Thatcherism, Bertèlandia, Dalìworld, Lucianiglobo
"Après Nous le déluge!" LUIGI XV, detto il Beneamato
giovedì 31 maggio 2012
Le dimissioni del Papa, di Giuliano Ferrara
Benedetto XVI è il più vecchio Pontefice regnante dai tempi di Leone XIII. Rivendica di essere spiritualmente libero di abdicare. Noterelle apologetiche sul significato del gesto
Le dimissioni del Papa regnante non sono all’ordine del giorno. La chiesa è l’ordine dei secoli, non dei giorni. Quando Giovanni Paolo II portò alle estreme conseguenze la sua teologia del corpo offrendo la misura del dolore personale come pegno universale di sofferenza e riscatto scrivemmo contro le vociferazioni più o meno curiali intorno alla imminenza o auspicabilità delle dimissioni del Pontefice. Non è questione di diritto divino, come per i monarchi, ma il vicariato di Gesù Cristo in terra è tema troppo delicato per affidarlo alle cure della medicina, alle diagnosi, alle fasi terminali dell’esistenza di un regno e del suo titolare per diritto elettivo assistito, letteralmente o metaforicamente, dallo Spirito Santo. L’afasia o l’immobilità di un Papa sono un modo di parlare e di muoversi, sono una modulazione omiletica, una via di predicazione e conversione, e questo ci sembrava appena ovvio nel caso di Karol Wojtyla, atleta di Dio impedito nelle facoltà fisiche e indebolito nella pratica della lucidità, ma di singolare, potentissimo e (forse) irrinunciabile carisma.
Le dimissioni del Papa sono state messe all’ordine del giorno, nonostante le note esplicative e avversative appena esposte, da una autorevolissima ed esplicita dichiarazione in tal senso affidata da Benedetto XVI a Peter Seewald in un recente libro-intervista, e sono state esplicitamente collegate alla capacità psico-fisica (ma non solo) di guidare la chiesa da parte di un vescovo di Roma che è a oggi il Papa più vecchio in carica da cent’anni e oltre a questa parte. Joseph Ratzinger risulta acciaccato dall’età, e non potrebbe essere altrimenti, ma perfettamente vigile, perfettamente in grado di ricoprire il suo incarico pastorale, e tutto il resto di quel che essere Papa significa. E allora, di che cosa stiamo parlando? Il Papa ce la fa a fare il Papa e farà il Papa finché ce la farà a fare il Papa. D’accordo. La risposta di Benedetto a Seewald (“Quindi è immaginabile una situazione nella quale lei ritenga opportuno che il Papa si dimetta?”) suonava così: “Sì. Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi” (“Luce del mondo”, Editrice Vaticana, pagina 53). Questa è la base di tutto. Indiscutibile e indiscussa.
Però si può superare il pudore diplomatico, e la remora d’amore con la quale il tema è trattato, comprensibilmente, nella stampa cattolica e dentro la chiesa istituzionale. L’affermazione benedettina è molto esplicita e laica, e larga di veduta ecclesiologica, si pone come valida per un Papa, per qualsiasi Papa: parla di una inadeguatezza anche “spirituale”, il che è affidato alla coscienza non alla scienza medica, e di un diritto che in certe circostanze può presentarsi anche come un “dovere”.
I cattolici sono una razza splendida e strana, uno di loro, lo storico del Concilio più accreditato, il compianto Giuseppe Alberigo, confessò di aver pregato per la morte di Pio XII in un’epoca in cui la sua coscienza gli dettava di farlo pro bono ecclesiae. Diradare l’ombra, questo era per lui il problema. Non essendo un cattolico osservante e praticante, a me quella preghiera a tutta prima sembrò atto sordido e malevolente, poi ci ho ripensato. Fino a un certo punto, mi sono detto, in una coscienza cristiana incorrotta può farsi largo una preghiera di destinazione provvidenziale alla vita eterna del vicario di Cristo, naturalmente in Cristo per Cristo e con Cristo. Ma non sono comunque affari in cui un laico miscredente innamorato del posto che la fede degli altri ha nel mondo possa minimamente intromettersi. E poi qui non si parla della morte del Papa, tema sempre pigramente rubricato come una branca cinica ma inevitabile della “vaticanistica”, si parla della vita bella e illuminata di un Papa amato, rispettato, degno di devozione e di fiducia. Si parla inoltre di un atto vitale, le dimissioni, che avrebbe conseguenze di incalcolabile importanza nella vita della chiesa moderna. Anzi, della chiesa di tutti i tempi, e per i tempi a venire.
Dunque di qualcosa stiamo parlando, o se volete blaterando. Senza alcuna malizia, senza cincischiare. E non per un gusto di politologia ecclesiale, per dir così, ma per un sano modo di considerare un regno da noi molto amato. Ricordo che all’incrocio tra la traslazione della salma di Giovanni Paolo (che canti meravigliosi), tra i suoi funerali ventosi (che omelia fatale per coscienze e intelletti fu quella di Ratzinger decano del collegio cardinalizio) e la chiusura del Conclave, nello stesso giorno dell’elezione di Benedetto XVI, cambiammo la testata del giornale che state leggendo da “Il Foglio” a “Il Soglio”; e potemmo titolare, dopo la fumata bianca, “La formidabile elezione del professor Ratzinger”, avendo titolato il giorno prima, quello dell’omelia sul relativismo, “La formidabile lezione del professor Ratzinger”. Non rammento questo per vanità giornalistica né per umorismo da oratorio, ma per classificare oltre ogni dubbio queste note nella serie delle apologie piuttosto che nella serie dei pettegolezzi o delle denigrazioni vaticanistiche.
Prima di tutto, dunque: è o non è nello spirito di un uomo e di un uomo di chiesa come Ratzinger l’ipotesi di lasciare la sede petrina e destinare ad altri il pallio? Conoscere una persona è arte difficilissima. Intuire il campo del possibile aperto a una personalità superiore, a un’intelligenza e a un carattere provati dal passaggio di due secoli in una carriera apostolica mirabile, piena di cose forti, di svolte, di salti, eppure di robusta continuità teologica e culturale, pastorale ed etica, è impresa arditissima, votata a un quasi sicuro fallimento. Tuttavia all’amore non si comanda; ed è insieme, questo, un proverbio banalissimo e il cuore o uno dei cuori carnali della teologia cristiana e della pratica cristiana. Io penso che, se ci sia un Papa o un uomo capace di considerare possibile e scandalosamente opportuno un proprio ritiro, la dedica ad altro che non sia la cura della chiesa universale del proprio tempo, naturalmente nell’ambito di una successione ordinata e viva, carismaticamente certa di un risultato d’incremento della forza e della sicurezza di tratto nel governo della cattolicità, questo Papa si chiama Benedetto XVI e questo uomo si chiama Joseph Ratzinger. Ho avuto il piacere grandissimo di inchinarmi davanti a lui durante una visita pastorale alla parrocchia del Testaccio, il mio quartiere, e per il resto conosco la persona soltanto dall’interno dell’interesse che porto ai suoi libri, alla sua attività dottrinale e teologica, al suo impegno appassionato, di battaglia, sui temi del moderno, alle sue scelte pontificali nell’assedio rumoroso e spesso molesto che i tempi impongono alla chiesa cattolica. Punto. Troppo poco, o forse abbastanza, chissà, per emettere questo giudizio temerario. Ratzinger è uno che può dimettersi da Papa se ne ravveda le condizioni, anche del tutto a prescindere dalle sue condizioni psicofisiche. Come atto di libertà spirituale.
Va bene, dunque. Secondo me potrebbe farlo, quando e come decidesse di farlo, in totale libertà. E’ ovviamente poco, questo “secondo me”, ma è abbastanza per un articolo di giornale di un laico. Per uscire o tentare di uscire dall’astrazione del possibile, ed entrare nell’orizzonte del realistico, bisogna rispondere a una seconda domanda. A che punto è il papato di Benedetto XVI? C’è chi afferma che l’impasse lo minaccia. La corte o l’appartamento, si dice, vive tra le nuvole una vita professorale, intorno a un autore di libri, e le decisioni sono anche ferme talvolta ma rare, i tempi sono lunghi, o lunghissimi, la mano che le esegue, che le giustifica nell’ordinario e quotidiano lavoro è controversa, resa instabile dai problemi di una lunga incuranza della curia, che risale alla sprezzatura del venerato predecessore pellegrino, il beato Giovanni Paolo II, verso i problemi temporalistici intra moenia. C’è chi osserva al contrario la perfetta vitalità del pontificato, la sua agenda di successo nell’incontro con i giovani, la sua felice continuità giovanpaolina nel rapporto con gli ebrei, la sua capacità di fare da baricentro tra il semper reformanda della chiesa e la sua trazione tradizionale particolarmente in fatto di restaurazione liturgica dopo le follie del passato, il suo programma ambizioso sia sul fronte difensivo dell’espiazione e penitenza per i comportamenti peccaminosi di una frazione del clero sia sul fronte offensivo della dottrina, della promozione umana (vicina è la data della giornata della famiglia a Milano), dell’evangelizzazione, del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo. Ratzinger giganteggia, altro che, e sta solo a chi lo consideri con atteggiamento sereno capire bene quel che segnalò per tempo l’occhio inquieto e onnivoro di Sandro Magister: la guida della successione petrina è per il Papa riassumibile in uno stile lucidamente bonaventuriano, intelletto e ragione come fonte di luce e persuasione lucana, ma sopra tutto la fede che sa dirsi e dire le sue ragioni. E arriva l’anno della fede, la prossima possibile enciclica dopo la carità e la speranza: tutto dice che c’è ancora tanto lavoro da fare, naturalmente da fare “a suo modo”, con le responsabilità assunte limpidamente, magari anche qualche sconfitta organizzativa messa nel conto, ma chi se ne importa, un gigante non si confronta con le ansie nane del mondo. Incombe anche, e forse come un atto scandaloso, anche questo nell’ambito del possibile, la conversione di Fidel Castro. Vogliamo scherzare con le dimissioni del Papa?
Paradossalmente io sono di questa seconda scuola. E dovrei chiudere qui il pezzo. Ma resta invece il punto, oggettivo, delle dimissioni eventuali del Papa, aperto da una terza domanda possibile: quale significato avrebbero? in che cosa potrebbero aiutare la chiesa e anche il mondo, che in un certo senso brillante ma non letterale è una sua dépendance? non sarebbe per assurdo un modo di rinnovare la chiesa, senza lasciarsi imporre la cosiddetta democratizzazione, e di farlo con una specie di raddoppio pericoloso e canonicamente incerto, ma storicamente fecondo, del carisma papale?
Lasciamo stare i veleni romani recenti, mediatizzati e dunque impresentabili, sebbene in un mondo virtuale e onnivoro le notizie cattive sulla gestione possano avere una loro influenza maligna. Da non sottovalutare. Però è chiaro che stiamo parlando di un gesto altissimo, prezioso, profetico come dicono gli ecclesiologi, in fondo anche un poco assurdo, un’abdicazione consapevole e controllata che non si può mettere in alcun modo in relazione con le questioncelle sollevate da qualche inchiesta televisiva o da qualche leak di fonte più o meno vaticana. Chissenefrega. Problemi dell’intendenza.
Più seria mi sembra la questione cataclismatica dei preti che hanno peccato nei confronti dei bambini, e della trasformazione di una nullità statistica, questa è la mia convinzione, in un processo al clero e in una efficace soperchieria ai danni della cattolicità. Il mondo vuole democratizzare la chiesa, come è evidente, e annullarne il carattere ieratico, sacrale. Sarebbe un bel progresso secolarizzatore per la grande sindrome antireligiosa che pervade la terra da almeno due secoli se non di più, qualcosa di molto simile a una penultima battaglia d’influenza e di destino, con un vantaggio per chi crede che lo spazio pubblico della chiesa sia il mondo com’è, la normalità istituzionale, più la fede privata separata dalla ragione se non opposta alla ragione. Il programma minimo del mondo di cui Ratzinger è sempre stato in teologia e in cultura, a partire dalla radice della sua stessa missione, un antagonista fervoroso, anche dentro la chiesa, intelligente, modernissimo e tradizionalissimo. Non c’è dubbio, a mio giudizio, che le grandi intuizioni di Benedetto e del predecessore, intuizioni sostanzialmente condivise, sono state un trauma per la modernità laica: Cristo unico mediatore di salvezza secondo il deposito della fede cattolica; lo sradicamento della speranza messianica incarnata nella rivoluzione politica (teologia della liberazione e comunismo reale in Europa); l’erezione di un muro della differenza rispetto all’altra grande e vitale religione monoteista riunita in una umma, l’islam analizzato a Ratisbona; la ragione che argomenta la fede e si porta nello spazio pubblico (il dialogo con Habermas); la legittimità della politica riguardo alle questioni non negoziabili dell’umanesimo cristiano (il discorso al Bundestag e molto altro); il diritto culturale della chiesa a una piena interlocuzione con il contemporaneo (discorso ai Bernardini a Parigi); la difesa della vita umana, della famiglia, del matrimonio, di una corporeità e di un eros liberi di fronte all’onnipretesa della scienza bioingegneristica e dell’ideologia a essa afferente; il ritorno della liturgia della croce dopo le rotture conciliari e sopra tutto postconciliari (molti diversi pronunciamenti e atti). A queste faccende di una certa importanza si collegano i problemi della Humanae vitae, della comunione ai divorziati risposati, del sacerdozio femminile, del celibato dei preti, della contraccezione e dell’aborto e molto altro di ciò che fa la chiesa un monstrum ideologico e culturale nel mainstream del pensiero contemporaneo secolarizzato.
Concludendo. Un Papa che si dimette perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione (sceglie i tempi, offre un segno grande e terribile di vita extra-ordinaria della sua chiesa). Realizza un sogno personale: la cura, lo studio, la produzione di luce teologica senza i panni del pastore universale. Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente, promuove un’età regnante che renda meno ingovernabile il popolo di Dio riunito nella casa ecclesiale, e toglie ogni lentezza, stanchezza o spirito difensivo alla casa romana di Pietro. L’azzardo è forte, la circostanza anche abbastanza inverosimile, un Pontefice che ha forza spirituale non rinuncia al “compito assegnatogli”, come dice Ratzinger. Chissà che un giorno al Papa non appaia come un raddoppio di quella forza il gesto sovrano e papocentrico delle dimissioni.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/12622
domenica 27 maggio 2012
martedì 22 maggio 2012
Altro che superstato, lavorare e competere (direbbe la Thatcher), di Alberto Brambilla
C’è voluto un politico conservatore britannico, come il ministro degli Esteri William Hague, per rispolverare e aggiornare il mantra che fu del governo inglese di Margaret Thatcher (1979-1990) – “Prendete la bicicletta, e trovatevi un lavoro” – e affermare, contro ogni tetraggine autoconsolatoria, che nel pieno della crisi i giovani dovrebbero rimboccarsi le maniche, viaggiare, studiare e lavorare, per poi tornare nella loro patria e migliorarla. Osare più di così, in questa Europa molto lamentosa, parrebbe impossibile, a meno di non incontrare direttamente chi della Thatcher fu stretto collaboratore e addirittura speechwriter: “Hague ha ragione – dice John O’Sullivan in un colloquio con il Foglio – ma è fin troppo riduttivo. Tutti devono lavorare duro e fare sacrifici, non solo i giovani, per ricreare le condizioni economiche che pensavano fossero assicurate solo cinque anni fa”. Quanto ai giovani, si può dire che “per loro la sfida è anche più consistente: devono pensare anche a risparmiare per avere una pensione, perché il debole incremento della popolazione non può sostenere la loro previdenza”.Se “pugno di ferro” dev’essere, insomma, allora che lo sia per tutti. A sostenerlo è il migliore conoscitore del pensiero della Lady di Ferro inglese. O’Sullivan infatti ha scritto per la Thatcher alcuni dei suoi discorsi più puntuti, e oggi è ancora in contatto con lei, il personaggio politico che in Europa viene invocato più spesso in questo periodo di impasse riformatrice. “I leader europei cercano di emularla per il successo che ha avuto soprattutto in campo economico: ha ricevuto un paese vicino alla bancarotta e l’ha trasformato nella quarta economia del mondo”, ricorda O’Sullivan, ospite ieri a un convegno organizzato dall’Istituto Bruno Leoni a Milano. Ma il progetto thatcheriano è difficile da replicare perché in gioco c’è il consenso politico, e quello che manca a destra come a sinistra è oggi il coraggio di rompere con altre sfere di potere: “Negli anni diversi gruppi di pressione hanno ottenuto privilegi che vogliono difendere e che non sono necessariamente in linea con i bisogni dei consumatori e dei cittadini – spiega O’Sullivan – In questo modo l’economia si cristallizza sempre di più per via della strenua difesa dei vantaggi ottenuti, anziché puntare su un ambiente produttivo più efficiente. Contrastare questi privilegi produrrebbe conflitto sociale ma non esistono riforme strutturali, ad esempio sul lavoro, se non si è pronti ad affrontarle”. La Thatcher sapeva che la battaglia sarebbe stata dura, che avrebbe dovuto convincere quasi tutti delle proprie idee anche con le maniere forti. Lo diceva anche nel 1975, prima di diventare primo ministro, in qualità di leader dei conservatori inglesi, quando all’epoca O’Sullivan la seguiva come giornalista (prima di andare a vivere in Alabama e diventare editorialista di punta della rivista National Review, come fa oggi). Riportare questo discorso ai giorni nostri significa, spiega O’Sullivan, distinguere tra sicurezza del lavoro e opportunità di lavoro, “job security” e “job opportunity”: “Non serve dire alla gente ‘puoi avere il tuo lavoro finché vuoi’, ma piuttosto: ‘C’è un’opportunità per migliorare te stesso e la tua condizione’, ponendo le basi per creare più posti possibile, imprese, e incoraggiare gli investimenti. Si tratta di far capire che i vantaggi di questo processo saranno nel lungo periodo di gran lunga maggiori rispetto alla pura e semplice conservazione del posto”.
Se oggi si dovesse mettere a scrivere con Thatcher un discorso per i leader europei, cosa direste? “Penso che la Thatcher vorrebbe incoraggiare l’Europa a sviluppare una mentalità imprenditoriale senza spingere ulteriormente in alto l’asticella della protezione sociale. Perché più si alza, più sarà difficile avere crescita economica in futuro. In secondo luogo – ipotizza O’Sullivan – direbbe di affidarsi meno alle decisioni centralizzate prese a Bruxelles. Anzi vorrebbe enfatizzare la competizione tra paesi sia in termini di protezione sociale che di tassazione: che ogni paese abbia il livello di protezione sociale che desidera, alto ad esempio in Francia, più basso in Gran Bretagna, ma alla fine, in base ai risultati, che vinca chi ha trovato la formula migliore per bilanciare il livello ottimale di protezione e tassazione”. Finora invece, conclude O’Sullivan, “l’Europa non ha funzionato come un polo competitivo ma piuttosto come un cartello tra governi che ha ristretto la competizione su questi punti dell’agenda economica”.
domenica 20 maggio 2012
Andrea's Version, di Andrea Marcenaro
17 maggio 2012
Ammazza che sfiga, gli manca proprio molto a quelli lì. Bravi, però, convincenti, commoventi, per lo più poetici e tutti con un buzzo, un friccico che da dove sgorgava, da dove gli verrà mai quel gran talento, ti domandavi, che gran fortuna, come faranno? Portavano le loro parole come formichine. Ci giravano intorno, ci virtuoseggiavano su. Francesco Guccini, Ettore Scola, Rocco Papaleo, Nicola Piovani, Massimo Gramellini, non uno che non fosse deprivato di qualcosa, a questo mancava “passeggiare”, a quell’altro il “sole”, oppure la “leggerezza”, ma anche l’“aria”, perfino l’aria gli mancava. A Paolo Rumiz, poveretto, le “scarpe”: “Non è con il taccuino o le mani, ma con i piedi che credo si scriva”. Tempi di crisi. Culo poi ha voluto, tra quelli di “Quello che (non) ho”, che nessuno abbia nominato i “soldi”.
http://www.ilfoglio.it/andreasversion/853
Fazio, Saviano e il dizionario dei luoghi comuni 2.0, di Mariarosa Mancuso
Se Flaubert avesse visto il nuovo programma tv della coppia avrebbe avuto i suoi Bouvard e Pécuchet in carne e ossa, insieme con la corte di autori e ospiti “importanti”
Roberto Saviano e Fabio Fazio cercano parole. Scatta la gara aperta agli ospiti e agli spettatori di “Quel che (non) ho”, la nuova trasmissione che andrà in onda da Torino, prendendo il testimone dal Salone del Libro. Il programma comincia oggi (e va avanti per tre serate). La fiera editoriale con largo uso di dibattiti il 14 chiude i battenti, contando i visitatori e i libri venduti in un anno finora scarso di soddisfazioni (dovrebbero essere un consumo anticiclico, che nei momenti di crisi guadagna o almeno non perde: le cifre smentiscono). Sette giorni a maggio di full immersion culturale, con gli scontati inni alla lettura che rendono migliori i prevedibili dibattiti sulla tv non pecorona (che faccia ascolti record come “Vieni via con me”, oppure no: bisognerà vedere quanto inciderà sulla coppia il temporaneo trasloco da Rai Tre a La7, e la lontananza del tasto sul telecomando).
Dopo gli elenchi dei motivi per andarsene o restare, si cercano parole. Negli spot promozionali, ragazzi e ragazze dall’aria annoiata sfogliano cartelli scritti in stampatello (ricordando la scimmietta-maggiordomo che così si rivolge al giovane Charles Darwin nel film d’animazione “Pirati!”, che quanto a cultura batte qualsiasi libro attualmente in classifica): Amianto, Europa, Montagna, Speculazione, Dignità, Pil, Ogm, Clandestino, Antipolitica, Futuro, Terra, Fabbrica, Lotta, Crescita, Cinema. Peccato che Gustave Flaubert sia morto da un pezzo, potrebbe aggiornare il suo sciocchezzaio, o il suo dizionario dei luoghi comuni, senza bisogno di inventarsi dal nulla un Bouvard e un Pécuchet. Li avrebbe lì, in video, pronti a fornire nel giro di tre puntate materiale per un libro intero. Si stupirebbe, forse, a vedere i suoi eroi circondati da un numeroso fan club, invece che ritirati in campagna con un gruzzoletto da investire in programmi per migliorare qualsiasi cosa, dall’agricoltura all’umanità. Un’altra chiamata alle armi, su YouTube, chiede ai volontari tra il pubblico “parole non generiche” (le generiche sono già state usate tutte per gli spot, con sfondo di gasometro, sabbia, alberi, cielo nuvoloso). “‘Giustizia’ non va bene, è troppo ampia”, fa notare Saviano, ripreso durante una riunione di redazione (non aggiunge di aver depositato il marchio, mentre Zagrebelsky depositava “Libertà”). “Cortile” invece va bene, annuisce la redazione tutta. Circoscrive un luogo che per la generazione di Fazio sa ancora di nostalgia e in Italia la nostalgia sta in ottima posizione, quando si parla di cultura. Roberto Benigni, ospite della prima puntata perché invece l’originalità con la cultura si accoppia male, e perché basta aver letto una volta Dante in tv per acquisire meriti imperituri, ha scelto “anatroccolo” (il motivo lo spiegherà con le solite mosse e le solite smorfie, a beneficio di chi ancora lo regge). Va in scena il dizionario affettivo e si sospetta civile, perché la cultura secondo Fabio Fazio ha sempre un risvolto umano e impegnato. Non serve a divertirsi o a svagarsi, ma a sentirsi migliori. (Flaubert è sempre lì che prende appunti sul suo iPad, e ogni tanto manda un tweet alla sua Louise Colet).
Vale per la cultura in generale, e la letteratura in particolare. Fa stato l’elenco dei libri presentati a “Che tempo che fa”, l’unico salotto televisivo che fa vendere copie, e per questo è ambìto dagli scrittori e corteggiato dagli uffici stampa. Poco importa se i felici ammessi sono in grado perlopiù di camminare con le loro gambe, già in classifica o già ben posizionati quanto a recensioni. Il comma 22 dei talk show italiani sta nel fatto che le interviste (anche quando sono brevettate come format) servono a incrementare l’audience della trasmissione. Rarissimi i casi in cui il conduttore punta su un nome o un titolo fuori dal giro, aiutando qualcuno che abbia davvero bisogno di una spinta per affacciarsi alla ribalta. Se capita, bastano cinque minuti per fare una ricerchina e levarsi l’illusione: in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, e anche tra chi scrive i libri e chi li recensisce c’è al massimo un grado di separazione. E dunque via con Alessandro Baricco, con Claudio Magris, con Concita De Gregorio, con Carlos Ruiz Zafón, con Daniel Pennac, con Abraham Yehoshua, con Fabio Volo, con Massimo Gramellini (anche ospite fisso della trasmissione per commentare le notizie della settimana), con Andrea Camilleri, con Dario Fo, con Folco Terzani, con Erri de Luca. Si siedono e sono accolti con il massimo delle cortesie, le stesse che Nanni Moretti respinse al mittente facendo notare “queste cose le dici a tutti” (erano un misto di “aspettavo da tanto questo momento” e “sei il mio mito”; seguì una chiacchierata sul film “Habemus Papam” buona per svelare ogni colpo di scena allo spettatore che non si era precipitato a vederlo nel primo giorno di programmazione).
Le parole finora collezionate per la nuova trasmissione gareggiano in ovvietà con il piccolo e basico dizionarietto che serve per introdurre gli autori, tutti portatori di libri “importanti” (e ci mancherebbe, mica perdiamo tempo in frivolezze). Sono libri che aprono nuovi orizzonti, fanno riflettere sulla nostra società, sono densi di significati, sono autentici, indagano a tutto campo. Ogni tanto il conduttore butta lì una battuta “per alleggerire” (poi spiega che è una battuta, “fatta per alleggerire”). Guai a pensare che lo spettatore della domenica sera possa capirle da solo (o riconoscere che certe freddure più di un mezzo sorriso non provocano). Guai a farlo sentire escluso: nella terra del tifo bisogna dire subito da che parte si sta. E noi siamo quelli che alla cultura ci tengono.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13408
Qualcuno deve pur dirlo, ora basta con Saviano, di Giuliano Ferrara
Saviano al posto di Bocca. Uno che non ha mai detto nulla di interessante, che non ha un’idea in croce, che scrive male e banale, che parla come una macchinetta sputasentenze, che brancola nel buio di un generico civismo, che è stato assemblato come una zuppa di pesce retorico a partire da un romanzo di successo, si prende la rubrica di un tipo tosto che di cose da dire ne aveva fin troppe. Saviano a La7 per tre giorni con l’auricolare di Serra e la bonomia un po’ spenta di Fazio, un rimasuglio di tv dell’indignazione, una celebrazione di quella cazzata che è l’evento, il tutto destinato a sicuro successo di critica e di pubblico: il nulla intorno alle parole, ridotte barbaramente al nulla dell’ideologia, e tutt’intorno un uso cinico della condiscendenza verso il piccolo talento dell’ordinario. Saviano a New York, come un brand scassato alla ricerca della mafia già scoperta da Puzo, Coppola e Scorsese, una specie di Lapo in cerca di marketing sulle orme di Zuccotti Park, tranne che Lapo fa il suo mestieraccio. Saviano in ogni appello, dalla lotta al traffico di cocaina ai diritti dei gay a chissà cos’altro ancora. Saviano sul giornale stylish del mio amico Christian Rocca, perfino. Ma che palle. L’ho ascoltato al Palasharp, un anno e mezzo fa, via web. Un disastro incolore. Uno fuori posto perfino in un luogo in cui si faceva mercimonio delle idee peggiori della società italiana. Non riusciva ad aderire, malgrado la buona volontà, nemmeno alla semplificazione moralista della politica nella sua forma estrema di faziosità e di odio teologico-politico. Saviano non sa fare niente e va su tutto, è di un grigiore penoso, e i madonnari che lo portano in processione dalla mattina alla sera gli hanno fatto un danno umano, civile, culturale e professionale quasi bestiale. Credo che le premesse fossero genuine, è l’esplosione che si è rivelata di un’atroce fumosità. Già non è dotato, ma poi mettergli in mano una specie di scettro da maghetto della popolarità e della significatività di sinistra o de sinistra, insignirlo di una strana laurea da rive gauche all’italiana, il caffè intellettuale dei mentecatti, chiedergli di pronunciarsi su tutto e su tutti come l’oracolo, di fungere da uomo-simbolo, lui che del simbolico ha appena la scorta, questo è veramente troppo.
I Moccia e i Fabio Volo hanno scritto anche loro libri di successo. E’ un guaio che ti può capitare, una brutta malattia come il premio Nobel e altre scemenze. Un giorno o l’altro qualcuno te le commina, se sei veramente sfortunato, e c’è chi sbava nell’attesa. Ma nessuno li ha trasformati in totem, non si prestavano, non erano all’altezza. Saviano invece è all’altezza di questa mondializzazione del banale, di questa spaventosa irriverenza verso l’allegria e l’eccentricità dell’intelletto come nutrimento della società e della vita, di questa orgia del progressismo finto sexy, il torello triste che combatte la sua corrida in compagnia di milioni di consumatori culturali e di utenti dell’indicibilmente e sinistramente comune, medio. Siamo il paese di Wilcock, di Flaiano, di Cesaretto, di Manganelli e a parte lo spirito d’avanguardia e di letizia della scrittura, abbondano grandi maestri, filologi, scrittori anche civili che qualcosa da dire ce l’hanno, in trattoria e sui giornali e in tv, e siamo stati trasformati nel paese dei balocchi dei festival e delle seriali conferenze culturali dedicate al libro, al bestseller che ti cambia la vita come una nuova religione e ti immette nel mainstream più compiacente e belinaro. Ma via. Qualcuno deve pur dirlo. Facciamo un comitato, qualcosa di sapido e di cattivo, qualcosa di rivoltoso e di ribaldo. Basta con Saviano.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13404
giovedì 17 maggio 2012
Non lamentatevi, lavorate di più, di Marianna Rizzini
Uscita geniale di un politico inglese, inaccettabile (o quasi) da noi
Metti un giorno un ministro che dice, con gran sprezzo d’ogni tetraggine autoconsolatoria: “Basta lamentele, lavorate sodo, lavorate di più, l’unica ricetta per la crescita è lavorare duro”. Metti un uomo politico che, col sorriso, in maniche di camicia, in un paese che pure ha varato misure da tempo d’austerità, una mattina, da un giornale autorevole, invita i giovani a fare “di più con meno risorse, ché questo è il ventunesimo secolo”, e a “saltare sull’aereo, fare impresa all’estero, studiare all’estero”, prendere “il jet” per fare un giro oltremare, e magari abbandonare l’idea di “vivere sul debito in eterna espansione piuttosto che dover guadagnare quello che spendiamo”. Succede a Londra, dove il ministro degli Esteri William Hague, ex capo dei Tory, rivisitando il “prendi la bicicletta e vai a cercare lavoro” di thatcheriana memoria, dice in un’intervista al Sunday Telegraph due o tre cose che non si sentono e forse non si pensano nell’Italia che parla volentieri di “quello che (non) ha”, per dirla con i cahiers de doléances televisivi di Roberto Saviano e Fabio Fazio, e meno volentieri di quello che (non) fa per uscire da una mentalità che spesso cozza contro i tempi, il “ventunesimo secolo” di cui parla Hague, quello dove si deve “fare di più” con risorse più scarse, concetto introiettato a suo tempo dal ministro, ex allievo dello Yorkshire con famiglia impegnanta nel business delle bevande analcoliche.
Difficile, difficilissimo immaginare un Hague a Roma. Nel ’49 Alcide De Gasperi aveva detto qualcosa di simile all’Italia malconcia del Dopoguerra, quella del Neorealismo, piena di energia ma non ancora giunta sulla via del boom: se non c’è lavoro “imparate una lingua e andate all’estero”, ma il concetto, che si scontrava con il solidarismo tipico dell’impostazione ideologica di area Pci, finì al tappeto, tra le idee furiosamente impopolari che periodicamente si affacciano. Lavorare sodo, coltivare lo spirito avventuriero del “più rischio più guadagno”: la linea immaginaria De Gasperi-Hague non è conciliabile con la lamentela declinata con tono da mortorio ineluttabile, col bestiario cupo dei nostri giorni, e rischia la scomunica riservata alle battute di Mario Monti, caduto improvvisamente negli inferi della generale riprovazione, di sinistra come di destra, per aver detto “che noia il posto fisso”, per giunta in tempi di crisi.
E però qualcuno accoglie le parole del ministro degli Esteri inglese con un “finalmente”. Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, “sottoscrive” tutto quello che ha detto Hague, ancora memore della volta in cui, a una trasmissione televisiva, si trovò a dibattere “con un ospite scandalizzato anche soltanto al pensiero di un giovane che si sposta da sud a nord, figurarsi dall’Italia all’estero”. “L’idea prevalente è che tutti debbano restare nel bozzolo, protetti non si sa da che cosa”, dice Panebianco. “E non importa far notare che magari a spostarsi sono i più svegli, gente che prima o poi tornerà e porterà idee nuove e ricchezza nuova. Niente: un ragazzo che va dove ci sono maggiori opportunità è quasi inconcepibile. Si rimane bloccati in una rete di protezione familiare che è contemporaneamente rete di servizi non visibili resi alla famiglia stessa. C’è una sorta di ideologia nazionale contraria alla mobilità geografica in un paese dove la situazione di bassa crescita, protraendosi per lungo tempo, ha fatto sì che si consolidassero fortissimi interessi al mantenimento dello status quo. E non importa se questo significa resistere alla crescita”.
Dall’area “Noise from Amerika”, collettivo di economisti italiani giunti oltreoceano come “cervelli in fuga”, dove pure il professor Sandro Brusco dice “non mi piacciono le prediche morali, prima le riforme”, giunge un “sì senza dubbio” allo “stop ai lamenti e lavorate” pronunciato da Hague: “Ha ragione da vendere”, dice Michele Boldrin, docente alla Washington University in Saint Louis, “si cresce solo producendo di più e produrre di più richiede che si lavori di più e meglio, la domanda viene da lì”.
Poi c’è chi l’aereo l’ha già preso, come il ventinovenne calabrese Emiliano Ferragina, ricercatore ad Oxford, convinto che in Italia “la generazione dei venti-trentenni non sia ancora entrata nell’ottica giusta: molti sono ancora convinti che vivranno e lavoreranno nelle condizioni usate – e sfruttate – dai propri genitori. Noi abbiamo avuto un’ottima adolescenza pagata da genitori che hanno avuto un’ottima età lavorativa, ma dobbiamo capire che ora è diverso, e che un’età lavorativa più tribolata, meno sicura, non significa necessariamente un dramma. Scontiamo una cultura poco dinamica, ma è vero anche che cerchiamo lavoro in un quadro vecchio, con un sistema educativo inadeguato ai tempi. Risultato: molti giovani si sono incartati, ma non serve, ora, piangersi addosso”. “Rimboccarsi le maniche”, dice il giovane direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi, “e rendersi conto che impegnadosi a raggiungere qualcosa magari lo si raggiunge è concetto che fa fatica ad affermarsi in una società che da vent’anni è stata assillata dall’idea del ‘prendersi la vita più comoda’, del non dare troppa importanza ai soldi. Ora però ci si accorge che la decrescita non è un fenomeno felice”. La visuale è un’altra, dice Mingardi, si comincia ad avvicinarsi alla constatazione che “gli uomini fanno quel che fanno perché gli manca qualcosa. Tuttavia in Italia, per un uomo politico che viene vissuto come persona ‘sottratta alla tempesta del mercato’, è difficile parlare come Hague senza incontrare resistenza”. Per esempio le parole del ministro degli Esteri inglese non piacciono a Lucia Annunziata: “Prima si trovino i soldi per far ripartire l’Europa, il problema non è lo stile di vita”, dice respingendo le esortazioni di Hague con un “no, grazie, è solo retorica speculare a quella sui bamboccioni e sui fannulloni, e lo dico non per difesa dei giovani. Mi verrebbe da dire: ora sono i politici che devono andare e fare, invece di scaricare il barile sul lifestyle”. Dal think tank Italia Futura, invece, lo storico Andrea Romano, convinto che “il jet vada preso, sì, ma tra i 18 ei 24 anni, sapendo di avere la possibilità di tornare indietro”, invita a riflettere sul fatto che “in questo decennio depressivo, permeato di pessimismo rinunciatario così diverso dall’ottimismo un po’ ideologico degli anni Ottanta e Novanta” si siano diffuse “ricette difensivistiche da clima declinista, come se fossimo condannati a crescere poco, come se il declino fosse una condizione strutturale, come se la crescita fosse negativa di per sé, come se si fossero irrimediabilmente ridimensionate le nostre aspettative”.
William Hague può suonare cinico, di sicuro non è iperprotettivo (ma anche l’iperprotezione può uccidere).
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13451
lunedì 14 maggio 2012
Chi spende meno spende meglio, di Giorgio Santilli
La spending review che il Governo ha avviato due settimane fa si concentrerà, in prima battuta, su un drastico taglio degli appalti di forniture e servizi. L'applicazione del «metodo Consip», con procedure di gare online e accentrate a livello nazionale, consentirà di usufruire dei risparmi dati dalla grande scala in tempi relativamente rapidi.
Il decreto legge del Governo apre però uno spiraglio anche sul mondo dei lavori pubblici, che pure – per quanto più complesso – deve dare un consistente contributo a una maggiore efficienza della spesa pubblica. Il Governo dice di non voler ridurre il totale della spesa per investimenti, ma con una maggiore efficienza si possono fare più opere con le stesse risorse. Tant'è che la norma sulla licitazione privata contenuta nell'articolo 12, là dove prevede una procedura di trasparenza maggiore con l'apertura della busta relativa alle offerte tecniche «in seduta pubblica», si applica all'intero sistema degli appalti, lavori compresi.
Si tratta dell'ennesima modifica al codice degli appalti e al suo regolamento generale. Nell'ultimo anno, dal «decreto sviluppo» di Tremonti a oggi, sono stati modificati ben 70 articoli del codice dei contratti pubblici e in questo lavoro non è facile trovare una direzione di marcia unitaria. Si cerca di coinvolgere i capitali privati nella realizzazione delle infrastrutture, ma è ancora un tentativo incompleto. Si punta a ridurre i costi: questo finora è riuscito per alcune grandi opere (Torino–Lione e autostrada Grosseto–Civitavecchia), ma quando si è tentato di tradurre in regole generali questo obiettivo è stato un disastro. Si pensi al tetto alle varianti e all'azzeramento delle riserve volute proprio da Tremonti: camicie di forza che hanno creato difficoltà aggiuntive serie.
La spending review è oggi l'occasione per riproporre il tema della riduzione dei costi delle opere che già fu centrale negli anni 90. A quei tempi la direttiva Ue, che imponeva obblighi di trasparenza sconosciuti in Italia, la rivoluzione della legge Merloni (gare per tutti senza più eccezioni in un sistema dominato dalla trattativa privata) e l'introduzione delle prime forme sperimentali di aste elettroniche (con il precursore Bravobuilding) avevano imposto una grande attenzione al tema dei costi e avevano posto le basi per un effettivo abbassamento dei prezzi degli appalti.
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Poi, però, tutto si tradusse nei patologici ribassi anomali che alterano la sana concorrenza e bloccano i cantieri: il tema fu accantonato, anche se a ricordarlo c'erano sempre i costi anomali dell'Alta velocità, assegnata all'inizio degli anni 90 senza gara.
Ora la spending review può riproporre il tema sotto una luce corretta. È diffuso il dubbio che le procedure di gara non siano il massimo di correttezza e trasparenza. Le relazioni della Corte dei conti, presieduta da quel Luigi Giampaolino che fu uno dei padri della rivoluzione della trasparenza della Merloni, non danno tregua sulla vasta presenza di corruzione nel sistema degli appalti.
La modernizzazione può essere garantita da tecnologia e riorganizzazione. La spending review può estendere l'area della trasparenza con il sistema delle aste elettroniche, neutre e implacabili nella definizione del miglior prezzo. D'altra parte la standardizzazione dei processi produttivi e di acquisto dei materiali garantisce efficienza e trasparenza. Grandi imprese come Pizzarotti e Astaldi usano le aste online da anni per i loro sistemi di subfornitura e subappalto.
Dal «metodo Consip» si può dedurre anche la soluzione a un secondo aspetto critico del sistema degli appalti: l'eccessiva frammentazione delle oltre 12mila stazioni appaltanti. Nessun sistema potrà mai essere efficiente in questo modo, quando anche Comuni di poche anime possono continuare ad appaltare la manutenzione delle proprie strade (o magari il servizio idrico). Tutte le vie percorse in passato – provincializzazione o regionalizzazione degli uffici appaltanti, consorzi sovracomunali – sono state locali, sperimentali o perseguite con eccessiva timidezza. Oggi bisogna intraprendere questa strada con coerenza e determinazione: una di quelle riforme che è nelle corde del "governo tecnico" contro le resistenze di una politica restia a sostenere un disegno di efficienza.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-14/spende-meno-spende-meglio-063615.shtml?uuid=AbpUjFcF
sabato 12 maggio 2012
All'amato me stesso, di Vladimir Majakovskij
Quattro. Pesanti come un colpo.
"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio".
Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S'io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
accarezzando la luna.
Dove trovare un'amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
O s'io fossi povero come un miliardario... Che cos'è il denaro per l'anima?
Un ladro insaziabile s'annida in essa:
all'orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l'oro di tutte le Californie!
S'io fossi balbuziente come Dante o Petrarca...
Accendere l'anima per una sola, ordinarle coi versi...
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
O s'io fossi silenzioso, umil tuono... Gemerei stringendo
con un brivido l'intrepido eremo della terra...
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.
Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s'io fossi appannato come il sole...
Che bisogno ho io d'abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?
La Tigre, di William Blake
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l'immortale mano o l'occhio
Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l'Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?
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