venerdì 13 gennaio 2012

Davide Van De Sfroos e Irene Fornaciari - Yanez



mercoledì 11 gennaio 2012

La revisione dell’imperativo di crescita, di Kenneth Rogoff


CAMBRIDGE – La macroeconomia sembra spesso considerare una crescita economica rapida e stabile come lo scopo principale di tutte le politiche, un messaggio che viene ribadito nei dibattiti politici, nelle sale di consiglio delle banche centrali e nei titoli di prima pagina dei quotidiani. Ma ha effettivamente senso continuare a considerare la crescita come il principale obiettivo sociale, proprio come presuppongono implicitamente i manuali di economia?
Diverse critiche nei confronti delle statistiche economiche standard sostengono l’importanza di considerare misure welfare più allargate a livello nazionale, tra cui l’aspettativa di vita, l’alfabetizzazione, ecc. Queste valutazioni sono state espresse anche dal United Nations Human Development Report e, più recentemente, dalla Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress sponsorizzata dai francesi e presieduta dagli economisti Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi.
Ma ci potrebbe essere un problema ben più profondo della limitatezza delle statistiche, ovvero il fallimento della teoria della crescita moderna nell’enfatizzazione in termini adeguati degli individui quali creature sociali che valutano il proprio benessere sulla base di ciò che vedono intorno a loro e non solo di standard assoluti.
L’economista Richard Easterlin ha osservato che i sondaggi sulla “felicità” dimostrano, sorprendentemente, un’evoluzione minima nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale a dispetto di un trend consistente di crescita del reddito. Non c’è bisogno di dire che i risultati di Easterlin risultano meno plausibili per i paesi molto poveri dove i redditi in rapida crescita spesso permettono alle società di godere di importanti miglioramenti della qualità di vita che sono presumibilmente strettamente correlati a qualsiasi misura adeguata per il benessere generale.
Nelle economie avanzate, tuttavia, la metodologia del benchmarking è un fattore decisamente importante per la modalità di valutazione del benessere personale degli individui. In tal caso, la crescita generalizzata del reddito potrebbe far evolvere queste valutazioni molto più lentamente di quanto ci si possa aspettare se si osserva il modo in cui un aumento del reddito individuale influisce sul proprio benessere rispetto agli altri. In relazione a ciò, la metodologia del benchmarking potrebbe implicare un calcolo diverso dei trade-off tra la crescita e le altre sfide economiche, tra cui il degrado ambientale, rispetto a quanto suggeriscono i modelli convenzionali di crescita. 
Bisogna riconoscere che esiste una ridotta ma importante documentazione che sostiene che gli individui attingono pesantemente ai parametri storici o sociali nelle loro scelte e nelle loro opinioni economiche. Purtroppo questi modelli tendono ad essere difficili da manipolare, valutare o interpretare e tendono, di conseguenza, ad essere utilizzati in contesti molto specializzati, come ad esempio per spiegare il cosiddetto “equity premium puzzle” (ovvero l’osservazione empirica che dimostra che nel lungo termine il rendimento delle azioni è superiore a quello delle obbligazioni).
L’ossessione di continuare a massimizzare la crescita a lungo termine del reddito medio trascurando altri rischi e considerazioni è in parte assurda. Prendiamo in esame un semplice esperimento teorico. Immaginate che la prospettiva di aumento del reddito nazionale pro capite (o una qualche misura più ampia di welfare) sia pari all’1% su base annuale per i prossimi due secoli. Si tratta dello stesso trend del tasso di crescita pro capite del mondo avanzato registrato negli ultimi anni. Con una crescita annuale del reddito pari all’1% la generazione che nascerà tra settant’anni godrà di quasi il doppio del reddito medio attuale. Fra due secoli il reddito aumenterà addirittura di otto volte.
Supponiamo ora di vivere in un contesto di crescita economica molto più rapida con un aumento del reddito pro capite pari al 2% su base annuale. In tal caso, il reddito pro capite aumenterebbe del doppio dopo solo 35 anni, mentre arriverebbe a crescere di otto volte dopo solo un secolo.
Chiedetevi, infine, quanto vi importa veramente se ci vogliono 100, 200 o persino 1000 anni affinché il welfare aumenti di otto volte rispetto al valore attuale. Non sarebbe più logico preoccuparsi della sostenibilità e della durata della crescita globale a lungo termine? E non avrebbe più senso preoccuparsi del fatto che un conflitto, oppure il riscaldamento globale, potrebbero provocare una catastrofe in grado di far deragliare la società nel corso dei prossimi secoli se non addirittura oltre?
Anche se ognuno pensa limitatamente ai propri discendenti, spera senza dubbio che possano avere successo e dare un contributo positivo alla società futura. Presupponendo poi che saranno più ricchi della propria generazione, quanto è realmente importante il livello assoluto del loro reddito?
Forse una logica più profonda alla base dell’imperativo di crescita in molti paesi deriva dalle preoccupazioni per il prestigio e la sicurezza nazionale. Nel suo influente libro del 1989, The Rise and Fall of the Great Powers (La crescita e la caduta delle grandi potenze, ndt), lo storico Paul Kennedy è giunto alla conclusione che, nel lungo termine, la ricchezza e la potenza produttiva di una paese, rispetto a quello dei suoi contemporanei, sono i fattori determinanti del suo status globale.
Ma mentre Kennedy si era focalizzato in particolar modo sul potere militare, nel mondo attuale le economie di successo godono di uno status in diversi contesti ed i policymaker si preoccupano, legittimamente, della graduatoria economica nazionale. La competizione economica per il potere globale è di certo una logica comprensibile se il fine è quello di focalizzarsi sulla crescita a lungo termine, ma se questa stessa competizione risulta invece essere la giustificazione proprio per potersi focalizzare sulla crescita a lungo termine, allora bisogna necessariamente riesaminare i modelli macroeconomici standard che non prendono affatto in considerazione quest’aspetto.
Ovviamente, nel mondo reale, i paesi considerano, giustamente, la crescita a lungo termine come parte integrante della sicurezza nazionale e dello status globale. I paesi altamente indebitati, che al giorno d’oggi sono gran parte delle economie avanzate, hanno bisogno della crescita per sanare le proprie difficoltà. Ma, come proposito a lungo termine, il motivo per focalizzarsi sulla crescita non è poi così onnicomprensivo come molti policymaker e teorici dell’economia vogliono farci credere.  
In un periodo di estrema incertezza economica potrebbe sembrare inappropriato mettere in dubbio l’imperativo della crescita. Ma in effetti il contesto di una crisi è forse proprio l’occasione per rivedere gli obiettivi a lungo termine della politica economica globale.

 http://www.project-syndicate.org/commentary/rogoff88/Italian

Squilibri globali e disuguaglianza interna, di Kemal Derviş

WASHINGTON – Sebbene la questione di come affrontare gli squilibri dei conti correnti sia stata per anni al centro di dibattiti a livello ufficiale, tali squilibri hanno comunque rappresentato una delle principali preoccupazioni economiche per tutto il 2011. Nel complesso, rispetto al periodo precedente alla crisi, tali squilibri erano senza dubbio di entità minore, ma non del tutto scomparsi. Ora, alcuni di questi stanno riemergendo di pari passo con la disuguaglianza all’interno di diversi paesi: un legame non del tutto casuale.
Sono frequenti gli appelli a favore di un processo di riequilibrio attraverso il quale i mercati emergenti con surplus di pagamenti, (la Cina è il paese più menzionato in questo contesto), dovrebbero stimolare la domanda interna in modo tale da permettere ai paesi avanzati, (gli Stati Uniti quale paese più grande), di ridurre il proprio deficit ed il debito pubblico, diminuendo in tal modo i rischi per una ripresa economica. La domanda estera netta creata da una riduzione del surplus della bilancia dei pagamenti all’estero compenserebbe in parte l’indebolimento della domanda pubblica negli Stati Uniti e in altri paesi con un debito elevato, insieme ad una stretta della politica fiscale.
Tuttavia non ci si dovrebbe concentrare solo sui deficit dei conti correnti nei paesi avanzati e sui surplus dei paesi emergenti. Diverse economie di mercato emergenti, tra cui India, Sudafrica, Brasile e Turchia, registrano infatti al momento un deficit dei conti correnti, mentre molti paesi avanzati hanno un surplus di conto corrente. Sebbene infatti il surplus della Germania sia stato ampiamente pubblicizzato sin dall’inizio della crisi dell’eurozona, anche il Giappone, i Paesi Bassi, la Norvegia e la Svezia hanno registrato un avanzo.
Pertanto, se da un lato un processo di riequilibrio globale richiede, in effetti, una riduzione degli avanzi, dall’altro non basta semplicemente diminuire i surplus delle economie di mercato emergenti per fare in modo che vi sia una riduzione equivalente dei deficit dei paesi avanzati. Con l’inizio del 2012 poi, una riduzione del surplus tedesco potrebbe essere più urgente di una riduzione del surplus della Cina dato che la riduzione dell’avanzo tedesco potrebbe comportare dei benefici più immediati per l’Europa dove ci sono i rischi maggiori per una ripresa globale.
Inoltre, il renminbi cinese si trova ad affrontare un considerevole apprezzamento reale ed un aumento dell’inflazione molto più rapido rispetto agli Stati Uniti o all’eurozona. E’ pur vero che l’euro “tedesco” sta perdendo valore nonostante l’ampio surplus della Germania essendo anche la valuta dei paesi dell’Europa del Sud che sono in seria difficoltà-
I surplus dei conti correnti tedesco e cinese vengono considerati come un ostacolo alla ripresa in quanto sottraggono parte della domanda effettiva potenziale mondiale e contribuiscono al superamento dei “risparmi pianificati” sugli “investimenti pianificati”: una ricetta perfetta per aumentare la pressione recessionaria. Ma la crescente concentrazione del reddito e della ricchezza all’interno di diversi paesi, soprattutto gli Stati Uniti, dovrebbe far sorgere delle preoccupazioni di natura keynesiana.   
Una crescente concentrazione del reddito e della ricchezza può essere vista come uno squilibrio “interno” simile, per alcuni versi, agli squilibri “esterni” dei conti correnti perché le categorie dei redditi più elevati tendono a risparmiare gran parte delle loro entrate. Lo spostamento ora in atto delle entrate verso le fasce con redditi più elevati porterà quasi sicuramente ad un risparmio complessivo più elevato che dovrebbe essere compensato da maggiori investimenti, maggiori esportazioni nette o maggiori spese pubbliche per evitare la pressione recessionaria.
Mentre il livello di disuguaglianza varia ampiamente a livello mondiale, la tendenza verso una maggiore concentrazione al top sembra essere generale, e sono invece i cambiamenti nella concentrazione che possono portare ad una modifica dei risparmi pianificati. E’ quasi certo che la tendenza ora in atto verso una concentrazione del reddito dovrebbe portare ad una pressione deflazionaria ovunque si verifichi.
Ovviamente ci sono altri fattori, tra cui le politiche statali, in grado di compensare tale pressione. Negli Stati Uniti dei tassi di interesse bassi ed un consumo finanziato dal debito da parte delle fasce di reddito inferiore, entrambi incoraggiati da una politica statale e dalle pratiche nel settore finanziario, hanno compensato il risparmio eccessivo al top durante gli anni precedenti la crisi. In questo modo, nonostante i livelli record di concentrazione del reddito, gli USA sono arrivati a registrare un consistente deficit di conto corrente. In Cina invece, le esportazioni nette e gli investimenti finanziati dal governo hanno assicurato un’espansione costante, e anche in Germania le esportazioni nette sono aumentate.
Ciò nonostante, lo spostamento del reddito verso le fasce di risparmio elevato e l’aumento dei surplus di conto corrente sembrerebbero produrre, di primo acchito, un effetto simile sul risparmio aggregato a livello mondiale. Ovviamente, è solo il primo effetto ad essere simile. Successivamente, molto dipende dalla capacità del surplus di conto corrente di creare un accumulo ulteriore di riserve, da maggiori investimenti all’estero, dalla modalità di spesa delle diverse fasce di reddito in termini di importazioni e beni nazionali e dal tipo di politiche macroeconomiche implementate.
Il contesto complessivo degli squilibri deve arrivare a considerare la propensione alla spesa sulle importazioni e sui beni nazionali nei diversi paesi e l’equilibrio tra i risparmi statali e privati. Inoltre, è necessario integrare le nostre preoccupazioni per gli “squilibri globali” con un’analisi su come la crescente concentrazione del reddito possa portare a “squilibri interni” e ad una pressione recessionaria ugualmente importanti.
Questi squilibri sono legati tra di loro e rappresentano entrambi una minaccia per una crescita rapida e sostenibile. E’ necessario analizzare e discutere insieme sia gli squilibri globali che la crescente disuguaglianza interna. Solo in questo modo sarà poi possibile affrontare entrambe le questioni in modo efficace.

http://www.project-syndicate.org/commentary/dervis6/Italian

Le tre priorità nelle liberalizzazioni

L’urgenza di aprire i mercati del lavoro, dei servizi locali e delle reti

I sindacati nazionali dei tassisti hanno indetto uno sciopero generale per il prossimo 23 gennaio. I tassisti, riuniti a Bologna, hanno annunciato delle "azioni di lotta da intraprendere a fronte della mancata convocazione del governo, nei prossimi giorni, per contrastare i provvedimenti annunciati in tema di liberalizzazione del settore".

L’attuazione di sostanziose liberalizzazioni costituisce un test di credibilità di grande importanza. Infatti la prospettiva della nostra crescita nel medio e lungo termine è condizionata dal grado di flessibilità e quindi di competitività dell’economia. Inoltre la capacità del nostro paese di ridurre il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo (pil) nei tempi previsti dal “Fiscal compact”, il nuovo Patto fiscale europeo ancora in fieri, dipende dal tasso di crescita del Pil. Dunque le liberalizzazioni vanno valutate in modo sistemico, per il loro impatto sulla crescita, quindi per la loro capacità di suscitare nuova domanda interna tramite nuovi investimenti e occupazione, e per la loro capacità di generare una maggiore produttività tramite un miglior utilizzo dei fattori produttivi di capitale e lavoro.

Ma la valutazione delle liberalizzazioni
è anche di tipo sistemico per gli effetti a breve termine e dell’azione di rottura che condiziona la voglia di investire in Italia. Ciò dipende dal fatto di poter innescare un meccanismo virtuoso di auto-alimentazione di questo processo. Pertanto bisogna dare la precedenza alle liberalizzazioni di maggior impatto, che aprono un varco politico e psicologico per le altre e danno luogo al salto di qualità.
Dunque occorre partire da quelle fondamentali, cioè dalla  triade del mercato del lavoro, delle imprese dei servizi pubblici locali e delle grandi reti infrastrutturali nazionali: ferrovie, gas, banda larga e autostrade. Lo sblocco della libertà di licenziamento con la limitazione dell’articolo 18  alla tutela dei diritti civili, soprattutto tramite la contrattazione aziendale, accresce la produttività della manodopera.

La libertà di gestione dei servizi pubblici locali
e la smobilitazione della manomorta delle imprese pubbliche comunali, provinciali  e regionali è destinata a mettere in moto riorganizzazioni societarie e investimenti, con rilevanti economie di scala. La libertà di accesso alle reti apre la via a una miriade di iniziative bloccate dagli attuali monopoli. Bisogna affrontare la situazione di petto e spalancare il portone principale all’economia di concorrenza. Le agende ci sono e devono essere tradotte in provvedimenti: con una legge annuale sulla concorrenza e pure con decreti ad hoc. Il resto verrà da sé.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/11875

lunedì 9 gennaio 2012

Gli incontri culturali di Gennaio 2012 degli “Amici di San Francesco de Geronimo” – Grottaglie

Continuano gli incontri culturali degli “Amici di San Francesco de Geronimo” nell’omonimo Santuario del Centro Storico e nella Biblioteca dei Padri Gesuiti al Monticello. Venerdì 6 gennaio 2012 alle 17.30, il prof. Cosimo MAGAZZINO insieme a P. Salvatore DISCEPOLO S.I. presenteranno Giuseppe TONIOLO, un maestro per un’economia diversa; sempre nella stessa serata alle ore 19.00 il tradizionale concerto per l’Epifania della Corale S.Francesco de Geronimo per sostegno all’ANT. Sabato 14 gennaio 2012 alle 18.30 la scrittore Alfredo ANNICCHIARICO e la prof.ssa Maria Rosaria CHIRULLI terranno l’incontro-dibattito sul tema “Sogni di venti e di acciaio”. Nelle locandine i dettagli degli incontri programmati.
 

Svolta necessaria nostalgie inutili, di Ernesto Galli Della Loggia

MODI DI GOVERNO E RUOLO DEI PARTITI

È una sensazione diffusa che nella politica italiana dopo Monti — sempre che il suo governo concluda con successo il compito che si è assegnato — nulla sarà più come prima. Ma per quale ragione? E che cosa più precisamente potrebbe cambiare? E quale significato dunque potrebbe avere la novità da lui rappresentata nella vicenda italiana?
Il punto è che per rappresentare effettivamente tale novità, e insieme per avere successo, il premier deve adottare un modo nuovo di governare. È questa, mi pare, la condizione cruciale, di cui forse egli e i suoi ministri ancora faticano a rendersi conto. Un modo nuovo di governare significa evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure. Significa mostrare capacità di decisione, prontezza, non lasciare marcire i problemi, scegliere donne e uomini nuovi (non gli eterni pur ottimi consiglieri di Stato, non gli eterni pur ottimi alti burocrati, «gabinettisti» in servizio permanente effettivo). Significa insomma prender sul serio «l’emergenza » — cioè la vera ragion d’essere e la vera legittimazione di questo governo — per farne uno strumento di rinnovamento dell’azione e quindi dell’immagine dell’esecutivo.
Se Monti riuscisse in tutto ciò, egli segnerebbe un punto di non ritorno. La maggioranza dell’opinione pubblica italiana, infatti, non sarebbe più disposta a ripiombare nel passato, a essere governata come è stata governata fino al novembre dell’anno scorso. Non sarebbe più disposta, in particolare, a sopportare governi di coalizione: governi fisiologicamente divisi sulle cose da fare, lottizzati in feudi partitici, intimiditi dai sindacati e dalle lobby di ogni genere, vittime sempre di veti incrociati. Come per l’appunto sono stati più o meno tutti i governi della seconda Repubblica (ma anche la prima non scherzava). Non sarebbe più disposta, infine, a essere governata da un personale politico da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze calzette.
I partiti italiani si trovano di fatto presi in una tenaglia: non possono decentemente augurarsi che il governo Monti fallisca, ma d’altro canto il suo successo segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale. È dunque incominciata per essi una corsa contro il tempo. Sono chiamati a cambiare il proprio modo d’essere, i criteri di scelta dei propri esponenti e dei propri rappresentanti nelle assemblee politiche. Ma soprattutto sono chiamati a cambiare il modo di governo del Paese: più precisamente le regole che presiedono alla sua formazione e al suo funzionamento. In altre parole, la legge elettorale da un lato e dall’altro le prerogative dell’esecutivo e del suo capo, cioè gli articoli della Costituzione che regolano tale materia.
Con Mario Monti gli italiani hanno già in qualche modo iniziato a prendere confidenza con una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo. Un’analoga indicazione, verso lo stesso tipo di leadership, viene da tempo dall’azione innovativa e dalla figura popolarissima del presidente Napolitano. Si tratta ora di dare a tale nuovo modo di governo forma stabile e regole conformi. Da qui alla primavera dell’anno prossimo questo deve essere il compito dei partiti. Tutto il resto equivale solo a una perdita di tempo e ad aria fritta e il Paese, c’è da giurarci, questa volta non sarebbe un giudice clemente.


http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_09/galli-della-loggia-svolta-necessaria_8066358a-3a87-11e1-8a43-34573d1838c1.shtml 

giovedì 5 gennaio 2012

La Thatcher inedita degli archivi Gb "L'asse da stiro lo compro da sola", di Alessandra Baduel

LA STORIA

Resi pubblici dopo 30 anni i documenti passati nel 1981 da Downing Street: dall'allarme sulle Falkland alle rivolte popolari, che ricordano quelle di quest'anno, fino ai veti sul discorso del Papa. Senza dimenticare quelle criticate spese...

LONDRA - Oggi in Gran Bretagna l'orologio è tornato indietro di trent'anni, a un 1981 segnato dalla baronessa Margaret Thatcher, allora al terzo degli undici anni nei quali fu primo ministro. Merito dei documenti emersi dagli Archivi nazionali in base alla legge che ne permette la pubblicazione a trent'anni dalla compilazione, e dei nuovi dettagli che rivelano su molti degli avvenimenti di allora, dalle rivolte esplose in quell'anno di piena recessione economica nel quartiere londinese di Brixton per poi dilagare a Manchester, Liverpool e in molti altri centri, alle preoccupazioni sulle isole Falkland e i retroscena della preparazione per la visita di Papa Wojtyla.

Dopo le rivolte dell'81, che già in molti hanno rievocato durante l'esplosione dei disordini di quest'estate 1, partiti sempre da Londra, il governo si mobilitò e fra le contromisure ci fu quella proposta da un gruppo di tories che arrivò a pensare a un "declino pilotato" di aree urbane deprivate come Liverpool.

La Thatcher rifiutò, come rifiutò, alla vigilia del matrimonio reale fra Carlo e Diana - che di nuovo avvicina il 1981 al 2011 - ogni ipotesi di uso dell'esercito in strada, nonostante fosse in corso una seconda ondata di disordini a Liverpool, e cercò piuttosto di rispondere alle richieste della polizia, che allora come ora voleva essere attrezzata meglio, con cannoni ad acqua, pallottole di gomma, manganelli.

Nello stesso anno, poi, l'unico primo ministro donna della storia britannica ricevette un avviso più che argomentato dai servizi segreti riguardo alla situazione delle isole Falkland. In seguito ai tagli dei fondi per la Marina britannica, avvisavano i servizi, le isole contese davanti alle coste dell'Argentina sarebbero rimaste sguarnite di difese e il rischio che accadesse  qualcosa diventava serio. L'anno dopo, infatti, l'Argentina occupò le isole e ci fu la guerra.

Quello fu anche l'anno della morte per sciopero della fame dell'attivista irlandese Bobby Sands, rinchiuso nel carcere irlandese di Maze. E i documenti rivelano ora che il "problema Irlanda del Nord" fu uno dei due elementi per i quali la Thatcher decise di porre il veto a un discorso di Papa Giovanni Paolo II alle Camere inglesi durante una visita ufficiale in Gran Bretagna, già prevista per il 1982. L'altro fu l'osservazione, vecchia di secoli, che nel Regno Unito c'è una Chiesa ufficiale della quale il Papa di Roma non è il capo.

I documenti rivelano anche come la Thatcher cercò di porre fine allo sciopero della fame di Maze, che era collettivo e fra marzo e agosto fece 10 morti. In quei mesi, il governo offrì inutilmente una trattativa all'Ira e discusse dell'ipotesi di un'alimentazione forzata degli scioperanti.

Altro argomento, le spese sostenute dallo staff per il nuovo arredo di Downing Street, questa volta risalenti al 1979, quando la Thatcher iniziò il primo dei suoi tre mandati. Il conto era stato di 1.736 sterline, delle quali 464 erano state spese per nuove lenzuola e cuscini, 123 per ripulire i mobili e 19 per un nuovo asse da stiro. Fu reso pubblico dopo un'interrogazione ai Comuni e la Thatcher si infuriò, prese il foglio dattiloscritto e annotò a penna ciò che ora tutti possono leggere: "Per cominciare, noi usiamo una sola camera da letto, il resto può andare in magazzino. Pagherò io l'asse da stiro". I giornali di ieri non si facevano sfuggire il dettaglio del primo ministro fotografata con in mano il ferro da stiro, titolando sul gioco di parole della Lady di ferro, iron, che diventa Ironing Lady: la Lady che stira.

Un modo per ricordare comunque stile, metodo e carattere di una Thatcher che il prossimo ottobre compirà 87 anni e la cui immagine viene tuttora appassionatamente difesa. È di questi giorni la richiesta di un dibattito parlamentare in merito a "The Iron Lady", il film in uscita il prossimo cinque gennaio.

Film che parte dall'attualità per tornare poi indietro con i ricordi insieme all'anziana duchessa, della quale il personaggio interpretato da Maryl Streep non nasconde la condizione mentale, affetta com'è da demenza senile.

In testa a chi protesta c'è il parlamentare conservatore George Wilson, che accusa "The Iron Lady" di essere "invadente e scorretto" e chiede un dibattito sul tema del "rispetto, delle buone maniere e del buon gusto". Il capo della Camera dei Comuni, Sir George Young, ha risposto a Wilson concordando sull'apertura del dibattito, dati i "punti di vista conflittuali" sull'opera.

Tempo fa, dando invece voce ai malumori della sinistra, l'editorialista Michele Hanson ha scritto sul Guardian: "Ci ricorderemo chi è stata? La folle privatizzatrice che aveva una convinzione quasi religiosa che il mercato fosse il meccanismo perfetto dell'organizzazione sociale, che pensava che la mera ambizione fosse un bene, che sapeva come far leva sui nostri più spregevoli desideri, che ci ha trasformato in una nazione di orrendi egoisti". Davvero un altro punto di vista.

http://www.repubblica.it/esteri/2011/12/30/news/thatcher_archivi-27407888/?ref=HREC2-3