lunedì 10 settembre 2012

Andrea's Version, di Andrea Marcenaro

S’erano entusiasmati, i nostri progressisti, per un Obama che non aveva nominato nel programma Gerusalemme capitale unica e indivisibile di Israele, rimanendo di merda quando si è poi precipitato a riparare l’errore, accompagnato dai buuu della platea. Questo li ha prostrati. Al punto, li ha prostrati, da nascondere la cosa sui loro giornali, facendo spallucce come per una quisquilia. Analoga distrazione era avvenuta su Dio, e la conseguenza era stata di aver dovuto infilare in fretta e furia nel programma anche il suo nome. Altra doccia scozzese per i nostri. E poiché le disgrazie non vengono mai sole, dev’essere suonato terribile, al popolo delle orecchie pulite, ascoltare Bill Clinton tessere le lodi di George Bush, il porco del Texas. Senza che manco arrivasse, dai democratici di Charlotte, notizia alcuna sull’eventualità che Obama potesse, vedi mai, modificare quantomeno le preferenze sessuali. Farsi omo, qualcosa, regalare uno straccio di soddisfazione ai fan. Preghiamo per loro che resti almeno nero.

http://www.ilfoglio.it/andreasversion/920

domenica 9 settembre 2012

Il merito di SuperMario: Eurotower meno prussiana, di Marlowe


L'ANALISI

Draghi ha fatto bene il proprio lavoro. E ora la Bce è un po' meno prussiana.

Abbiamo osservato Mario Draghi nelle sue tre ultime conferenze pubbliche: quella del 27 luglio a Londra, quando disse: «All'interno del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto ciò che serve per salvare l'euro. E credetemi, sarà abbastanza». Un piglio decisionista, retaggio forse dell'imprinting anglosassone (anzi, americano) dell'ex top manager della Goldman Sachs, che fece sperare a molti che l'Eurotower avrebbe finalmente impugnato il famoso bazooka per riportare gli spread a livelli logici e per domare la resistenza della Germania. La seconda occasione è stata il 2 agosto, subito dopo il direttivo Bce. Un Draghi nettamente ridimensionato, con le occhiaie scavate e una punta del colletto che sbucava dalla giacca, lui che tiene all'eleganza da business community planetaria, cravatte Hermes incluse. Allora si lasciò sfuggire una frase che nessun banchiere centrale dovrebbe mai pronunciare, perché è un invito a nozze per la speculazione: «Sono stato frainteso». Ieri Draghi era in ottima forma. Sciolto e sorridente quanto basta, con un pizzico di humour con i giornalisti ("Tu sai già tutto prima, quindi non chiedermi nulla" ha scherzato con l'inviato di Bloomberg), non reticente quando nel prendere il toro per le corna: quello dei rapporti con i falchi tedeschi. Per tutto agosto Jens Weidmann, il capo della Bundesbank tanto mite e cortese nei modi quanto il suo predecessore Axel Weber era umorale, ma non per questo meno insidioso e duro nella sostanza, ha cercato di scavare la terra sotto i piedi del suo superiore alla Bce. Ha minacciato le dimissioni, ha fatto trapelare ai giornali piani inesatti sulle intenzioni della banca centrale europea, che ovviamente sarebbero costati cifre inimmaginabili al "contribuente tedesco", questa figura centrale dell'Europa di oggi della quale Weidmann è stato nominato paladino sia dal tabloid Bild sia dal sofisticato Spiegel. Per descrivere la differenza tra l'italiano Draghi e il tedesco Weidmann, si sono scomodate la religione e l'antropologia. Il numero uno della Buba è un luterano nato a Solingen, nel Nord Reno-Vestfalia, il land che è il cuore della Germania stessa così come lo fu della Prussia. Draghi è un cattolico romano, e quindi agli occhi dei circoli tedeschi un tipo del quale diffidare. Magari dedito al traffico delle indulgenze. Si è rispolverata la storia del significato del termine Shuld, che in tedesco indica il debito ma anche la colpa; mentre notoriamente il Padre Nostro recita «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ossia, perdona le nostre colpe come noi perdoniamo quelle degli altri. Infine Draghi è un banchiere che si è diviso tra pubblico e privato, già servitore dello Stato (e degli stati) e appunto della Goldman Sachs; al contrario di Weidmann, che è un ortodosso economista monetario, anche se alla Bundesbank è arrivato paracadutato dalla politica, visto che era assistente di Angela Merkel. Alla fine, ieri, ha vinto Draghi, e il suo programma Omt (Outright Monetary Transactions: se c'è una cosa che non difetta alle istituzioni europee sono le sigle) potrebbe davvero non solo calmare lo spread facendoci risparmiare una barca di soldi, ma anche stabilizzare l'euro e consentire ai politici, se si degneranno di farlo, di dedicarsi all'economia reale, al lavoro, alle infrastrutture e ai giovani, salvando l'Europa dal proprio declino. L'Omt, cioè l'acquisto illimitato di titoli fino a 3 anni sui mercati secondari e primari, è il confine massimo al quale un presidente della Bce si sia mai spinto, e anche il massimo della distanza dall'ortodossia germanica sotto la cui impronta l'Eurotower era nata. Pochi minuti dopo che Draghi ha concluso il suo statement, Angela Merkel ha convenuto che il banchiere italiano «ha agito nei termini del suo mandato», e che ora spetta ai politici rimettere in piedi la baracca europea. Monti ha ricambiato a stretto giro lamentando che nel Parlamento italiano ci sia troppa diffidenza verso i tedeschi, «soprattutto nei partiti gemellati con la Cdu». Una stilettata inutile all'area berlusconiana; eppure il rigorismo teutonico è contestato dall'intera sinistra europea (compresa quella tedesca), e in special mondo dal socialista francese Francois Holland, nuovo modello per il nostro Pd; nonché da Barack Obama, il nume di Walter Veltroni. Fortuna che su queste cineserie il nostro Draghi ha mostrato di saper volare alto: magari anche avendo imparato a prendere le misure ad alleati e avversari. E certamente il fatto che due giorni fa il Tesoro tedesco sia andato corto nel piazzare i mitici Bund (su 5 miliardi, uno e mezzo è stato rifiutato dal mercato), costringendo la Buba a farsi carico dell'inoptato, esattamente la pratica che Weidmann rimprovera proprio all'Italia e alla Bce in versione latina, ha dato una notevole mano al capo dell'Eurotower. Il quale ha ricordato che in ogni istituzione che funziona le decisioni si prendono a maggioranza, ha definito «una caricatura» l'immagine propagandata dai media germanici di un euro «lirizzato», ha ammesso sobriamente che esiste un problema di rapporti con l'establishment tedesco, dichiarandosi fiducioso che «nei prossimi sette anni di mandato ci sia modo e tempo per ristabilire la fiducia». Per farsi capire meglio, ha anche aggiunto che la distorsione dello spread non è solo per i livelli esagerati di Spagna e Italia, ma anche per quelli troppo bassi del Nord Europa, come l'asta dei Bund ha appena dimostrato. Può darsi che il capo della Bce si sia voluto togliere qualche sassolino dalla scarpa, dopo l'agosto infernale cui era stato sottoposto dai colleghi tedeschi. O forse più semplicemente ha fatto il proprio lavoro, di chi ha la responsabilità della moneta e dei risparmi dell'area più ricca e problematica del mondo: ed è bizzarro che mentre Mario Draghi portava a casa il risultato - che non è per l'Italia, ma per l'Europa - e lo faceva con la naturalezza del potere esercitato al meglio, i politici di qua e di là delle Alpi iniziassero con i loro distinguo. La palla ora passa a loro: si tratta di non fare promesse miracolistiche, ideologiche, soprattutto campate in aria. Un duro sacrificio per partiti che vengono da una vacanza di un anno. Chissà che Draghi, che ieri si è rivelato anche un eccellente politico (teniamocelo stretto) non abbia capito anche questo.

La mossa di Mario, di Enrico Cisnetto


La mossa di Mario

Draghi ha fatto bene a sfidare la Bundesbank, anche se la partita è appena cominciata

Avete presenti le squadre di calcio che segnano al primo minuto? Di solito si dice: adesso vediamo se si sapranno meritare il vantaggio con il gioco. Ergo: hanno fatto gol, ma in un minuto certo non possono esserselo guadagnato. Ecco, lo stesso vale per l’Europa. Ieri Draghi ha fatto gol – e che rete! – ma adesso per salvare l’euro ci vuole altro. Nell’euforia che si è scatenata dopo la decisione (non unanime) della Bce di procedere con il piano anti spread di acquisto illimitato di titoli dei paesi in difficoltà, il rischio è quello di confondere il tipo di medicina che sarà somministrata al malato e gli effetti conseguenti che essa potrà produrre. Superando magistralmente una difesa arcigna, ma inutilmente schematica e cocciuta, Draghi, da centravanti di razza, è andato in porta, realizzando quello che in molti avevano pronosticato come un gol impossibile. Gliene va dato pieno merito, anche perché il governatore della Bce è l’unico attore dello psicodramma dell’euro che finora ha fatto la sua parte al meglio, mostrando una sapienza tecnica, un’intelligenza politica e un acume tattico che nessun leader continentale ha avuto e si sogna di avere. Super Mario, insomma. Ma tutto questo non toglie – e Draghi è il primo a saperlo, proprio perché quattro spanne sopra gli altri – che l’intervento della Bce blocchi la febbre (lo spread), salvi il malato da morte sicura (la fine dell’irreversibilità dell’euro sancita dall’uscita della Grecia e dall’ipotesi di un ritorno a lira e peseta, seppure in un quadro di cambi fissi), ma non curi, né pretende di volerlo e poterlo fare, la malattia che ha causato lo stato agonico della moneta unica. La quale è superabile, strutturalmente, solo con l’integrazione politico-istituzionale degli stati aderenti, cioè con la creazione di un’Europa federale. Siccome è cosa complicata che richiede tempo e una volontà politica che finora è mancata, Draghi ha semplicemente (si fa per dire) comprato tempo, dando la possibilità ai governi di cercare quella soluzione definitiva agli squilibri dell’Eurozona che finora non hanno trovato. Senza la quale la guerra speculativa riprenderà pesantemente, finendo per rendere inutile (nel senso di non decisiva) la barriera anti spread della Bce.
D’altra parte, che i nodi stessero velocemente venendo al pettine lo testimonia il mezzo fallimento dell’asta tedesca di mercoledì 5 settembre: gli investitori internazionali, e in particolare i fondi pensione, non sono più disposti a comprare bund che non rendono nulla, anzi che non coprono neppure l’inflazione, e questo fenomeno sarà comunque, al di là della mossa di Draghi, elemento decisivo per “girare le carte” in sede europea. Perché la mossa della Bce, creando i presupposti per tagliare le punte degli spread, interviene sull’altra contraddizione della crisi, quella di politiche di rigore finanziario, che si sono tradotte in austerità recessiva, in cambio non di tassi di finanziamento più bassi ma ben maggiori dei concorrenti. Ora l’azione calmieratrice della Bce renderà meno suicide quelle politiche, ma non metterà certo nelle condizioni i capitali internazionali di essere meglio remunerati.
Insomma, c’è da essere grati, molto grati, a Draghi, che ha sfidato una potenza come la Bundesbank su un terreno che – anche comprensibilmente – non le è proprio. Ma nello stesso tempo dobbiamo sapere che la partita è appena cominciata e il risultato finale di là da venire. E capire che, così stando le cose, l’ostacolo più grande da rimuovere per rimuovere le cause strutturali dell’incompiutezza dell’euro non è rappresentato (solo) dai tedeschi, ma (anche e soprattutto) dai francesi. Parigi, con Hollande come con Sarkozy, non intende cedere un grammo della sua sovranità, mentre Berlino è disposta, seppure a condizione che l’Europa federale sia germanocentrica. Per questo, sono necessarie due mosse. La prima: innervare la decisione di ieri della Bce con un’unione bancaria vera, in cui i principali attori non siano più nazionali ma europei soggetti a vigilanza centrale. La seconda: cominciare a percorrere la strada federale firmando un accordo politico – credibile, solenne e “vendibile” alle opinioni pubbliche – che sancisca l’irreversibilità dell’unificazione monetaria e definisca scelte a 3-5 anni di equilibrio tra rigore e sviluppo. La prima la si lasci fare a Draghi, la seconda la si costruisca prima che le elezioni italiane e tedesche la rendano impraticabile.

sabato 8 settembre 2012

How Should China Respond to the Slowdown?, by Yu Yongding


China’s annual GDP growth slowed to 7.6% in the second quarter of 2012, down from 8.1% in the first quarter and the lowest growth rate since the second quarter of 2009. The newly released growth data may have dispelled fears of a hard landing for China, but have nonetheless prompted many to argue that China must stimulate its economy further to guarantee 8% annual growth.
This illustration is by Newsart and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Newsart
CommentsSince early 2010, in order to contain inflation and property bubbles, the Chinese government has tightened monetary policy. As a result, inflation fell in June to 2.2%, a 29-month low, and house prices, for which the National Bureau of Statistics unfortunately has stopped issuing official data, seem to be stabilizing, and may even have fallen, albeit modestly.
CommentsThe slowdown in China’s growth rate is, to a certain extent, a reflection of the success of the government’s effort to rein in the real-estate bubble, as well as of other official policies aimed at rebalancing the economy. The growth rate of investment in real-estate development, which directly accounts for more than 10% of GDP, plummeted by 16.3 percentage points year on year in the first half of 2012. That led to an investment slowdown in many related industries, such as construction materials, furniture, and appliances, causing annual growth in fixed-asset investment to fall from 25.6% to 20.4%.
CommentsThe trend for household consumption is less clear. But many economists have found evidence that growth in household consumption in the first half of 2012 was stronger than official statistics have shown.
CommentsThe slowdown of the economy in 2012 should have been anticipated in 2011 by the government. In early 2012, in his speech to the annual People’s Congress, Premier Wen Jiabao, explaining why the government’s indicative target for economic growth in 2012 was 7.5%, pointed out that the purpose was “to guide people in all sectors to focus their work on accelerating the transformation of the pattern of economic development and making economic development more sustainable and efficient.”
CommentsIn fact, in order to create adequate space for changing the GDP-centered growth pattern, China’s 12th Five-Year Plan set an indicative target of 7% annual average GDP growth in 2010-2015.
CommentsChina’s investment rate is about 50% of GDP, while real-estate investment accounts for more than 10% of GDP. Given the prevalence of repetitive constructions and ubiquitous waste, investment efficiency is deteriorating quickly. With an annual growth rate of 10%, an investment rate of 50% implies a capital-output ratio of five, which is unusually high relative to other countries.
CommentsChina’s consumption rate is 36%. If government statistics are not entirely unreliable, this rate is simply too low. While huge amounts of money have been poured into physical infrastructure, public expenditure on human capital and social security is below the world average. More resources should be reallocated from physical capital formation to human capital formation.
Thanks to persistent current-account and capital-account surpluses for two decades, China has accumulated $3.2 trillion in foreign-exchange reserves. But, as a country with huge net foreign assets, China runs a deficit on the investment-income account. Since 2008, China’s current-account surplus as a proportion of GDP has fallen significantly. But China is still running twin surpluses, and there is a lingering question about whether the fall is structural or cyclical.
Indeed, China needs to accelerate its economic adjustment, even at the expense of growth. Otherwise, it will have to pay an even higher adjustment cost later.
For many years, the government has maintained an implicit minimum growth target of 8% per year, which was considered necessary to create ten million new jobs annually. But demographic and other structural changes may have altered labor-market conditions: so far, despite below-8% growth, there seem to be few signs of distress.
CommentsThe question now is whether the government will be unnerved by the poorest quarterly growth performance in three years and usher in a large stimulus package, with the consequences that China has experienced whenever such a package is implemented.
CommentsWen said recently that China “should continue to implement a proactive fiscal policy and a prudent monetary policy, while giving more priority to maintaining growth.” Moreover, in recent months, the government has approved some large steel and energy projects, and more such approvals may come.
It is certainly appropriate for a government to respond to changing circumstances in a timely fashion. But the slowdown to 7.8% annual growth in the first half of 2012 does not warrant a change of policy direction. China must choose between higher growth and faster structural adjustment. It cannot have both at the same time. Faced with the current slowdown, China can afford to stay the course, at least for the time being.

No More Growth Miracles, by Dani Rodrik


A year ago, economic analysts were giddy with optimism about the prospects for economic growth in the developing world. In contrast to the United States and Europe, where the growth outlook looked weak at best, emerging markets were expected to sustain their strong performance from the decade preceding the global financial crisis, and thus become the engine of the global economy.
This illustration is by Chris Van Es and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Chris Van Es
CommentsEconomists at Citigroup, for example, boldly concluded that circumstances had never been this conducive to broad, sustained growth around the world, and projected rapidly rising global output until 2050, led by developing countries in Asia and Africa. The accounting and consulting firm PwC predicted that per capita GDP growth in China, India, and Nigeria would exceed 4.5% well into the middle of the century. The consulting firm McKinsey & Company christened Africa, long synonymous with economic failure, the land of “lions on the move.”
CommentsToday, such talk has been displaced by concern about what The Economist calls “the great slowdown.” Recent economic data in China, India, Brazil, and Turkey point to the weakest growth performance in these countries in years. Optimism has given way to doubt.
CommentsOf course, just as it was inappropriate to extrapolate from the previous decade of strong growth, one should not read too much into short-term fluctuations. Nevertheless, there are strong reasons to believe that rapid growth will prove the exception rather than the rule in the decades ahead.
CommentsTo see why, we need to understand how “growth miracles” are made. Except for a handful of small countries that benefited from natural-resource bonanzas, all of the successful economies of the last six decades owe their growth to rapid industrialization. If there is one thing that everyone agrees on about the East Asian recipe, it is that Japan, South Korea, Singapore, Taiwan, and of course China all were exceptionally good at moving their labor from the countryside (or informal activities) to organized manufacturing. Earlier cases of successful economic catch-up, such as the US or Germany, were no different.
CommentsManufacturing enables rapid catch-up because it is relatively easy to copy and implement foreign production technologies, even in poor countries that suffer from multiple disadvantages. Remarkably, my research shows that manufacturing industries tend to close the gap with the technology frontier at the rate of about 3% per year regardless of policies, institutions, or geography. Consequently, countries that are able to transform farmers into factory workers reap a huge growth bonus.
CommentsTo be sure, some modern service activities are capable of productivity convergence as well. But most high-productivity services require a wide array of skills and institutional capabilities that developing economies accumulate only gradually. A poor country can easily compete with Sweden in a wide range of manufactures; but it takes many decades, if not centuries, to catch up with Sweden’s institutions.
CommentsConsider India, which demonstrates the limitations of relying on services rather than industry in the early stages of development. The country has developed remarkable strengths in IT services, such as software and call centers. But the bulk of the Indian labor force lacks the skills and education to be absorbed into such sectors. In East Asia, unskilled workers were put to work in urban factories, making several times what they earned in the countryside. In India, they remain on the land or move to petty services where their productivity is not much higher.
Successful long-term development therefore requires a two-pronged push. It requires an industrialization drive, accompanied by the steady accumulation of human capital and institutional capabilities to sustain services-driven growth once industrialization reaches its limits. Without the industrialization drive, economic takeoff becomes quite difficult. Without sustained investments in human capital and institution-building, growth is condemned to peter out.
But this time-tested recipe has become a lot less effective these days, owing to changes in manufacturing technologies and the global context. First, technological advances have rendered manufacturing much more skill- and capital-intensive than it was in the past, even at the low-quality end of the spectrum. As a result, the capacity of manufacturing to absorb labor has become much more limited. It will be impossible for the next generation of industrializing countries to move 25% or more of their workforce into manufacturing, as East Asian economies did.
Second, globalization in general, and the rise of China in particular, has greatly increased competition on world markets, making it difficult for newcomers to make space for themselves. Although Chinese labor is becoming more expensive, China remains a formidable competitor for any country contemplating entry into manufactures.
CommentsMoreover, rich countries are unlikely to be as permissive towards industrialization policies as they were in the past. Policymakers in the industrial core looked the other way as rapidly growing East Asian countries acquired Western technologies and industrial capabilities through unorthodox policies such as subsidies, local content requirements, reverse engineering, and currency undervaluation. Core countries also kept their domestic markets open, allowing East Asian countries to export freely the manufactured products that resulted.
CommentsNow, however, as rich countries struggle under the combined weight of high debt, low growth, unemployment, and inequality, they will apply greater pressure on developing nations to abide by World Trade Organization rules, which narrow the space for industrial subsidies. Currency undervaluation à la China will not go unnoticed. Protectionism, even if not in overt form, will be politically difficult to resist.
Manufacturing industries will remain poor countries’ “escalator industries,” but the escalator will neither move as rapidly, nor go as high. Growth will need to rely to a much greater extent on sustained improvements in human capital, institutions, and governance. And that means that growth will remain slow and difficult at best.

Why Germany Should Lead or Leave, by George Soros


Europe has been in a financial crisis since 2007. When the bankruptcy of Lehman Brothers endangered the credit of financial institutions, private credit was replaced by the credit of the state, revealing an unrecognized flaw in the euro. By transferring their right to print money to the European Central Bank (ECB), member countries exposed themselves to the risk of default, like Third World countries heavily indebted in a foreign currency. Commercial banks loaded with weaker countries’ government bonds became potentially insolvent.
This illustration is by Paul Lachine and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Paul Lachine
CommentsThere is a parallel between the ongoing euro crisis and the international banking crisis of 1982. Back then, the International Monetary Fund saved the global banking system by lending just enough money to heavily indebted countries; default was avoided, but at the cost of a lasting depression. Latin America suffered a lost decade.
CommentsGermany is playing the same role today as the IMF did then. The setting differs, but the effect is the same. Creditors are shifting the entire burden of adjustment on to the debtor countries and avoiding their own responsibility.
CommentsThe euro crisis is a complex mixture of banking and sovereign-debt problems, as well as divergences in economic performance that have given rise to balance-of-payments imbalances within the eurozone. The authorities did not understand the complexity of the crisis, let alone see a solution. So they tried to buy time.
CommentsUsually, that works. Financial panics subside, and the authorities realize a profit on their intervention. But not this time, because the financial problems were combined with a process of political disintegration.
CommentsWhen the European Union was created, it was the embodiment of an open society – a voluntary association of equal states that surrendered part of their sovereignty for the common good. The euro crisis is now turning the EU into something fundamentally different, dividing member countries into two classes – creditors and debtors – with the creditors in charge.
CommentsAs the strongest creditor country, Germany has emerged as the hegemon. Debtor countries pay substantial risk premiums for financing their government debt. This is reflected in their cost of financing in general. To make matters worse, the Bundesbank remains committed to an outmoded monetary doctrine rooted in Germany’s traumatic experience with inflation. As a result, it recognizes only inflation as a threat to stability, and ignores deflation, which is the real threat today. Moreover, Germany’s insistence on austerity for debtor countries can easily become counterproductive by increasing the debt ratio as GDP falls.
CommentsThere is a real danger that a two-tier Europe will become permanent. Both human and financial resources will be attracted to the center, leaving the periphery permanently depressed. But the periphery is seething with discontent.
Europe’s tragedy is not the result of an evil plot, but stems, rather, from a lack of coherent policies. As in ancient Greek tragedies, misconceptions and a sheer lack of understanding have had unintended but fateful consequences.
Germany, as the largest creditor country, is in charge, but refuses to take on additional liabilities; as a result, every opportunity to resolve the crisis has been missed. The crisis spread from Greece to other deficit countries, eventually calling into question the euro’s very survival. Since a breakup of the euro would cause immense damage, Germany always does the minimum necessary to hold it together.
Most recently, German Chancellor Angela Merkel has backed ECB President Mario Draghi, leaving Bundesbank President Jens Weidmann isolated. This will enable the ECB to put a lid on the borrowing costs of countries that submit to an austerity program under the supervision of the Troika (the IMF, the ECB, and the European Commission). That will save the euro, but it is also a step toward the permanent division of Europe into debtors and creditors.
CommentsThe debtors are bound to reject a two-tier Europe sooner or later. If the euro breaks up in disarray, the common market and the EU will be destroyed, leaving Europe worse off than it was when the effort to unite it began, owing to a legacy of mutual mistrust and hostility. The later the breakup, the worse the ultimate outcome. So it is time to consider alternatives that until recently would have been inconceivable.
CommentsIn my judgment, the best course of action is to persuade Germany to choose between either leading the creation of a political union with genuine burden-sharing, or leaving the euro.
CommentsSince all of the accumulated debt is denominated in euros, it makes all the difference who remains in charge of the monetary union.If Germany left, the euro would depreciate. Debtor countries would regain their competitiveness; their debt would diminish in real terms; and, with the ECB under their control, the threat of default would disappear and their borrowing costs would fall to levels comparable to that in the United Kingdom.
CommentsThe creditor countries, by contrast, would incur losses on their claims and investments denominated in euros and encounter stiffer competition at home from other eurozone members. The extent of creditor countries’ losses would depend on the extent of the depreciation, giving them an interest in keeping the depreciation within bounds.
CommentsAfter initial dislocations, the eventual outcome would fulfill John Maynard Keynes’ dream of an international currency system in which both creditors and debtors share responsibility for maintaining stability. And Europe would avert the looming depression.
CommentsThe same result could be achieved, with less cost to Germany, if Germany chose to behave as a benevolent hegemon. That would mean implementing the proposed European banking union; establishing a more or less level playing field between debtor and creditor countries by establishing a Debt Reduction Fund, and eventually converting all debt into Eurobonds; and aiming at nominal GDP growth of up to 5%, so that Europe could grow its way out of excessive indebtedness.
Whether Germany decides to lead or leave, either alternative would be better than creating an unsustainable two-tier Europe.

venerdì 7 settembre 2012

Un Draghi inedito: non sottovalutate le Banche centrali nella storia dell’euro, di Marco Valerio Lo Prete


Mai sottovalutare i banchieri centrali. Non soltanto oggi, quando all’apice della crisi dei debiti sovrani la Banca centrale europea sembra l’unica istituzione in grado di placare Lady Spread, ma anche quando si tratta di rileggere il lungo e tortuoso percorso che ha portato alla creazione dell’Europa unita. E’ quanto sostiene Mario Draghi, attuale presidente dell’Eurotower, in un breve scritto che il Foglio ha letto: “L’unione monetaria europea ha dato i suoi frutti con la creazione della Banca centrale europea il primo giugno del 1998, seguita dall’introduzione dell’euro il primo gennaio del 1999 – esordisce l’ex governatore della Banca d’Italia nella prefazione al libro “Making the European Monetary Union” dello storico dell’Università di Princeton Harold James, in uscita a novembre per Harvard University press – Dietro questo risultato c’è un processo unico di cooperazione e unificazione monetaria che fu messo in moto nel 1957 dal Trattato di Roma”. Un’iniziativa “guidata innanzitutto dalla volontà politica di dare al mercato comune un’àncora monetaria stabile e di mettere l’Europa sulla strada di una maggiore integrazione”, prosegue Draghi presentando il volume assieme a Jaime Caruana (direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali) e spiegando come sia “naturale che i decisori politici furono giocatori con un ruolo chiave”.
Quel che è meno noto, ricorda il presidente dell’Eurotower in carica dalla fine del 2011, è che nel processo d’integrazione del continente “un ruolo molto importante fu giocato anche dalle Banche centrali degli stati membri della Comunità economica europea (più tardi Unione europea) e in particolare dai governatori degli Istituti centrali. Come guardiani della stabilità monetaria e finanziaria a livello nazionale, le Banche centrali furono direttamente influenzate dal processo di cooperazione e unificazione monetaria. Eppure il loro contributo specifico a partire dalla fine degli anni Cinquanta non è conosciuto in maniera diffusa né ben compreso, e questo è vero nell’opinione pubblica generale come anche nei circoli accademici”. Non si tratta di difesa corporativa della categoria, ovviamente. Piuttosto la Bce, d’accordo con la Bri, ha deciso nel 2008 di aprire in via straordinaria gli archivi dell’Istituto consentendo a uno dei più importanti storici della globalizzazione economico-finanziaria, James appunto, di scavarci dentro. I risultati della dettagliata ricerca, di cui pubblichiamo stralci qui sotto, si fermano ufficialmente al 1993, ma le lezioni per l’oggi non mancano. A partire dalla rivendicazione di quell’indipendenza dalla politica che Draghi attribuisce regolarmente all’Istituto di Francoforte e che riconosce già ai suoi predecessori: “Il foro nel quale i governatori dell’Unione cooperarono e prepararono l’Unione monetaria fu il ‘Comitato dei governatori delle Banche centrali degli stati membri della Cee’, creato nel 1964 con una decisione del Consiglio europeo. E’ stato ritenuto che il modo in cui questo Comitato dei governatori ha giocato un ruolo tanto importante nel processo di unificazione monetaria europea, per oltre tre decenni (1964-1993), meritasse una storia tutta sua. Un po’ a sorpresa questo Comitato dei governatori tenne i suoi incontri abituali nella sede della Banca dei regolamenti internazionali a Basilea, in Svizzera, ovvero fuori dall’Unione europea, fino a quando l’organo che gli succedette – l’Istituto monetario europeo (precursore diretto della Bce, ndr) – si spostò a Francoforte nel 1994”. Così i governatori “sottolinearono la loro indipendenza dal centro politico di Bruxelles. Nella storia non mancarono alcuni eccessi – come quando, ricorda James, il primo presidente della Bce Duisenberg rispose così alle sollecitazioni dei governi: “Io sento, ma non ascolto” –, eppure la tesi di fondo dell’accademico di Princeton è che, se oggi siamo a discutere concretamente di moneta unica, in massima parte lo dobbiamo a colleghi e predecessori di Draghi. I politici e il loro apporto, invece, sono ancora necessari, soprattutto oggi.

L’Europa è solo una moneta, di Harold James


Uno storico dell’Università di Princeton ha avuto accesso agli archivi finora segreti della Banca centrale europea e ha scoperto i principi visionari, pre-politici e tutti economici dell’euro

Anticipiamo ampi stralci di “Making the European Monetary Union”, saggio scritto dallo storico dell’Università di Princeton Harold James, e che sarà pubblicato a fine ottobre da The Belknap Press of Harvard University Press (592 pagine, 31,50 euro). Come spiegato nella prefazione al volume, scritta dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, è stato lo stesso Istituto centrale a commissionare questo studio nel 2008, aprendo eccezionalmente l’accesso agli archivi della Bce, della Banca internazionale dei regolamenti (Bri) e del Comitato dei governatori delle Banche centrali degli stati membri della Cee (1964-1993).

La ricerca di un coordinamento e poi dell’unione monetaria europea 
è stata una risposta a problemi reali (e ancora presenti) di instabilità valutaria e di disallineamento monetario a livello internazionale. Questa ricerca non è stata semplicemente – come spesso viene raccontato e rappresentato – un progetto fondamentalmente politico “per rendere impossibile una futura guerra europea e per mettere le basi degli Stati Uniti d’Europa federali” (Milton Friedman). Questo sforzo d’altronde sarebbe stato piuttosto curioso, considerato che non ci sono prove del fatto che una moneta comune prevenga lo scoppio di conflitti armati (si pensi alla guerra civile americana o, più recentemente, alla Yugoslavia). Nonostante ciò, questa tesi è stata ripetuta a non finire, e con enfasi retorica, da politici europei del massimo spessore, da Roy Jenkins a Hans-Dietrich Genscher. La retorica discende dalle prime origini dello sforzo di integrazione europea, quando il cancelliere tedesco Konrad Adenauer nel 1950 disse al Parlamento che “l’importanza di questo progetto è soprattutto politica e non economica”. Ma sarà chiaro da quanto descritto di seguito che c’era una logica economica ben precisa, oltre che una logica politica, dietro la creazione di una moneta unica per l’Europa. (…) La spinta a progettare una soluzione europea divenne particolarmente intensa quando gli squilibri globali (che si riflettevano anche nell’emergere di un ampio surplus di bilancio della Germania) iniziarono a minacciare l’ordine internazionale alla fine degli anni 60, poi negli anni 70 e 80.
(…) Gli anni Sessanta furono per molti versi un decennio sfrenato. Le comunicazioni migliorarono, musicisti infiammati guidarono una rivoluzione culturale, i riformatori iniziarono a chiedere una svolta completa rispetto ai relitti ideali del passato, gli Stati Uniti furono coinvolti in una sanguinosa guerra ideologica, gli europei iniziarono a desiderare una nuova moneta e cominciarono a negoziare sulle modalità istituzionali per ottenerla. Ma di quale secolo parliamo? A dire il vero sia il decennio che prese il via nel 1860 sia quello del 1960 furono rivoluzionari.
La storia si ripete. Ma con modalità singolari. Alla metà del Diciannovesimo secolo, il mondo era galvanizzato dalle trasmissioni via cavo transoceaniche e dalle ferrovie potenzialmente ubique, dalla musica di Verdi e di Wagner, dalle riforme di Bismarck, Cavour, Gladstone e Lincoln. Le questioni di una unificazione monetaria a livello europeo e di una semplificazione del panorama valutario globale erano intimamente legate, e l’imperatore Napoleone III propose una soluzione. Lui e i suoi consiglieri avevano già avanzato l’idea di una Unione monetaria latina, attraverso la quale il conio di Francia, Belgio, Svizzera e Italia doveva essere reso omogeneo, con un franco o una lira di peso standard e di puro argento che sarebbe circolata liberamente in questi paesi. La Conferenza monetaria mondiale del 1867, tenuta a Parigi, andò addirittura molto oltre queste ambizioni. Secondo un altro meccanismo congegnato in quella sede, sarebbe stata sufficiente una lieve modifica delle parità per far allineare Francia e Gran Bretagna, così come gli Stati Uniti, che si stavano iniziando a riprendere da una Guerra civile estremamente costosa e distruttiva. (…) Il principale commentatore inglese di affari monetari e direttore dell’Economist, Walter Bagehot, commentò in maniera entusiastica queste proposte coraggiose. (…) Ma nessuno di questi piani si realizzò in maniera strutturata, anche se la Unione monetaria latina rimase in piedi (a fianco delle altre valute nazionali comunque in circolo, ndr) prima di essere spazzata via da tassi d’inflazione estremamente divergenti durante la Prima guerra mondiale.
(…) Nel Ventesimo secolo, una tradizione alternativa fondata sulla moneta nazionale raggiunse il suo apogeo. Secondo questa visione, un forte legame teneva assieme moneta e autorità politica. Questo legame – e la capacità degli stati di manipolarne il valore della moneta – si intensificò come risultato dell’attrazione esercitata dalla moneta fiat o cartacea inconvertibile. L’economista e politico tedesco Karl Helfferich sostenne che la dipendenza di uno standard monetario dal valore del metallo aveva prodotto fluttuazioni dei prezzi che in teoria potevano essere eliminate dall’adozione della moneta fiat; ma aggiunse anche che la moneta fiat sarebbe stata soggetta a pressioni politiche intense e quasi insostenibili. (…) La capacità dello stato e della politica pubblica di stabilire il valore della moneta – preconizzò – avrebbe incoraggiato una mobilitazione e una polarizzazione di interessi diversi, da una parte di quelli che avrebbero beneficiato di un deprezzamento monetario, dall’altra parte dei percettori di reddito fisso che avrebbero desiderato un aumento del valore della moneta. (…) Il conflitto avrebbe avuto la capacità di portare a “una completa demoralizzazione della vita economica e sociale”, scrisse piuttosto profeticamente (infatti, in qualità di ministro delle Finanze tedesco durante la Prima guerra mondiale, divenne il maggiore architetto della grande inflazione tedesca). (…)
Le idee di un’unificazione monetaria transnazionale vennero riprese alla fine del Ventesimo secolo. Nel processo di costruzione dell’Europa, il legame tra moneta e autorità politica doveva essere reciso. Il populismo monetario e le conseguenze inflazionistiche dello stesso avevano gettato nel discredito l’approccio nazionale alla moneta. Cento anni dopo Bagehot, Londra decimalizzò la sterlina e gli europei, sospinti dal caos monetario statunitense generato da un’altra guerra, iniziarono nuovamente a riflettere in maniera ponderata sulla possibilità di un’unione monetaria europea. (…) Esattamente un secolo dopo la conferenza di Napoleone III, nel 1967, Sir John Hicks portò a termine un’analisi sull’instabilità del credito, sostenendo che era necessario gestire il credito internazionale, così come la moneta internazionale. (…) In maniera ancora più problematica e fondamentale, il coordinamento monetario internazionale comporta però la cessione di alcune prerogative e idee nazionali sulla moneta. In questo modo le differenze riguardo alla politica monetaria non sono formulate semplicemente come conflitti tra interessi, com’era all’interno di singoli stati nazionali, ma prendono spesso la forma di filosofie diverse e confliggenti. Di conseguenza negoziare compromessi tra posizioni nazionali alternative comporta qualche tipo di compromesso di carattere teoretico. Per fare un esempio che sarà al centro della storia raccontata in queste pagine: in tutta l’era post Seconda guerra mondiale, una richiesta fondamentale della Francia è stata quella di un meccanismo che consentisse forme di controllo politico sull’economia, la “governance economica” come è comunemente definita. All’opposto la Germania, per ragioni storiche, è stata profondamente legata a una politica anti inflazionistica, ancorata a una forte autonomia istituzionale della Banca centrale. Come riformulare queste posizioni per ottenere un’armonia tra le stesse? Ovviamente entrambe possono essere trasferite a un livello europeo, anche se ciascun paese teme che il trasferimento possa equivalere a una diluizione delle proprie posizioni: che la Banca centrale per esempio possa essere posta sotto pressioni ulteriori rispetto a quelle domestiche, o che la governance economica possa prendere la forma di mere regole di bilancio. Ma il conflitto potrebbe nascere anche come risultato dell’europeizzazione delle preferenze nazionali, in modo tale che governance e autonomia finiranno per scontrarsi.
(…) Un meccanismo politico, però, richiede negoziazioni continue e decisioni politiche, cioè un percorso tormentato, considerate le diverse preferenze di policy nei due paesi (e in quei paesi che si allineavano alle tesi di uno dei due Grandi). In tale situazione, l’attrattività crescente dell’unione monetaria consisteva proprio nel fatto che questa unione non necessitava di un lungo e laborioso processo politico, e che l’operatività di un sistema interamente automatico avrebbe messo degli argini al dibattito e all’iniziativa politica, così come alla scelta di policy alternative. L’unione monetaria si realizzò nel periodo immediatamente successivo a un’era di liberalizzazione del mercato dei capitali, dopo che a lungo gli squilibri delle bilance dei pagamenti erano stati sostenibili. Gli effetti dei movimenti di capitale consentirono però con il tempo agli squilibri delle bilance di crescere in maniera molto maggiore, facendo sì che poi le periodiche correzioni – quando si realizzavano – fossero molto più drastiche. Questi effetti erano osservabili già alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni 90, prima dell’unione monetaria. Infatti furono gli ampi squilibri a convincere i policymaker europei del fatto che un’unione monetaria era l’unica via per evitare il rischio di crisi periodiche, con annessi riallineamenti valutari che, attraverso gli effetti sui flussi commerciali, mettevano in pericolo la sopravvivenza stessa di un mercato interno europeo integrato.
(…) La maggior parte dei giudizi dell’Unione economica e monetaria al suo quinto anno di vita convergeva sul fatto che la moneta unica avesse funzionato bene come meccanismo anti inflazione, ma che avesse deluso in termini di aumento della crescita e della produttività. Qualcuno allora sperò almeno in un miracolo sul fronte dell’occupazione. Ma invano. Il decimo anniversario dell’Unione economica e monetaria non è stato diverso. Come si legge in un documento della Commissione europea: “Mentre l’euro è stato un chiaro successo, finora ha deluso alcune delle aspettative iniziali. La crescita della produzione di ricchezza e della produttività è stata inferiore rispetto a quella di altre economie mature”.
(…) Affrontare una crisi gemella richiede un’azione su entrambi i fronti sensibili:ovvero il problema dell’insostenibilità delle finanze pubbliche e quello delle banche-zombie. Tutti e due i compiti sono più difficili da svolgere quando ci si trova in un contesto di bassa crescita. Senza contare che le politiche macroeconomiche convenzionali non sono sufficienti a risolvere il problema. L’Europa ha bisogno di continuare con riforme microeconomiche concepite per produrre un ritorno alla crescita, ovvero – in breve – per tornare alle ambizioni dell’Agenda di Lisbona del 2000.
L’incompletezza del Trattato di Roma, però, costituisce ancora un problema.L’interazione dei tecnocrati all’interno di alcuni comitati (talmente comuni che nel gergo brussellese si parla di “comitatologia”) può tornare utile per coordinare varie politiche nazionali in numerose aree, ma il lavoro di questi comitati non potrà mai essere un successo completo. In particolare, i comitati non sono un surrogato adeguato per un meccanismo politico che genera un consenso politico diffuso e legittimo. Negli anni 90, i critici hanno spesso puntato il dito sul fatto che le unioni monetarie sono fragili in mancanza di qualche forma di unione fiscale. All’indomani della Grande recessione iniziata nel 2007, questa lezione è diventata brutalmente evidente per tutti. Colpisce ancora oggi il fatto che nelle discussioni interne al Comitato Delors (nel 1989, ndr), Jacques Delors ritenesse ancora che il bilancio dell’Unione europea sarebbe cresciuto – prim’ancora che l’unione monetaria vedesse la luce – fino al punto di arrivare a pesare quanto il 3 per cento del pil dell’area. Nel 2012, invece, questo bilancio è ancora pari all’1,1 per cento del pil complessivo dell’Eurozona. La maggior parte delle soluzioni innovative necessarie per correggere le debolezze attuali – e non le modifiche a breve termine che funzionano solo come palliativo – comportano alcune misure di federalizzazione fiscale. La risposta potrebbe essere quella di un fondo comune creato tassando le varie banche, per assicurare la presenza di risorse necessarie per un’assicurazione sui depositi di molte istituzioni finanziarie transnazionali e per fornire la possibilità di risolvere per via fiscale i problemi di salvataggio delle banche; o anche alcune misure di assicurazione comune contro la disoccupazione per alleviare l’impatto di choc inattesi. Quel che è certo è che sarebbe un errore credere che il 1999, ovvero il completamento dell’unione monetaria, possa costituire il semplice e soddisfacente passo finale della lunga lotta europea con la moneta. Non lo è.

giovedì 6 settembre 2012

Europa: federalismo o fallimento?, di Jean Pisani-Ferry

Sul fronte dei mercati obbligazionari europei agosto è stato più tranquillo di quanto temuto. Quindi, mentre si rilassano sulle spiagge e le montagne dell’Europa, i policy maker potrebbero fare un passo indietro dai toni e dalla furia degli ultimi mesi e pensare al futuro. L’eurozona si sta dirigendo, in uno stato di sonnambulismo, verso l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa? Sta vagliando opzioni inesplorate? Oppure i suoi stati membri stanno invece prendendo direzioni diverse? 

Per rispondere a queste domande la cosa migliore è partire dagli Stati Uniti. Il modello storico dell’unione federale statunitense è costituito da una valuta unica gestita da un dipartimento del tesoro federale; una stretta integrazione tra mercato produttivo, mercato del lavoro e mercato dei capitali; un budget federale in grado di compensare, parzialmente ma in modo automatico, le difficoltà economiche dei singoli paesi; un governo federale che si assuma la responsabilità di gestire una serie di rischi importanti tra cui quelli derivanti dal settore bancario; e infine la gestione da parte degli stati dei beni pubblici regionali senza alcun ruolo nel processo di stabilizzazione macroeconomica. 

Questo modello è stato usato come riferimento dagli architetti dell’Unione europea per la creazione di un mercato unico e di una valuta comune. Ma, per molti versi, l’Europa si è poi differenziata in modo significativo dall’esempio americano. 

Prima di tutto, l’Europa non ha mai istituito un budget federale. Negli anni ’70 c’era ancora la speranza di una spesa comune pari al 5-10% del PIL dell’UE, ma purtroppo non si è mai realizzata. Oggi, il budget dell’UE non è molto più grande di quello di 30 anni fa, ovvero uno scarso 1% del PIL.

A differenza degli Stati Uniti, dove la spesa pubblica federale è cresciuta a seguito di nuovi piani di spesa delineati durante tutto il ventesimo secolo, la spesa pubblica nazionale era invece già elevata nella fase di integrazione iniziale dell’Europa. Con il trasferimento a livello europeo dei piani di spesa nazionale già esistenti, si sarebbero potuti delineare dei piani di spesa federale consistenti. Ma, prevedibilmente, ci fu al tempo grande resistenza a questi trasferimenti. 

Più recentemente, l’eurozona ha iniziato a creare un sistema di aiuto reciproco tra gli stati membri. A partire dal 2010, il piano di aiuto è stato esteso a Grecia, Irlanda e Portogallo, e ora a Cipro. La Spagna potrebbe fare la stessa fine a breve con particolare focalizzazione sul settore bancario. Il risultato è che sta ora emergendo uno schema specifico, ovvero quello di un aiuto reciproco tra stati.  


Ma la solidarietà non è gratuita, bensì vincolata alla firma da parte dei paesi beneficiari di un trattato fiscale che li impegna nei confronti di una serie di responsabilità legate al budget e li rende passibili di sanzioni quasi automatiche. Inoltre, il piano di aiuto implica l’implementazione da parte dei beneficiari di misure negoziate e l’accettazione di uno stretto monitoraggio esterno dello sviluppo delle politiche adottate. In altre parole, il prezzo della solidarietà è una sovranità limitata. 

Tuttavia, a differenza degli Stati Uniti, i governi degli stati membri dell’UE (e in misura crescente anche i loro parlamenti) detengono sempre di più l’autorità. Poiché infatti i piani di aiuto non si basano su risorse federali, ma su un insieme di risorse nazionali, gli stati creditori chiedono maggior potere in cambio di un aiuto più consistente ai loro vicini. La valuta unica sembra quindi aver contribuito a distanziare maggiormente l’Europa dal modello statunitense, invece di avvicinarla. 

Negli Stati Uniti il governo federale agisce come scudo contro i rischi comuni e fornisce un sostegno automatico e incondizionato agli stati in difficoltà, ma non si attiva per salvare uno stato in default e tantomeno prende il controllo del suo governo. Per contro, in Europa non esiste uno scudo aggregato e nessuna forma di aiuto automatico per gli stati in difficoltà. Gli stati più ricchi si attivano per offrire un aiuto condizionato al fine di evitare il default. Quindi, mentre gli Stati Uniti si trovano a competere con un’autorità centrale per il potere, in Europa si trovano a competere sempre di più l’uno con l’altro.

Questa rivalità tra stati, che a volte sfocia in livore, è ciò che rende difficile la politica dell’integrazione europea. Tutte le federazioni hanno vissuto dei periodi di relazioni tese tra stato federale e governi dei singoli stati. Ma accettare che i propri vicini si guardino alle spalle e impartiscano istruzioni è molto peggio di un monitoraggio da parte di un’autorità centrale. 

E’ pur vero che uno dei principali problemi del contesto attuale è dato dalla debolezza delle istituzioni dell’UE che hanno il compito di portare avanti gli interessi comuni e di dover rendere conto ai cittadini europei in termini di collettività. Una direzione comune a livello europeo non può derivare dal calcolo degli interessi nazionali da parte dei governi e dei parlamenti che devono invece rendere conto solo ai loro elettori nazionali. 

Il grande quesito al quale nessuno sembra saper rispondere in modo chiaro è se l’Europa stia delineando un nuovo modello, o se abbia solo fatto una deviazione dalla scelta inevitabile tra disaggregazione e convergenza al modello federale standard. Una soluzione potrebbe essere quella di offrire una sede ai rappresentanti degli stati nazionali per discutere delle tematiche europee, mentre un’altra potrebbe essere quella di trasferire il ruolo di garante ad un’istituzione federale che renda conto al parlamento europeo. 

Qualsiasi sia la strada che deciderà di intraprendere, l’Europa dovrà, negli anni a venire, affrontare la debolezza nella rappresentanza degli interessi comuni, oppure ammettere che non esiste alcun interesse comune in grado giustificare il cammino verso l’integrazione.


http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-09-03/europa-federalismo-fallimento-203406.shtml?uuid=Ab2SacXG

mercoledì 5 settembre 2012

Japan’s Fiscal Crisis Comes of Age, by Yuriko Koike


Has Japan’s political paralysis finally lifted? The recent agreement, after a long debate, between the government and leading opposition parties to double the consumption tax – from 5% to 8% in 2014, and then to 10% in 2015 – suggests that it has. But there is a real risk that the government will mistake this measure for the end of the reform process. In fact, it is – or should be – only the beginning.
This illustration is by Paul Lachine and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Paul Lachine
CommentsBy virtually any measure, official Japanese debt is the highest in the world. The total outstanding volume of Japanese Government Bonds (JGBs) is an almost unfathomable $9 trillion, only just below the $10.5 trillion in outstanding debt for the full 17-country eurozone, which has more than triple the population.
CommentsSo grim has Japan’s fiscal position become that bond issuance has exceeded tax revenue since 2009. Taxes cover less than half of government spending. And last year’s earthquake, tsunami, and nuclear disaster only made a grim fiscal picture worse by requiring huge new spending on reconstruction. Japan issued a record ¥55.8 trillion ($693.5 billion), or 12% of nominal GDP, in government bonds during the last fiscal year.
Of course, Japan’s fiscal problems have been mounting for decades. Annual tax revenue has fallen 30% since the country’s property bubble burst in 1989, owing to slow growth and deflation, with tax cuts implemented as stimulus measures during the 1990’s recession playing a subsidiary role.
CommentsThe only reason that Japan has been able to sustain its fiscal position is that 93% of its debt is domestically held (with the Bank of Japan now buying close to one-third of the JGBs issued each year). Indeed, in contrast to the foreign capital flight that has so damaged Europe, willing foreign buyers of JGBs are currently plentiful, pushing interest rates to their lowest levels ever.
CommentsMoreover, Japan’s private sector – its households and companies – sits atop a mountain of savings, which is mostly used to purchase JGBs. Because the government can still borrow mainly from the Japanese people, its balance sheet remains stable. But, given Japan’s aging population, how long can that continue?
CommentsMost leading Japanese economists believe that the situation cannot be sustained, given that the large number of households formed by pensioners is increasingly drawing down savings. The share of those aged 65 or over has nearly doubled over the past two decades, to 23%, compared to 13% for the United States and 16% for Europe. If this trend continues, as seems likely, the captured market that JGBs have had for decades will begin to shrink dangerously. At that point, foreign purchasers are unlikely to pick up the slack.
CommentsIn reaching the agreement to raise the consumption tax, the opposition Liberal Democratic Party insisted that the main squeeze on the budget deficit – the amount spent on social-security benefits for Japan’s retirees – begin to be addressed. But the agreement actually does nothing to fix that problem.
The large number of elderly and retired people means that spending on health care and social security now consumes 29.2% of the budget, a one-third increase since 2000. To meet these demands, Japan’s government has been slashing spending on education and research, the two areas in which the country’s post-war economic rise was forged. And the old jibe that Japan cannot resist building bridges to nowhere if the government is paying rings less true nowadays. Public works and pork-barrel spending fell to 5.1% of the budget this year, from 13% in 2000.
Of course, the tax system will also need to be addressed. Just as Japan’s deficit is monumental by any measure, Japanese income earners are clearly under-taxed. Even after the proposed doubling of the consumption tax, the rate will remain half the 20% (or more) that almost all European countries levy. Overall tax revenue is roughly 27% of GDP, putting Japan in 28th place among the 35 OECD countries.
CommentsThe government must not overestimate how much revenue can be gained by the consumption-tax increase, and thus how much of the budget hole can be closed. Moreover, it has so far shrugged off any concern that the tax increase might have a chilling effect on consumption, and thus on economic growth.
CommentsHiromichi Shirakawa, the chief economist at Credit Suisse AG in Tokyo, suggests that the revenue increase from the consumption-tax hike will soon begin to evaporate – and disappear completely in 5-7 years. If he is right, the increase will turn out to be little more than a finger in the dyke of Japan’s budget problems.
CommentsDespite its two decades of economic malaise, Japan remains the world’s third-largest economy, and will grow by about 2% this year and 1.5% in 2013. Given the economic doldrums in which the world finds itself, that may not seem so bad. But, if Japan is ever to address its fiscal dilemma effectively, it will need to sustain faster growth than that.
CommentsSuch growth presupposes a credible strategy to pare the deficit, which means a plan that recognizes the reality of the growing cohort of pensioners. Japanese authorities will also need to launch bold liberalizing reforms to unshackle the many areas of the economy that are shielded from competition. These reforms must aim to boost greater workforce participation by women; induce corporations to invest more at home; and increase competition in cosseted sectors of the economy.
If any country has the political tools to undertake a program of comprehensive reform, it is Japan. The unity with which the Japanese population met last year’s disaster demonstrated once again that, when called upon, the national spirit can work miracles. And Japan’s “greatest generation” – the men and women who rebuilt a war-shattered country into an economic powerhouse – should not be deemed unwilling to sacrifice for the greater good. After all, they saved their country once; they are more than capable of doing it again.