illuminati dal poliedrico irlandese Edmund Burke, detto il Cicerone britannico.

Essere conservatori non è difficile e neppure eccentrico. Basta saper riconoscere la banalità del bene nelle cose semplici, come i precetti non scritti del diritto naturale. E difenderli di conseguenza, costruendoci sopra una politica, un sistema, un'organizzazione sociale. A presidio di tutto, ovviamente, non può che esserci lo Stato. Non il padre-padrone, il Leviatano oppressivo, ma l'innocente regolatore delle umane pulsioni, il soggetto riconoscibile capace di prevenire le crisi di legalità e di legittimità nella sfera del potere e del conflitto travi diritti individuali. Niente di più e niente di meno. È una dottrina? Non saprei: me lo chiedo da quando ero ragazzo. Che sia un sentimento anche politico, ne sono convinto. Perciò non smetto di stupirmi quando, nel nostro Paese, si attribuisce al conservatorismo una valenza negativa. Come se fosse sinonimo di regressione. Curiosamente è stata proprio una certa destra, in taluni momenti nostalgica ed isteronazionalista, a molestare le coscienze dei moderati facendogli credere che l'essere conservatori era poco meno di una perversione. Ed eccola qui, ora, questa destra un po' disfatta, piuttosto malmessa, alla ricerca di un'identità che non riesce a trovare perché ha smarrito i fondamentali inseguendo una modernità priva di sostanza, vale a dire il nocciolo duro che dovrebbe contenerla: la tradizione. Mi è venuto in mente tutto questo (e molto altro ancora che vi risparmio) astraendomi per qualche minuto dalle pessime cronache italiche attratto dalle recenti prese di posizione del primo ministro britannico David Cameron. Conservatore, ma appartenente a quella scuola conservatrice che non considera staticamente la posizione politica che rappresenta e cerca di farla vivere in connessione con i mutamenti del tempo. Come fece Margareth Thatcher agli inizi degli anni Ottanta, come interpretò Ronald Reagan il lascito di Barry Goldwater. E nel lungo percorso sono stati accompagnati da Edmund Burke, irlandese poliedrico, capace di sezionare i grandi fenomeni della sua epoca, come la Rivoluzione francese, alla stessa stregua di entomologo che si appassiona alla vita degli insetti. Non so quanto sia consapevole Cameron nel rappresentare un riferimento concreto per quanti in Europa cercano una nuova via, ma è certo che la sua biografia dice molto di più di quanto possano dire le sue prese di posizione politiche e giornalistiche. Infatti, è la conseguenza di una formazione familiare e poi sociale la sfida lanciata al progressismo che si è dimenticato dei padri e, dunque, della famiglia, qualche giorno fa, in occasione della festa del papà, dalle colonne del «Sunday Telegraph». I padri assenti, quelli che non si occupano dei figli, incuranti del loro principale compito di educatori, sono come alcolisti che si mettono alla guida di un'automobile, ha detto. Quindi ha rincarato la dose: «I padri che se ne vanno dovrebbero vergognarsi fortemente. Non è accettabile che madri single si occupino da sole di allevare i figli». E sono ben un milione e settecentomila nel Regno Unito, che tra mille difficoltà devono provvedere alla prole che rischia di crescere male, sbandata, confusa. E, dunque, incapace di formare a sua volta famiglie «normali» intorno alle quali promuovere lo sviluppo di una società sana. La famiglia è la «pietra angolare» della comunità nazionale, la «roccia sulla quale poggia la nostra vita», il «punto di riferimento» irrinunciabile, ha detto Cameron che ha fatto appello ai padri affinché si occupino dei figli, quale che sia la loro condizione matrimoniale, se vogliono evitare che «la vergogna li sommerga», convinto com'è che senza la figura paterna difficilmente possa venir fuori un ordine civile fondato sul riconoscimento dell'autorità primaria, costituita appunto dai genitori. Che poi il primo ministro abbia intenzione di introdurre sgravi fiscali per le coppie sposate, al fine di dare sostanza alla politica che viene chiamata «family friendly» è un dettaglio, per quanto importante, nell'economia del progetto della costruzione della cosiddetta Big Society che è il cuore della rivoluzione conservatrice di Cameron. Nella citata intervista, a conferma dell'interazione tra fattori privati e logiche politiche e sociali, cui si si ispirano i nuovi Tories, il premier ricorda suo padre, morto pochi giorni prima della nascita della sua ultima figlia Florence. E dice: «Da mio padre ho imparato a riconoscere le responsabilità. Vederlo alzarsi prima dell'alba per andare al lavoro e non vederlo tornare fino a tarda notte ha avuto un forte impatto su di me». C'è un modo più efficace di invocare l'amore paterno, tenerselo stretto e nel caldo abbraccio riconoscere il principio della vita protetta, spiritualmente s'intende? I figli hanno bisogno dei padri. Ecco dove il diritto naturale incrocia il sentimento primario su cui si fonda la famiglia. Le distrazioni sollecitate dall'affermazione professionale, dalla disperazione economica, dall'avidità, dall'indifferenza non sono da sottovalutare, ma non possono costituire giustificazioni all'assenza lamentata da Cameron. Perciò buone leggi che asseverino questa visione della famiglia e della ricomposizione della società civile, sono indispensabili. Cameron proporrà nelle prossime settimane una riforma dell'organizzazione Child Maintenance and Enforcement Commission, con l'obiettivo di rendere più agevoli le pratiche per il mantenimento dei figli di coppie separate. L'obiettivo è chiaro: rinsaldare i vincoli familiari allo scopo di tutelare la prole, non lasciare sole le donne, responsabilizzare i padri. Un ritorno al passato secondo l'ottica permissiva che da circa mezzo secolo si sta impegnando per dissolvere la famiglia tradizionale? Neppure per sogno. Se «la famiglia è l'associazione istituita dalla natura per provvedere alle quotidiane necessità dell'uomo», come si legge nella «Politica» di Aristotele, è inevitabile che essa deve comporsi con gli elementi naturali che la connotano rispetto a tutte le altre organizzazioni umane. E se è altrettanto vero che «governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno», secondo Montaigne, vuol ben dire che senza un padre che provveda ai propri figli diventa addirittura impossibile tenerla unita, quali che siano le ragioni dell'allontanamento.