mercoledì 17 aprile 2013

Lady di ferro e istinto, di Mariarosa Mancuso


Oggi i funerali a Londra


Nei romanzi la Thatcher ha sempre qualche colpa, pure se dopo di lei sono arrivati i colori che hanno cancellato gli “anni marroni”. E quella guerra maldigerita, poi

"La figlia del droghiere che insisteva sulla parsimonia e sull’economia del bravo padre di famiglia ha finito per creare una società disastrosamente basata sul debito”. Parola di Jonathan Coe, sempre una certezza quando serve un attacco a Margaret Thatcher. Lo immaginiamo tra quelli che cantano “Ding dong! The Witch is Dead”, la canzoncina del “Mago di Oz” – la intonano i Mastichini, esibendo il certificato di morte attorno a una Dorothy piuttosto perplessa – tornata in classifica dopo la scomparsa dell’odiato primo ministro. Intanto Ian Jack, columnist del Guardian e dal 1995 al 2007 direttore di Granta, sente il bisogno di ricordare al mondo che la sua dolcissima mamma a metà degli anni Ottanta usava dire “mi meraviglio che nessuno le abbia ancora sparato”.
Chissà quanto deve essere costato a Jonathan Coe – uno che rese noto tardivamente il suo amore per Evelyn Waugh, timoroso perché lo scrittore era in conto alla destra – dedicare qualche riga del diario di Henry Winshaw alle lodi di Mrs Thatcher. Esigenze di personaggio, visto che Henry (discendente di una famiglia “antica e disgustosa”, certifica il sito di Feltrinelli, che nel 1995 pubblicò “La famiglia Winshaw”) è un politico conservatore: “Non dobbiamo dimenticare che dobbiamo tutto a Margaret. E’ magnifica, inarrestabile. Si libera dei suoi avversari come fossero erbacce. Sembrava così bella quando ha vinto. Come potremo mai ripagarla per tutto ciò che ha fatto?”.
Nel “tutto ciò che ha fatto Margaret Thatcher”, è compresa la cancellazione degli “anni marroni”. Così li chiama Jonathan Coe – che come romanziere se la cava meglio di quando indossa i panni dell’economista – in “La banda dei brocchi”, ambientato nel 1973. Erano marroni i tavolini dei pub, marrone la moquette, marrone il soffitto scurito dal fumo di un milione di sigarette senza filtro, marroni le auto e i vestiti dei clienti. Tre canali tv, l’elettricità che va e viene (quando al pub scoppia una bomba messa dai terroristi irlandesi, il primo pensiero va a un black out), la birra verdastra fatta in casa per risparmiare, con il kit comprato da Boots, i sindacati furiosi contro gli immigrati che rubano il lavoro. 
A valle della Thatcher – la società disastrosamente fondata sul debito di cui Coe assieme a molti altri, la ritiene responsabile, non essendo il rilancio dell’economia britannica una colpa – troviamo l’ultimo romanzo di John Lanchester, appena uscito da Mondadori. “Capital” era il titolo originale, in italiano “Pepys Road”, dal nome dell’immaginaria via londinese dove abitano i personaggi. “Pepys” è Samuel Pepys, diarista seicentesco che oltre alla peste e al grande incendio di Londra raccontava i suoi tentativi di infilare le mani sotto le gonne delle cameriere (in un misto linguistico di sua invenzione, secondo lui incomprensibile alla consorte). Da uomo di mondo, annota: “E’ bello stare a guardare cosa possono fare i soldi”.
Le case di Pepys Road, costruite a fine Ottocento, fanno la loro scalata sociale come gli individui. Scrive Lanchester: “Emergono dalla scialba crisalide dei tardi anni Settanta per trasformarsi in una farfalla dai colori squillanti nel decennio thatcheriano e nel corso del lungo boom economico che seguì”. Non pare per niente una brutta cosa, il denaro gira, gli scantinati e le soffitte vengono ristrutturati. Finché i finanzieri della City scoprono il quartiere, fanno salire i prezzi alle stelle, era “come il Texas durante il boom petrolifero, solo che invece di scavare un buco nella terra, alla gente bastava starsene lì a immaginare il valore della propria casa che schizzava verso l’alto così in fretta da non riuscire a stargli dietro”.
Siamo nel 2007, quando il romanzo comincia, e la brigata dickensiana di personaggi si offre alla nostra golosità. L’altro scrittore di riferimento è Anthony Trollope, con il romanzo “La vita oggi” uscito nel 1875. I titoli si potrebbero tranquillamente scambiare, già nel colossale romanzo vittoriano – mille pagine che presero il via da scandali finanziari londinesi risalenti agli anni 70 di due secoli fa – troviamo speculazioni senza copertura e truffe alla Madoff. Orchestra ogni nefandezza, spesso con la fattiva complicità delle sue vittime, il misterioso Auguste Melmotte. Ufficio alla City e casa in Grosvenor Square, dilapida un patrimonio (che non possiede) in magnifici ricevimenti e alla fine si ritrova senza il contante per le spese indispensabili.
La sua controparte in “Pepys Road” si chiama Roger Yount, quarantenne che spera a fine anno nel bonus da un milione di dollari. Giusto per rimettere a posto i conti di casa: le 150 mila sterline di stipendio annuo vanno via come niente, tra la tata e la vicetata, le auto, il pilates a domicilio, le vacanze esotiche, lo shopping della consorte. Verso la fine del romanzo, guarderà con preoccupazione un tassametro che segna 30 sterline. Gli altri abitanti di Pepys Road hanno altri problemi. L’ottantenne vedova Petunia Howe ha un mancamento, mentre fa la spesa al negozietto gestito dalla famiglia pachistana, e si ritroverà a letto accudita dalla figlia che ormai vive fuori città. L’operaio polacco che provvede ai lavori di casa – e ricorda “Moonlighting”, il film girato da Jerzy Skolimowski nel 1982, con Jeremy Irons che capeggia la brigata di idraulici e imbianchini – e l’ausiliaria della sosta, clandestina, frequentano la via per lavorarci, assieme alla tata ungherese. Si è appena trasferito, nella casa messa a disposizione dalla società, un giovane e molto promettente calciatore importato dal Senegal. A tutti, una mattina, arriva la fotografia della loro casa, e sotto la scritta minacciosa “Vogliamo quello che avete voi”.
Diceva Nathaniel Hawthorne, a proposito dei romanzi di Anthony Trollope: “Sono proprio il genere che preferisco, così realistici, come se un gigante avesse tagliato un grosso pezzo di globo terrestre e l’avesse messo in una teca di vetro”. John Lanchester, in 500 pagine che si leggono di corsa, procura al lettore gli stessi piaceri. Ed è assai meno cupo di J. G. Ballard, che in “Millennium People” (uscito nel 2003) immaginò la rivolta della buona borghesia nel quartiere di Chelsea Marina, sulle sponde del Tamigi. Chirurghi, broker, avvocati e architetti si sentono sfruttati, la sicurezza scarseggia e le lauree valgono quanto “un diploma in origami”. “Mi creda, capisco bene perché i minatori sono entrati in sciopero”, spiega uno di loro. E scende in piazza a tirar su le barricate con la Volvo.

Mia intervista a Radio Radicale, 16/04/2013

sabato 13 aprile 2013

High office, low church

Religion and politics

A Christian political tradition died with Margaret Thatcher

There’s a gun in my bag, Runcie

IT IS hard to imagine a prime minister doing such a thing now, and even then it seemed rather surprising. In May 1988 Margaret Thatcher went to the General Assembly of the (Presbyterian) Church of Scotland and gave what would soon be called the Sermon on the Mound. It was an impassioned statement of a certain form of Christianity. The Conservative leader stressed individual salvation over social reform, the legitimacy of moneymaking when combined with altruism, and the “responsibility that comes with freedom and the supreme sacrifice of Christ”.

In religion, as in so much else, Mrs (later Lady) Thatcher was a bundle of paradoxes. She was the last British prime minister openly and emphatically to acknowledge the influence of Christianity on her thinking, in particular terms not fuzzy ones. Her fellow Tories, John Major and David Cameron, have presented themselves as loyal but lukewarm Anglicans. “I don’t pretend to understand all the complex parts of Christian theology,” Mr (later Sir John) Major once said, reassuringly. As for Labour’s leaders, Gordon Brown inherited the ethos but not the zeal of his father, a Presbyterian minister. Tony Blair is passionately religious but was famously discouraged by his advisers from “doing God” in public because of the fear that he might sound nutty.

Precisely because she had such well-defined ideas, Mrs Thatcher was almost bound to have stormy relations with England’s established religion. In her time, the Archbishop of Canterbury was Robert Runcie, an Oxford contemporary who irked her considerably. A decorated tank commander, he commemorated the Argentine dead at a service following the Falklands war; he produced “Faith in the City”, a left-wing tract on urban blight; and he chided the government for demonising its opponents. Mrs Thatcher preferred the chief rabbi, Immanuel Jakobovits, who shared her view that self-improvement, not subsidies, would relieve poverty.

She helped to ensure that Archbishop Runcie was succeeded by George Carey, an unpretentious evangelical who this week remembered her as a person of “uncomplicated but very strong faith”. That faith was nurtured by a childhood steeped in the sober, self-improving world of Methodism. As well as being mayor of the Midlands town of Grantham, her father was a lay preacher. On a typical Sunday, she and her sister would have two sessions of religious instruction and attend one or two services. The family’s social life revolved around the church.

A quiet conversion

It was never hard to see the influence of Methodism, born as a reaction to the complacency and privilege of 18th-century Anglicanism, on Mrs Thatcher. She believed in thrift and hard work, and liked the advice of John Wesley, Methodism’s founder, to earn, save and only then give as much as possible. The acts of generosity listed in the New Testament, from the Good Samaritan’s to that of the woman who anointed Christ’s feet, were possible only because the donors had money, she noted.

But in other ways, Mrs Thatcher moved away from Methodism, and it moved away from her. As she ascended firmly to the upper middle class, she began attending Anglican church. Conspicuous consumption and debt-fuelled growth, often seen as legacies of the Thatcher era, could hardly be further from Methodist values. And in her native east Midlands, Methodist communities and ministers were active in defending coalminers during the strike which she defeated. Methodism has influenced Britain’s centre-left far more than its political right.

In explaining her denominational switch, Mrs Thatcher said that Methodism was “a marvellous evangelical faith” with great music—but “you sometimes feel the need for a slightly more formal service” as well as for more formal theology. In her religious origins, she was informed by a passion that was foreign to the English establishment. But as that puritan passion propelled her into high office, its sharp edges were blunted. The Ritz hotel is an unlikely place for a Methodist woman from the Midlands to end her days.

Freedom fighter


Margaret Thatcher

Now especially, the world needs to hold fast to Margaret Thatcher’s principles



ONLY a handful of peacetime politicians can claim to have changed the world. Margaret Thatcher was one. She transformed not just her own Conservative Party, but the whole of British politics. Her enthusiasm for privatisation launched a global revolution and her willingness to stand up to tyranny helped to bring an end to the Soviet Union. Winston Churchill won a war, but he never created an “-ism”.

The essence of Thatcherism was to oppose the status quo and bet on freedom—odd, since as a prim, upwardly mobile striver, she was in some ways the embodiment of conservatism. She thought nations could become great only if individuals were set free. Unlike Churchill’s famous pudding, her struggles had a theme: the right of individuals to run their own lives, as free as possible from micromanagement by the state.

In her early years in politics, economic liberalism was in retreat, the Soviet Union was extending its empire, and Milton Friedman and Friedrich Hayek were dismissed as academic eccentrics. In Britain the government hobnobbed with trade unions (“beer and sandwiches in Number 10”), handed out subsidies to failing nationalised industries and primed the pump through Keynesian demand management. To begin with the ambitious young politician went along with this consensus. But the widespread notion that politics should be “the management of decline” made her blood boil. The ideas of Friedman and Hayek persuaded her that things could be different.

Most of this radicalism was hidden from the British electorate that voted her into office in 1979, largely in frustration with Labour’s ineptitude. What followed was an economic revolution. She privatised state industries, refused to negotiate with the unions, abolished state controls, broke the striking miners and replaced Keynesianism with Friedman’s monetarism. The inflation rate fell from a high of 27% in 1975 to 2.4% in 1986. The number of working days lost to strikes fell from 29m in 1979 to 2m in 1986. The top rate of tax fell from 83% to 40%.

Not for turning

Her battles with the left—especially the miners—gave her a reputation as a blue-rinse Boadicea. But she was just as willing to clobber the right, sidelining old-fashioned Tory “wets” and unleashing her creed on conservative strongholds, notably by setting off the “big bang” in the City of London. Many of her pithiest put-downs were directed at her own side: “U-turn if you want to,” she told the Conservatives as unemployment passed 2m. “The lady’s not for turning.” She told George Bush senior: “This is no time to go wobbly!” Ronald Reagan was her soulmate but lacked her sharp elbows and hostility to deficits.

She might not be for turning, but she knew how to compromise. She seized on Mikhail Gorbachev as a man she “could do business with” despite warnings from American hawks. She backed down from a battle with the miners in 1981, waiting until she had built up sufficient reserves of coal three years later. For all her talk about reforming the welfare state, the public sector consumed almost the same proportion of GDP when she left office as when she came to it.

She was also often outrageously lucky: lucky that the striking miners were led by Arthur Scargill, a hardline Marxist; lucky that the British left fractured and insisted on choosing unelectable leaders; lucky that General Galtieri decided to invade the Falkland Islands when he did; lucky that she was a tough woman in a system dominated by patrician men (the wets never knew how to cope with her); lucky in the flow of North Sea oil; and above all lucky in her timing. The post-war consensus was ripe for destruction, and a host of new forces, from personal computers to private equity, aided her more rumbustious form of capitalism.

The verdict of history

Criticism of her comes in two forms. First, that she could have done more had she wielded her handbag more deftly. Hatred, it is true, sometimes blinded her. Infuriated by the antics of left-wing local councils, she ended up centralising power in Whitehall. Her hostility to Eurocrats undermined her campaign to stop the drift of power to Brussels. Her stridency, from her early days as “Thatcher the milk snatcher” to her defenestration by her own party, was divisive. Under her the Conservatives shrank from a national force to a party of the rich south. Tony Blair won several elections by offering Thatcherism without the rough edges.

The second criticism addresses the substance of Thatcherism. Her reforms, it is said, sowed the seeds of the recent economic crisis. Without Thatcherism, the big bang would not have happened. Financial services would not make up such a large slice of the British economy and the country would not now be struggling under the burden of individual debt caused by excessive borrowing and government debt caused by the need to bail out the banks. Some of this is true; but then without Thatcherism Britain’s economy would still be mired in state control, the commanding heights of its economy would be owned by the government and militant unions would be a power in the land.

Because of the crisis, the pendulum is swinging dangerously away from the principles Mrs Thatcher espoused. In most of the rich world, the state’s share of the economy has stubbornly risen. Regulations—excessive as well as necessary—are tying up the private sector. Businesspeople are under scrutiny as they have not been for 30 years and bankers are everyone’s favourite bogeyman. And with the rise of China state control, not economic liberalism, is being hailed as a model for emerging markets.

For a world in desperate need of growth, this is the wrong direction. Europe will never thrive until it frees up its markets. America will throttle its recovery unless it avoids overregulation. China will not sustain its success unless it starts to liberalise. This is a crucial time to hang on to Margaret Thatcher’s central perception: that for countries to flourish, people need to push back against the advance of the state. What the world needs now is more Thatcherism, not less.

http://www.economist.com/news/leaders/21576094-now-especially-world-needs-hold-fast-margaret-thatchers-principles-freedom-fighter

giovedì 11 aprile 2013

La mia intervista a Radio Vaticana

La mia intervista alla Radio svizzera (RSI Rete Uno)

Iron lady, sexy lady, di Paola Peduzzi

Le sculacciate della Thatcher, la voce imperiosa, la malizia dei suoi consigli da “agony aunt”. Anche chi la odiava era attratto da lei, un’ossessione erotica sadomaso. Coronata dall’operazione “True Blue”

Quando Margaret Thatcher decideva che un uomo era finito – un collaboratore, un ministro, un alleato – chiedeva con voce melliflua al suo portavoce di sempre, Sir Bernard Ingham: “Shall we withdraw our love?”, dovremo sospendere il nostro amore, ritirarlo, darlo a qualcun altro? Ci teneva a quel termine, “love”, non lo usava a caso: in quel suo ruolo diabolico di prima donna al potere nel Regno Unito voleva far entrare la malizia dell’amore. Alan Clark, autore dei “Diaries” più famosi della vita politica con la Thatcher, diceva che la signora era molto attraente, anche se precisava: “I didn’t want to jump on her”. La Lady di Ferro si occupava di chi lavorava con lei preparando il tè quando i meeting diventavano troppo lunghi, informandosi sulle questioni familiari, gli amori, i figli, dando consigli come una “agony aunt” distaccata e concreta. Alcuni colleghi del suo Partito conservatore all’inizio le facevano il verso, la imitavano, si facevano grosse risate sulla figlia del droghiere che ciacolava come se tutti fossero clienti del suo negozio. Poi smisero. Quando si accorsero che la signora usava l’amorevolezza a suo piacimento, con abbondante sadismo.
Christopher Hitchens, uno degli intellettuali anglo-americani più brillanti degli ultimi decenni scomparso due anni fa, trovava questo sadismo molto sexy. Nel suo memoir, “Hitch 22”, ricorda quella volta che si mise a discutere di Rodesia con la Thatcher, lui incalzava, lei ribatteva, lui le concesse un punto con un piccolo inchino, lei gli disse: “Inchinati di più”, lui lo fece, e lei: “No, molto di più”, poi prese i fogli arrotolati in mano, gli diede una sculacciata, si lasciò sfuggire un “naughty boy”, monello, e se ne andò. La sculacciata fu la cosa più sexy che potesse accadergli, ma già prima Hitchens, che allora lavorava al magazine New Statesman dove la Thatcher era vista come un mostro, aveva manifestato le sue idee sul “magnetismo sessuale” della signora (gli rispondevano: stai scherzando, vero?, quella è una “casalinga stridula, limitata, provinciale”). Ma Hitchens insisteva, come ha raccontato in un dibattito organizzato dal Women’s Quarterly dal titolo: “Chi sono più attraenti, le donne di destra o di sinistra?” (il suo interlocutore era l’americano conservatore David Brooks): “Alla conferenza di partito – scrisse Hitchens riferendosi al 1977 – quando la vidi di persona, mi colpì moltissimo. Il sorriso felino, il linguaggio del corpo composto ma definito, quel tono di voce rigido ma allo stesso tempo persuasivo, per non parlare di quel caschetto di riccioli biondi da Valchiria. My god!”. Hitchens ammise di essersi inoltrato nel mondo irriverente della “libido politica”, ma l’ossessione erotica per la Thatcher non era un fenomeno isolato. L’ex presidente francese François Mitterrand diceva che le gambe della Thatcher erano divine e che la Lady di Ferro aveva “gli occhi di Caligola e le labbra di Marilyn Monroe”: in un libro appena uscito, “The Real Iron Lady”, l’ex ministro conservatore Gillian Shephard ricorda che Mitterrand faceva domande sul marito della Thatcher, mezzo geloso e mezzo stupito dal fatto che esistesse un uomo in grado di stare tutta la vita con una donna così (il libro è stato stroncato brutalmente, troppo frivolo e agiografico, ma è pieno di pettegolezzi e aneddoti imperdibili).
Il sadismo è la chiave per capire il lato sexy della Thatcher. Anche Ian McEwan, ricordandola sul Guardian all’indomani della morte, ha ammesso che era un piacere, per lui e i suoi amici scrittori – Martin Amis e compagni – odiare la Thatcher. La signora sbagliava, per loro, ma era così affascinante, così tagliente, che l’attrazione era inevitabile – e quella sculacciata a Hitchens, che invidia. “Dall’invenzione del termine ‘sadomonetarismo’ – scrive McEwan – al modo con cui i suoi potenti ministri sembravano sciogliersi di fronte a lei, all’insistenza costante sulla sua femminilità, o mancanza di, la Thatcher esercitava una presa glaciale sull’immaginario masochistico (maschile) del paese”. E chissà se ne era davvero consapevole, la Lady di Ferro, di questo potere ipnotico.
Inconsapevole sadismo, che cosa vuole di più un uomo per innamorarsi? Pure se credere alla teoria dell’inconsapevolezza è un po’ azzardato per una signora che controllava tutto, imparava a memoria qualsiasi cosa, parole e numeri (finché è stata al potere, poi divenne inaccurata). Una signora che è morta al Ritz, sdraiata sul letto mentre leggeva un libro, e che da quattro anni preparava i suoi funerali: operazione “True Blue” è il nome in codice dato da Downing Street alla cerimonia. E’ il blu del conservatorismo vero, solido, certo, ma la signora era troppo maliziosa per non sapere che al solo sentire “True Blue” tornano in mente la convertible bianca, i leggings, i capelli biondo platino, gli sculettamenti, Madonna che mette in musica l’amore per Sean Penn – è un canticchiare continuo: “I’m gonna be true blue, baby I love you”.

Maggie e la laundrette, di Mariarosa Mancuso

Il film che scardina il cliché antithatcheriano e il tanto odio creativo

Prima di vincere tre Oscar e di calarsi nel ruolo di Abraham Lincoln, Daniel Day-Lewis si aggirava con la cresta bionda da punk e il giubbotto a scacchi in “My Beautiful Laundrette” di Stephen Frears. John non aveva un lavoro, né fisso né saltuario: viveva di sussidi, in una casa fatiscente; lo sfrattavano scaraventandogli il materasso e le suppellettili giù dalla finestra. Pochi isolati più in là, l’immigrato pachistano Omar inaugurava la sua lavanderia a gettone. Felice e soddisfatto della piccola impresa, pronto a seguire le ricette liberiste di Margaret Thatcher e a votarla.
Nel film che nel 1985 segna la rinascita del cinema britannico, liquidato qualche anno prima da François Truffaut come “una contraddizione in termini”, il gioco delle parti non è quello che ci aspettiamo: gli immigrati faticano e guadagnano, gli inglesi rimpiangono le sicurezze del welfare. Basta per sopportare tutti i film e i romanzi anti Thatcher a venire, frutto di una lunga stagione dove la figlia del droghiere diventata premier è ritratta come il diavolo che mette in ginocchio i minatori e toglie il latte mattutino ai bambini delle scuole. Non si può neppure dare la colpa a uno sceneggiatore con simpatie thatcheriane: Hanif Kureishi, anglo-pachistano, aveva capito l’andazzo meglio degli altri, accecati dalla rabbia e felici di aver trovato un nemico da mettere alla berlina. Ultima tappa, “The Iron Lady” di Phillyda Lloyd con Meryl Streep: una character assassination che insiste sull’Alzheimer e inquadra la Thatcher mentre sciacqua le tazzine (lei che nella vita le aveva sempre sdegnate, le tazzine, trovando più appassionante la rinascita economica del suo paese).

Punita, sbeffeggiata, messa in ridicolo. Ma compare dappertutto. Nel romanzo di Jonathan Coe “La famiglia Winshaw”: le malefatte di un nucleo familiare conservatore che distrugge la buona tv, si arricchisce con allevamenti intensivi, intrallazza politicamente e finanziariamente. Nel romanzo di Philip Hensher “Kitchen Venom”, dove viene descritta così: “Sembrava che a ogni passo dovesse spegnere un mozzicone di sigaretta. Camminava come chi è convinto di avere sempre ragione”. Mentre Martin Amis metteva mano a “Money”, romanzo che considera la ricchezza il male del mondo (sarebbe stato bene rileggersi “Il Grande Gatsby”, per non sopravvalutare il lusso degli anni Venti rispetto a quello degli anni 80), il padre Kingsley Amis concedeva alla neoeletta, nel 1979, un’apertura di credito: “Gli inglesi hanno guardato al futuro, lo hanno visto nero, e hanno deciso di cambiare strada”. La votò anche Harold Pinter, e mai se lo perdonò (avrebbe fatto meglio a pentirsi per certe poesie e certe scellerate dichiarazioni).
Nella vita Lady Thatcher si era faticosamente costruita, nei romanzi e nei film che la dipingono cattiva (certi della complicità di lettori e spettatori) appare come Minerva, uscita armata dalla testa di Giove. Riduce alla miseria il papà di Billy Elliot nel film di Stephen Daldry, fa arrabbiare una banda di minatori in “Grazie, signora Thatcher” di Mark Herman (titolo originale: “Brassed Off”, allude sia agli ottoni sia al licenziamento). Improvvisamente il lavoro nelle miniere si rivestì di rivoluzionario romanticismo: le facce sporche di carbone erano una bandiera contro l’avanzata liberista. Ancora ieri, tra chi ballava per la morte della Thatcher el’ingrato Ken Loach che le deve buona metà della carriera, qualcuno rimpiangeva il “tessuto sociale distrutto”. Come se l’alcolismo, la povertà, le violenze familiari – già note al cinema inglese neorealista che Hitchcock detestava – fossero state inventate dal premier conservatore. Prima, un paradiso carbonaro, e allegre fabbriche dove nel Dopoguerra si progettava un welfare degno del nome (è ancora Ken Loach a tracciare la strada, nel documentario “The Spirit of ’45”: qualcuno lo informi che a quei tempi si facevano tanti figli, si cominciava a lavorare presto, la quarta età non era stata inventata).
Come insegnano la regina Grimilde e Crudelia Demon, un nemico è una manna dal cielo, per i registi e gli scrittori senza fantasia: consente di invocare giustizia sociale dai propri attici e di schierarsi a paladini dei deboli (gli stessi che in tempo di pace e di elezioni non leggono e votano da ignoranti: il fronte compatto anti Thatcher sospese per un po’ l’ottusa lagna). Una nemica è una doppia manna dal cielo, e viene utile anche a chi non ne avrebbe bisogno, come Angela Carter. Fatta pratica sui lupi cattivi, sugli orchi e sui barbablù, rovesciando le favole classiche a favore delle femmine, contro Margaret Thatcher parte all’attacco: “Tuba come una colomba, abbaia come un cane dei quartieri alti, finisce per somigliare a una zia nei romanzi di Wodehouse”.
David Peace, lo scrittore dello Yorkshire che i lettori di romanzi calcistici conoscono per “Il maledetto United”, in “GB84” butta sulle spalle della Thatcher “la perdita dell’innocenza britannica”, oltre al proprio allontanamento dalla politica (gli americani si impressionano meno, l’innocenza si perde a ogni generazione, poi si ricupera, e si riperde). Michele Dalai, nel romanzo “Le più strepitose cadute della mia vita”, la descrive traballante sui tacchi: ha appena trattato la cessione di Hong Kong, alla fine dell’incontro inciampa sui gradini.

Thatcherismo - Storia di una rivoluzione liberale, di Antonio Martino

Per capire l’importanza di Margaret Thatcher per il suo paese bisogna prendere le mosse da una breve analisi della crisi economica dell’Inghilterra negli anni Settanta, il cosiddetto “male inglese”. Per dirla brutalmente, la Gran Bretagna degli anni Settanta era un caso disperato. Molti economisti concordano sul fatto che lo strapotere dei sindacati fosse responsabile dello stato pietoso dell’economia inglese, tra questi Samuel Brittan, il quale sosteneva: «Molte delle storture tipiche della politica economica britannica traggono origine dalla convinzione che l’inflazione si combattesse regolando determinati adeguamenti salariali. Il governo si è impegnato a creare un clima in cui i sindacati avrebbero tollerato simili interventi. Ciò ha comportato il controllo dei prezzi, un’alta progressività della tassazione sul reddito e un’attenzione particolare alle opinioni dei leader sindacali su diversi aspetti della politica economica. Il periodo post-1972, caratterizzato da un intervento statale particolarmente pressante, non cominciò con un cambio di governo, ma con la conversione del governo conservatore di Heath al controllo dei salari e dei prezzi».  Brittan si riferisce alle politiche economiche disastrose uniformemente applicate dai governi conservatori e laburisti in Gran Bretagna nel corso degli anni Settanta. In modo particolare, il governo conservatore a cui Brittan fa riferimento aveva iniziato la sua attività con intenzioni lodevoli. Nel manifesto conservatore per le elezioni del 1970 si legge: «Rifiutiamo l’intervento capillare del socialismo, che usurpa la funzione della gestione imprenditoriale per dettare all’industria i prezzi e i salari. […] Il nostro obiettivo è identificare e rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva competizione e che impongono restrizioni all’iniziativa economica». Queste ammirevoli intenzioni, prosegue Brittan, non sono però state seguite da politiche egualmente lodevoli. In realtà, il «governo conservatore del 1970-’74 è stato il più corporativista del dopoguerra. La sua politica economica è stata un disastro che ha fatto perdere al Partito conservatore due elezioni consecutive. Non sorprende che Heath abbia perso la guida del partito […]». Secondo Brittan, lo strapotere dei sindacati è riuscito anche ad influenzare il sistema tributario, con conseguenze devastanti: «Per gran parte del dopoguerra il vero problema non sono state […] le normali aliquote fiscali, ma la loro elevatissima progressività, sia in cima che in fondo alla scala del reddito. La tassazione marginale sul reddito è non solo più alta che negli altri paesi industrializzati, ma la sua curva diventa estremamente ripida a partire da redditi molto più bassi che altrove. Si tratta di tasse esclusivamente politiche. Le entrate raccolte in cima sono in termini statistici insignificanti; e ciò che ne risulta sono di fatto entrate più basse. […] Altrettanto importante è il fatto che risorse scarse quali energia e talenti siano state impiegate per convertire il reddito in capitale accumulato o benefici non soggetti a questi livelli di aliquote fiscali».  L’avvento di Margaret Thatcher Questo era lo scenario che vide l’avvento di Margaret Thatcher. Teorie economiche errate, gruppi d’interesse radicati e un’avversione generalizzata per il libero mercato erano sfociati nella sclerosi economica, nell’inflazione, nella disoccupazione e nel declino generale. La Lady di Ferro voleva cambiare tutto questo, e ci è riuscita.  La sua prima battaglia è stata in campo macroeconomico, dove si è verificato un passaggio dalla politica fiscale volta al controllo della domanda aggregata all’applicazione di una politica monetaria rigorosamente ispirata alla stabilità. In politica fiscale, l’obiettivo era quello di ridurre il disavanzo pubblico. In materia di tassazione, ci si riprometteva di ristabilire gli incentivi al lavoro, al risparmio e all’investimento, attraverso tagli a tutte le aliquote, in modo particolare quelle più alte. La filosofia alla base di questi provvedimenti era che ristabilire gli incentivi fosse più importante della ricerca dell’equità. Ma il campo in cui è stata davvero una campionessa è stato, come scrive Patrick Minford, quello delle riforme microeconomiche, o delle politiche dell’offerta: «Dopo la campagna del 1979-’82, volta all’abbattimento dell’inflazione, [intraprese] una riforma senza sosta per rivitalizzare l’economia dell’offerta, con leggi specifiche su regolamentazione dei sindacati, privatizzazioni, deregulation, riforma finanziaria delle amministrazioni locali, edilizia, riforme radicali delle tasse e molto altro».  La Thatcher, inoltre, è riuscita a domare i sindacati. Persino i suoi detrattori riconoscono che questo è stato uno dei suoi più grandi successi, che condivide col presidente Reagan: «Reagan e la Thatcher – scrive a questo proposito Irving Stelzer – hanno fatto molto per ridurre il ruolo del governo, e per espandere i confini delle forze del mercato in campo microeconomico. Entrambi sono riusciti in questo intento ridimensionando in primo luogo il potere dei sindacati. […] Nel 1981 il Presidente è riuscito a interrompere uno sciopero dei controllori di volo, […] e con altrettanto successo, il primo ministro è riuscito a interrompere lo sciopero che i minatori tra il 1984 e il 1985 avevano intrapreso per imporre l’agenda politica del loro leader a un elettorato che l’aveva respinta».  È inoltre riuscita a ridurre il ruolo diretto del governo nell’economia attraverso le privatizzazioni. Tutti riconoscono che: «Il successo del thatcherismo nel convertire le imprese da statali a private […] è stato un programma così radicale come concetto, e di esito così felice nella pratica, che si è guadagnato la più alta forma di lusinga dalle altre nazioni: l’imitazione», conclude Stelzer. Contrariamente a ciò che sia a sinistra sia a destra si continua ad affermare, tra i successi della Thatcher non possiamo annoverare una riduzione della spesa pubblica totale. Nel 1999, l’Economist scriveva: «In realtà, 18 anni di governo tory hanno lasciato la fetta di economia sotto diretto controllo dello Stato praticamente intatta: dal 44 per cento del prodotto interno lordo del 1979 al 43 per cento del 1996».  La ricetta del successo Come ci è riuscita? È indubbio che il successo di Margaret Thatcher sia in gran parte dovuto alla forza delle idee. Lei stessa ha riconosciuto l’importante ruolo svolto dall’Institute of economic affairs nel fornire le munizioni e l’ispirazione per il suo programma. Per il trentesimo anniversario dell’istituto, ha affermato: «L’Istituto ha iniziato la propria attività in un periodo in cui, a dispetto della libertà di parola che caratterizza un paese libero, prevaleva quella che oserei chiamare la moda della censura dei comportamenti. Chiunque osasse sfidare le credenze comunemente accettate del dopoguerra riceveva in risposta scetticismo, critiche, veniva deriso e bollato come un ignorante reazionario. […] Vi siete riproposti di cambiare il sentire comune. […] Vorrei esprimere la nostra gratitudine a quegli accademici, alcuni dei quali hanno subito l’isolamento, e a quei giornalisti che si sono uniti alla nostra impresa. Non penso che abbiano mai raggiunto il numero di 364. Sono stati una minoranza. Ma erano nel giusto e hanno salvato la Gran Bretagna». Senza queste idee, la rivoluzione thatcheriana sarebbe stata impossibile ma bisogna riconoscere che le idee, da sole, non sono una spiegazione sufficiente per la rivoluzione. Erano una causa necessaria, ma non sufficiente del cambiamento.  Circostanze È vero che alla fine degli anni Settanta le prove del fallimento delle politiche stataliste perseguite sia dai governi laburisti sia da quelli conservatori erano schiaccianti. Sono convinto che le circostanze abbiano avuto la loro importanza nel determinare il successo della Thatcher. Ad ogni modo, i segni del fallimento di queste politiche anti-mercato vi erano già nel 1970, anche se non così evidenti come nel 1979. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che non tutti hanno tratto le stesse conclusioni dalle stesse esperienze. Certo non il Partito laburista, che nel 1979 era socialista come sempre. E, per quanto riguarda gli accademici, la stragrande maggioranza di essi era convinta che non ci fosse bisogno di nessun cambiamento nella pratica politica, come dimostra il documento firmato da quei 364 economisti contrari alle politiche del governo Thatcher. Le prove erano senza dubbio sotto gli occhi di tutti, il che ha favorito la causa della Thatcher, ma erano già presenti da prima seppure senza alcun impatto, e molte persone istruite si erano rifiutate di trarne le giuste conclusioni.  Interessi I sindacati avevano abusato del proprio potere, e questo aveva reso più forte che mai la necessità di ridurne l’influenza. E comunque, non si trattava certo di un fenomeno nuovo: il pericolo rappresentato dalla loro onnipotenza era stato più che evidente per anni, eppure nessuno aveva cercato di affrontarlo.  Leadership Credo che tutti questi fattori abbiano avuto il loro ruolo nel determinare il successo della Thatcher, ma che l’elemento cruciale sia stata la sua personalità, la sua leadership fedele ai principi e incapace di scendere a compromessi. Si può dire di lei ciò che Ted Kennedy aveva detto di Reagan: «Sarebbe sciocco negare che il suo successo fosse fondamentalmente basato sulla sua profonda conoscenza delle idee diffuse. Reagan poteva dimenticare i nomi, ma mai i suoi obiettivi. Era un grande comunicatore, non solo per la sua personalità o per il suo teleprompter, ma soprattutto perché aveva qualcosa da comunicare».  Margaret Thatcher aveva osato fare ciò che in Gran Bretagna nessun altro aveva avuto il coraggio di fare per decenni: combattere le opinioni diffuse, i luoghi comuni, gli interessi radicati, e guidare un partito riluttante e un paese stordito in una direzione completamente nuova. Posso dare testimonianza della sua singolare personalità. Ho avuto occasione di incontrarla diverse volte, prima di entrare in politica. Una volta, nel 1991, fu durante una conferenza a Fiesole, vicino Firenze, organizzata dal National Review Institute. Durante la pausa, camminavamo sotto il portico dell’hotel, mentre la campagna Toscana splendeva nel sole del pomeriggio. La signora Thatcher mi disse: «Il suo è un bel paese con un governo marcio». Al che io risposi: «Mia cara signora, sarebbe assai peggio il contrario».  Il suo modo diretto di porre le questioni, così insolito per un leader politico, le ha fatto guadagnare diversi nemici tra gli altri leader, ma ha prodotto un affascinante contrasto con l’ipocrisia e la vacuità dei dettami politici comunemente accettati. A volte, probabilmente, ha esagerato. Ad esempio, durante la stessa conferenza di Fiesole, nel corso della sua relazione, pronunciò la seguente frase: «La civiltà è una prerogativa esclusiva dei popoli di lingua inglese». Nella stanza, ero l’unico che non fosse di nazionalità inglese o americana. Guardai John O’Sullivan, che mi sedeva accanto. Sorridendo, mi disse: «Sei stato relegato alla barbarie!». Margaret Thatcher sa anche essere amabile e gentile. Quando, nel 1994, vincemmo le elezioni, mi mandò le sue congratulazioni via fax. La richiamai per ringraziarla per la sua cortesia. Mi incoraggiò nel solito modo: «Dovrete fare per l’Italia ciò che io ho fatto per la Gran Bretagna». Cercai di spiegarle che, in confronto a lei, eravamo svantaggiati. Dissi: «Lei aveva una Costituzione scritta nei cuori e nelle menti della vostra gente. Noi no. Aveva un potere giudiziario indipendente. Noi no. Aveva una pubblica amministrazione pulita ed efficace. Noi no. Aveva una maggioranza costituita da un partito unico. Noi no. Aveva questi think tank come l’Iea, che le ha fornito le idee giuste. Noi no. Ma comunque, aggiunsi, abbiamo qualcosa che lei non aveva». «Che cosa?», chiese lei. «Il suo esempio!» le risposi. Sulla importanza delle idee e della leadership, Margaret Thatcher ha espresso la sua opinione durante le celebrazioni per il trentesimo anniversario dell’Iea. Dopo aver ascoltato una serie di discorsi di eminenti accademici, tutti in lode dell’importanza delle idee, concluse così il suo intervento: «Come undicesimo speaker e come unica donna, spero ricorderete che sarà anche il gallo a cantare, ma è la gallina a deporre le uova». L’insegnamento che possiamo trarne è piuttosto semplice, e non molto incoraggiante: Margaret Thatcher deve il suo successo soprattutto alla rivoluzione intellettuale nelle teorie economiche. Non ha inventato nulla di nuovo: non c’era nulla di innovativo o di originale nella sua politica economica. In ogni caso, queste idee erano già presenti da molto tempo, ma non sono state tradotte in pratica politica finché lei non è arrivata sulla scena. Sono stati la sua leadership, il suo coraggio, la sua determinazione e la sua integrità intellettuale che hanno permesso a quelle idee di ispirare le politiche economiche effettive e il cambiamento in Gran Bretagna. Tutto questo mi porta a una spiacevole conclusione: l’ostacolo, nel panorama politico attuale, non è la comprensione della natura dei problemi sociali e delle soluzioni auspicabili, anche se c’è ancora molto da fare per far sì che la causa della libertà economica sia compresa appieno dalla gran parte dell’opinione pubblica e dei politici. Ciò che scarseggia davvero è la leadership. Un leader che persegua le proprie convinzioni senza scendere a compromessi, capace di costruire una coalizione, un consenso di maggioranza attorno alla propria piattaforma, è essenziale se vogliamo davvero costruire un mondo libero. Per nostra sfortuna, personaggi della caratura della Thatcher e di Reagan sono assai rari, e non possiamo aspettarne un altro. «Finché gli abitanti di un qualsiasi paese riporranno le loro speranze di salvezza politica in un determinato tipo di leadership, la delusione li attenderà dietro l’angolo». Dobbiamo continuare ad affinare le nostre ragioni, a renderle più convincenti, esplorando nuovi modi di accrescere le nostre libertà e, soprattutto, dobbiamo convertire ad esse i nostri politici.

http://www.farefuturofondazione.it/ff/page.asp?VisImg=S&Art=837&Cat=1&IdTipo=0&TB=Charta%20Minuta&CCA=54

lunedì 8 aprile 2013

Thatcher e Merkel a confronto. Parla l’ex ministro Forte, di Elisa Maiucci


Thatcher e Merkel a confronto. Parla l'ex ministro Forte
I punti di forza e i limiti di Margaret Thatcher, i rapporti con le teorie monetariste e il dissidio con Craxi, in una conversazione di Formiche.net con l'economista ed ex ministro Francesco Forte
Maleducata, insistente, orgogliosa. Una donna che bisognava ascoltare e che sapeva chiedere, ma che, con la stessa forza, ignorava le richieste di tutti. O quasi. Secondo Francesco Forte, ministro delle Finanze nel governo Fanfani e ministro delle Politiche comunitarie in quello Craxi, la leader inglese Margaret Thatcher ha lasciato una grandissima eredità in Gran Bretagna e al di fuori dei suoi confini. Ed è il paragone con la leader inglese a mettere in risalto i residui di marxismo e i tic culturali che dominano tuttora il dibattito politico italiano, secondo l’economista Forte intervistato da Formiche.net.
La definizione “Iron Lady”
Dove è nata la definizione “Iron Lady”? “In una radio clandestina dell’Europa orientale che lanciò un messaggio: in Inghilterra una farfalla di ferro si è messa a volare’. Se la definizione fosse positiva o negativa non si sa, ma parlare di una farfalla in una radio dell’Est europeo occupato lascia intendere molto”, osserva Forte.
Perché Thatcher non è stata una vera monetarista 
“Margaret Thatcher viene solitamente considerata una monetarista, seguace delle teorie economico-monetarie di Milton Friedman. Ma c’è un equivoco di fondo. Se il monetarismo si basa sul rigore economico, il merito della leader è stato quello di averlo applicato in campo monetario, compito che spettava alla Bank of England, ma nell’ambito dell’economia reale e della deregolamentazione del mercato. Era l’azione di governo ad essere al centro della scena, non quella della Bank of England, come succede invece oggi nell’Unione europea con la Bce. E sono state le riforme strutturali decise in quel periodo a portare alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alla diminuzione della spesa pubblica e all’aumento della produttività economica. Le conseguenze? Un abbassamento dei disavanzi, del debito pubblico e del ricorso ai mercati finanziari. E tutto questo attuando una situazione di stabilità monetaria”, spiega.
La lotta alle corporazioni
Thatcher “ha fatto un’operazione molto difficile, mettendosi contro le lobby che stavano rovinando l’Inghilterra dell’epoca. Il ferro questa lady sembra averlo usato per piegare i vari Camusso e Bersani, e l’intreccio dei sistemi bancario e corporativo. Il suo è un merito storico. E ha fatto bene le privatizzazioni dando luogo ad una vera democrazia del mercato”.
I suoi limiti
Opponendosi ai sindacati delle miniere inglesi “ha messo in ginocchio un apparato che aveva esteso il protezionismo dappertutto, eliminando la stagflazione, che caratterizza anche l’economia del nostro Paese. Ha spezzato il legame tra sindacati, corporazioni e organizzazioni monopolistiche. Ha venduto beni statali sul mercato sostenendo le piccole imprese e creando i presupposti per il ridimensionamento della spesa pubblica, anche se non è stata così forte nella parte costruttiva. Il suo è stato un messaggio globale, ma i suoi limiti sono stati la sua classe politica e la dicotomia tra liberali e conservatori, con l’assenza, come in Italia, del sostegno di una forza moderata vasta”, sottolinea.
La sua eredità
L’eredità di Thatcher in Gran Bretagna, d’altronde, “è ancora fortissima, nonostante la sua azione di governo sia stata portata avanti con alcune ambiguità dai suoi collaboratori e da lei medesima. Il settore finanziario che si è sviluppato a Londra è stato in grado di generare una forte reindustrializzazione nel settore tecnologico e di beni e servizi. Ma la trattativa con lei non esisteva, e così è riuscita ad ottenere regimi fiscali privilegiati per il suo Paese nell’Ue. Anche se, come dimostra la vicenda del consiglio europeo di Milano nel 1985, Craxi riuscì a renderla furiosa ottenendo il consenso per votare a maggioranza la convocazione di una Conferenza InterGovernativa per la riforma del Trattato. Anche Thatcher, quindi, nel suo nazionalismo aveva un limite”, commenta l’ex ministro.
Il focus sull’economia reale
Ma, d’altra parte, quella di Thatcher è “stata la classica mentalità empirica inglese. E questa è la caratteristica che la distingue dal premier Mario Monti e dal suo strano modo di ragionare, affine a quello dei burocrati di Bruxelles. Quello a cui lei guardava era il funzionamento dell’economia reale. Diversamente da quanto succede per in Italia, in cui sono sopravvissuti dei residui dell’ideologia marxista, dei tic culturali hegeliani”, conclude Forte.