mercoledì 14 marzo 2012

Non cercare di dire il tuo amore, di William Blake

Non cercare di dire il tuo amore
amore che mai non si può dire;
perché il soffio gentile si muove
silente, invisibile.

Dissi il mio amore, dissi il mio amore,
le aprii tutto il mio cuore;
tremando, gelando, in orrendo timore -
ah, ella se ne andò.

Non appena mi ebbe lasciato
uno straniero passò per caso;
silente, invisibile -
oh, ella non si negò.

martedì 13 marzo 2012

Che senso ha restare a Kabul fino al 2014?, di Vittorio Emanuele Parsi

Soldati americani che «impazziscono» e massacrano civili inermi per difendere i quali sono stati inviati in Afghanistan: è successo l’altroieri a un sergente maggiore dei marines. Militari afghani che sparano e uccidono i soldati di Isaf che li stanno addestrando: è capitato a inglesi e americani due volte nel corso degli ultimi dieci giorni.

Copie del Corano che vengono bruciate per sciatta negligenza provocando violente manifestazioni e assalti ai compounds alleati in cui muoiono decine di afghani: è accaduto nel corso dell’ultimo mese. Droni che ammazzano persone a casaccio nel tentativo di eliminare questo o quel capobanda: si verifica ciclicamente, non a Gaza, ma in Afghanistan e in Pakistan.


Sono tutti episodi - tanti, troppi - che sembrano confermare lo stesso amaro dubbio: che la condizione della sicurezza in Afghanistan stia rapidamente peggiorando, al punto che in molti si chiedono se sia realistico pensare di ritirare il grosso delle truppe straniere dal Paese entro il 2014, come la Nato ha annunciato di voler fare da oltre un anno.


Ieri anche la voce della Cancelliera Angela Merkel, in visita alla grande base tedesca di Mazar El Sharif nel Nord del Paese, si è unita a questo coro.


Eppure, la domanda «giusta» sarebbe un’altra: in queste condizioni, che senso ha tirare fino al 2014? Non sarebbe più saggio, prudente ed efficace accelerare i tempi, prendendo atto del sostanziale fallimento - politico oltre che militare - di più di dieci anni di campagna? La guerra afghana ha infatti messo in evidenza tanto errori politici quanto errori militari. Per dirla con von Clausewitz, il continuo cambiamento dello scopo politico della guerra (Zweck) ha reso impossibile fissare per l’azione militare degli obiettivi (Ziel) che potessero essere qualificati come successi decisivi. Dal 2001, la campagna afghana ha visto l’affastellarsi di un’infinità di obiettivi: abbattere il regime talebano, distruggere l’infrastruttura di Al Qaeda, catturare bin Laden, diffondere pratiche e istituzioni più democratiche, lottare contro la corruzione, sostenere il governo di Karzai, limitare l’influenza delle potenze regionali vicine. Obiettivi da perseguire anche quando diventavano oggettivamente incompatibili tra loro: come il sostegno assoluto a Karzai e la trasparenza dei processi elettorali o la lotta alla corruzione.


In oltre dieci anni, possiamo dire di aver realizzato una minima parte di questo ambizioso, articolato e mutevole programma: bin Laden è morto, Al Qaeda ha subito colpi durissimi e molti insorgenti sono stati fisicamente eliminati. È vero. Ma molti altri ne hanno preso il posto e, cosa ben più grave, persino quella parte di popolazione che aveva salutato con speranza (se non proprio fiducia) l’intervento occidentale ci sta girando le spalle. Non a caso, il «mentoring e il training» delle forze di sicurezza locali si sta dimostrando fallimentare proprio per il crescere della diffidenza e insofferenza reciproca tra reclute afghane e militari della coalizione, percepiti sempre di più come l’ennesima forza di occupazione da parte della popolazione. Osservava il generale inglese Rupert Smith, che la «guerra tra la gente» (quella tipica a partire dagli Anni 90) richiede professionisti preparati, flessibili e versatili, lo stesso previsto dal «comprehensive approach» ideato da Petraeus e sostenuto dagli alti papaveri del Pentagono e della Casa Bianca: pensando al «sergente impazzito» di domenica scorsa e alla quantità crescente di «incidenti» che coinvolgono i militari americani viene da chiedersi se non ci sia qualcosa da cambiare nelle pratiche di selezione e addestramento delle forze armate Usa, che in Afghanistan si sono trovate a perdere proprio la battaglia per la conquista «del cuore e della mente della popolazione».


Dal punto di vista etico, è amaro doversi lasciare alle spalle «un altro Iraq», avendo alimentato e poi deluso le aspettative di milioni di afghani, a cominciare dalle donne, che perderanno quei pochi diritti «conquistati» durante la presenza alleata. Ma se occorre rivedere radicalmente la strategia, prima se ne prende atto e meglio è per tutti. Probabilmente abbiamo iniziato a perdere la guerra in Afghanistan quando non siamo riusciti ad assicurarci l’effettiva e leale collaborazione del Pakistan, che ha protetto e alimentato l’insorgenza quando era più debole e più vicina alla sconfitta, con l’obiettivo politico (Zweck) di continuare a esercitare la sua egemonia sul Paese vicino. La beffa è che Islamabad ha applicato la lezione di von Clausewitz meglio di Washington e ha probabilmente vinto la «sua» guerra. Così, nel 2014 -13 anni e decine di migliaia di morti dopo - proprio il Pakistan tornerà a essere il vero arbitro assoluto dei destini afghani: esattamente come quando a Kabul regnava il mullah Omar…


http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9879

sabato 10 marzo 2012

L'ultimo esorcista a Verissimo, di Paolo Rodari


Sabato scorso padre Gabriele Amorth ha presentato a Verissimo L'Ultimo esorcista.
Ecco le risposte che ha dato a Silvia Toffanin la quale ha detto di avere letto tutto il libro e di essere rimasta "molto impressionata" e un po' "impaurita".

Il processo democratico, di Michele Ainis

QUEL DISTACCO TRA PARTITI E CITTADINI
L'Italia protesta contro i privilegi della Casta

L'Italia brontola, protesta, rumoreggia. Contro i privilegi della Casta, quella dei politici. Contro le altre caste che divorano gli avanzi del nostro patrimonio pubblico, a partire dai grand commis di Stato. Contro la legge elettorale, chiedendo la macellazione del Porcellum. Contro Equitalia, e più in generale contro l'eccessivo carico fiscale. Contro l'abolizione dell'articolo 18, in nome del diritto al lavoro. È un Paese contro, questo di cui siamo inquilini. Trasuda livore, odio politico e sociale. E una faglia sotterranea divide ormai le istituzioni e i cittadini.

Per ricucire il nostro tessuto connettivo serve un'opera di pacificazione nazionale. Ma è un'impresa impossibile, se non vengono al più presto riattivati i canali di comunicazione fra società politica e società civile. Perché ogni protesta incattivisce, quando non ha spazi per diventare una proposta. Un tempo questa cinghia di trasmissione era rappresentata dai partiti, che restano comunque necessari. La politica si fa con i partiti. Ma oggi sono colpiti dal discredito, e in più non sanno mai che pesci prendere: sulle questioni controverse ognuno tira fuori almeno due soluzioni opposte. È insomma il pessimo rendimento del nostro processo democratico, che ci fa vivere da separati in casa. È la crisi di legittimazione che dai partiti si estende al Parlamento, ossia al domicilio elettivo dei partiti. È il vuoto d'alternative alla democrazia parlamentare, dato che la democrazia referendaria in Italia è sempre stata malaticcia.

Un processo democratico inceppato diventa un gioco a somma zero: ci rimettono tutti i giocatori. Questa regola vale anche ai piani alti del Palazzo, nelle stanze dell'esecutivo. Come governa Monti? Come prima di lui Prodi e Berlusconi: decreti, fiducie, maxiemendamenti. Nel solo mese di febbraio il Parlamento ha convertito 4 decreti legge del governo, che a sua volta ne ha sfornati altri 4. E in ciascuna occasione via con il maxiemendamento, anche a costo di trasformare i singoli provvedimenti normativi in altrettanti scioglilingua, incomprensibili per i comuni mortali. Via con la questione di fiducia, e pazienza se questa doppia procedura in ultimo sequestra le assemblee legislative. Tanto le Camere non sono buone a nulla, nemmeno a scrivere le leggi. Ma delegittimando il Parlamento ogni governo sega il ramo sul quale sta seduto. Delegittima se stesso, perché i suoi poteri sono derivati, dipendono da un'investitura espressa proprio da quell'Aula. Specie quando l'esecutivo ha un timbro tecnico, quando è orfano di mandati elettorali.

Per ricucire questo filo spezzato occorre che l'ago sia in mano ai cittadini. Se non si riflettono più nel Parlamento, se nemmeno il governo vi si specchia, allora è il Parlamento che d'ora in poi dovrà riflettersi in una diretta decisione popolare. Servono più referendum, ecco la terapia. Servono consultazioni popolari, come quelle che il governo Monti ha già messo in cantiere sul valore legale della laurea. Ne otterremmo, se non altro, un po' di pace: se perdi il referendum, non puoi più prendertela con il governo di Roma. E d'altronde c'è un solo modo per riabilitare il nostro Stato: a questo punto i cittadini devono farsi Stato.

venerdì 9 marzo 2012

Così il governo discute come e quando tagliare il debito pubblico, di Michele Arnese


La visione flemmatica di Monti, Giarda e Moavero, il ruolo del Tesoro e le attese dei banchieri (da Mediobanca a Citibank)

I banchieri, non solo d’affari, iniziano a scalpitare: in Italia, dopo il rigore e le prime spinte alla crescita, è urgente abbattere il debito pubblico. Non c’è soltanto Mediobanca che, con una ponderosa ricerca sull’italiana Cdp, la francese Cdc e la tedesca KfW, ha garbatamente e indirettamente consigliato il governo Monti di approntare un piano per tagliare il debito pubblico ricorrendo alla Cassa depositi e prestiti, controllata al 70 per cento dal Tesoro ma fuori dal perimetro della Pubblica amministrazione (quindi gli acquisti di partecipazioni di società statali dal Tesoro possono contribuire a ridurre il debito). E’ stato più esplicito due giorni fa Alberto Cribiore, vice ceo di Citibank, in una conferenza a New York: “Se l’Italia non risolve il problema del debito – ha detto – l’attività della Banca centrale europea di Mario Draghi serve a poco perché l’iniezione di liquidità accoppiata all’austerità non è garanzia di crescita”. “Per risolvere la crisi debitoria italiana – ha aggiunto Cribiore – bisognerebbe adottare una ristrutturazione, ma non conviene percorrere questa strada perché le banche dovrebbero chiedere soldi allo stato per intervenire”.

Eppure a Palazzo Chigi non si avverte l’urgenza di accelerare in operazioni taglia-debito. Anche su questo tema c’è sintonia tra il premier Mario Monti e i ministri Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento) ed Enzo Moavero (Affari europei) che costituiscono il trio più affiatato alla presidenza del Consiglio. La loro impostazione, in sintesi, è la seguente: il pareggio di bilancio nel 2013 determinerà un’automatica discesa del costo del debito in termini di interessi e quindi dello stesso debito.

E’ anche la tesi di un economista come Giuseppe Pisauro, che ha fatto parte della commissione tecnica del Tesoro per la spesa pubblica dal 1991 fino al suo scioglimento nel 2003, e da luglio 2006 dirige la Scuola superiore dell’economia e delle finanze che dipende dal dicastero di via XX Settembre: dal prossimo anno dovrà essere il bilancio in pareggio a blindare la discesa del debito, secondo Pisauro. Con una crescita reale pari a zero nel 2013 e un’inflazione al 2 per cento – ha calcolato l’economista – il debito calerebbe dal 120 per cento al 118 per cento. Nel 2014, con il pareggio di bilancio stabilizzato, una crescita reale dell’1 per cento e l’inflazione al 2 per cento, si scenderebbe a quota 114 per cento e poi sempre più giù.

E se la crescita del prodotto interno lordo sarà più bassa delle stime? Ci soccorrerà, dicono ambienti della presidenza del Consiglio, la spending review avviata da Giarda, che a questo scopo con una lettera riservata al presidente del Cnel, Antonio Marzano, ha chiesto un sostegno anche agli esperti del Cnel: è all’opera un comitato composto tra gli altri dal tecnico Maria Teresa Salvemini; l’iniziativa è nata dalla prima commissione del Cnel presieduta dall’esponente di Confindustria, Costanzo Jannotti Pecci.

In ambienti governativi si nota, invece, una diversa impostazione del Tesoro e del viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli. Nessuna contrapposizione di alcun tipo, piuttosto la consapevolezza di programmare operazioni di abbattimento del debito con un ruolo preminente per la Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e guidata dall’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini. Le esperienze estere, in particolare francesi e tedesche, non mancano, come ha testimoniato con dovizia di particolari (e di proposte eccentriche come quella dell’oro, borbottano in Bankitalia) uno studio comparativo degli analisti di Mediobanca.

giovedì 8 marzo 2012

Proposta-choc dei ricercatori: Sì all'infanticidio, come aborto


Italia
Due bioeticista: Il neonato, come il feto, è una persona solo potenziale. Subito l'indignazione del mondo cattolico



Nei paesi dove è permesso l’aborto, perché non consentire anche l’infanticidio? I neonati, come i feti, non hanno infatti "lo status morale di una reale persona umana". E’ la posizione shock espressa da due bioeticisti italiani, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, autori di un articolo dall’incredibile titolo "Aborto dopo la nascita, perché il bambino dovrebbe vivere?" pubblicato sul Journal of Medical Ethics, rivista "gemella" di una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, il British Medical Journal. I due bioeticisti, che lavorano all’Università di Melbourne in Australia, affrontano il tema seriamente: sia il feto che il neonato, sostengono, sono solo persone potenziali, senza alcun interesse. Pertanto gli interessi delle persone coinvolte con loro sono di primaria importanza fino a qualche tempo indefinito dopo la nascita. Per questo è lecito l’"aborto post-nascita", come viene chiamato dagli studiosi. "Noi affermiamo - scrivono chiaro e tondo i due autori - che l’uccisione di un neonato potrebbe essere eticamente ammissibile in tutte le circostanze in cui lo è l’aborto. Tali circostanze includono i casi in cui il neonato ha il potenziale per avere una vita (almeno) accettabile, ma il benessere della famiglia è a rischio".

Infanticidio - E, ancora più chiaro: "Se i criteri come i costi (sociali, psicologici, economici) per i potenziali genitori sono buone ragioni per avere un aborto anche quando il feto è sano, se lo status morale del neonato è la stessa di quella del bambino e se non ha alcun valore morale il fatto di essere una persona potenziale, le stesse ragioni che giustificano l’aborto dovrebbero anche giustificare l’uccisione della persona potenziale quando è allo stadio di un neonato". Quanto tempo dopo la nascita è "eticamente lecito" uccidere i bambini? Giubilini e Minerva lasciano questa domanda a neurologi e psicologi, ma secondo loro "ci vogliono almeno un paio di settimane perchè il bambino diventi auto-cosciente. A quel punto da persona potenziale diventa una persona, e l'infanticidio non è più consentito". Inevitabili le reazioni: sull'Avvenirei è apparso il commento del neurologo Gan Luigi Gigli, che riportando alcuni passi dell’intervento scrive: "Sembra il trailer di un film dell’orrore. Invece si tratta del riassunto fedele di un articolo apparso on line pochi giorni fa sul Journal of Medical Ethics, la prestigiosa rivista della stessa editrice del British Medical Journal. Si va ben al di là dello stesso ignominioso Protocollo di Groningen, in base al quale dal 2002 in Olanda è permesso porre fine attivamente alla vita dei neonati con prognosi infausta". Nell’articolo si afferma infatti la liceità morale anche dell’infanticidio per motivi economici, psicologici o sociali (auspicandone domani la liceità giuridica)". Sconvolge, secondo Gigli, anche il fatto che "i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani". "Forse è il caso che qualcuno, anche tra chi non crede in Dio, incominci a dire basta alle invasioni barbariche, per non trovarci tutti a vivere nel crepuscolo disumano della civiltà occidentale".

mercoledì 7 marzo 2012

Una seconda ricostruzione, di Michele Salvati

I PARTITI E IL DOPO MONTI

Ricordo che nella primavera del 1997, incontrandoci al ristorante della Camera dopo una riunione della Commissione bicamerale, Carlo Giovanardi mi apostrofò press'a poco così: «Caro Salvati, voi bipolaristi vi sbagliate di grosso. Questo è un Paese che a malapena riesce a mettere in piedi un ceto di governo decente. Cercare di costruirne due, e in concorrenza fra loro, può produrre solo guai». Quest'episodio m'è tornato in mente adesso, riflettendo sull'esperienza del governo Monti e soprattutto su che cosa avverrà alla sua fine, nella primavera dell'anno prossimo.
Giovanardi parlava da vecchio democristiano e rimpiangeva i governi della Prima Repubblica, spazzati via da Mani Pulite e da una legge elettorale che spingeva i partiti a raggrupparsi in due schieramenti contrapposti. Giovanardi aveva ragione sul futuro, ma si sbagliava sul passato. Della Prima Repubblica, e specialmente della sua ultima fase, c'è poco da rimpiangere: la sua incapacità di governare è testimoniata dal suo collasso e dall'enorme debito pubblico che ha lasciato in eredità alla Seconda. Ma anche questa non è riuscita a produrre un buon governo: lo schieramento che aveva stravinto le elezioni del 2008 ha dovuto gettare la spugna e passare il testimone a un governo «tecnico», che ha iniziato alacremente ad affrontare l'emergenza economica e in tre mesi ha preso decisioni che i governi «politici» si trascinavano appresso da dodici anni.

Che cosa volete che ne pensino i cittadini, se non che i partiti italiani si sono rivelati incapaci, sia nella Prima che nella Seconda Repubblica, sia con una legge elettorale proporzionale che con una maggioritaria, di governare l'economia? Che la ricerca di un consenso elettorale a breve termine, la paura di scontentare frazioni più o meno vaste del loro elettorato, residui ideologici o interessi personali, impediscono loro di prendere le decisioni necessarie ad affrontare i problemi di lungo termine che affliggono il nostro Paese? Che non riescono ad adottare quella «vista lunga» di cui tanto parlava Tommaso Padoa-Schioppa? Anche in altri Paesi, nel giudizio dei loro cittadini, i partiti non se la cavano bene, ma non sono caduti nei sondaggi ai livelli infimi in cui si trovano i partiti italiani. E neppure prendono in considerazione, quando insorgono difficoltà, di passare la mano a governi tecnici, come da noi è avvenuto sia nel 1993 che nel 2011: o producono un governo politico alternativo, o, al più, una grande coalizione, ma tutta politica. Questo però avviene perché il governo «politico» non ha lasciato marcire la situazione sino al punto in cui questa diviene ingestibile per una politica normale.
Col tempo i problemi italiani si sono aggravati, sino a richiedere un'opera di ricostruzione economica e istituzionale, e un impegno di risanamento morale, di dimensioni simili a quelle della fase postbellica. Un'opera e un impegno che dovranno protrarsi molto oltre la primavera del 2013. E soprattutto che richiedono, per aver successo, un disegno coerente e perseguito per lungo tempo senza inversioni di rotta: ciò non riguarda solo l'economia, ma le istituzioni, la pubblica amministrazione e soprattutto la questione morale, l'illegalità e la corruzione che ammorbano il Paese. Un disegno che, nelle sue linee essenziali, non è né di destra, né di sinistra, che non riguarda la democrazia, ma le precondizioni della democrazia, quegli orientamenti comunemente condivisi che sono necessari affinché la dialettica tra i partiti possa svolgersi senza esasperazioni dannose.
E qui si arriva alla ragione che rende così difficile pensare a un «dopo Monti». I partiti propongono programmi alternativi e insistono più sulle differenze che sulle somiglianze: è la logica della competizione elettorale che li costringe a far questo, anche se poi non si differenzieranno molto nell'attività di governo. E anche ammesso che ognuno di loro affermasse: «Io sono il continuatore della linea Monti ed ho lo stesso suo disegno sulle riforme necessarie al Paese», chi ci crederebbe? Come partiti, cioè come parti, non potrebbero che promettere differenze e discontinuità, mentre la continuità è un aspetto essenziale della strategia di ricostruzione. Ho fiducia nella democrazia e sono convinto che in essa i partiti politici abbiano un ruolo indispensabile; ma sono anche convinto che la nostra democrazia abbia bisogno di riforme radicali per produrre buon governo. Di conseguenza, credo che il nostro Paese richieda per un lungo periodo, almeno per l'intera prossima legislatura, un governo «tipo Monti». Un governo che però affronti, insieme ai problemi economici, anche le questioni istituzionali dalle quali, dati i limiti del suo incarico, Monti si è sinora dovuto astenere. Vedano i partiti come assicurare, nelle prossime elezioni, una solida maggioranza a questo tipo di governo. Mi sembra sia per loro l'unico modo per uscire dal discredito in cui sono caduti e tornare in futuro ad una dialettica democratica meno costretta dall'emergenza, dalle necessità di una «seconda Ricostruzione».

http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_05/seconda-ricostruzione-salvati_77c54568-668a-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml

La grande occasione di Romney

Dieci stati al voto nel Super Tuesday repubblicano: Mitt può mettersi in tasca la nomination

Nel martedì più atteso della tornata delle primarie repubblicane si vota in Ohio, Georgia, Tennessee, Alaska, Massachusetts, Idaho, North Dakota, Oklahoma, Vermont e Virginia. In palio ci sono 437 delegati, un gruzzolo che potrebbe dare a Mitt Romney la spinta decisiva per mettersi in tasca la nomination (al momento ha 180 delegati, Santorum 90, il numero per vincere la nomination è 1144) oppure far risorgere il candidato in gilet. Per il New Yorker, che questa settimana ha messo in copertina Santorum legato sul tettuccio della macchina di Romney, come il mitico cane Seamus, ribaltare il potere dell’ex governatore non sarà facile. Sempre al netto delle tendenze suicide del Gop, ma di queste si dirà più avanti.
Lo stato da tenere d’occhio oggi è l’Ohio, battleground per tutte le stagioni e in particolare per questi tempi di fabbriche serrate, working class fantasma e altri malanni che colpiscono soprattutto la Rust Belt. Non è un caso che lo stato in più visitato in assoluto da Obama nei primi tre anni di presidenza sia l’Ohio. Ha fatto comizi nelle periferie di Cleveland, fra i macchinari di Toledo, ha parlato ai colletti blu di Columbus e Cincinnati, ricordandosi che da quelle parti i voti non si ottengono, si coltivano. Inutile dire che i sondaggi danno Romney e Santorum in sostanziale parità in Ohio. Ma nel contesto dei dieci stati Romney si gioca la grande possibilità di cacciare l’avversario dalla competizione, così da dedicarsi al cambio di narrativa in vista delle elezioni generali –  il partito ha disperatamente bisogno di chiudere la fase maniaco-compulsiva per aprire quella politica – e  dalla sua ha il meccanismo di distribuzione proporzionale dei delegati e una macchina politica ricca e potente. Una volta chiusi i seggi non si tratterà soltanto di guardare al numero degli stati vinti, ma ai delegati raggranellati. E Romney spera in una vittoria simbolica in Ohio accompagnata da un capitale di delegati costruito anche sulle briciole raccolte in posti dove non ha speranze di vittoria. Tipo la Georgia, casa di Newt Gingrich.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/12561

domenica 4 marzo 2012

Il grande inganno del Pil in aumento fino al 10%, di Francesco Forte

La crescita ipotizzata da Monti possibile solo in trent’anni. E con un piano diverso da queste finte liberalizzazioni

Il presidente del Consiglio, professor Mario Monti, ha affermato che in conseguenza di queste liberalizzazioni Pil e produttività possono aumentare del 10 per cento. Non avendo specificato in quanti anni ciò avrebbe luogo, si può essere autorizzati a supporre che questo miracolo economico avvenga in un anno. Sicché l’Italia, per effetto del decreto varato ieri, aumenterebbe in un anno più di ciò che riesce a fare la Cina. Se una frase come questa l’avesse pronunciata Silvio Berlusconi, i media sarebbero pieni di commenti ironici e sarcastici. Invece non si nota alcun sarcasmo e nessuna ironia per questa affermazione lunare. Nelle pagine interne del Sole24Ore c’è una possibile spiegazione dell’arcano di questa magia di sapore medieval-rinascimentale. Infatti uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia del 2009 riguardante la concorrenza nel settore dei servizi sostiene, con un’analisi econometrica, che ove per effetto della liberalizzazione il margine applicato dalle imprese dei servizi dell’Italia scendesse al livello medio del resto dell’area europea, nel giro di cinque anni, successivamente, in un arco complessivo di 30 anni, si avrebbe un incremento graduale del prodotto nazionale. Esso, fra 30 anni, risulterebbe accresciuto di quasi l’11 per cento annuo.

Ci sono, per altro, due condizioni perché ciò si materializzi da qui al 2040: A) che si liberalizzino tutti i servizi, ossia commercio, credito, assicurazioni, comunicazioni telefoniche e postali, costruzioni, elettricità, gas, acqua, trasporti nazionali, regionali e locali, hotel e ristoranti; B) che tali liberalizzazioni generino la riduzione dei margini italiani al livello medio europeo.
Si ipotizza, cioè, che gli elevati margini non derivino da costi particolari di natura fiscale, burocratica e giudiziaria, che in Italia si debbono sopportare, né da altri fattori (lo Statuto dei lavoratori che con l’articolo 18 così come attualmente interpretato, scoraggia la crescita delle imprese oltre i 15 addetti, il rischio delle assicurazioni più alto che altrove, il servizio di miglior qualità degli alberghi e ristoranti di minor dimensione, eccetera). Queste estese liberalizzazioni non si vedono nel decreto Monti.

Aumentare il numero dei taxi, dei notai, delle farmacie non è una liberalizzazione, e l’effetto sul Pil è di dividere la torta di questi settori che hanno un’importanza marginale, nel prodotto nazionale, con qualcuno in più. Non c’è alcuna liberalizzazione per servizi pubblici locali come la rete idrica o i trasporti. Lo scorporo della rete ferroviaria da Ferrovie italiane spa per passarla al Tesoro è una statizzazione, che disintegra questo complesso e genera incertezza per la gestione del programma di costruzione della rete alta velocità. La liberalizzazione consisterebbe nella facoltà di esercitare aziende ferroviarie nuove di servizio locale e nazionale, con tutte le fermate utili, per trasporto merci e passeggeri, al di fuori dell’alta velocità, l’unica parte che funziona (abbastanza) bene delle nostre ferrovie. Quanto allo scorporo di Snam da Eni, essendo Eni quotata in Borsa, non si capisce se lo Stato indennizzerà il Cane a sei zampe per tale scorporo. Anche questa è una statizzazione che rischia di bloccare investimenti in corso. La liberalizzazione consisterebbe in un decreto che fissasse il diritto di terzi all’uso della rete gas di Snam.

L’abolizione delle tariffe minime per gli avvocati crea problemi per le cause civili, perché non si sa più quanto si deve pagare di spese legali se si perde la causa. Si potrebbe continuare sulla povertà di contenuto liberalizzatore di questo decreto e sugli effetti collaterali negativi che può comportare. Mi limito a notare che questo sparare cifre, come il 10 per cento del Pil, getta discredito sulla categorie dei professori e sulla credibilità del governo, con riguardo alle previsioni economiche su quest’anno che sono quanto mai discordanti. Il governo prevede una riduzione del Pil dello 0,5%, mentre Confindustria stima un calo dello 1,6 e il Fondo monetario internazionale addirittura del 2,2.

Non credo che le previsioni di Confindustria e del Fondo siano corrette, perché la Bce sta attuando una politica monetaria espansiva con misure non convenzionali, come i prestiti triennali all’1% alle banche, in cambio di garanzie costituite da titoli pubblici e privati e la flessione dell’euro del 10% che in poco tempo stimola le esportazioni. Ma urge una politica pro crescita di cui queste «liberalizzazioni» non sono neppure un surrogato.

Le riforme da blindare, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

L'esperienza di Mario Monti si concluderà fra poco più di un anno. Dopo le elezioni tornerà un esecutivo normale, composto da politici, che per ora stanno a guardare. Nel frattempo il governo sta attuando alcune riforme sacrosante. Ha dovuto accettare molti compromessi (sulle liberalizzazioni), alcuni rinvii (sulla riforma del mercato del lavoro). Ma comunque procede. Sta anche contenendo il deficit: sarebbe stato meglio se lo avesse fatto tagliando le spese, anziché aumentando le imposte, ma comunque il risultato è stato raggiunto.

Che cosa impedirà a un prossimo governo di cancellare queste riforme e tornare al punto di prima? Se lo facesse perché questo è il mandato che ha ricevuto dalla maggioranza degli elettori, nulla da eccepire: è la democrazia. Ma il rischio è che il prossimo governo, come tanti in passato, risponda più alle pressioni di interessi potenti che alla volontà dei cittadini. Se questo è il rischio, c'è qualcosa che Monti può fare per «blindare» le sue riforme?

Per alcune non è facile. Un settore deregolato può essere semplicemente ri-regolato. L'età pensionabile può essere di nuovo abbassata: lo fece nel 2007 il governo Prodi quando cancellò la riforma Maroni. Subiremmo gli strali dell'Unione europea, ma potrebbero non bastare a difendere le riforme. Sulla spesa pubblica però qualcosa si può fare per blindare una politica rigorosa ed evitare il ritorno al «mercato dei favori» e alla crescita delle spese. Anche qui i precedenti non sono incoraggianti. Negli anni Novanta, sotto la pressione dei parametri europei, la spesa pubblica al netto degli interessi scese di quattro punti, in percentuale del prodotto interno lordo: dal 44 al 40%. In soli cinque anni, fra il 2001 e il 2006, il governo Berlusconi la riportò al 44%.

La strada indicata dai trattati europei per garantire che il rigore non venga abbandonato è l'introduzione di un vincolo di bilancio in pareggio nella Costituzione. Il Parlamento italiano ha iniziato a farlo votando in dicembre una legge costituzionale, prima alla Camera, poi al Senato. Si tratta di un primo passo perché le leggi costituzionali richiedono due votazioni successive in ciascuna Camera.

Il pareggio di bilancio è una regola molto rigida che permette poca flessibilità. Per un Paese come il nostro che soffre di un'endemica incapacità di controllare la spesa, la perdita di flessibilità sul deficit sarebbe un costo che converrebbe pagare. Ma il nostro Parlamento ha scelto una strada diversa approvando una legge che pur recando il titolo «Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Costituzione», di fatto non impone alcun vincolo, limitandosi a richiedere che il governo rispetti «l'equilibrio del bilancio», un principio vago e pericoloso. Infatti (come ha osservato il senatore Nicola Rossi) fu proprio sull'equivoco fra «equilibrio» e «pareggio» di bilancio che fece leva una sentenza della Corte costituzionale del 1966 che, interpretando l'articolo 81 della Costituzione, aprì la strada all'approvazione di leggi di spesa prive di copertura (un'eventualità che Luigi Einaudi aveva intravisto già nel 1948 quando aveva messo in guardia contro la vaghezza dell'articolo 81).

Così come fece Einaudi, Mario Monti dovrebbe chiedere che il Parlamento, nella seconda lettura della legge sul pareggio di bilancio, ne modifichi il testo, rendendolo più specifico. Considerati i tempi delle leggi costituzionali è però improbabile che il governo possa blindare il rigore fiscale seguendo questa strada. Una via alternativa, suggerita dall'esperienza alcuni Paesi (Olanda, Belgio, Svezia, Cile, Gran Bretagna e altri) è l'istituzione di «Commissioni fiscali indipendenti». L'Olanda offre un esempio interessante. Il Cpb (Netherlands Bureau for Economic Analysis) ha due funzioni. Innanzitutto produce le stime sulla crescita che il governo poi usa per preparare la legge di bilancio. Questo evita ciò che spesso accade: governi che per non tagliare la spesa costruiscono il bilancio sulla base di stime di crescita eccessivamente ottimiste. Se poi la crescita è diversa da quanto stimato dallo stesso Cpb, è sempre questo organismo che stabilisce quale è il peggioramento dei conti pubblici giustificabile con la minor crescita. Ma la caratteristica forse più interessante del Cpb è il compito che gli è stato affidato di valutare e rendere noti ai cittadini prima delle elezioni gli effetti sul debito pubblico dei programmi economici dei diversi partiti (i partiti non sono obbligati a farsi valutare ma raramente usano questa possibilità).

Istituzioni come il Cpb sono meglio delle regole numeriche e dello stesso vincolo costituzionale del pareggio di bilancio: infatti possono essere flessibili pur non potendo essere manipolabili. L'autorevolezza del Cpb è garantita dalla sua indipendenza, che deriva da uno statuto molto simile a quello della Banca d'Italia: un'istituzione pubblica, il cui direttore è nominato dal governo, come il Governatore, ma che gode della più completa indipendenza.

I conti pubblici sono una questione eminentemente politica e una Commissione fiscale non può, né deve entrare, nel merito strettamente «politico». È con tasse e spese che si costruiscono le alleanze, si vendono favori, si premiano certi gruppi di reddito o altri, insomma si fa politica. Ma vi sono anche aspetti tecnici, di contabilità, stime macroeconomiche degli effetti di politiche alternative, dei loro effetti di lungo periodo sulle generazioni future. Su tutti questi aspetti un comitato tecnico indipendente potrebbe esprimere valutazioni che rendano più difficile per un governo in carica seguire politiche insostenibili.

Il 12 febbraio 1981, trentuno anni fa, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la lettera che avviò il cosiddetto «divorzio» tra le due istituzioni. Da quel giorno la politica monetaria in Italia cambiò corso. È improbabile che senza quell'atto lungimirante saremmo stati ammessi nell'unione monetaria. È con un atto analogo che oggi Mario Monti potrebbe blindare la sua eredità.