mercoledì 1 giugno 2011

Elettori contro Stato Sociale, di Michael Boskin

Con una maggioranza netta di seggi parlamentari per la prima volta dall’assunzione del suo incarico, il Primo Ministro canadese, Stephen Harper, continua a riscuotere una serie di clamorose vittorie a livello nazionale con il sostegno degli elettori che chiedono una pausa, e forse addirittura un’inversione di tendenza, rispetto alla crescita dello stato sociale.

Inoltre, la vittoria di Harper è seguita al trionfo strepitoso nel 2010 del Partito Repubblicano degli Stati Uniti alle elezioni di medio termine con una campagna focalizzata in gran parte sull’entità e gli obiettivi del governo a seguito dell’esplosione della spesa pubblica quale conseguenza della crisi finanziaria e della recessione. Anche il Primo Ministro britannico, David Cameron, (a capo di una coalizione di centro destra, proprio come Harper fino a poco tempo fa’) ha vinto grazie ad una linea programmatica che prevedeva una riduzione degli eccessi dello stato sociale.

Il prossimo in lista sembra essere il Presidente francese Nicolas Sarkozy con il tentativo di una rielezione anticipata. La Francia ha tasse e benefici sociali ben più elevati di Regno Unito, Canada o Stati Uniti, e nonostante i tentativi iniziali di ridurre parte delle indennità francesi, Sarkozy ha comunque finito per fare meno riforme rispetto a Cameron o Harper, per non parlare di Ronald Reagan o Margaret Thatcher negli anni ‘80.

Alcuni potrebbero affermare che i problemi economici che i governi si sono trovati ad affrontare sono talmente seri che il fatto stesso di essere al potere porti ad essere fatti fuori indipendentemente dall’ideologia. Ma la rielezione di Harper suggerisce il contrario. Il Primo Ministro canadese non solo ha ridotto le vendite e le tasse aziendali del Canada (che sono ora ad un livello molto inferiore rispetto agli Stati Uniti) ma, come Cameron, aspira ad un consolidamento fiscale più rapido rispetto a quello portato avanti dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

La potenziale importanza di queste elezioni deve essere compresa in un contesto non solo di crisi finanziaria e recessione e di interventi statali mirati a gestirla, ma anche nel contesto più ampio dell’evoluzione storica dei sistemi di previdenza sociale di questi stessi paesi.

Questi sembrerebbero essere i principali trend:

· In tuti e quattro i paesi si è verificato un consistente aumento delle uscite pubbliche rispetto al PIL;
· Negli ultimi anni in ciascun paese si è inoltre verificato un significativo aumento della spesa pubblica, in particolar modo negli Stati Uniti e nel Regno Unito;
· La Francia registra il livello più alto di spesa pubblica rispetto al PIL (ovvero ben al di sopra del 50% secondo le stime dell’OCSE), un livello che continua ad alzarsi di decennio in decennio;
· Gli Stati Uniti registrano al momento la quota più bassa di spesa pubblica rispetto al PIL sebbene abbiano guadagnato terreno rispetto al Canada a causa dell’esplosione della spesa pubblica nel 2000, con le spese militari di George W. Bush e la spesa sociale di Obama;
· Sin dal 2000, il livello dell’aumento della spesa pubblica del Canada rispetto al PIL è stato il più basso dei quattro paesi;
· Il Canada ed il Regno Unito hanno vissuto dei periodi di riduzioni significative della spesa pubblica. Nel Regno Unito, la quota è scesa di quattro punti percentuali nel periodo compreso tra il 1980 ed il 1990 (la cosiddetta rivoluzione di Margaret Thatcher) e si è ulteriormente ridotta fino al 2000. Negli anni precedenti la crisi, la quota del Canada è scesa rapidamente arrivando al 40% circa dalla metà degli anni ’40;
· Allo stesso modo, la rivoluzione portata avanti da Reagan negli Stati Uniti ha fermato il trend di crescita della spesa non associata alla difesa.

E per quanto riguarda la prestazione economica rispetto al PIL reale pro capite? I quattro paesi si classificano in ordine esattamente inverso rispetto ai livelli di spesa pubblica (in base ai dati raccolti nel 2009 e nel 2007 ovvero prima della crisi). Gli Stati Uniti risultano infatti al primo posto seguiti da Canada, Regno Unito e Francia. Il coefficiente semplice di correlazione è quindi pari a circa -0.9!

Gli elettori sembrano voler decidere di un aspetto importante. Ovviamente, la correlazione non indica la causa. Ci sono, infatti, una miriade di altri fattori che influenzano la prestazione economica oltre all’entità, la composizione e la natura della spesa sociale (e le relative tasse ed il debito). Inoltre, i governi forniscono dei servizi, dalla difesa alle forze dell’ordine fino ad arrivare alla rete di sicurezza sociale, che sono essenziali per una società ed un’economia di successo. Ma l’entità dello stato sociale, così come l’erosione degli incentivi al lavoro, al risparmio ed agli investimenti, determinata dalle tasse elevate e dagli eccessivi trasferimenti, costituisce un enorme impedimento ad una crescita reddituale più rapida.

Questa semplice analisi dovrebbe sollevare un segnale di allarme rispetto al nostro modo di concepire gli equilibri tra il dinamismo e la sicurezza o tra la crescita e la ridistribuzione. Dopotutto, il reddito reale pro capite negli Stati Uniti è più elevato di circa il 40% del reddito reale pro capite della Francia, del 22% rispetto a quello del Canada e del 31% rispetto a quello del Regno Unito.

I trascorsi storici di ciascun paese hanno registrato dei trend simili (ovviamente anche in questo caso sono coinvolti diversi fattori e non solo il livello delle tasse o della spesa pubblica). Ad esempio, a partire dal 1980 il vantaggio degli Stati Uniti sulla Francia è passato dal 25 al 40%, periodo in cui la quota di spesa rispetto al PIL statunitense si era stabilizzata (e così è rimasta fino a poco tempo fa’), mentre in Francia è aumentata in modo notevole. Allo stesso modo, negli anni ’80 il PIL reale pro capite francese aveva superato di gran lunga il livello del Regno Unito, ma è stato poi sorpassato nel 2000 ed è rimasto infine indietro di circa il 10%. Le differenze risultanti equivalgono ad una generazione intera di progresso economico.

Coloro che vogliono avere il controllo, fare le riforme e ridurre la spesa pubblica sembrano avere il quadro completo che è uno dei prerequisiti per produrre un significativo progresso economico. E’ questa la lezione che ci ha impartito la storia, dalle rivoluzioni di Reagan e della Thatcher negli Stati Uniti e nel Regno Unito alla più recente esperienza di Stephen Harper e alla rinnovata performance che David Cameron ed i Repubblicani del Congresso statunitense stanno cercando di pianificare.

Solo il tempo ci potrà dire se le recenti elezioni di Regno Unito, Stati Uniti e Canada segneranno una ritirata dalla crescita dello stato sociale o solo una sospensione temporanea. Ma il paragone tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Francia rivela che la posta in gioco è comunque decisamente alta.


Michael Boskin, attualmente professore di economia presso la Stanford University e ricercatore senior presso il Hoover Institution, è stato Presidente del Consiglio dei consulenti economici del Presidente George H. W. Bush tra il 1989 ed il 1993.

lunedì 30 maggio 2011

CIÒ CHE DRAGHI DOVREBBE DIRE, di M. Salvati

IL COSTO DELL'INSTABILITÀ POLITICA

Domani, nel corso dell'assemblea dei partecipanti, il Governatore della Banca d'Italia leggerà le sue «Considerazioni finali». Fra pochi mesi egli assumerà l'incarico di Governatore della Banca centrale europea e questa è l'ultima occasione per parlare come capo di una autorevole istituzione del nostro Paese. Soprattutto, per parlare come italiano.

Alla luce delle «Considerazioni finali» degli anni scorsi, credo che anche quest'anno il problema cui Mario Draghi dedicherà la maggiore attenzione sarà quello della crescita insufficiente della nostra economia, ciò che rende difficile affrontare tutti gli altri problemi che affliggono il Paese. L'analisi delle ragioni per cui l'economia non cresce, e in particolare non cresce la produttività, si nutrirà certamente di nuovi apporti di ricerca, ma non presenterà variazioni rilevanti rispetto al passato. Né sarà diverso l'avvertimento che già Draghi ha lanciato molte volte: le riforme necessarie sono difficili e a rendimento differito. Non annunci miracolistici, ma applicazione costante e tenace, da parte di tutti i governi in carica, di programmi condivisi nelle loro linee portanti.

Come italiano che lancia un ultimo messaggio al suo Paese, come capo di una istituzione così autorevole, in una situazione in cui si rafforzano venti di cambiamento che potrebbero condurre in qualsiasi direzione, forse Mario Draghi potrebbe aggiungere una nota più personale e preoccupata. Le «Considerazioni finali» sono un documento calibrato con grande cura. Ma il distacco e l'equilibrio che lo caratterizzano non hanno mai impedito in passato che il messaggio centrale che conteneva - in senso lato politico - venisse colto da chi lo doveva cogliere. Al di là della circostanza che potrebbe indurre il Governatore a un tocco più personale - il suo distacco dalla Banca e dall'Italia - credo esista oggi una ragione seria per lanciare un avvertimento ancor più forte di quelli lanciati in passato.

Accennavo prima a venti di cambiamento e alludevo al sistema politico. È probabile che il nostro sistema politico entri nei prossimi anni in una nuova fase di turbolenza. Una transizione costituzionale mai completata, il potere carismatico di Berlusconi in declino - e il passaggio dal carisma all'istituzione, dall'eccezionalità alla normalità, è sempre difficile -, la presenza di progetti molto diversi su come affrontare la transizione, possono creare una situazione economico-sociale instabile. Una situazione nella quale non soltanto l'obiettivo di riforme miranti a favorire la crescita della produttività viene abbandonato; ma è a rischio lo stesso obiettivo di condurre in porto gli impegnativi aggiustamenti di bilancio pubblico cui ci siamo di recente vincolati.

Non è compito di un Governatore entrare nel merito delle scelte politiche. Ma è pienamente nei suoi poteri quello di segnalare come l'instabilità della politica possa minacciare la stabilità e la crescita dell'economia.

Michele Salvati
30 maggio 2011

http://www.corriere.it/editoriali/11_maggio_30/draghi-salvati_a015ebd0-8a7b-11e0-93d0-5db6d859c804.shtml

mercoledì 25 maggio 2011

Luna (Loredana Bertè)

E vaffanculo, Luna
da quella fregatura,
da quella notte senza fortuna.
Da quanto tempo, Luna,
è come stare fuori...
chissà che fine ha fatto lei?!
E quel bastardo che vorrei...
Da quanto tempo, Luna,
ho perso la misura,
ho seppellito
pure il cuore.
E che fine ho fatto anch'io?!
Mi sono detta: "Addio, addio"!
E come si sta male
a stare così soli
in queste notti brave
di maledetti suoni.
Che fine ha fatto lei?!
Che cosa abbiamo fatto noi?!
Da quanto tempo, Luna,
non c'è più l'infinito:
è stato già spartito in privato... Luna.
E che fine ha fatto Dio?!
Che ci abbia detto: "Addio, addio"!
E come si sta male
a stare così soli,
e navigare a vuoto
in mille direzioni.
E come si sta male
a ridere da soli
in queste notti, Luna,
in cerca di altri voli.
E che fine ha fatto,
che fine ha fatto Dio?!
Che fine?!