domenica 23 ottobre 2011

Le tre mosse per centrare la via d'uscita, di Bill Emmott

Quando, negli Anni 90, i politici del mio Paese litigavano furiosamente sul fatto che la Gran Bretagna dovesse o meno adottare l’euro, a volte mi stupiva che persone apparentemente sane potessero eccitarsi tanto per qualcosa di tanto noioso e tecnico come un sistema di valuta. Ora, vedendo ogni prossimo vertice dei governi europei annunciato come uno sforzo drammatico per salvare il mondo da un disastro finanziario causato dall’euro, mi rendo conto che sbagliavo. Dice una maledizione cinese: «Possa tu essere condannato a vivere in tempi interessanti», e non c’è dubbio, staremmo tutti meglio se l’euro tornasse a essere noioso.

Purtroppo, non vi è alcuna possibilità che questo accada nell’immediato. Il motivo, che poi è la ragione per cui sia il Consiglio europeo di oggi sia la riunione dei leader mondiali al G-20 in Francia ai primi di novembre sono drammaticamente importanti, è che i problemi veri non sono affatto quelli tecnici. Riguardano invece la politica, le forme di governo, la condotta dei politici e la loro affidabilità e credibilità.

Anche questo, tuttavia, complica il lavoro di questi incontri per trovare una soluzione, e rende ancora più difficile per gli osservatori esterni o, in realtà, per i governi stessi, valutare se le soluzioni annunciate saranno davvero efficaci. È facile descrivere il problema dell’euro in termini apparentemente tecnici. La Grecia è in bancarotta, questo significa che il suo governo non può permettersi di continuare a pagare gli interessi sui suoi debiti, ciò a sua volta significa che le banche che hanno acquistato titoli di stato greci stanno per perdere soldi, se la Grecia, alla fine, dovesse andare in default. Poiché questo default è ormai visto come inevitabile, e ne hanno anche parlato apertamente i funzionari e i politici di Bruxelles e Berlino, gli investitori hanno iniziato a preoccuparsi della solvibilità di altri governi che sono grandi debitori e anche di quella delle banche che hanno loro prestato denaro.

Quindi tutte le persone coinvolte nell’euro sanno cosa si deve fare. Le banche europee devono essere rese più forti raccogliendo nuovo capitale, in modo che possano resistere a eventuali perdite sui titoli greci. Altri Paesi fortemente indebitati - Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda – devono essere «separati», nel gergo odierno, e cioè agli investitori deve essere data la certezza che non andranno in default, anche se la Grecia si rivelerà insolvente. E poi la Grecia ha bisogno di andare in default, almeno per dimezzare i propri debiti.
Pare semplice, vero? Il problema, tuttavia, con questo programma tripartito, è la sequenza secondo cui deve essere messo in atto.

Per rendere questo esercizio di salvataggio dell’euro conveniente per i contribuenti che copriranno le perdite delle banche e offriranno prestiti soccorrevoli ai Paesi e per gli investitori privati a cui viene chiesto un maggior capitale, l’ordine giusto in cui fare tutto questo è cominciare con la «separazione». Una volta chiarito che l’Italia e gli altri non causeranno perdite del debito sovrano, la quantità di capitale necessario per rafforzare le banche sarà minore. E poi, fatta la separazione e rafforzate le banche, sarà possibile gestire con facilità un default della Grecia.

Questa però non è la sequenza in cui ci si sta approssimando a questo programma. E non è la sequenza preferita dai politici tedeschi. La sequenza effettivamente in atto comincia dalla Grecia, con un misto di punizione per i greci colpevoli di essere stati mutuatari stravaganti e di aver mentito circa la vera dimensione del loro deficit e dei loro debiti, e con un primo tentativo di condividere con i finanziatori privati le perdite causate dalla Grecia. Questo è stato l’approccio seguito dai leader europei, durante l’incontro del 21 giugno, quando su sollecitazione tedesca la ristrutturazione del debito greco è stata avviata costringendo i finanziatori privati a tagliare «volontariamente» il 20% del valore dei loro prestiti.

Ciò ha portato a speculazioni di mercato su future «volontarie» perdite su crediti per i debiti di altri Paesi e ha spaventato tutte le istituzioni finanziarie che concedono prestiti alle banche europee, motivo per cui oggi vi è la necessità di aumentare il capitale delle banche.

La sequenza di eventi era sbagliata in parte perché era condotta dalle pressioni del mercato, ma anche a causa delle pressioni politiche nel Nord Europa, specialmente in Germania. Quindi la domanda per il summit odierno è se ora la sequenza possa essere modificata, iniziando con il principio della separazione, quindi passando alla ricapitalizzazione delle banche, e concludendo con il default greco. Apparentemente dall’annuncio del vertice sembra di capire che s’intende fare così. Ma la politica rimane un grosso ostacolo.

A parole il principio della «separazione» fa sembrare le cose facili. Si prende un po’ di filo spinato e dei paletti e si recinta la Grecia. Questa è la metafora. La maggior parte dei Paesi vuole che questo sia fatto aumentando i fondi disponibili al fondo di salvataggio dell’Unione europea, noto come Fondo europeo di stabilità finanziaria, per metterlo in condizioni di prestare all’Italia, alla Spagna o al Portogallo danaro bastante a convincere i mercati finanziari che non saranno mai insolventi riguardo ai loro debiti.

Il problema politico con la «separazione» nasce a causa di una domanda fondamentale che sta dividendo i Paesi della zona euro. Si tratta di sapere se in una zona a moneta unica è necessario che i membri si assumano la responsabilità collettiva di tutti i debiti governativi emessi in euro. Quando fu lanciato l’euro nel 1998, la responsabilità collettiva fu deliberatamente respinta.

Una mossa verso la predominante proprietà collettiva dei debiti, attraverso il Fondo europeo di stabilità finanziaria, potrebbe rovesciare tale decisione qualora implicasse che il Efsf non dovrebbe solo prestare denaro in caso di emergenza, ma potrebbe doverlo fare anche in futuro. Lo stesso varrebbe se i membri della zona euro decidessero di autorizzare l’emissione di euro-obbligazioni con garanzia collettiva, come è stato proposto da Giulio Tremonti e da altri.

Cosa c’è di sbagliato nella responsabilità collettiva? Significa, ad esempio, che i contribuenti tedeschi finirebbero per condividere la responsabilità per le pensioni pubbliche italiane o spagnole. O, più importante, la responsabilità di affrontare qualsiasi futura stravaganza da parte di un qualsiasi membro della zona euro. Ciò significa che la responsabilità collettiva porta con sé un grande azzardo morale, un grande pericolo perché potrebbe incoraggiare in futuro il cattivo comportamento dei governi.

In teoria, questo pericolo può essere affrontato istituendo regole rigorose in materia di prestiti e di deficit di bilancio. Ma questo è quel che, teoricamente, è stato fatto nel 1998, e le regole non hanno funzionato. Le nuove regole potrebbero essere stabilite da un trattato piuttosto che solo con un accordo intergovernativo, ma anche questo non ne garantirebbe l’applicazione. I fan dell’integrazione europea dicono che ci deve essere anche un Tesoro europeo, che gestisca un’unione fiscale. Ma questo solleva le stesse domande.

Domande strettamente politiche. Umberto Bossi potrebbe davvero accettare che il suo amato federalismo fiscale sia sovvertito da una forma sovrannazionale di unione fiscale? Silvio Berlusconi accetterebbe di ricevere istruzioni da un Tesoro europeo sull’aumento delle tasse o i tagli alla spesa pubblica? Lo accetterebbe la Francia? Ne dubito.

La reazione politica contro le decisioni imposte collettivamente, contro il dover pagare per la stravaganza degli altri, da diversi anni si sta diffondendo attraverso i Paesi Bassi, la Germania, la Finlandia e perfino nel nuovo Stato membro della Slovacchia. È molto difficile credere che questa reazione sarà superata in tempi brevi. L’umore politico è andato nella direzione opposta rispetto all’unione fiscale, alla responsabilità collettiva e a una più profonda integrazione.

Quindi non possiamo aspettarci che questa richiesta di integrazione, di responsabilità collettiva, sia accolta al vertice di oggi, se mai potrà esserlo. L’istinto politico, soprattutto nel Nord Europa, rimane fortemente a favore di responsabilità nazionale separate riguardo ai debiti.

Al contrario, ci sarà probabilmente un altro tentativo di eludere questa domanda e di prendere tempo. I fondi a disposizione del Efsf saranno aumentati ma la Germania insisterà per regole che limitino l’uso di tali fondi. Poi si aspetterà per vedere come reagiscono i mercati. Se reagiscono con calma le banche saranno ricapitalizzate e alla Grecia sarà consentito di andare in default abbastanza velocemente.
Allo stesso tempo i politici terranno le dita incrociate. Sperando che l’Italia davvero guarderà ai mercati come se fosse separata dalla Grecia. Purtroppo, se la crescita economica s’indebolisce e la paralisi politica che circonda il governo italiano si prolunga, è improbabile che i mercati restino fiduciosi a lungo.



http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9351

Presidente, l’ora è quasi fuggita

Appello finale a Berlusconi per una potente frustata all’economia


Onorevole presidente del Consiglio, la “storica frustata per lo sviluppo”, da Lei stessa annunciata a gennaio sul Corriere della Sera, è – ora più che mai – improcrastinabile. La premessa per tornare a “fare”, però, è innanzitutto la fuoriuscita dal paradigma fatalista e catastrofista che deprime gli spiriti animali di imprenditori e lavoratori e costringe la politica economica nel sonno dell’immobilismo.

D’altronde perfino gli schiamazzi del circo mediatico-finanziario che ha piantato le tende in Europa sin da questa estate non riescono a sovrastare del tutto le voci dei tanti analisti che all’Italia riconoscono i suoi “buoni fondamentali”: dal cammino virtuoso del deficit pubblico a un livello di disoccupazione tutt’altro che apocalittico – a giudicare dagli standard europei – passando per le forze vitali delle imprese italiane che esportano e finendo con la saggia gestione della ricchezza privata da parte delle famiglie.
Il blocco mentale declinista si supera con campagne culturali e d’informazione, poi si batte definitivamente con il “fare”. Che i soldi per lo sviluppo non ci siano, quindi, non può essere una scusante. Primo, perché di sola austerity sono lastricate le vie che portano al rigor mortis di un intero tessuto produttivo. Secondo, perché i soldi si possono trovare, sia abbattendo una spesa pubblica che – al di là degli allarmismi che vanno bene al massimo per riempire malamente una piazza – continua a crescere, sia valorizzando e offrendo al mercato la ricchezza di uno stato che da sola basterebbe a coprire l’intero debito pubblico o quasi. Infine perché le stesse riforme liberali che Lei nel 1994 ha prospettato all’elettorato italiano, quasi un ventennio prima dei consigli arrivati dalla Banca centrale europea o degli ultimatum di Confindustria, sono allo stesso tempo levatrici di risorse pubbliche e di dinamismo privato. La lista è sempre attuale quanto in larga parte inattuata: liberalizzazioni e privatizzazioni, contrattazione decentrata e flessibilità, diritto al lavoro oltre ogni soglia burocratica o anagrafica e riequilibrio del welfare, deregolamentazioni e incentivi all’innovazione. D'altronde la politica, anche ai tempi del coordinamento europeo, non è fatta di soli parametri ragionieristici con cui gingillarsi o patti stupidi da rispettare: dare al paese la possibilità di crescere vuol dire innanzitutto fare fiducia agli italiani, garantire a imprenditori e lavoratori i mezzi per onorare al meglio il proprio mestiere e gareggiare con i concorrenti stranieri, offrire possibilità ai giovani che le vorranno sfruttare.

I blocchi sociali corporativi 
e il tappo alla crescita devono saltare – come direbbe qualcuno è pure questione di “giustizia sociale” – e farlo è solo un problema di volontà politica. Se non ora quando?
Bernabò Bocca, Carlo Andrea Bollino, Stefano Cingolani, Alessandro Corneli, Ernesto Felli, Francesco Forte, Riccardo Gallo, Cesare Imbriani, Domenico Lombardi, Cosimo Magazzino, Antonio Martino, Edoardo Narduzzi,  Carlo Pelanda, Giuseppe Pennisi, Gustavo Piga, Gianfranco Polillo, Mario Preve, Salvatore Rebecchini, Guido Salerno Aletta, Stefano Scabbio, Pasquale Lucio Scandizzo, Corrado Sforza Fogliani, Carlo Stagnaro, Graziano Tarantini, Adriano Teso, Giovanni Tria
Per aderire scrivi a doveredifare@ilfoglio.it

http://www.ilfoglio.it/soloqui/10842

Quando tu sarai vecchia e grigia, di William Butler Yeats


Quando tu sarai vecchia e grigia,
col capo tentennante
ed accanto al fuoco starai assonnata,
prenderai questo libro.
E lentamente lo leggerai, ricorderai sognando
dello sguardo che i tuoi occhi ebbero allora,
delle loro profonde ombre.
Di quanti amarono la grazia felice
di quei tuoi momenti
e, d'amore falso o a volte sincero,
amarono la tua bellezza.
Ma uno solo di te amò l'anima irrequieta,
uno solo allora amò le pene del volto tuo che muta.
E tu, chinandoti verso le braci, sarai un poco triste,
in un mormorio d'amore dirai,
di come se ne volò via...
passò volando oltre il confine di questi alti monti
e per sempre poi il suo volto nascose
in una folla di stelle.

sabato 22 ottobre 2011

Andrea's Version, di Andrea Marcenaro



22 ottobre 2011

“Niente incidenti domenica”. Alberto Perino, leader No Tav in Val di Susa, è stato chiarissimo. “La manifestazione sarà pacifica”. Niente sampietrini, niente bastoni, niente scudi, niente caschi, niente cappucci, niente fionde, niente passamontagna, niente di niente. Ogni stradina, sentiero e scorciatoia del bosco verrà sgombrato da qualsiasi ostacolo potenzialmente pericoloso che si trovi sul tracciato del percorso del corteo. Via i sassi, via anche i funghi troppo scuri. “Se le forse dell’ordine lanceranno lacrimogeni e la valle si riempirà di fumo, l’ordine è di ritirarsi in buon ordine”. Fin su alla baita. Per la sola giornata di domenica, saranno segate le corna alle mucche. “Seguiremo i metodi di Ghandi e di Martin Luther King”. Il black bloc è avvisato. Pace, pace, pace. “Tutta la val di Susa è al lavoro”. Mi raccomando, ha concluso Perino, i manifestanti si concentrino di buon’ora a Perugia che poi fino ad Assisi è lunga.

venerdì 21 ottobre 2011

Il processo a Luigi XVI


Io sono l’unica il cui destino, di Emily Brontë

Io sono l’unica il cui destino
lingua non indaga, occhio non piange;
non ho mai causato un cupo pensiero,
né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,
questa mutevole vita mi è sfuggita,
dopo diciott’anni ancora così solitaria
come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,
tempi in cui tutto ciò era terribile,
quando la mia triste anima perse il suo orgoglio
e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori
di sentimenti poi repressi dal dolore;
e sono morti da così lungo tempo
che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,
poi svanì l’arcobaleno della fantasia;
infine l’esperienza mi insegnò che mai
crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità
fosse insincera, sterile, servile;
ma peggio fu fidarmi della mia mente
e trovarvi la stessa corruzione.

giovedì 20 ottobre 2011

Gheddafi il beduino, di Carlo Panella


La Nato lo vuole morto, ma comanda ancora lui, dal 1969. Così il colonnello ha iniziato a considerare “suo” tutto il mondo

"Colonnello, come conciliate un simile disprezzo per il mondo occidentale e gli affari che fate con i suoi maggiori esponenti, con Gianni Agnelli, ad esempio?”. “Gianni chi?”, risponde stupito il rais. “Gianni Agnelli, il presidente della Fiat”. “La Fiat? La mia azienda, my company!”. Con questi pochi tratti di penna Oriana Fallaci ha scritto il miglior ritratto di Muammar Gheddafi, quando lo intervistò il 2 dicembre del 1979. Tutto è “mio” per il dittatore di Tripoli, che poco si interessa ai particolari, anche se sono della statura di Gianni Agnelli.
L’iperego del rais non ha soltanto componenti di natura caratteriale, ma anche di matrice etnica. Perché tutto, dall’inizio alla fine, nella vita di Muammar Gheddafi è marcato da una concezione beduina e tribale non soltanto del suo paese, ma del mondo intero. Al colonnello non poteva neanche passare per la testa che la Fiat, pagata con i fondi sovrani dello stato libico, non fosse la “sua” fabbrica, di proprietà personale, come tutto quanto toccava e muoveva. Le guerre (anche quella che avrebbe voluto dichiarare alla Svizzera, colpevole di avergli maltrattato un figlio capriccioso), gli affari, i commerci, la diplomazia, il terrorismo dal 1969 a oggi sono stati monopolizzati dalla concezione beduina di Muammar Gheddafi. La tenda beduina che il rais piantava dappertutto nelle sue visite di stato, fosse villa Doria Pamphilj o nel giardino di Palais Marigny, adiacente all’Eliseo, è stato il suo rivendicato ed efficace simbolo-feticcio.
Gheddafi non ha mai aspirato a essere e ad agire come un capo di stato (concetto che gli è sempre stato estraneo), men che meno come un leader politico o religioso, o come l’amministratore di una immensa ricchezza in petrodollari. Tutte queste funzioni si riassumevano, confusamente, come confuso fu il suo Libro verde, nel fatto di essere il rais, il capo della tribù più potente del suo paese, che doveva dominare, con le buone o con le brutte, le tribù concorrenti con un reticolo di alleanze, tradimenti, matrimoni, trappole e furbizie tese a mantenere la loro sottomissione. A partire dal millenario punto di forza dei leader beduini: il controllo dei pozzi. Un tempo di acqua, ora di petrolio. Con una estraneità totale, nativa, culturale, per tutto quanto obbligasse a “lavorare la terra”, a impiantare opifici e fabbriche. Il suolo, per un beduino, va dominato soltanto per quel che danno le sue viscere. Al meglio. Null’altro.
Il tutto immerso in un elemento di mistero, nel quale si nasconde la risposta al clamoroso errore sulla sua resistenza (e sulla sua capacità di sfuggire al killeraggio missilistico) compiuto dalla coalizione voluta da Nicolas Sarkozy, David Cameron e Barack Obama. Il mistero riguarda la struttura decisionale, il funzionamento di un quadro di comando libico che ha sempre dimostrato di essere in grado di fare fronte a una serie complessissima di operazioni. Si guardi al cruciale biennio 1975-1977 e si vedrà come il colonnello, con una struttura di potere assolutamente monocratica, è riuscito contemporaneamente a condurre due guerre (Ciad e Egitto), acquistare la quota di minoranza nella Fiat, dirigere il rapimento dei ministri Opec a Vienna e infine a delineare la nuova ideologia del regime, lanciando con una grande operazione mediatica il suo confuso Libro verde. Il tutto avviando complesse trame terroristiche, vuoi con Abdu Nidal e Settembre Nero (in raccordo con la Stasi della Ddr), vuoi finanziando la Rote Armee Fraktion, la Eta basca e l’Ira irlandese. Una mole poderosa e intricata di iniziative e dossier, gestiti tutti attraverso il Diwan della “tenda beduina”, che ne ha garantito, oltre ogni analisi e aspettativa, la sopravvivenza, nonostante più di tremila operazioni della Nato.
La vita di Muammar Gheddafi, nato a Sirte il 7 giugno 1942, fu segnata, secondo gli agiografi libici, da un episodio drammatico, ovviamente impossibile da verificare: mentre giocava con due cugini esplose una mina – forse italiana, forse inglese – che straziò i due parenti e lo ferì a un braccio. Se vero, l’episodio potrebbe spiegare alcune cose. La sua formazione scolastica fu affidata alla madrassa di Sirte, in cui fu preso dall’entusiasmo per il vento che allora percorreva tutto il Maghreb: il panarabismo di Gamal Abdel Nasser, suo punto di riferimento forte, per alcuni anni a venire. Iscritto all’Accademia militare di Bengasi, si specializzò in Gran Bretagna (dove apprese discretamente l’inglese, che però ha sempre finto di ignorare in tutte le visite ufficiali, così come l’italiano, peraltro).
Molti analisti – non senza ragione – considerano questa specializzazione all’estero come prova certa dei legami del futuro rais con i servizi segreti inglesi, che avranno un ruolo determinante nel golpe del 1969. A 27 anni fu capitano dell’esercito e subito entrò in contatto con un gruppo di giovani ufficiali che – su sollecitazione discreta vuoi dei servizi inglesi, vuoi del Sid italiano – il 26 agosto 1969 organizzò un incruento colpo di stato contro il re Idris. Sono evidenti le ragioni che spinsero inglesi e italiani – saldamente già radicati in Libia con i loro impianti estrattivi – a cercare un interlocutore meno vacuo e assenteista (e per di più odiato dai tripolitani, perché membro di una dinastia della Cirenaica) al timone della Libia. Erano fortissime anche le ragioni che motivarono i giovani ufficiali, scandalizzati per la decisione di re Idris di non partecipare alla guerra contro Israele del 1967 – in un paese che reagì alla sconfitta dando vita a pogrom sanguinosi contro la storica comunità ebraica.
Il golpe riuscì senza spargimenti di sangue. Gheddafi si mise subito al comando, a fianco di Abdessalam Jallud – suo braccio destro sino al 1993, quando cadde in disgrazia – e di Abdel Fattah Younis al Obeidi, che, dopo anni spesi a occuparsi della repressione interna, oggi comanda gli insorti di Bengasi (appartiene alla tribù degli Harabi della Cirenaica, alla testa della ribellione). Il colpo di stato fu accolto con indifferenza nelle cancellerie europee e salutato con simpatia dalla sinistra comunista, Pci in testa, in quegli anni convinta – su impulso sovietico – che il nasserismo di cui Gheddafi fu inizialmente alfiere fosse il massimo del “progresso”, la punta di diamante del “fronte antimperialista”, in un contesto in cui Israele era definito “quinta colonna dell’imperialismo americano” e i palestinesi ricoprivano il ruolo di vietcong.
La matrice panaraba e quindi ferocemente antiisraeliana (e antisemita) del giovane colonnello fu indubbiamente determinante nella sua ascesa, ma si rivelò di breve durata. L’unificazione tra Libia, Egitto e Siria, che Gheddafi proclamò solennemente nel 1972, non fu mai realizzata a causa della assoluta nebulosità del progetto e della totale diffidenza di Anwar el Sadat, che da allora in poi definì il rais “quel pazzo di Tripoli”.
Identica sorte ebbe il tentativo concordato l’8 gennaio del 1974, da Gheddafi e dal tunisino Bourghiba, che, dopo un incontro improvviso in un hotel di Djerba, annunciarono la fusione dei due stati e la nascita della Repubblica arabo islamica che univa Libia e Tunisia. Il progetto, finito rapidamente nel dimenticatoio, non è mai decollato. Sono due fallimenti che giocheranno un ruolo esiziale sul futuro economico dell’Africa mediterranea.
L’impostazione tutta ideologica e verticistica del panarabismo, sommata alla superbia personale dei dittatori, fece fallire le fantasiose unificazioni statali e creò strascichi polemici e diffidenze (anche guerre, come vedremo) tra i paesi nordafricani. Ne conseguì una politica di frontiere chiuse e la totale assenza di relazioni economiche, investimenti reciproci, commerci, creazione di infrastrutture comuni che – come è avvenuto in Europa – grazie alla formidabile possibilità di finanziamento da petrolio, avrebbe potuto trasformare questi paesi in una potente area di sviluppo, invece che in quella riserva di sottosviluppo cui sono ridotti oggi (Libia inclusa).
Da subito, il nuovo regime lasciò trapelare il tratto più profondo, istintivo, innegabile del nuovo rais: la ferocia. Innanzitutto e sempre nei confronti del suo stesso popolo, con le centinaia di impiccati senza processo (anche per aver fischiato Saadi, il figlio calciatore di Gheddafi, allo stadio), con la negazione di qualsiasi spazio di libertà, con la persecuzione (omicidi mirati e torture incluse) dei suoi potenziali avversari, con la negazione della pur minima libertà di stampa e di pensiero e anche con episodi grotteschi, come quello dell’imprigionamento per ben otto anni e della successiva condanna a morte di sei infermiere bulgare, liberate nel luglio 2007, accusate di avere volutamente infettato di Aids alcuni pazienti. Ferocia dispiegata con incredibile fantasia e attivismo sul piano esterno, a partire dall’odio fanatico, con chiare venature di antisemitismo, per Israele, stella polare della sua politica estera. Odio che si è concretizzato – dato indicativo della strategia gheddafiana – nel finanziamento delle organizzazioni terroriste più spregiudicate e sanguinarie e mai – neanche nel 1973 – nel contrasto militare in campo aperto. Odio che ha scavato anche un ulteriore abisso nei confronti della leadership dell’Arabia Saudita (già motivato dai legami religiosi dei wahabiti con la Senussiyya, la confraternita della Cirenaica, legata a re Idris e centro delle attività secessionistiche di Bengasi), accusata per la sua alleanza con gli Stati Uniti e per lo stesso piano di pace con Israele propugnato da re Fahad.
Gheddafi è stato dunque essenzialmente un uomo capace e straordinariamente feroce, che si è circondato di uomini feroci. Lo dimostrò nel modo con cui saldò i conti con l’Italia: nel momento stesso in cui siglava contratti faraonici con l’Eni, Gheddafi emise, il 21 luglio 1970, un decreto di confisca di tutti i beni – inclusi i contratti Inps – dei 20 mila italiani residenti in Libia e li espulse in massa, imponendo la data limite per la fuga del 15 ottobre del ’70. La decisione del rais è in linea con la sua feroce furbizia beduina: non colpì affatto l’Italia, con cui anzi intrattenne fruttuosi affari, ma depredò tutti gli italiani che aveva sottomano. Pratica, peraltro, “copiata” dal mentore Nasser, che nel ’56 aveva fatto una mossa simile, ma in modo più sottile, nazionalizzando tutte le imprese e le attività degli stranieri, italiani in testa.
Stesso esito per questa diaspora forzata dei nostri connazionali: la rovina e la chiusura della rete di piccole industrie, aziende agricole moderne, attività artigianali meccanizzate impiantate dagli italiani che, nazionalizzate o confiscate, nel giro di pochi mesi andarono in rovina con un immenso danno economico per l’Egitto, come per la Libia. Naturalmente, la Libia di Gheddafi nazionalizzò anche le proprietà petrolifere straniere, ma non destò stupore, perché il fenomeno coinvolgeva in quei primi anni 70 tutti i paesi produttori e fu subito assorbito con una rapida trattativa che elargiva alle società petrolifere concessioni redditizie (scelta imposta anche dal fatto che nessun paese produttore aveva la minima intenzione di investire i profitti da petrolio nei costosissimi impianti di estrazione, trasporto e raffinazione).

Ora basta con l'aborto, di Giuliano Ferrara

E adesso che facciamo? La massima corte di giustizia europea ha stabilito che l’embrione umano, perfino prima di essere compiutamente un embrione fecondato, non può essere manipolato e brevettato da ricercatori e scienziati. E un feto di un certo numero di settimane? Quello sì, quello può essere abortito. Lo dice la nostra cultura giuridica. La situazione morale che ne deriva è incandescente, e pone problemi serissimi a tutti. Il ricercatore è in una situazione etica diversa da quella della donna che ospita un figlio indesiderato. Nel primo caso si tratta di metodologia scientifica, dei rischi di fare tutto quel che è possibile fare in provetta. Nel caso della donna si tratta di una scelta diretta di vita. Sarebbe giusto ormai riconoscere che si tratta di una scelta tra due vite: la sua libertà procreativa cosiddetta, e la vita umana fecondata e in crescita, nutrita e accudita dal suo corpo, destinata ad annientamento. Una sentenza stabilisce che nel primo caso c’è una dignità umana che sarebbe offesa da procedure di selezione e distruzione. Nel caso della donna mille sentenze tutelerebbero, ai sensi delle leggi abortiste, il diritto a fare quanto e più di quello che, in nome della dignità della vita umana, è precluso al ricercatore. Incandescente.

    Confermiamo un nostro vecchio orientamento. L’aborto è un omicidio, il massimo omicidio possibile perché preclusivo di tutto il futuro della persona. Nello scontro fra assoluti etici che questo comporta, non è possibile riparare a un peccato morale, tra i più antichi e sofferti del mondo, con punizioni e ipotesi di reato penale a carico delle donne che abortiscono e di chi collabora al fatto abortivo. Ma questo dramma deve imporci una conseguente, ferma, severa, responsabile politica antiabortista, a partire dalla guerra culturale contro lo sterminio per selezione e annientamento dei non nati. Oltre un miliardo in trent’anni. E la conta continua.

    Era il tema della moratoria antiaborto del 2008 e della lista presentata alle recenti elezioni politiche italiane. Ridefinire la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a San Francisco nel 1948, all’articolo 3. Specificare bene che i confini della vita umana oggi conosciuta, dopo le ricerche e la mappazione del Dna, sono diversi da quelli conosciuti nel 1948. Far discendere da questa ridefinizione le norme giuste per rendere importanti e cogenti i controlli sulle motivazioni dell’aborto, prima dell’operazione distruttiva da scongiurare ai limiti del possibile. Investire soldi pubblici nella promozione sussidiaria e privata di ogni tipo di assistenza antiaborto. Attrezzare cimiteri per i non nati, che devono avere un nome, e finirla con la pratica della loro eliminazione sotto la categoria dei “rifiuti ospedalieri speciali” cosiddetti. Estendere la pratica delle adozioni, la moderna ruota dei conventi. E molto altro. Insomma lottare contro la sordità morale nei confronti dell’aborto e delle pratiche di selezione eugenetica che portano occidente e oriente a fare della libertà della donna, della libertà di nascere come frutto dell’amore, della libertà di esistere anche se non si sia figli maschi, un infernale e nichilistico macello sociale.



http://www.ilfoglio.it/soloqui/10825

Senza, di Samuel Beckett


Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Spazi senza fine terra cielo confusi non un rumore tutto immobile. Faccia grigia due azzurro pallido corpo minuto cuore che batte solo in piedi. Spento aperto quattro pareti cadute all'indietro vero rifugio senza uscita.
Rovine sparse confuse con la sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo tutto luce bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo chimera la luce che passa. Grigio cenere cielo riflesso della terra riflesso dei cielo. Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno l'ora che passa.
Maledirà Dio come in quei giorni benedetti faccia verso il cielo aperto l'acquazzone passeggero. Corpo minuto faccia grigia lineamenti fessura e buchetti due azzurro pallido. Facce senza tracce bianco assoluto occhio calmo finalmente nessun ricordo.
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza tempo non un rumore. Facce senza tracce quasi raggiunte bianco assoluto nessun ricordo. Corpo minuto saldato grigio cenere cuore che batte faccia fissa lontano. Lo bagnerà la pioggia come nei giorni benedetti dell'azzurro la nuvola passeggera. Cubo vero rifugio finalmente quattro pareti all'indietro nessun rumore.
Cielo grigio nessuna nuvola non un rumore tutto immobile terra sabbia grigio cenere. Corpo minuto come la terra il cielo le rovine solo in piedi. Grigio cenere tutt'intorno terra cielo confusi spazi senza fine.
Si muoverà nelle sabbie movimento in cielo nell'aria le sabbie. Sempre e soltanto in sogno bel sogno non avere che un tempo da scontare. Piccolo corpo piccolo blocco cuore che batte grigio cenere solo in piedi. Terra cielo confusi infinito nessun rilievo corpo minuto solo in piedi. Nelle sabbie nessun appiglio ancora un passo verso spazi senza fine lo farà. Silenzio non un alito stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine.
Nero lento con rovina vero rifugio quattro pareti all'indietro nessun rumore. Gambe blocco unico braccia incollate ai fianchi corpo minuto faccia fissa lontano. Sempre e soltanto in sogno svanito il passare dell'ora lunga breve. Solo in piedi corpo minuto grigio liscio niente di più di qualche buco. Un passo tra le rovine le sabbie sulla schiena verso spazi senza fine lo farà. Sempre e soltanto sogno notti e giorni fatti di sogni di altri giorni notti migliori. Rivivrà il tempo di un passo albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi.
Spaccato in quattro all'indietro vero rifugio senza uscita rovine sparse. Piccolo corpo piccolo blocco genitali invasi culo blocco unico solco grigio invaso. Vero rifugio finalmente senza uscita in pezzi sparsi quattro pareti all'inclietro nessun rumore. Spazi senza fine terra cielo confusi tutto immobile non un alito. Facce bianche senza tracce occhio calmo testa ragionante nessun ricordo. Rovine sparse grigio cenere tutt'intorno vero rifugio finahnente senza uscita.
Grigio cenere corpo minuto solo in piedi cuore che batte faccia fissa lontano. Tutto bello tutto nuovo come in quei giorni benedetti regnerà l'infelicità. Terra sabbia grigia come l'aria il cielo il corpo le rovine sabbia fine grigio cenere. Luce rifugio bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Infinito nessun rilievo corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Faccia verso bianca calma quasi raggiunta occhio calmo finalmente nessun ricordo. Ancora un passo uno solo da solo nelle sabbie nessun appiglio lo farà.
Spento aperto vero rifugio senza uscita verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Sempre e soltanto silenzio così grande che in innnaginazione quelle risate da pazza quelle grida. Testa attraverso l'occhio calmo tutta luce bianca calma nessun ricordo. Chimera la luce l'aurora che dissipa le chimere e l'altra chiamata crepuscolo.
Andrà sulla schiena faccia verso il cielo riaperto su di lui le rovine le sabbie gli spazi. Aria grigia senza tempo terra cielo confusi grigi come le rovine spazi senza fine. Albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi l'aria cuore batterà di nuovo. Vero rifugio finalmente rovine sparse grige come le sabbie.
Faccia verso occhio calmo quasi raggiunto tutto bianco tutto calmo nessun ricordo. Sempre e soltanto immaginato l'azzurro chiamato ceruleo in poesia soltanto folle immaginazione. Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce senza tracce nessun ricordo. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo tutto immobile non un alito. Cuore che batte solo in piedi corpo minuto faccia grigia lineamenti invasi due azzurro pallido. Luce bianco quasi raggiunto testa attraverso l'occhio calmo ben ragionante nessun ricordo.
Corpo minuto grigio come la terra il cielo le rovine solo in piedi. Silenzio non un alito stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Spento aperto quattro pareti all'indietro vero rifugio senza uscita.
Grigio cenere cielo riflesso della terra riflesso del cielo. Aria grigia senza tempo terra cielo confusi grigi come le rovine spazi senza fme. Nelle sabbie nessun appiglio ancora un passo verso spazi senza fìne lo farsa. Albeggerà di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi l'aría cuore batterà di nuovo.
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza tempo nessun rumore. Spazi senza fìne terra cielo confusi tutto immobile non un rumore. Lo bagnerà la pioggia come nei giorni benedetti dell'azzurro la nuvola passeggera. Cielo grigio nessuna nuvola nessun rumore tutto immobile terra sabbia grigio cenere.
Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce senza tracce nessun ricordo. Infinito senza rilievo corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto terra cielo corpo rovine. Rovine sparse confuse colla sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo vero rifugio finalmente quattro pareti all'indietro nessun rumore. Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno l'ora che passa. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo chimera la luce che passa.
Spaccato in quattro all'indietro vero rifugio senza uscita rovine sparse. Rivivrà il ternpo di un passo al- begger@a di nuovo cadrà la notte su di lui gli spazi sen- za fìne. Faccia verso calma luce bianca quasi raggiunta occhio calmo finalmente nessun ricordo. Faccia grigia due azzurro pallido corpo minuto cuore che batte solo in piedi. Andrà sulla schiena faccia verso il cielo ria- perto su di lui le rovine le sabbie gli spazi. Terra sab- bia grigia come l'aria il cielo il corpo le rovine sabbia fìne grigio cenere. Facce senza tracce quasi raggiunte bianco assoluto nessun ricordo.
Cuore che batte solo in piedi corpo minuto faccia grigia lineamenti invasi due azzurro pallido. Solo in piedi corpo minuto grigio liscio niente più di qualche buco. Sempre e soltanto sogno notti e giorni fatti di sogni di altre notti giorni migliori. Si muoverà tra le sabbie movimento in cielo nell'aria le sabbie. Un passo tra le rovine le sabbie sulla schiena verso spazi senza fine lo farà. Sempre e soltanto silenzio così grande che in immaginazione queste risate da pazza queste grida.
Vero rifugio finalmente rovine sparse grige come le sabbie. Sempre e soltanto aria grigia senza tempo tutto immobile non un alito. Facce bianche senza tracce occhio calmo testa ragionante nessun ricordo. Sempre e soltanto in sogno svanito il passare dell'ora lunga breve. Cubo tutto luce bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo.
Spento aperto vero rifugio senza uscita verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Testa attraverso l'occhio calmo tutto bianco calma luce nessun ricordo. Tutto bello tutto nuovo come in quei giorni benedetti regnerà l'infelicità. Grigio cenere tutt'intorno terra cielo confusi spazi senza fine. Rovine sparse grigio cenere tutt'intorno vero rifugio finalmente senza uscita. Sempre e soltanto in sogno bel sogno non avere che un tempo da scontare. Corpo minuto faccia grigia lineamenti fessura e buchetti due azzurro pallido.
Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Sempre e soltanto immaginato l'azzurro chiamato ceruleo in poesia immaginazione folle. Luce bianco quasi raggiunto testa attraverso l'occhio calmo ragionante nessun ricordo.
Nero lento con rovina vero rifugio quattro pareti all'indietro senza rumore. Terra cielo confusi infinito senza rilievo corpo minuto solo in piedi. Ancora un passo uno solo da solo nelle sabbie nessun appiglio lo farà. Grigio cenere corpo minuto solo in piedi cuore che batte faccia fissa lontano. Luce rifugio bianco assoluto facce senza tracce nessun ricordo. Spazi senza fine terra cielo confusi non un rumore tutto immobile.
Gambe blocco unico braccia incorate ai fianchi corpo minuto faccia fissa lontano. Vero rifugio finalmente senza uscita in pezzi sparsi quattro pareti cadute all'indietro nessun rumore. Facce senza tracce bianco assoluto occhio calmo finalmente nessun ricordo. Maledirà Dio come in quei giorni benedetti faccia verso il cielo aperto l'acquazzone passeggero. Faccia verso occhio calmo quasi raggiunto tutto bianco tutto calmo nessun ricordo.
Piccolo corpo piccolo blocco cuore che batte grigio cenere solo in piedi. Corpo minuto saldato grigio cenere cuore che batte faccia fissa lontano. Piccolo corpo piccolo blocco genitali invasi culo blocco unico solco grigio invaso. Chimera la luce l'aurora che dissipa le chimere e l'altra chiamata crepuscolo.

Crescita frenata da troppi monopoli, di Francesco Giavazzi


LE LOBBY E GLI INTERESSI PARTICOLARI



Finora per la crescita ha fatto di più Sergio Marchionne, annunciando l'uscita di Fiat da Confindustria, del governo, che punta su una nuova linea ad alta velocità da Lecce a Trieste. Perché non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere - almeno non in primo luogo - ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme. E Confindustria è uno di questi.

Una Confindustria non esiste negli Stati Uniti: la National Association of Manufacturers è solo una delle molte lobby attive a Washington, mentre il Business Roundtable è un luogo prestigioso di analisi e dibattito, non di trattative centralizzate. Una Confindustria non esiste più nemmeno in Gran Bretagna, almeno non nella forma di simili associazioni dell'Europa continentale. Sembra esistere soprattutto in Paesi ad alta disoccupazione.

Un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi specifici, un altro è sedersi al tavolo con il governo per «concertare» le leggi, contrattando dei « do ut des » con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese.

Undici anni fa, nel giorno in cui Confindustria elesse suo presidente Antonio D'Amato, scrissi su queste colonne che la cosa migliore che gli industriali potevano fare per dare una scossa all'Italia era riformare la loro associazione in modo radicale. Finché Confindustria parteciperà al tavolo della concertazione, giustamente i sindacati nazionali reclameranno il diritto di sedersi anch'essi a quel tavolo. E le politiche continueranno a essere concertate non per il bene dei cittadini, ma dei gruppi di interesse che Confindustria e sindacati rappresentano. In un decennio Confindustria è cambiata, ma nel senso opposto: le cinque maggiori imprese associate oggi sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste, Enel, Telecom, Eni. In Confindustria comandano, ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese? Con quale credibilità si può parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, dalla distribuzione di gas ed energia elettrica, alle farmacie, alle professioni?

La vicenda dell'articolo 8 della recente manovra finanziaria è sintomatico. La proposta originale del ministro Sacconi prevedeva che imprenditori e lavoratori potessero firmare accordi aziendali senza sottostare ai vincoli imposti dai contratti nazionali. La norma approvata consente ancora la deroga ai contratti nazionali, ma richiede che l'accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale. Si dice per proteggere i lavoratori delle piccole imprese. Io penso che sia piuttosto per garantire la sopravvivenza dei sindacati nazionali.

E da che parte è stata Confindustria? Da quella dei sindacati, evidentemente. Non credo perché improvvisamente abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un'associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti.