venerdì 8 novembre 2013

Ora basta lagne, di Carlo Altomonte

Chi si lamenta con Draghi per “l’euro troppo forte” dovrebbe aggiornarsi sulla teoria economica

Da quando a metà luglio la Federal reserve ha lasciato intuire di voler continuare, almeno per il momento, nella sua politica di stimolo monetario (o Quantitative easing), l’euro ha iniziato rapidamente ad apprezzarsi rispetto al dollaro, con un movimento che a fine ottobre ha toccato un massimo di 8 punti percentuali (da 1,28 a 1,38 dollari per euro). Lo spostamento – invertito per il momento dalla decisione presa ieri dalla Banca centrale europea (Bce) che ha tagliato ancora il costo del denaro – non è stato indolore: in molti casi le trimestrali di diverse multinazionali europee, che dalle esportazioni traggono al momento la maggiore fonte di guadagno rispetto all’anemica domanda continentale, hanno registrato una revisione al ribasso degli utili, e molte di queste imprese hanno citato “l’euro forte” come concausa di questa revisione. Da qui è immediatamente partito il dibattito sulla opportunità che la Bce si doti di una politica più esplicita di controllo del tasso di cambio, senza lasciare che lo stesso sia interamente determinato dal mercato, o dalle azioni delle Banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, al fine di impedire una eccessiva rivalutazione dell’euro e dunque rischiare di soffocare sul nascere la già debole ripresa in atto in Europa. (Anche se Mario Draghi ha ribadito che i tassi di cambio “non sono un obiettivo della politica monetaria”).
Questo dibattito dà evidentemente per scontato che esista una forte relazione causale tra rapporti di cambio e competitività d’impresa, un assunto che, data la complessa realtà del mondo globale di oggi, va analizzato con cautela. In generale, guardando ai dati degli ultimi anni raccolti in una recente ricerca di Barclays, non esiste una relazione statisticamente forte tra profitti delle aziende e livello del tasso di cambio, né questa relazione sembra differenziarsi, come dovrebbe, tra settori esposti alla concorrenza internazionale (il manifatturiero in generale) e settori che per loro caratteristica (come i servizi alla persona) restano locali.
Come è possibile che un euro che si rafforza rispetto al dollaro non penalizzi automaticamente le esportazioni del nostro continente? Questo accade perché in un mondo caratterizzato da catene globali del valore e frammentazione internazionale della produzione le imprese che producono su scala planetaria sono in realtà parzialmente protette dagli effetti di una variazione del tasso di cambio del mercato domestico.
Consideriamo un semplice esempio: lo spazzolino da denti elettronico prodotto da una nota multinazionale europea viene assemblato con componenti che provengono da siti produttivi localizzati in dieci diversi paesi (con dieci valute diverse) in tre continenti. Che ruolo avrebbe il tasso di cambio dell’euro nel determinare da solo la competitività di questo prodotto? E se immaginiamo che il prodotto in questione venga assemblato fuori dall’Europa, al fine di produrre il più vicino possibile al mercato di riferimento, come accade peraltro a gran parte della produzione di automobili tedesche vendute in Asia, cosa c’entra l’euro con la profittabilità di queste aziende?
In realtà in questi casi un effetto lo si potrebbe avere, ma è di natura puramente contabile: poiché i profitti sono registrati in valuta locale, ma sono consolidati a livello di casa madre in euro, un apprezzamento repentino riduce il valore nominale (espresso in euro) dei profitti esteri, anche se non ha nessun effetto strutturale sui volumi di vendita (o sulla competitività) delle aziende in questione. Più che invocare l’aiuto della Banca centrale europea, in questi casi sarebbe forse opportuno suggerire a queste aziende di dotarsi di un adeguato meccanismo di copertura dal rischio di cambio.
Certo, non tutte le aziende sono grandi multinazionali. In particolare, le aziende medio-piccole vendono attraverso l’esportazione diretta dal proprio paese, piuttosto che attraverso siti produttivi esteri extra-europei; inoltre, non tutte le multinazionali europee producono al di fuori dell’Europa, e dunque in questo caso l’effetto sarebbe ulteriormente diversificato. In effetti, la ricerca economica – a partire dallo studio “Importers, Exporters, and Exchange Rate Disconnect” degli economisti Oleg Itskhoki, Mary Amiti, Jozef Konings – dimostra che, in un paese come il Belgio, un rafforzamento del cambio si traduce quasi interamente in una proporzionale perdita di competitività, mentre le grandi aziende multinazionali sono in grado di assorbire in maniera indolore quasi il 50 per cento di questa eventuale variazione del cambio.
Tuttavia anche in questo caso sono opportune due precisazioni: innanzitutto, le grandi multinazionali in ogni paese rappresentano circa il 70-80 per cento del valore delle esportazioni, dunque di fatto una gran parte dell’export di un paese europeo è in realtà parzialmente isolato dall’effetto del tasso di cambio. In secondo luogo, le aziende medio-piccole tendono in maniera più che proporzionale a esportare all’interno dell’area euro, piuttosto che al di fuori, e dunque anche qui l’effetto euro non conta.
In sintesi, nel mondo globale di oggi, la relazione tra tasso di cambio e competitività è quanto meno complessa, e in ogni caso non è il tasso di cambio la determinante principale di quest’ultima. Variabili quali efficienza, innovazione e capacità di integrazione dell’azienda nelle catene globali del valore sono molto più importanti. Piuttosto che di livelli di tasso di cambio, sarebbe opportuno dibattere maggiormente in Europa su come sviluppare queste ultime.

giovedì 3 ottobre 2013

Letta, Pd e diversamente berlusconiani hanno un’idea vuota di “stabilità”, di Francesco Forte

Il governo piuma è così leggero che non è caduto. Tuttavia esso, il Pd e i diversamente berlusconiani non hanno fatto una bella figura. Non l’ha fatta neppure Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, con la sua richiesta di “un paese normale”, frase che andrebbe qualificata in un paese con debito/pil oltre il 130 per cento, disoccupazione al 12,2 e il ristagno più che decennale della produttività dovuto al fatto che il mercato del lavoro è rigido, in modo tale da collocarci al 137esimo posto su 144 paesi esaminati dal Forum della competitività di Ginevra. La richiesta, quindi, dovrebbe essere rivolta a lui, come presidente della Confindustria: dateci un paese normale dal punto di vista dei contratti di lavoro. E se avete difficoltà coi sindacati, chiedete aiuto al governo per convincerli, al fine di incrementare la produttività e l’occupazione. La riduzione del cuneo fiscale sarà il premio per aver realizzato il mercato del lavoro normale, non una via traversa per non realizzarlo.
Ma al presidente della Confindustria vorrei anche domandare se gli pare normale un paese in cui non si può attuare la banda larga perché la rete telefonica in cui dovrebbe essere realizzata è monopolio di una società privata, che sino ad ora non ha trovato i mezzi per realizzarla e non l’ha scorporata dalla società che la utilizza, in contrasto con la legislazione europea?
E’ normale un paese in cui è possibile che un magistrato faccia il sequestro conservativo di tutti i beni dell’azionista di controllo di una singola impresa del suo gruppo, danneggiando gravemente la sua stessa solvibilità e creando un danno enorme all’economia nazionale? Ciò non nell’esercizio dell’azione penale, ma in quello della facoltà di erogare sanzioni amministrative.
E’ normale che per far decadere Berlusconi dal Senato si utilizzi l’argomento che le sanzioni amministrative possono avere efficacia retroattiva in materia tributaria, mentre il codice del contribuente stabilisce, come regola generale, che le leggi di contenuto tributario non sono retroattive? Il tema del concetto dello stato di diritto, in regime di economia di concorrenza, non pare interessi alla classe politica che fa il tifo per il governo piuma. Infatti né il presidente del Consiglio, Enrico Letta, l’ha trattato, né l’ha fatto il Partito democratico, ma neppure l’hanno fatto i diversamente berlusconiani. Nessuno di loro ha giustificato “stabilità” e “legalità” alla luce di princìpi. Ma queste sono due parole vuote se non si fanno precisazioni come quelle di cui ho fatto alcuni esempi. Per quali obiettivi si vuole la stabilità, oltre che per campare alla giornata? Legalità, da sola, è un termine che dovrebbe fare paura. Gli ebrei sono stati sterminati in base alle leggi razziali, che erano vere leggi. E Mussolini ha stabilito legalmente l’economia corporativa, con la “carta del lavoro”. Ma la cosa più beffarda è che il governo aveva dichiarato che l’aumento dell’Iva era inevitabile, dato che esso non aveva più una maggioranza certa. Ora che ce l’ha, molto ampia, l’aumento è ancora inevitabile? E non si è neppure capito che cosa il governo intenda fare per la seconda rata dell’Imu sulla prima casa. Anche questi due temi sono importanti per la crescita, quantomeno nel breve termine, quello a cui al minimo si dovrebbe guardare, se non si vuol dare l’impressione che la cosa che interessa è evitare le elezioni soltanto per non perdere la poltrona di governo o il seggio nel Parlamento e la pensione. Lo si vuole ascoltare Silvio Berlusconi almeno su Iva e Imu che toccano, in modo diretto e tangibile, la gente? Scendete dal pero, quantomeno per rendervi conto di ciò che serve adesso al cittadino normale.

lunedì 30 settembre 2013

La sinistra impicca pure con le parole, di Giuliano Ferrara

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto. Tu industriale della pasta non puoi dire alla radio che per te, con rispetto per tutti, quel che conta, quel che importa ai fini dello sviluppo, dell'investimento, dell'immagine, del marketing, è la famiglia tradizionale biparentale, maschio e femmina e bambini al seguito. Il Mulino bianco, lo spaghetto, i biscottini entrano nello spettro delle cose scorrette e discriminatorie se non si combinano con uno spot gay o «favorevole all'integrazione», secondo il linguaggio edulcorato o eufemistico scelto da Dario Fo, già testimonial della pubblicità Barilla. Guido Barilla viene aggredito, non solo in Italia, non solo dai militanti della cultura gay, non solo dai progressisti cosiddetti: ormai il linguaggio della correttezza ideologica è unificato, lo condividono le grandi maggioranze conformiste, è una seconda pelle della nostra cultura. L'aggressione punta a risultati umilianti e li ottiene, Barilla è costretto a scusarsi, anche con i suoi dipendenti, perché certe opinioni sono o stanno per diventare crimine di legge, alla faccia del diritto di pensiero e di parola, alla faccia delle libertà liberali. È un caso Buttiglione undici anni dopo. Ci fu almeno un principio di controversia, si sentirono voci discordanti, quando fu fatto fuori da commissario il politico cattolico che al tribunale della coscienza laica di Bruxelles, fattosi organo della caccia alle streghe sul tema dei diritti gay, rispose di conoscere la differenza tra diritto e morale, ma che in termini di morale la sua cultura cattolica gli suggeriva un giudizio negativo sul comportamento omosessuale. Ora non c'è più nemmeno la controversia, Barilla se lo sono cucinato in pochi istanti, il tempo di cottura di mezzo chilo di fusilli.

Intanto in Francia sono tornati i giacobini. 
Il ministro dell'Istruzione vuole scristianizzare la società e la scuola, formula decaloghi per l'indottrinamento anticattolico, si cancellano le feste religiose, si tolgono di mezzo i santi, si predica apertamente la religione dello Stato laico come l'unica religione ammessa, con i suoi dogmi, le sue certezze, il suo autocontraddittorio farsi dottrina valida per tutti. I politici cattolici e democristiani in giro per l'Europa se ne impipano, i vescovi parlano d'altro, magari interpretano le frequenti interviste e gli interventi di Papa Francesco come un via libera: non giudicare è evangelico, credere è evangelico, avere fede è meglio di niente, ma il diritto all'espressione razionale, la libertà di dire e di pensare quel che sembra giusto non è disponibile, o non dovrebbe esserlo. Eppure un certo grado di autoritarismo repressivo si affaccia come una necessità se si intenda riformare e riaggiustare dalle radici la società e il set più o meno tradizionale di opinioni che la riguardano.
La tecnica è quella dei totalitarismi democratici moderni, che sono cosa diversa dai fascismi e dal nazismo. Si procede negando la realtà, il fatto, e dando tutto il potere alle formule verbali che edulcorano o deformano in modo anche grottesco ciò che è. Il caso Berlusconi non è così diverso. Il politicamente corretto, che costituisce un regime culturale, non può sopportare lo sguardo del reale, del senso comune. È stranoto che c'è un conflitto tra politica e giustizia, che questo conflitto dura dall'epoca in cui furono liquidati i partiti politici, che il partito dei pm e dei giudici ha surrogato gli altri poteri abrogando la divisione dei poteri, che lobby mediatiche e finanziarie e civili importanti hanno costruito sulle avventure della giustizia politicizzata le loro fortune. È tutto lì squadernato davanti agli occhi del pubblico, solo che si voglia guardare: magistrati che fondano partiti o si buttano con risultati mediocri in politica, pm che fanno secco una volta un governo Berlusconi e la volta dopo un governo Prodi in un circuito senza controllo di prepotere e di uso politico della giurisdizione, l'alleanza con i media manettari all'insegna della violazione sistematica del segreto investigativo, e si potrebbe continuare a lungo.

Ma bisogna resistere alla realtà, evitare di confrontarsi l'evidenza.
 E allora si ricorre al linguaggio, al conformismo del linguaggio interpretativo. Bisogna tenere separata la questione della condanna di Berlusconi dalla politica, oops, ma come si fa se da vent'anni il centrodestra denuncia una manovra mediatico-giudiziaria ai danni della politica e del suo capo politico? Eppure con questi espedienti ideologici fatti di formule si fomenta un'aggressione vasta e aspra all'Arcinemico, accusato di eversione perché protesta contro quella che considera un'ingiustizia capace di svuotare lo Stato di diritto e la democrazia del suo contenuto e della sua forma. Qui non è in questione un cambio di governo o di maggioranza, l'obiettivo dei politicamente corretti è l'instaurazione di un regime mentalmente carcerario, di una grande prigione culturale.
Giuliano Ferrara

Ken Loach e la fine di 50 anni gloriosi per colpa della Spectre thatcheriana, di Alberto Mingardi

Finita la Prima guerra mondiale, pochi grandi, potenti e (ovviamente) avidi capitalisti s’installano nelle stanze dei bottoni. L’estrema concentrazione della ricchezza, e il sadico piacere di vedere una buona fetta della popolazione patire la fame che è tipico dei suoi detentori, conducono inesorabilmente alla crisi del 1929 e di lì alla Seconda guerra mondiale. La Seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, viene combattuta essenzialmente dal proletariato. I proletari di tutto il mondo sono divisi e si ammazzano a vicenda – ma quelli che hanno la fortuna di sopravvivere, e d’essere inglesi, traggono dall’esperienza bellica una formidabile lezione.  Se lo stato ha potuto organizzare i fattori della produzione in guerra, lo può fare in tempo di pace. E’ questo lo “spirito del ’45” che solo una terribile cospirazione, quella dei pochi, potenti e (ovviamente) avidi capitalisti di cui sopra – tornati inaspettatamente alla ribalta – ha potuto offuscare con l’avvento di Margaret Thatcher.
Questo è il riassunto del secolo scorso secondo Ken Loach, autore di un film che ha lo spessore di uno spot per la party conference del Partito laburista. Loach s’è divertito, da intellettuale pubblico qual è, a giocare coi simboli. Ricama sulla parola “socialismo”, raccontando in elegantissimo bianco e nero una storia dimenticata: c’era una volta la Gran Bretagna socialista, nella quale l’“ordine” vinse sulle forze disordinate dell’anarchia del mercato. In questa spedizione d’archeologia politica, la divisione fra buoni e cattivi è netta. I cattivi sono i “ricchi”, per quanto non proprio precisamente definiti. I buoni sono politici e leader sindacali che riuscirono a “superare avidità ed egoismi”, “tutti per uno e uno per tutti”.
C’è un elemento di grande lucidità, nel film. Loach non presta attenzione alcuna alla formula per cui una cosa sarebbe produrre ricchezza e altra distribuirla. Lo stato sociale e lo stato interventista sono presentati come un tutt’uno. L’uno richiede l’altro.
Le crescenti bardature che vengono imposte all’azione economica a un certo punto rendono necessaria la nazionalizzazione, perché nessun privato svolge attività che non possono essere profittevoli a norma di legge: ma non è questo a inquietare Loach. Piuttosto egli ci mostra come considerare il capitalismo una pecora che la socialdemocrazia deve limitarsi a tosare è idea che fa a pugni con i più profondi istinti politici dei tosatori. “Gran parte del favore che il socialismo trova”, spiegava Pantaleoni, è dovuto alla speranza che riesca “a eliminare la rivoluzione perpetua che la concorrenza produce in ogni situazione”. Il film di Loach ne è una illustrazione esemplare.
Lo spettatore che non abbia lasciato la sua onestà intellettuale in biglietteria noterà che i meriti dello stato sociale stanno tutti sul lato delle intenzioni. Che cosa queste intenzioni abbiano prodotto, non è tema che Loach sfiori neanche di striscio. Davvero l’educazione di stato ha reso “l’individuo capace di pensare per sé”? Col Servizio sanitario nazionale, veramente “la migliore sanità possibile” è stata resa accessibile a tutti?
“The spirit of ’45” racconta un Dopoguerra che coincide con standard di vita crescenti messi a disposizione di un numero sempre più ampio di persone – e lo racconta come se l’odiato capitalismo non c’entrasse niente, né col miglioramento delle condizioni di vita, né col progresso tecnologico, e nemmeno coi consumi di massa. Biasima la tendenza “monopolistica” dell’imprenditoria privata, e poi accoglie testimonial che argomentano a favore della monopolizzazione pubblica in ragione di economie di scala. Racconta un’Inghilterra che  nazionalizza ex abrupto le ferrovie, ignorando come a partire almeno da inizio secolo le strade ferrate fossero tanto minuziosamente regolate, da espellere di fatto ogni spirito imprenditoriale. La loro pre-istoria “mercatista”, che bizzarramente coincide con un periodo di sviluppo tumultuoso, è liquidata come irrazionale. Irrazionale è la disoccupazione: se le imprese vanno male, è perché il privato “non funziona” e “non investe”. Che ci siano problemi altamente specifici, che non sia scritto nella pietra quale è l’utilizzo migliore di una certa risorsa, che l’innovazione avvenga e cambi le carte, che mobilitare risorse a vantaggio dei bisogni e degli scopi di milioni di persone in tempo di pace sia cosa diversa che convogliarle verso l’unico obiettivo della vittoria in guerra, è fuori dall’orizzonte mentale del regista.
Ansioso di imputarne l’assassinio alla Thatcher (che però riesce al massimo ad accusare d’aver esternalizzato le pulizie negli ospedali), Loach non vede che ciò che distingue lo stato sociale “coerente” uscito dalla guerra, dai precedenti tentativi di “assicurare” i più poveri contro vecchiaia e malattia, è che i suoi benefici si estendono alle classi medie. Più che col riscatto degli umili, esso ha coinciso con la burocratizzazione dell’assistenza – e con una straordinaria concentrazione di potere, in pochissime mani. Mani, certo, di funzionari di carriera, non di capitani d’industria.  Mani che posero fine sì all’anarchia della produzione, ma spinsero il Regno Unito sulla via di un declino che appariva inesorabile, prima della Lady di ferro.
Emblematiche di “The spirit of ’45” sono le immagini di Clement Attlee. Un omino insignificante, né Churchill né Lenin, che incarnava onestamente, persino nel tono della voce e nel taglio dei vestiti, l’ideale della mediocrità burocratica. A ciascuno le sue nostalgie.

lunedì 16 settembre 2013

The Birth of Fiscal Unions, by Harold James and Jennifer Siegel

Fiscal unification is often an effective way to enhance creditworthiness, and it may also create a new sense of solidarity among diverse peoples living within a large geographic area. For this reason, Europeans have often looked toward the model of the United States. But they have never been able to emulate it, because their motivations for union have been so varied.
This illustration is by Margaret Scott and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Margaret Scott
Desperate countries often consider such unions to be the best way out of an emergency. In 1940, Charles de Gaulle proposed, and Winston Churchill accepted, the idea of a Franco-British union in the face of the Nazi challenge, which had already overwhelmed France.
In 1950, five years after the war, Germany’s first postwar chancellor, Konrad Adenauer, also proposed a union – this time between France and Germany – as a way out of his defeated country’s existential crisis. Political unification was rejected; but economic association has had a brilliant career for more than six decades – until now.
The fundamental idea behind a fiscal union is that poorer, less creditworthy countries can gain from joint debt liability with richer countries. Indeed, one of the most fascinating proposals to this effect came at the beginning of World War I, when the Russian Empire found that its limited capacity to borrow on international capital markets and its low foreign-currency reserves left it unable to create an effective military force.
So the Russian government proposed what would have amounted to a full fiscal union with Britain and France for war-related finances. France latched onto the idea, because its borrowing capacity was also weaker than Britain’s. The British wanted to win the war – but not so much that they were prepared to accept unlimited liability for debt incurred by the French and Russian governments.
In reality, a fiscal union between such diverse political systems would have been unworkable. An autocratic or corrupt regime has a strong incentive to spend in a way that benefits the elite. That incentive increases if it can command the resources of a more democratically governed state, where citizens agree to pay taxes (and pay off future debt) because they also control the government.
The only circumstance in which democracies sign up to such a deal is when a clear security interest is at stake. It was that predicament that gave pre-1914 Russia unique access to the French financial market. Yet, in 1915, the British, even in the face of an ongoing war, were unwilling to assume Russia’s liabilities. Perhaps the sheer degree of uncertainty in pre-war Europe, or the more amorphous nature of the threat, made security concerns trump financial risk.
Russia’s World War I credit arrangements anticipated some of the political maneuvering about debt and its relation to security that occurred in late-twentieth-century Europe. Post-1945 West Germany was vulnerable for a long time, because it sat on the Cold War’s fault line. As a result, West German governments offered neighboring countries financial help in exchange for security and political solidarity, especially at moments when they were uncertain about the reliability and continuity of US support.
But there were limits. In 1979, when West Germany adopted a fixed exchange-rate regime with a support mechanism for its partners (the European Monetary System), the Bundesbank ensured that it was not committed to unlimited currency interventions and that it might stop when the stability of the Deutsche Mark was endangered.
The logic was repeated on an even larger scale at the beginning of the 1990’s, but this time without any pre-determined limits. The European Union’s commitment to monetary union enabled the eurozone’s Mediterranean countries to improve their debt dynamics and public finances dramatically. Their borrowing costs fell as they locked their currencies into a union with countries – Germany, in particular – with a stronger reputation for stability.
At that point, the problem of how to divide the eventual bill when things became costly was not addressed, and the problem of excessive debt was wished away by the establishment of convergence criteria (which were not fully implemented anyway). But, since 2009, when financial distress in the eurozone’s periphery brought such problems to the fore, Europeans have faced the same question as the WWI Allies. Are security and political interests so overwhelming that they justify assuming large and unlimited liabilities incurred by political systems over which they have no control?
Because Europe is at peace, with no singular, overriding security threat, it is likely that when the extent of the bargain becomes clear, voters and politicians in the rich creditor countries will reject it. But the more uncertain security challenges that Europe faces may just demand the kind of strong fiscal link that the French and Russians were willing to forge before 1914, and that the Germans and French embraced in 1950.
The implications for the present are important: the only palatable way in which the necessary balance between liability and security can be achieved is through a process of political reform that dissolves corrupt oligarchies and weakens incentives for fiscal imprudence. One approach might be to ask citizens in all European countries whether they are prepared to accept some sort of fiscal compact involving a hard limit on debt.
Germans refer to this solution as a Schuldenbremse (debt brake). It presupposes a profound process through which institutions and the assumptions underlying them come to be widely shared. But that takes time, as the history of the US – the world’s most successful union born of emergency – amply demonstrates.

http://www.project-syndicate.org/commentary/europe-and-the-birth-of-fiscal-unions-by-harold-james-and-jennifer-siegel

Is Europe Out of the Woods?, by Barry Eichengreen

The eurozone crisis is over, or so we are being told. But can a couple of quarters of economic growth support claims of recovery?
This illustration is by Tim Brinton and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
Illustration by Tim Brinton
There is no doubt that the outlook for Europe has brightened since early 2012. Ten eurozone countries had just been downgraded by the ratings agency Standard & Poor’s. Economic activity was spiraling downward, while nervous investors were fleeing southern European banks. The Spanish government was about to nationalize Bankia, the country’s fourth-largest bank, but could not say where it would obtain the funds to recapitalize it. Interest rates on government bonds were racing upward.
In Greece, meanwhile, an election was approaching, amid fears that the new government would reject the country’s financing agreement with the European Union and the International Monetary Fund. At that point, the country might be forced out of the eurozone.
And what happened in Greece would not stay in Greece. Once the process of euro exit had started, there was no telling where it would stop. The general feeling was that the common currency was doomed.
In fairness, this dark prognosis was not universally embraced. My own favorite recollection of this period is from March 2012, when I shared a podium in New York with another, more famous economist. We were asked: “What probability do you attach to Greece leaving the eurozone by the end of the year?” He said 100%. I said 0%. This caused no little amusement in the audience. In the end, one of us was more right than the other.
What those forecasting the eurozone’s collapse overlooked was the commitment of elected officials and their constituents to the European project. In Greece, where tensions ran highest, Syriza, the main leftist anti-euro party, received only 27% of the vote in the 2012 parliamentary election. In the run-up to Germany’s general election later this month, the Christian Democrats and the Social Democrats have indistinguishable pro-euro positions. Alternative für Deutschland, the anti-euro party, is polling a mere 4%. It may yet win a few seats in the Bundestag; but the numbers indicate that euro-skepticism remains a fringe position.
Along with this deep and abiding commitment to the European project, there is fear of the unknown. The consequences of abandoning the euro are highly uncertain, and few European leaders are willing to go there. When push comes to shove, they are prepared to do just enough to hold the eurozone together, even if the necessary steps are economically and politically distasteful.
So what changed in the last year? First, Europe now has a true lender of last resort. In July 2012, European Central Bank President Mario Draghi pledged that the ECB would do “whatever it takes” to preserve the euro. Draghi was still new on the job, so markets interpreted his pledge as signaling the advent of a new regime.
A few days later, the ECB established its “outright monetary transactions” program, which promised potentially unlimited purchases of troubled eurozone governments’ bonds. As a result, a mad dash for the exits by investors could no longer cause European financial markets to collapse.
Eurozone member states then agreed to address their banking problems by creating a single supervisor and a mechanism for winding down bad banks. Spain conducted a systematic audit of its banking system, and €100 billion ($132 billion) of EU and IMF money was made available for recapitalization.
To be sure, there has been only limited progress in establishing the single supervisor – and no progress on the resolution mechanism. But the commitment is important. The specter of a collapse of Europe’s banks, like the specter of a self-fulfilling debt crisis, has been banished, allowing Europe’s nose-diving economies to pull up in time.
But Europe could still suffer a hard landing. The banks remain weak. Now that the European Banking Authority has finally issued new prudential rules, they can get about the business of raising the capital they need as a buffer against losses. Société Générale has moved in this direction, but few other banks have followed so far. So long as European banks remain undercapitalized and overleveraged, a sustainable recovery supported by robust bank lending is unlikely.
Nor has the debt overhang been removed. In the first quarter of this year, the eurozone’s public-debt ratio actually rose, to 92.2% of GDP. Given policymakers’ reluctance to contemplate write-downs, specifically of debt held by official lenders, governments have been forced to levy high taxes to service their obligations, in turn depressing investment. It would be better to give the European Stability Mechanism, the ECB, and other official holders of sovereign debt the haircuts that they deserve.
Doing just enough to prevent the eurozone from collapsing is not the same as setting the stage for sustainable growth. Yes, Europe’s economic performance has improved. But if policymakers fail to complete unfinished business, the prognosis will be bleak.

http://www.project-syndicate.org/commentary/the-case-for-guarded-optimism-in-europe-by-barry-eichengreen

domenica 21 luglio 2013

Oro colato, di Alberto Brambilla

Per il troppo ottimismo di Banca d’Italia, il paese ha “bruciato” oltre 30 miliardi di riserve auree

L’inazione della Banca d’Italia nel proteggere le riserve auree del paese dalle turbe del mercato è costata (finora) 34 miliardi di euro. Sono perdite virtuali – finché non si vende non si perde – ma per gli analisti specializzati è chiaro che i livelli record di prezzo visti due anni fa non torneranno a breve, o forse mai, e che, quindi, l’Italia ha già “bruciato” parte del suo patrimonio aureo. Banca d’Italia poteva evitarlo già tre anni fa.
L’Istituto centrale infatti non si è “coperto” da eventuali compressioni di prezzo,attraverso un’assicurazione ad hoc, come era stato suggerito ai suoi funzionari e all’allora direttore generale, Fabrizio Saccomanni, oggi ministro dell’Economia, da economisti e banchieri. Banca d’Italia poteva tutelarsi quando il prezzo era a livelli record, e fare pagare la differenza ad altri attori finanziari, come le banche d’affari, stipulando con essi dei contratti d’assicurazione volti a mettere uno “stop” alle perdite, pagando in cambio della protezione dal rischio una somma da versare annualmente; una specie di polizza che in gergo finanziario si chiama “floor” (traduzione: “pavimento” alla stregua dello “stop loss” comunemente usato sui titoli di Borsa). Si stabilisce cioè una soglia limite, sotto la quale scattano i risarcimenti per l’assicurato. Nel caso della Banca d’Italia poteva essere fissata arbitrariamente, ma Saccomanni ha preferito non muoversi e non ascoltare i consigli di coloro che, nel tardo 2010, sono andati in processione a Via Nazionale per convicerlo ad accettare l’operazione di “floor”; forse costosa al momento, ma (rivelatasi a posteriori) conveniente nel lungo periodo. “Il gioco valeva la candela, era meglio agire subito in maniera lungimirante. A conti fatti, non tutelarsi è stato peggio”, confida al Foglio un’autorevole fonte bancaria. Secondo il World Gold Council, l’Italia detiene le terze riserve auree più grandi al mondo: 2.452 tonnellate di lingotti distribuiti in diversi caveau (Stati Uniti, Germania e, ovviamente, Italia). Banca d’Italia ha il dovere di custodirle: non sono di sua proprietà, la proprietà è del popolo sovrano.
Alla fine del 2011, l’oro ha raggiunto il massimo di prezzo a 1.895 dollari l’oncia, oggi ha perso circa il 30 per cento del suo valore arrivando a 1.200 dollari. Se poi nel settembre 2012 l’oro di Banca d’Italia valeva 108 miliardi – di euro – ora ne vale 73, il 32 per cento in meno (sono calcoli riportati dal quotidiano la Notizia il 29 giugno e collimano con le verifiche del Foglio). Un recente rapporto di Thomson Reuters sostiene che sia cominciata una “sostenuta fase ribassista” dell’oro. La banca d’affari americana Goldman Sachs prevede che il valore del metallo giallo si attesterà a 1.050 dollari l’oncia nel 2014. Ergo: la ricchezza non tornerà più. Perché Banca d’Italia non è intervenuta? Secondo quanto ricostruito dal Foglio, ha preferito non fissare una soglia di riferimento per l’oro: sarebbe stato come fornire  al mercato un’indicazione sul prezzo che l’Italia aveva in mente per il metallo prezioso. E’ lecito credere che nessuno degli investitori internazionali si sarebbe scomposto più di tanto, ma è altrettanto plausibile il contrario. Va pure considerato che non più di quattro mesi fa erano le case d’affari a preventivare un costante rialzo dell’oro, ed è comprensibile quindi l’ottimismo di Bankitalia. C’è però un’altra occasione in cui l’Istituto centrale non ha ascoltato i suggerimenti altrui:  si è verificata nell’estate del 2011 quando lo spread tra bond italiani e tedeschi era vicino ai massimi storici e nelle banche estere si momorava la parola “default” associata all’Italia. In quel caso, il consiglio (inascoltato) riguardava l’opportunità di mettere parte delle riserve auree a garanzia delle emissioni obbligazionarie di stato per renderle più appetibili e ammansire – da subito – Lady Spread.

martedì 16 luglio 2013

Non ci sono keynesiani nelle banlieu, di Giulio Meotti

Sui riot di Stoccolma, come accadde in Francia nel 2005, si ripete il vecchio stereotipo del taglio dei servizi sociali e dei sussidi come causa del malumore delle periferie. Un penoso tic materialista. No, non ci sono keynesiani nelle banlieu. Sta invece collassando il modello multiculturale su cui l'Europa ha costruito mezzo secolo di politiche di integrazione. L’illusione era che una società ricchissima (la Svezia finanzia anche il cambio di sesso dei suoi cittadini), indifferente alla religione, sempre accogliente e tollerante, avrebbe sanato eventuali traumi da integrazione. Stessa situazione in Norvegia, il paese di Ibsen, Munch, Nobel e Grieg. Un ipocrita laissez-faire, un vero razzismo. E' in coma questa vecchia utopia welferista nata in Scandinavia ed esportata nel resto del continente. Intanto nuove camicie nere marciano sulle libertà dell'occidente.

mercoledì 26 giugno 2013

Berlusconi come Maria Antonietta, di Giulio Meotti

Per il filosofo Scruton il processo al Cav. ricorda l’umiliazione inflitta alla regina di Francia, accusata di incesto: “Il risentimento non si accontenta di privare la vittima dei beni, lo spoglia anche dell’umanità”

“Che ipocriti: prima liberalizzano ogni condotta sessuale, prima riducono il sesso a una funzione corporale emancipata dalla moralità, prima rendono moralmente ineccepibile tutto ciò che gli adulti condividono in privato, poi condannano in tribunale un ex primo ministro per le sue cene”. Roger Scruton è uno che sfida sempre l’opinione pubblica ma difficilmente sostiene quella corrente (giorni fa sul New York Times ha tessuto l’elogio del pessimismo). Filosofo inglese al St. Andrews College, culla di cultura e nobiltà, editorialista per il Times e celebre erudito autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore britannico, Roger Scruton commenta la condanna a sette anni inflitta a Silvio Berlusconi.
“E’ come la massima di La Rochefoucauld, ‘l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù’. E’ il tipico atteggiamento dei progressisti: mettono sul’altare ogni deviazione sessuale ma si riservano il diritto di giudicare come debbano vivere le altre persone. Solo un socialista ha diritto all’orgasmo libero? La borghesia, a cui appartiene Silvio Berlusconi, quella invece è da reprimere, e la famiglia è la culla della repressione da rieducare. Man mano che i comportamenti sessuali sono stati liberati dai vincoli tradizionali, le donne hanno incominciato a sollevare accuse, nuove e sino adesso impensabili, contro gli uomini che cercano di sedurle. Nell’isteria della liberazione sessuale ogni maschio è diventato colpevole”.
Nella condanna a Berlusconi Scruton intravede “una forma di puritanesimo moralista verso ogni forma di piacere. Questo vizio culturale accomunava il padre della Rivoluzione francese, Maximilien de Robespierre, e il leninismo, totalitario anche nella vita privata delle persone. E’ come nel detto di Jean-Paul Sartre, mutuato da Rousseau,  sul ‘costringere l’altro a essere libero’. La Rivoluzione francese semplificò perfino l’abbigliamento. Tutti erano diventati ‘citoyen’, una parola che presto avrebbe acquisito il tono ironico di ‘compagno’ nell’impero sovietico, e allora si capì che la distruzione delle antiche maniere era il preludio al futuro taglio delle teste. Nel caso di Berlusconi penso anche che ci sia un risentimento verso il successo. Nietzsche aveva ragione a dire che il socialismo è risentimento. E cosa meglio dei soldi incarna il successo? Berlusconi attrae questo odio, perché è il tipico italiano old fashioned da biasimare e ‘riformare’”.

“L’accusa è automaticamente colpa”
Secondo Scruton, si tratta del vecchio risentimento che caratterizza il pensiero totalitario e antiliberale. “Il risentimento è la componente fondamentale delle nostre emozioni sociali. Il XX secolo è il secolo del risentimento. Gli anarchici russi colpirono le persone ricche, di successo, di potere. Il terrore di Stalin, che fu iniziato da Lenin, era diretto contro chi si ‘approfittava del sistema’, i kulaki. Il terrore nazista colpì gli ebrei per il loro successo materiale. E se volete sapere perché gli Stati Uniti siano diventati l’obiettivo del moderno terrorismo, basta vedere il loro ‘stile di vita’. Il successo coltiva il risentimento in coloro che invidiano e il risentimento produce l’odio. L’invidia consiste nel desiderio di possedere quel che l’altro ha e il risentimento è il desiderio di distruggerlo. E’ questo il puritano secondo H. L. Mencken, uno che ha ‘paura che qualcuno, da qualche parte, sia felice’”.
Per questo secondo Scruton contro Berlusconi si è messa in moto una delle caratteristiche del rancore nella sua forma patologica: “Non concedere diritto alla difesa, l’accusa è automaticamente colpa. Il totalitarismo è uno stato mentale che razionalizza il risentimento attorno a una causa comune. E gli intellettuali sono particolarmente inclini a questo risentimento generalizzato. Istituzioni come la legge, la proprietà, la religione creano gerarchie, autorità, privilegi, e per il risentimento queste sono causa di ineguaglianza. I giacobini colpirono l’aristocrazia in quanto ‘emigrés’. Eric Voegelin ha giustamente definito il marxismo come uno gnosticismo, un governo attraverso la conoscenza. I rivoluzionari, infatti, agiscono in nome del popolo, annunciano libertà, uguaglianza, fraternità, si credono illuminati, vogliono il potere in solidarietà con quelli che ne sono esclusi. E’ una energia negativa, una vendetta. Questo risentimento, che si avventa contro Berlusconi, non si acquieta quando la vittima è privata dei beni materiali; cerca di spogliarla anche della sua umanità, di dimostrare che non ha mai avuto il diritto di possedere la più piccola fetta delle risorse della Terra e che la sua morte non deve essere rimpianta più di quanto si debba rimpiangere quella di ogni altro tipo di parassita”.
Il filosofo inglese chiude con un paragone storico. “E’ come nell’umiliazione inflitta alla regina di Francia, Maria Antonietta, accusata di ogni possibile crimine, incluso l’incesto, in modo da presentarla come un essere che non appartiene alla normale congregazione umana”.

venerdì 21 giugno 2013

Nella guerra di Draghi in difesa della sua Bce spuntano due bei paper, di Michele Masneri

Armi non convenzionali


Elogi a Bernanke sugli stimoli (che però freneranno nel 2014) e al sostegno ai piccoli dall’Eurotower

Il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, difende il suo operato non solo a parole ma anche con le carte. Da settimane il capo della Bce non perde occasione per rivendicare con forza la legittimità e l’efficacia delle sue scelte. Ultimo in ordine di tempo, il discorso tenuto a Gerusalemme durante un convegno in onore di Stanley Fischer, governatore della Banca centrale israeliana e maestro dello stesso Draghi. “La politica monetaria resterà accomodante fin quando necessario”, ha detto Draghi tre giorni fa. “Monitoreremo tutte le informazioni in arrivo sugli sviluppi economici e monetari, e rimarremo pronti ad agire se necessario”. Ma adesso, mentre pende la decisione della Corte federale tedesca di Karlsruhe contro l’Outright monetary transactions (Omt), il piano di acquisto illimitato di titoli messo in campo dalla Bce per placare lo spread, arrivano due paper che da una parte avvalorano le scelte espansive compiute oltreoceano dalla Federal Reserve e, dall’altra, confermano la scelta di Draghi di affinare la “cassetta degli attrezzi” della Bce.
Sul primo fronte, uno studio mostra gli effetti positivi della politica super espansionista della Fed, proprio mentre due giorni fa la Fed, seppur a maggioranza, aveva deciso di continuare la rotta verso una politica antirigorista fino al 2014, limite che temporale che ieri ha spaventato gli investitori deprimendo le Borse mondiali (Milano ha perso il 3,9 per cento) e lo spread tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è salito a 290 punti base. Il Fomc (Federal open market committee), il comitato che decide la regolazione dell’offerta di moneta, ha esaminato gli indicatori chiave dell’economia americana, considerati non soddisfacenti, con una attività economica che si espande a “un passo moderato”, e un’inflazione ancora sotto il livello prestabilito (1,4 per cento contro il 2 per cento prefissato) e dunque, seppur a maggioranza, ha deciso di proseguire nella sua politica di Quantitative easing, pur segnalando che se i target di crescita (e soprattutto la disoccupazione) saranno in linea con le attese. Ora uno studio Bce riconosce l’efficacia dell’azione della Fed nella fase più critica della crisi.
Un paper di Marcel Fratzscher, Marco Lo Duca e Roland Straub intitolato “On the international Spillovers of Us Quantitative Easing” analizza gli effetti sui mercati internazionali delle operazioni non convenzionali della Fed, e mostra come nella parte iniziale della crisi (2008-2009) soprattutto l’acquisto di titoli da parte di Washington ha portato benefici all’economia americana comportando il rientro di capitali e investimenti dai paesi emergenti sul mercato azionario e obbligazionario americano. Ciò ha prodotto, dice lo studio, “un apprezzamento del dollaro, un abbassamento dei rendimenti dei titoli di stato e ha supportato il mercato borsistico Usa”. “Dato l’obiettivo della Fed di portare liquidità ai mercati finanziari e a ripristinare segmenti di mercato danneggiati dal dopo crisi Lehman Brothers, le politiche Fed paiono essere state piuttosto efficaci” rileva la ricerca, che peraltro non risparmia una critica alla seconda fase del Quantitative easing (2010), quando gli effetti di tali politiche hanno invece spinto i capitali verso i paesi emergenti portando a un deprezzamento del biglietto verde.
Il secondo paper uscito in questi giorni da Eurotower, intitolato “The use of credit claims as collateral for Eurosystem credit operations”, a cura degli economisti Kentaro Tamura e Evangelos Tabakis, mostra invece come Draghi – che lo aveva anticipato il 19 marzo in un discorso a Francoforte –  abbia lavorato a un migliore uso dei debiti delle banche come garanzia collaterale verso la stessa Bce, un “complesso meccanismo” (Draghi dixit) che dovrebbe migliorare i flussi di credito nell’Eurozona, sostenere le Pmi e contribuire a far ripartire l’economia dell’Eurozona. Il governatore aveva sottolineato in quell’occasione che “è in atto un lavoro per migliorare le possibilità d’utilizzo di collaterale transnazionale per le operazioni di credito nell'Eurosistema, che ne aumenteranno l'efficienza”. Lo studio Bce sottolinea adesso che negli ultimi tempi sono state prese diverse misure per migliorare questo strumento; in particolare, alcune Banche centrali hanno avviato procedure automatiche per l'uso dei debiti delle banche come garanzia; si è introdotto un sistema per gli scambi di garanzie tra stati diversi; e nel 2012 si è implementata la portata della direttiva Ue 44/2009 sui collaterali, estendendo la protezione contro i possibili default di enti creditori, e diminuendo gli adempimenti burocratici; infine, lo studio apprezza l’iniziativa di soggetti privati come la standardizzazione della documentazione richiesta su alcuni tipi di crediti, che abbassa costi e tempi delle transazioni.