"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
venerdì 13 gennaio 2012
mercoledì 11 gennaio 2012
La revisione dell’imperativo di crescita, di Kenneth Rogoff
CAMBRIDGE
– La macroeconomia sembra spesso considerare una crescita economica
rapida e stabile come lo scopo principale di tutte le politiche, un
messaggio che viene ribadito nei dibattiti politici, nelle sale di
consiglio delle banche centrali e nei titoli di prima pagina dei
quotidiani. Ma ha effettivamente senso continuare a considerare la
crescita come il principale obiettivo sociale, proprio come
presuppongono implicitamente i manuali di economia?
Diverse critiche nei confronti delle statistiche economiche standard
sostengono l’importanza di considerare misure welfare più allargate a
livello nazionale, tra cui l’aspettativa di vita, l’alfabetizzazione,
ecc. Queste valutazioni sono state espresse anche dal United Nations
Human Development Report e, più recentemente, dalla Commission on the
Measurement of Economic Performance and Social Progress sponsorizzata
dai francesi e presieduta dagli economisti Joseph Stiglitz, Amartya Sen e
Jean-Paul Fitoussi.
Ma ci potrebbe essere un problema ben più profondo della limitatezza
delle statistiche, ovvero il fallimento della teoria della crescita
moderna nell’enfatizzazione in termini adeguati degli individui quali
creature sociali che valutano il proprio benessere sulla base di ciò che
vedono intorno a loro e non solo di standard assoluti.
L’economista Richard Easterlin ha osservato che i sondaggi sulla
“felicità” dimostrano, sorprendentemente, un’evoluzione minima nei
decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale a dispetto di un trend
consistente di crescita del reddito. Non c’è bisogno di dire che i
risultati di Easterlin risultano meno plausibili per i paesi molto
poveri dove i redditi in rapida crescita spesso permettono alle società
di godere di importanti miglioramenti della qualità di vita che sono
presumibilmente strettamente correlati a qualsiasi misura adeguata per
il benessere generale.
Nelle economie avanzate, tuttavia, la metodologia del benchmarking è
un fattore decisamente importante per la modalità di valutazione del
benessere personale degli individui. In tal caso, la crescita
generalizzata del reddito potrebbe far evolvere queste valutazioni molto
più lentamente di quanto ci si possa aspettare se si osserva il modo in
cui un aumento del reddito individuale influisce sul proprio benessere rispetto agli altri.
In relazione a ciò, la metodologia del benchmarking potrebbe implicare
un calcolo diverso dei trade-off tra la crescita e le altre sfide
economiche, tra cui il degrado ambientale, rispetto a quanto
suggeriscono i modelli convenzionali di crescita.
Bisogna riconoscere che esiste una ridotta ma importante
documentazione che sostiene che gli individui attingono pesantemente ai
parametri storici o sociali nelle loro scelte e nelle loro opinioni
economiche. Purtroppo questi modelli tendono ad essere difficili da
manipolare, valutare o interpretare e tendono, di conseguenza, ad essere
utilizzati in contesti molto specializzati, come ad esempio per
spiegare il cosiddetto “equity premium puzzle” (ovvero l’osservazione
empirica che dimostra che nel lungo termine il rendimento delle azioni è
superiore a quello delle obbligazioni).
L’ossessione di continuare a massimizzare la crescita a lungo termine
del reddito medio trascurando altri rischi e considerazioni è in parte
assurda. Prendiamo in esame un semplice esperimento teorico. Immaginate
che la prospettiva di aumento del reddito nazionale pro capite (o
una qualche misura più ampia di welfare) sia pari all’1% su base
annuale per i prossimi due secoli. Si tratta dello stesso trend del
tasso di crescita pro capite del mondo avanzato registrato negli
ultimi anni. Con una crescita annuale del reddito pari all’1% la
generazione che nascerà tra settant’anni godrà di quasi il doppio del
reddito medio attuale. Fra due secoli il reddito aumenterà addirittura
di otto volte.
Supponiamo ora di vivere in un contesto di crescita economica molto più rapida con un aumento del reddito pro capite pari al 2% su base annuale. In tal caso, il reddito pro capite aumenterebbe del doppio dopo solo 35 anni, mentre arriverebbe a crescere di otto volte dopo solo un secolo.
Chiedetevi, infine, quanto vi importa veramente se ci vogliono 100,
200 o persino 1000 anni affinché il welfare aumenti di otto volte
rispetto al valore attuale. Non sarebbe più logico preoccuparsi della
sostenibilità e della durata della crescita globale a lungo termine? E
non avrebbe più senso preoccuparsi del fatto che un conflitto, oppure il
riscaldamento globale, potrebbero provocare una catastrofe in grado di
far deragliare la società nel corso dei prossimi secoli se non
addirittura oltre?
Anche se ognuno pensa limitatamente ai propri discendenti, spera
senza dubbio che possano avere successo e dare un contributo positivo
alla società futura. Presupponendo poi che saranno più ricchi della
propria generazione, quanto è realmente importante il livello assoluto
del loro reddito?
Forse una logica più profonda alla base dell’imperativo di crescita
in molti paesi deriva dalle preoccupazioni per il prestigio e la
sicurezza nazionale. Nel suo influente libro del 1989, The Rise and Fall of the Great Powers (La crescita e la caduta delle grandi potenze, ndt),
lo storico Paul Kennedy è giunto alla conclusione che, nel lungo
termine, la ricchezza e la potenza produttiva di una paese, rispetto a
quello dei suoi contemporanei, sono i fattori determinanti del suo
status globale.
Ma mentre Kennedy si era focalizzato in particolar modo sul potere
militare, nel mondo attuale le economie di successo godono di uno status
in diversi contesti ed i policymaker si preoccupano, legittimamente,
della graduatoria economica nazionale. La competizione economica per il
potere globale è di certo una logica comprensibile se il fine è quello
di focalizzarsi sulla crescita a lungo termine, ma se questa stessa
competizione risulta invece essere la giustificazione proprio per
potersi focalizzare sulla crescita a lungo termine, allora bisogna
necessariamente riesaminare i modelli macroeconomici standard che non
prendono affatto in considerazione quest’aspetto.
Ovviamente, nel mondo reale, i paesi considerano, giustamente, la
crescita a lungo termine come parte integrante della sicurezza nazionale
e dello status globale. I paesi altamente indebitati, che al giorno
d’oggi sono gran parte delle economie avanzate, hanno bisogno della
crescita per sanare le proprie difficoltà. Ma, come proposito a lungo
termine, il motivo per focalizzarsi sulla crescita non è poi così
onnicomprensivo come molti policymaker e teorici dell’economia vogliono
farci credere.
In un periodo di estrema incertezza economica potrebbe sembrare
inappropriato mettere in dubbio l’imperativo della crescita. Ma in
effetti il contesto di una crisi è forse proprio l’occasione per
rivedere gli obiettivi a lungo termine della politica economica globale.
http://www.project-syndicate.org/commentary/rogoff88/Italian
Squilibri globali e disuguaglianza interna, di Kemal Derviş
WASHINGTON
– Sebbene la questione di come affrontare gli squilibri dei conti
correnti sia stata per anni al centro di dibattiti a livello ufficiale,
tali squilibri hanno comunque rappresentato una delle principali
preoccupazioni economiche per tutto il 2011. Nel complesso, rispetto al
periodo precedente alla crisi, tali squilibri erano senza dubbio di
entità minore, ma non del tutto scomparsi. Ora, alcuni di questi stanno
riemergendo di pari passo con la disuguaglianza all’interno di diversi
paesi: un legame non del tutto casuale.
Sono frequenti gli appelli a favore di un processo di riequilibrio
attraverso il quale i mercati emergenti con surplus di pagamenti, (la
Cina è il paese più menzionato in questo contesto), dovrebbero stimolare
la domanda interna in modo tale da permettere ai paesi avanzati, (gli
Stati Uniti quale paese più grande), di ridurre il proprio deficit ed il
debito pubblico, diminuendo in tal modo i rischi per una ripresa
economica. La domanda estera netta creata da una riduzione del surplus
della bilancia dei pagamenti all’estero compenserebbe in parte
l’indebolimento della domanda pubblica negli Stati Uniti e in altri
paesi con un debito elevato, insieme ad una stretta della politica
fiscale.
Tuttavia non ci si dovrebbe concentrare solo sui deficit dei conti
correnti nei paesi avanzati e sui surplus dei paesi emergenti. Diverse
economie di mercato emergenti, tra cui India, Sudafrica, Brasile e
Turchia, registrano infatti al momento un deficit dei conti correnti,
mentre molti paesi avanzati hanno un surplus di conto corrente. Sebbene
infatti il surplus della Germania sia stato ampiamente pubblicizzato sin
dall’inizio della crisi dell’eurozona, anche il Giappone, i Paesi
Bassi, la Norvegia e la Svezia hanno registrato un avanzo.
Pertanto, se da un lato un processo di riequilibrio globale richiede,
in effetti, una riduzione degli avanzi, dall’altro non basta
semplicemente diminuire i surplus delle economie di mercato emergenti
per fare in modo che vi sia una riduzione equivalente dei deficit dei
paesi avanzati. Con l’inizio del 2012 poi, una riduzione del surplus
tedesco potrebbe essere più urgente di una riduzione del surplus della
Cina dato che la riduzione dell’avanzo tedesco potrebbe comportare dei
benefici più immediati per l’Europa dove ci sono i rischi maggiori per
una ripresa globale.
Inoltre, il renminbi cinese si trova ad affrontare un considerevole
apprezzamento reale ed un aumento dell’inflazione molto più rapido
rispetto agli Stati Uniti o all’eurozona. E’ pur vero che l’euro
“tedesco” sta perdendo valore nonostante l’ampio surplus della Germania
essendo anche la valuta dei paesi dell’Europa del Sud che sono in seria
difficoltà-
I surplus dei conti correnti tedesco e cinese vengono considerati
come un ostacolo alla ripresa in quanto sottraggono parte della domanda
effettiva potenziale mondiale e contribuiscono al superamento dei
“risparmi pianificati” sugli “investimenti pianificati”: una ricetta
perfetta per aumentare la pressione recessionaria. Ma la crescente
concentrazione del reddito e della ricchezza all’interno di diversi paesi, soprattutto gli Stati Uniti, dovrebbe far sorgere delle preoccupazioni di natura keynesiana.
Una crescente concentrazione del reddito e della ricchezza può essere
vista come uno squilibrio “interno” simile, per alcuni versi, agli
squilibri “esterni” dei conti correnti perché le categorie dei redditi
più elevati tendono a risparmiare gran parte delle loro entrate. Lo
spostamento ora in atto delle entrate verso le fasce con redditi più
elevati porterà quasi sicuramente ad un risparmio complessivo più
elevato che dovrebbe essere compensato da maggiori investimenti,
maggiori esportazioni nette o maggiori spese pubbliche per evitare la
pressione recessionaria.
Mentre il livello di disuguaglianza varia ampiamente a livello
mondiale, la tendenza verso una maggiore concentrazione al top sembra
essere generale, e sono invece i cambiamenti nella concentrazione che
possono portare ad una modifica dei risparmi pianificati. E’ quasi certo
che la tendenza ora in atto verso una concentrazione del reddito
dovrebbe portare ad una pressione deflazionaria ovunque si verifichi.
Ovviamente ci sono altri fattori, tra cui le politiche statali, in
grado di compensare tale pressione. Negli Stati Uniti dei tassi di
interesse bassi ed un consumo finanziato dal debito da parte delle fasce
di reddito inferiore, entrambi incoraggiati da una politica statale e
dalle pratiche nel settore finanziario, hanno compensato il risparmio
eccessivo al top durante gli anni precedenti la crisi. In questo modo,
nonostante i livelli record di concentrazione del reddito, gli USA sono
arrivati a registrare un consistente deficit di conto corrente. In Cina
invece, le esportazioni nette e gli investimenti finanziati dal governo
hanno assicurato un’espansione costante, e anche in Germania le
esportazioni nette sono aumentate.
Ciò nonostante, lo spostamento del reddito verso le fasce di
risparmio elevato e l’aumento dei surplus di conto corrente
sembrerebbero produrre, di primo acchito, un effetto simile sul
risparmio aggregato a livello mondiale. Ovviamente, è solo il primo
effetto ad essere simile. Successivamente, molto dipende dalla capacità
del surplus di conto corrente di creare un accumulo ulteriore di
riserve, da maggiori investimenti all’estero, dalla modalità di spesa
delle diverse fasce di reddito in termini di importazioni e beni
nazionali e dal tipo di politiche macroeconomiche implementate.
Il contesto complessivo degli squilibri deve arrivare a considerare
la propensione alla spesa sulle importazioni e sui beni nazionali nei
diversi paesi e l’equilibrio tra i risparmi statali e privati. Inoltre, è
necessario integrare le nostre preoccupazioni per gli “squilibri
globali” con un’analisi su come la crescente concentrazione del reddito
possa portare a “squilibri interni” e ad una pressione recessionaria
ugualmente importanti.
Questi squilibri sono legati tra di loro e rappresentano entrambi una
minaccia per una crescita rapida e sostenibile. E’ necessario
analizzare e discutere insieme sia gli squilibri globali che la
crescente disuguaglianza interna. Solo in questo modo sarà poi possibile
affrontare entrambe le questioni in modo efficace.
http://www.project-syndicate.org/commentary/dervis6/Italian
Le tre priorità nelle liberalizzazioni
L’urgenza di aprire i mercati del lavoro, dei servizi locali e delle reti
L’attuazione di sostanziose liberalizzazioni costituisce
un test di credibilità di grande importanza. Infatti la prospettiva
della nostra crescita nel medio e lungo termine è condizionata dal grado
di flessibilità e quindi di competitività dell’economia. Inoltre la
capacità del nostro paese di ridurre il rapporto fra debito pubblico e
prodotto interno lordo (pil) nei tempi previsti dal “Fiscal compact”, il
nuovo Patto fiscale europeo ancora in fieri, dipende dal tasso di
crescita del Pil. Dunque le liberalizzazioni vanno valutate in modo
sistemico, per il loro impatto sulla crescita, quindi per la loro
capacità di suscitare nuova domanda interna tramite nuovi investimenti e
occupazione, e per la loro capacità di generare una maggiore
produttività tramite un miglior utilizzo dei fattori produttivi di
capitale e lavoro.
Ma la valutazione delle liberalizzazioni è anche di tipo sistemico per gli effetti a breve termine e dell’azione di rottura che condiziona la voglia di investire in Italia. Ciò dipende dal fatto di poter innescare un meccanismo virtuoso di auto-alimentazione di questo processo. Pertanto bisogna dare la precedenza alle liberalizzazioni di maggior impatto, che aprono un varco politico e psicologico per le altre e danno luogo al salto di qualità.
Dunque occorre partire da quelle fondamentali, cioè dalla triade del mercato del lavoro, delle imprese dei servizi pubblici locali e delle grandi reti infrastrutturali nazionali: ferrovie, gas, banda larga e autostrade. Lo sblocco della libertà di licenziamento con la limitazione dell’articolo 18 alla tutela dei diritti civili, soprattutto tramite la contrattazione aziendale, accresce la produttività della manodopera.
La libertà di gestione dei servizi pubblici locali e la smobilitazione della manomorta delle imprese pubbliche comunali, provinciali e regionali è destinata a mettere in moto riorganizzazioni societarie e investimenti, con rilevanti economie di scala. La libertà di accesso alle reti apre la via a una miriade di iniziative bloccate dagli attuali monopoli. Bisogna affrontare la situazione di petto e spalancare il portone principale all’economia di concorrenza. Le agende ci sono e devono essere tradotte in provvedimenti: con una legge annuale sulla concorrenza e pure con decreti ad hoc. Il resto verrà da sé.
Ma la valutazione delle liberalizzazioni è anche di tipo sistemico per gli effetti a breve termine e dell’azione di rottura che condiziona la voglia di investire in Italia. Ciò dipende dal fatto di poter innescare un meccanismo virtuoso di auto-alimentazione di questo processo. Pertanto bisogna dare la precedenza alle liberalizzazioni di maggior impatto, che aprono un varco politico e psicologico per le altre e danno luogo al salto di qualità.
Dunque occorre partire da quelle fondamentali, cioè dalla triade del mercato del lavoro, delle imprese dei servizi pubblici locali e delle grandi reti infrastrutturali nazionali: ferrovie, gas, banda larga e autostrade. Lo sblocco della libertà di licenziamento con la limitazione dell’articolo 18 alla tutela dei diritti civili, soprattutto tramite la contrattazione aziendale, accresce la produttività della manodopera.
La libertà di gestione dei servizi pubblici locali e la smobilitazione della manomorta delle imprese pubbliche comunali, provinciali e regionali è destinata a mettere in moto riorganizzazioni societarie e investimenti, con rilevanti economie di scala. La libertà di accesso alle reti apre la via a una miriade di iniziative bloccate dagli attuali monopoli. Bisogna affrontare la situazione di petto e spalancare il portone principale all’economia di concorrenza. Le agende ci sono e devono essere tradotte in provvedimenti: con una legge annuale sulla concorrenza e pure con decreti ad hoc. Il resto verrà da sé.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/11875
lunedì 9 gennaio 2012
Gli incontri culturali di Gennaio 2012 degli “Amici di San Francesco de Geronimo” – Grottaglie
Continuano gli incontri culturali
degli “Amici di San Francesco de Geronimo” nell’omonimo Santuario del
Centro Storico e nella Biblioteca dei Padri Gesuiti al Monticello. Venerdì 6 gennaio 2012 alle 17.30, il prof. Cosimo MAGAZZINO insieme a P. Salvatore DISCEPOLO S.I. presenteranno Giuseppe TONIOLO,
un maestro per un’economia diversa; sempre nella stessa serata alle ore
19.00 il tradizionale concerto per l’Epifania della Corale S.Francesco
de Geronimo per sostegno all’ANT. Sabato 14 gennaio 2012 alle 18.30 la scrittore Alfredo ANNICCHIARICO e la prof.ssa Maria Rosaria CHIRULLI terranno l’incontro-dibattito sul tema “Sogni di venti e di acciaio”. Nelle locandine i dettagli degli incontri programmati.
Svolta necessaria nostalgie inutili, di Ernesto Galli Della Loggia
MODI DI GOVERNO E RUOLO DEI PARTITI
È una sensazione diffusa che nella politica italiana dopo Monti —
sempre che il suo governo concluda con successo il compito che si è
assegnato — nulla sarà più come prima. Ma per quale ragione? E che cosa
più precisamente potrebbe cambiare? E quale significato dunque potrebbe
avere la novità da lui rappresentata nella vicenda italiana?
Il punto è che per rappresentare effettivamente tale novità, e insieme per
avere successo, il premier deve adottare un modo nuovo di governare. È
questa, mi pare, la condizione cruciale, di cui forse egli e i suoi
ministri ancora faticano a rendersi conto. Un modo nuovo di governare
significa evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le
mezze misure. Significa mostrare capacità di decisione, prontezza, non
lasciare marcire i problemi, scegliere donne e uomini nuovi (non gli
eterni pur ottimi consiglieri di Stato, non gli eterni pur ottimi alti
burocrati, «gabinettisti» in servizio permanente effettivo). Significa
insomma prender sul serio «l’emergenza » — cioè la vera ragion d’essere e
la vera legittimazione di questo governo — per farne uno strumento di
rinnovamento dell’azione e quindi dell’immagine dell’esecutivo.
Se Monti riuscisse in tutto ciò, egli segnerebbe un punto di non
ritorno. La maggioranza dell’opinione pubblica italiana, infatti, non
sarebbe più disposta a ripiombare nel passato, a essere governata come è
stata governata fino al novembre dell’anno scorso. Non sarebbe più
disposta, in particolare, a sopportare governi di coalizione: governi
fisiologicamente divisi sulle cose da fare, lottizzati in feudi
partitici, intimiditi dai sindacati e dalle lobby di ogni genere,
vittime sempre di veti incrociati. Come per l’appunto sono stati più o
meno tutti i governi della seconda Repubblica (ma anche la prima non
scherzava). Non sarebbe più disposta, infine, a essere governata da un
personale politico da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze
calzette.
I partiti italiani si trovano di fatto presi in una tenaglia: non
possono decentemente augurarsi che il governo Monti fallisca, ma d’altro
canto il suo successo segna l’inevitabile tramonto della loro forma
attuale. È dunque incominciata per essi una corsa contro il tempo. Sono
chiamati a cambiare il proprio modo d’essere, i criteri di scelta dei
propri esponenti e dei propri rappresentanti nelle assemblee politiche.
Ma soprattutto sono chiamati a cambiare il modo di governo del Paese:
più precisamente le regole che presiedono alla sua formazione e al suo
funzionamento. In altre parole, la legge elettorale da un lato e
dall’altro le prerogative dell’esecutivo e del suo capo, cioè gli
articoli della Costituzione che regolano tale materia.
Con Mario Monti gli italiani hanno già in qualche modo iniziato a
prendere confidenza con una leadership di tipo nuovo, democratica ma
forte, che mira diritto allo scopo. Un’analoga indicazione, verso lo
stesso tipo di leadership, viene da tempo dall’azione innovativa e dalla
figura popolarissima del presidente Napolitano. Si tratta ora di dare a
tale nuovo modo di governo forma stabile e regole conformi. Da qui alla
primavera dell’anno prossimo questo deve essere il compito dei partiti.
Tutto il resto equivale solo a una perdita di tempo e ad aria fritta e
il Paese, c’è da giurarci, questa volta non sarebbe un giudice clemente.
http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_09/galli-della-loggia-svolta-necessaria_8066358a-3a87-11e1-8a43-34573d1838c1.shtml
domenica 8 gennaio 2012
giovedì 5 gennaio 2012
La Thatcher inedita degli archivi Gb "L'asse da stiro lo compro da sola", di Alessandra Baduel
LA STORIA
Resi pubblici dopo 30 anni i documenti passati nel 1981 da Downing Street: dall'allarme sulle Falkland alle rivolte popolari, che ricordano quelle di quest'anno, fino ai veti sul discorso del Papa. Senza dimenticare quelle criticate spese...
LONDRA - Oggi in Gran Bretagna l'orologio è tornato
indietro di trent'anni, a un 1981 segnato dalla baronessa Margaret
Thatcher, allora al terzo degli undici anni nei quali fu primo ministro.
Merito dei documenti emersi dagli Archivi nazionali in base alla legge
che ne permette la pubblicazione a trent'anni dalla compilazione, e dei
nuovi dettagli che rivelano su molti degli avvenimenti di allora, dalle
rivolte esplose in quell'anno di piena recessione economica nel
quartiere londinese di Brixton per poi dilagare a Manchester, Liverpool e
in molti altri centri, alle preoccupazioni sulle isole Falkland e i
retroscena della preparazione per la visita di Papa Wojtyla.
Dopo le rivolte dell'81, che già in molti hanno rievocato durante l'esplosione dei disordini di quest'estate 1, partiti sempre da Londra, il governo si mobilitò e fra le contromisure ci fu quella proposta da un gruppo di tories che arrivò a pensare a un "declino pilotato" di aree urbane deprivate come Liverpool.
La Thatcher rifiutò, come rifiutò, alla vigilia del matrimonio reale fra Carlo e Diana - che di nuovo avvicina il 1981 al 2011 - ogni ipotesi di uso dell'esercito in strada, nonostante fosse in corso una seconda ondata di disordini a Liverpool, e cercò piuttosto di rispondere alle richieste della polizia, che allora come ora voleva essere attrezzata meglio, con cannoni ad acqua, pallottole di gomma, manganelli.
Nello stesso anno, poi, l'unico primo ministro donna della storia britannica ricevette un avviso più che argomentato dai servizi segreti riguardo alla situazione delle isole Falkland. In seguito ai tagli dei fondi per la Marina britannica, avvisavano i servizi, le isole contese davanti alle coste dell'Argentina sarebbero rimaste sguarnite di difese e il rischio che accadesse qualcosa diventava serio. L'anno dopo, infatti, l'Argentina occupò le isole e ci fu la guerra.
Quello fu anche l'anno della morte per sciopero della fame dell'attivista irlandese Bobby Sands, rinchiuso nel carcere irlandese di Maze. E i documenti rivelano ora che il "problema Irlanda del Nord" fu uno dei due elementi per i quali la Thatcher decise di porre il veto a un discorso di Papa Giovanni Paolo II alle Camere inglesi durante una visita ufficiale in Gran Bretagna, già prevista per il 1982. L'altro fu l'osservazione, vecchia di secoli, che nel Regno Unito c'è una Chiesa ufficiale della quale il Papa di Roma non è il capo.
I documenti rivelano anche come la Thatcher cercò di porre fine allo sciopero della fame di Maze, che era collettivo e fra marzo e agosto fece 10 morti. In quei mesi, il governo offrì inutilmente una trattativa all'Ira e discusse dell'ipotesi di un'alimentazione forzata degli scioperanti.
Altro argomento, le spese sostenute dallo staff per il nuovo arredo di Downing Street, questa volta risalenti al 1979, quando la Thatcher iniziò il primo dei suoi tre mandati. Il conto era stato di 1.736 sterline, delle quali 464 erano state spese per nuove lenzuola e cuscini, 123 per ripulire i mobili e 19 per un nuovo asse da stiro. Fu reso pubblico dopo un'interrogazione ai Comuni e la Thatcher si infuriò, prese il foglio dattiloscritto e annotò a penna ciò che ora tutti possono leggere: "Per cominciare, noi usiamo una sola camera da letto, il resto può andare in magazzino. Pagherò io l'asse da stiro". I giornali di ieri non si facevano sfuggire il dettaglio del primo ministro fotografata con in mano il ferro da stiro, titolando sul gioco di parole della Lady di ferro, iron, che diventa Ironing Lady: la Lady che stira.
Un modo per ricordare comunque stile, metodo e carattere di una Thatcher che il prossimo ottobre compirà 87 anni e la cui immagine viene tuttora appassionatamente difesa. È di questi giorni la richiesta di un dibattito parlamentare in merito a "The Iron Lady", il film in uscita il prossimo cinque gennaio.
Film che parte dall'attualità per tornare poi indietro con i ricordi insieme all'anziana duchessa, della quale il personaggio interpretato da Maryl Streep non nasconde la condizione mentale, affetta com'è da demenza senile.
In testa a chi protesta c'è il parlamentare conservatore George Wilson, che accusa "The Iron Lady" di essere "invadente e scorretto" e chiede un dibattito sul tema del "rispetto, delle buone maniere e del buon gusto". Il capo della Camera dei Comuni, Sir George Young, ha risposto a Wilson concordando sull'apertura del dibattito, dati i "punti di vista conflittuali" sull'opera.
Tempo fa, dando invece voce ai malumori della sinistra, l'editorialista Michele Hanson ha scritto sul Guardian: "Ci ricorderemo chi è stata? La folle privatizzatrice che aveva una convinzione quasi religiosa che il mercato fosse il meccanismo perfetto dell'organizzazione sociale, che pensava che la mera ambizione fosse un bene, che sapeva come far leva sui nostri più spregevoli desideri, che ci ha trasformato in una nazione di orrendi egoisti". Davvero un altro punto di vista.
Dopo le rivolte dell'81, che già in molti hanno rievocato durante l'esplosione dei disordini di quest'estate 1, partiti sempre da Londra, il governo si mobilitò e fra le contromisure ci fu quella proposta da un gruppo di tories che arrivò a pensare a un "declino pilotato" di aree urbane deprivate come Liverpool.
La Thatcher rifiutò, come rifiutò, alla vigilia del matrimonio reale fra Carlo e Diana - che di nuovo avvicina il 1981 al 2011 - ogni ipotesi di uso dell'esercito in strada, nonostante fosse in corso una seconda ondata di disordini a Liverpool, e cercò piuttosto di rispondere alle richieste della polizia, che allora come ora voleva essere attrezzata meglio, con cannoni ad acqua, pallottole di gomma, manganelli.
Nello stesso anno, poi, l'unico primo ministro donna della storia britannica ricevette un avviso più che argomentato dai servizi segreti riguardo alla situazione delle isole Falkland. In seguito ai tagli dei fondi per la Marina britannica, avvisavano i servizi, le isole contese davanti alle coste dell'Argentina sarebbero rimaste sguarnite di difese e il rischio che accadesse qualcosa diventava serio. L'anno dopo, infatti, l'Argentina occupò le isole e ci fu la guerra.
Quello fu anche l'anno della morte per sciopero della fame dell'attivista irlandese Bobby Sands, rinchiuso nel carcere irlandese di Maze. E i documenti rivelano ora che il "problema Irlanda del Nord" fu uno dei due elementi per i quali la Thatcher decise di porre il veto a un discorso di Papa Giovanni Paolo II alle Camere inglesi durante una visita ufficiale in Gran Bretagna, già prevista per il 1982. L'altro fu l'osservazione, vecchia di secoli, che nel Regno Unito c'è una Chiesa ufficiale della quale il Papa di Roma non è il capo.
I documenti rivelano anche come la Thatcher cercò di porre fine allo sciopero della fame di Maze, che era collettivo e fra marzo e agosto fece 10 morti. In quei mesi, il governo offrì inutilmente una trattativa all'Ira e discusse dell'ipotesi di un'alimentazione forzata degli scioperanti.
Altro argomento, le spese sostenute dallo staff per il nuovo arredo di Downing Street, questa volta risalenti al 1979, quando la Thatcher iniziò il primo dei suoi tre mandati. Il conto era stato di 1.736 sterline, delle quali 464 erano state spese per nuove lenzuola e cuscini, 123 per ripulire i mobili e 19 per un nuovo asse da stiro. Fu reso pubblico dopo un'interrogazione ai Comuni e la Thatcher si infuriò, prese il foglio dattiloscritto e annotò a penna ciò che ora tutti possono leggere: "Per cominciare, noi usiamo una sola camera da letto, il resto può andare in magazzino. Pagherò io l'asse da stiro". I giornali di ieri non si facevano sfuggire il dettaglio del primo ministro fotografata con in mano il ferro da stiro, titolando sul gioco di parole della Lady di ferro, iron, che diventa Ironing Lady: la Lady che stira.
Un modo per ricordare comunque stile, metodo e carattere di una Thatcher che il prossimo ottobre compirà 87 anni e la cui immagine viene tuttora appassionatamente difesa. È di questi giorni la richiesta di un dibattito parlamentare in merito a "The Iron Lady", il film in uscita il prossimo cinque gennaio.
Film che parte dall'attualità per tornare poi indietro con i ricordi insieme all'anziana duchessa, della quale il personaggio interpretato da Maryl Streep non nasconde la condizione mentale, affetta com'è da demenza senile.
In testa a chi protesta c'è il parlamentare conservatore George Wilson, che accusa "The Iron Lady" di essere "invadente e scorretto" e chiede un dibattito sul tema del "rispetto, delle buone maniere e del buon gusto". Il capo della Camera dei Comuni, Sir George Young, ha risposto a Wilson concordando sull'apertura del dibattito, dati i "punti di vista conflittuali" sull'opera.
Tempo fa, dando invece voce ai malumori della sinistra, l'editorialista Michele Hanson ha scritto sul Guardian: "Ci ricorderemo chi è stata? La folle privatizzatrice che aveva una convinzione quasi religiosa che il mercato fosse il meccanismo perfetto dell'organizzazione sociale, che pensava che la mera ambizione fosse un bene, che sapeva come far leva sui nostri più spregevoli desideri, che ci ha trasformato in una nazione di orrendi egoisti". Davvero un altro punto di vista.
http://www.repubblica.it/esteri/2011/12/30/news/thatcher_archivi-27407888/?ref=HREC2-3
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