sabato 11 giugno 2011

TO HIS COY MISTRESS (Alla sua amante ritrosa), di Andrew Marvell

Sol che avessimo mondo e tempo sufficienti,

questo pudor, signora, non sarebbe delitto.

Assisi, penseremmo dove passeggiare

e trascorrere il nostro lungo giorno d’amore.

Tu sulla sponda dell’indiano Gange

rubini troveresti; io presso la corrente

del Humber mi dorrei. Io v’amerei

per ben dieci anni prima del Diluvio;

e voi ricusereste, se v’aggrada,

fino alla conversione degli ebrei.

Il mio amor vegetale crescerebbe

più vasto degli imperi, e più lento.

Cent’anni se n’andrebbero a lodare

gli occhi tuoi, e a contemplare la tua fronte,

duecento ad adorare ciascuno dei tuoi seni;

ma trentamila anni per il resto.

Per ogni parte per lo meno un secolo,

e l’ultimo dei secoli mostrerebbe il tuo cuore.

Ché, signora, voi siete degna di tanto onore,

ed io non v’amerei per minor prezzo.

Ma alle mie spalle odo continuamente

l’alato cocchio del tempo che rapido s’approssima:

e là tutto dinnanzi a noi si stendono

deserti di vasta eternità.

Più non si troverà la tua bellezza,

né più, nella tua tomba marmorea, risuonerà

il mio canto echeggiante; allora i vermi metteranno a prova

quella verginità sì a lungo preservata,

ed il tuo onore schivo si cangerà in polvere,

ed in cenere tutta la mia brama.

È la tomba una bella e segreta stanza,

ma nessuno, ch’io sappia, ivi si abbraccia.

Ora dunque, finché il color giovanile

posa sulla tua pelle al pari di rugiada mattutina,

e finché la tua anima vogliosa traspira

ad ogni poro pertinaci fuochi,

ora prendiam diletto fin tanto che possiamo;

ora, quali amorosi uccelli rapaci,

divoriamo ad un tratto il nostro tempo

piuttosto che languire nelle sue lente fauci.

Ravvolgiamo ogni nostra forza e ogni

nostra dolcezza in un unico globo;

ed avventiamo i nostri piaceri con rude violenza

oltre i ferrei cancelli della vita.

Così, sebbene non possiamo indurre il nostro sole

a star fermo, almeno lo faremo correre.

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