giovedì 7 marzo 2013

Un taglio serio (ora o mai più), di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

DEMOCRAZIA E COSTI DELLA POLITICA

Ma come è venuto in mente a quelli della Conferenza delle Regioni di rimuovere dal sito la tabella con gli stipendi e le diarie dei governatori e dei consiglieri? Diranno: ora ci sono link delle leggi locali. Cliccate a caso: uno scroscio di commi, codicilli, subordinate... Non è trasparenza: è una presa in giro dei cittadini. Prima potevano confrontare vicepresidente e vicepresidente, assessore e assessore... Ora no. Davano fastidio le tabelle insolitamente chiare? Le hanno tolte per toglier acqua ai pesci dell'«antipolitica»? È sbalorditivo che dei «professionisti» (presunti) non capiscano i danni che fanno alla politica con errori così madornali. Di questi tempi, poi... Tutti lì a chiedersi sgomenti: e ora, cosa fare? Cambiate, è la risposta. Il risultato delle urne, oltre a un mucchio di problemi, offre a un sistema in crisi l'occasione di sterzare prima dell'abisso. Facendo finalmente cose indispensabili non per tirar su una diga contro l'ondata grilliana ma per recuperare un rapporto decente coi cittadini.

Proprio il trionfo di Grillo, senza manifesti, spot o camion-sandwich, smonta la tesi abusata che «i costi della politica» (esagerazioni e privilegi compresi) siano «i costi della democrazia». Non è così. Mentre il Pil precipitava sotto ai livelli del 2001, i costi del Palazzo hanno continuato a salire: del 65% in un decennio le spese correnti del Senato, del 43% il costo del consiglio regionale del Lazio solo dal 2007 in qua. Mentre imponevano agli italiani tagli drastici e immediati, «loro» contenevano o rimandavano i propri. Tanto che i consiglieri uscenti stanno facendo le pratiche per vitalizi regionali che qua e là si possono avere ancora a 50 anni. Proprio l'obbligo di recuperare la fiducia dei cittadini nella politica impone misure urgentissime anti Casta. Intorno cui cercare intese. Certo, alcune richiedono modifiche costituzionali. Ma se c'è la volontà, si è visto sull'obbligo del pareggio di bilancio, si fanno in fretta.

Per rivendicare la propria centralità il Parlamento deve cambiare se stesso. Siamo gli unici al mondo a imporre a un governo di guadagnarsi due fiducie in due Camere. Non ce lo possiamo più permettere. I parlamentari devono far chiarezza sugli stipendi loro e dei collaboratori. Fanno un lavoro importante, hanno diritto a buste paga decorose. Ma basta con le ambiguità sui collaboratori. E basta con l'andazzo dei due mestieri insieme, magari usando il ruolo parlamentare a favore dei clienti privati. Nei Paesi seri chi fa il deputato fa quello e basta. Così magari s'attacca meno alla poltrona. Vale per Roma, vale per le Regioni. Ancora: va spezzato quel rapporto anomalo costruito da una classe politica mediocre con la burocrazia. Più gli eletti sono scadenti, più devono affidarsi a burocrati (spesso strapagati) che diventano gli unici in grado di fare e poi interpretare gli atti. E dunque hanno interesse a rallentare ogni svolta vera che li renda meno indispensabili.

Ma il punto di partenza, insieme con atti di rottura quali l'abolizione delle Province visto che tranne la Lega si dicono tutti d'accordo, deve essere la trasparenza. Tutto online. Senza furbizie. Dai bilanci (leggibili però...) degli organi costituzionali a quelli delle municipalizzate, dai finanziamenti ai partiti fino ai patrimoni di ministri e parlamentari: gli italiani devono poter sapere come sono spesi i loro soldi e da chi. Non sarà semplice? Non lo sarà neanche per i cittadini recuperare la fiducia perduta.


domenica 3 marzo 2013

La rivoluzione preindustriale del Movimento 5 Stelle, di Serena Sileoni

Delle mooncup non sapevo nemmeno l’esistenza, anche se la loro invenzione e messa in commercio è coeva a quella degli assorbenti (http://www.mum.org). Non credo di essere l’unica a non conoscerle, considerando che non è proprio semplice trovarle nelle parafarmacie o nei supermercati. Questo vuol dire che forse non sono un prodotto straordinariamente utile, una di quelle cose che se non ci fossero bisognerebbe inventarle, come si è dimostrato invece per altri, più comuni strumenti di igiene femminile.

In Italia, sono diventate un argomento di discussione da quando il Movimento 5 stelle ne ha fatto un’esempio di virtù ecologista. Non solo Grillo le ha sponsorizzate, a quanto si legge, nei suoi tour, ma gli e le aderenti al suo partito ne incentivano l’uso (così Federica Daga, capolista in Lazio; e Michele P, nel blog di Grillo).

Ci si chiederà cosa mai c’azzecchi un partito politico con l’intimità dell’igiene femminile, ma in fondo, se si guarda bene al Movimento 5 stelle, si può leggere un disegno coerente e razionale che, dalla produzione casalinga di detersivi al limone fino alle coppe della luna, prefigura il ritorno a uno stile di vita preindustriale.

Ho il sospetto che la maggior parte degli elettori del Movimento 5 stelle non abbia nemmeno letto il programma politico del partito. Bastava fermarsi al livello della protesta, agli sbotti di Grillo, alle sue minacce per essere convinti che il cambiamento fosse lì.

Gli stessi ammiccamenti di alcuni industriali come Del Vecchio o Biasion possono motivarsi come un appoggio di superficie verso quei no grillini alla vessazione burocratica e fiscale verso la quale chi avrebbe dovuto rappresentare in politica la cultura d’impresa non ha saputo dare una risposta.

Ma quei no rappresentano solo una parte del programma di Grillo. Come ogni partito che si presentano alle elezioni, anche M5S ha però un programma che non è fatto solo di rifiuti e ricuse, ma pure di proposte.

Il filo rosso di queste proposte è appunto una regressione a una sorta di economia ecologista di sussistenza, fatta di rimedi naturali, autoproduzione e autoconsumo dei beni di prima necessità, fanatiche decrescite in armonia con il Creato, rinnegamenti di una società del benessere che viene posta in contrapposizione netta con la preservazione del pianeta.

Tutti in bici, perché le bici non inquinano, e pazienza se le distanze che oggi percorriamo per raggiungere le nostre famiglie piuttosto che i luoghi di lavoro non sono proprio quelle dei contadi medioevali e se quindi non sarà l’incentivo all’uso delle bici comunali che risolverà il problema dell’inquinamento automobilistico.

Energia solare e eolica a iosa, perché sono fonti pulite e rinnovabili, e pazienza se non bastano a garantire l’energia necessaria agli stabilimenti industriali o l’illuminazione pubblica di notte, che dovranno quindi essere pur sempre fornite dalle fonti energetiche tradizionali.

Per le donne, sensibilizzazione (ci si augura solo quella!) all’uso delle coppe della luna, altro che assorbenti di cotone, che saranno pure riutilizzabili ma vanno lavati col detersivo. E poco importa la praticità, l’igiene, o anche solo quel minimo senso del pudore che vuole che le donne siano libere di scegliere come meglio sentirsi “in ordine”, senza avere il fiato della politica sul collo anche per cose così delicate e riservate.

Ma, soprattutto, poco importa che i prodotti usa e getta entrati in commercio su larga scala dopo il secondo dopoguerra hanno fatto la felicità di miliardi di donne, liberandole – insieme ad altri prodotti tipici dell’economia del benessere come gli elettrodomestici – dal giogo di una vita faticosa e scomoda.

Snobbando le possibilità stesse che il progresso ci sta offrendo in tema di smaltimento, riciclo e riuso dei rifiuti (compresi quelli per l’igiene femminile), la via breve di un ecologismo poco fantasioso è quella di offrire il passato come alternativa a un futuro da inventare e migliorare, di tendere a uno stato preindustriale da cui i nostri avi sono fuggiti migliorando le loro condizioni di vita a vantaggio di se stessi e delle generazioni future, di aspirare a bucoliche e inverosimili armonie con l’ambiente.

Avanti, quindi, come dice Grillo, a “tagliare l’erba sotto i piedi al sistema economico, escludendo il mercato ogniqualvolta sia possibile soddisfare i propri bisogni autonomamente, tramite l’autoproduzione, o instaurando rapporti con gli altri, attraverso scambi non mercantili basati sul dono e sulla reciprocità”. Le donne potranno non solo usare la stessa coppa negli anni, ma anche - perché no – scambiarsela tra loro, nell’ottica della reciprocità e della parsimonia nell’uso delle risorse, confidando nei turni (e non solo nei cicli) mestruali e limitando così il consumo del silicone necessario alla produzione.

A voler prendere sul serio il M5S, come il risultato elettorale impone di fare, ci aspetta un futuro che sa di ritorno al passato, perché la “decrescita – ha detto Grillo – è l’economia del futuro”, perché le marmellate della nonna sono più buone di quelle del supermercato, perché i fazzoletti di cotone profumano di lavanda, ma soprattutto perché non siamo in grado di comprendere che c’è un modo di avere cura del pianeta senza rinunciare alle conquiste di igiene e benessere che le generazioni precedenti ci hanno lasciato.

Tra un Rousseau che scriveva “Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische …. essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura” (J.-J. Rousseau, “Discorso sull’origine della disuguaglianza”, II Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XV, pagg. 879-883), e un Leopardi che guardava con disincanto la natura matrigna, chi ci ha preceduto sembra aver dato maggior credito al secondo, cercando di perfezionare e migliorare la propria esistenza e applicando l’intelligenza e la creatività al servizio delle mille scoperte che hanno reso più gradevole la vita. A noi spetta ora non regredire verso un’economia di sussistenza, ma rendere compatibili gli standard di vita a cui ci siamo abituati con i problemi dovuti alla scarsità delle risorse e all’impegno a consegnare a chi verrà dopo un pianeta vivibile.

Ricordo bene l’espressione sollevata sul volto delle mie nonne al pensiero che la loro nipote godesse di molte più comodità di quante non fossero a loro disposizione. Se vivessero ancora, sono certa che avrebbero un moto di pena per chi pensa che si stava meglio quando si stava peggio.

Una nazione allo specchio, di Ferruccio de Bortoli


LA PARALISI E LE POSSIBILI SOLUZIONI


Grande è la confusione sotto il cielo invernale del Paese. E irresistibile la tendenza a trasformare un dramma in farsa. L'ampiezza del fenomeno Grillo non era stata prevista. Anche da noi, ammettiamolo. Ma questo soccorso ai vincitori, che non esclude grandi imprenditori e raffinati intellettuali, e il tentativo disperato del Pd di rivalutarli, all'improvviso, come costole della sinistra, ha qualcosa di patetico, di surreale. Il modello Sicilia ( sic ), che ha associato il Movimento 5 Stelle all'incerta presidenza Crocetta, ha avuto per ora un solo risultato: l'opposizione al radar americano di Niscemi, gettando alle ortiche accordi internazionali. Inutile parlarne.
Nel programma dei cinquestelle vi sono anche alcuni passaggi condivisibili, per carità, ma nel suo insieme, se letto bene, è una straordinaria scorciatoia alla povertà. Alla decrescita infelice. E il consenso delle urne non attenua la pericolosità di alcune proposte, come la settimana lavorativa di 20 ore (chi paga?). Vanno però compresi e non sottovalutati il malessere e il disagio di un voto di massa, effetto della disoccupazione, della precarietà, della caduta dei redditi, dell'aumentata disuguaglianza sociale, della protervia dei partiti che votano sacrifici immediati (le pensioni e le tasse) e ritardano il contenimento dei propri abnormi costi. Ma in un Paese serio non si può restare appesi per settimane dopo il voto alle labbra di un capo politico (non c'è più nulla di comico) che se ne sta a casa sua o ai proclami millenaristi del suo guru, peraltro non votato da nessuno.

Un sistema politico normale, con partiti responsabili e istituzioni forti, ragiona sui fatti e sui numeri, non insegue goffamente i voti perduti, non corteggia l'avversario denigrato fino a poche ore prima. Fa i conti con la realtà. Amara, amarissima. Aggravata da una campagna elettorale scellerata in cui sono stati promessi sgravi fiscali per 160 miliardi, si è detto che lo spread (salito in questi giorni di 100 punti) non conta, si è dipinto un Paese che non c'è, immaginario, schiacciato da un'Europa matrigna, senza dire nulla di concreto su come tagliare le spese e aggredire il debito pubblico. Il sistema politico di una nazione che ha fondato l'Unione Europea, dotata ancora di un minimo di orgoglio - ed è questo il punto vero -, mette gli interessi generali davanti a tutto, prima dei destini personali di un leader, di una segreteria, del futuro di un partito, dell'identità e della purezza di una tradizione politica. Primum vivere .
Giorgio Napolitano ieri ha rivolto un appello al senso di responsabilità delle forze politiche. Necessario. Toccherà ancora una volta a lui dipanare un'incredibile matassa. Farà come sempre la scelta migliore e probabilmente affiderà un incarico esplorativo al leader Pd, il partito che ha ottenuto più voti, ma che non ha la maggioranza. Il tentativo di Bersani, così com'è attualmente descritto, è però destinato al fallimento, anche per le opposizioni interne al suo partito. L'idea di una curiosa alleanza con i cinquestelle, non sembra incontrare il favore del Quirinale.

E allora, che fare? Tornare subito al voto è impossibile, oltre che suicida. Napolitano non può più sciogliere le Camere. Il governissimo (Pd, Pdl e Scelta civica) viene considerato un insulto, anche se combacia con la «strana maggioranza» che ha sostenuto Monti. La fantasia delle formule politiche è illimitata, ma la sostanza, alla fine, non sarà molto dissimile dall'intesa che ha sostenuto l'attuale governo. Anzi, non è escluso che questo esecutivo possa essere chiamato a svolgere un tempo supplementare con programma limitato alla riforma elettorale, riforma che Napolitano aveva chiesto a gran voce prima del voto e che i partiti, nella loro testarda miopia, non hanno voluto fare.
Antonio Polito sul Corriere del primo marzo ha proposto un esecutivo, tecnico o politico, magari guidato da un giovane o da una donna, sostenuto anche indirettamente dalle principali forze politiche. Con un mandato circoscritto ad alcune riforme. Non più rinviabili anche per l'incalzare della sfida politica dei grillini che va raccolta sul piano dei programmi e non sull'asse delle alleanze. Michele Salvati, sul Corriere di ieri, ha sottolineato il fatto che in un quadro politico drammatico si apre comunque un'opportunità positiva, quella di riformare la nostra legge elettorale sul modello francese: uninominale e doppio turno (la proposta del Pd) e il presidenzialismo (voluto dal Pdl). Uno scambio virtuoso. Il Partito socialista francese ha ottenuto alle ultime presidenziali una percentuale pressoché uguale a quella del Pd, ma Hollande governa sicuro per cinque anni. E ancora ieri sul Corriere , Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, paladini della lotta contro gli sprechi e i privilegi della casta, hanno scritto che ormai non vi è più alcuna scusa, che bisogna dare un taglio netto ai costi della politica. Reale e non simbolico. Come si vede, parte del programma di un ipotetico governo, di minoranza, di scopo, del presidente, di responsabilità nazionale, chiamatelo come vi pare, è già scritto nel diario dell'emergenza italiana.

C'è un precedente che Napolitano probabilmente richiamerà nel corso delle sue consultazioni. Dopo le elezioni del giugno del 1976 la Democrazia cristiana prese il 38 per cento dei voti e il Partito comunista fu sconfitto con il 34. Ma Aldo Moro disse che i vincitori erano due. E, in una situazione di difficoltà economica paragonabile a quella attuale, i maggiori partiti si sedettero a un tavolo e trovarono un accordo che peraltro consentì nei due anni successivi un discreto aggiustamento dei nostri conti e l'abbassamento dell'inflazione. Preistoria, dirà qualcuno, e oggi non ci sono vincitori, a parte Grillo. Sì, ma nelle immagini ingiallite di quel compromesso storico, peraltro assai criticato come responsabile del consociativismo, vi era un senso della responsabilità nazionale che oggi, se non perduto, è largamente annacquato. Sia la Dc sia il Pci ne pagarono elettoralmente le conseguenze. Ma il Paese venne prima. Qualcuno poi ricorderà che in quegli anni fummo costretti a chiedere il sostegno del Fondo monetario e forse qualcosa di analogo potrebbe accadere nei prossimi mesi se dovremo firmare un programma di aiuti per abbassare il costo del rifinanziamento del nostro debito. Questa ipotesi è rimasta sotto traccia nel corso della campagna elettorale. Ma riemergerà prepotentemente nelle prossime settimane. Un eventuale esecutivo di qualsiasi natura dovrebbe preoccuparsi di inquadrare scelte economiche urgenti a favore di famiglie e imprese per stimolare i consumi e la crescita in una sorta di protocollo europeo.

L'ultimo paradosso di questa sciagurata congiunturaitaliana, incomprensibile agli occhi degli stranieri, è che le tasse, in virtù dei provvedimenti decisi dagli ultimi due governi, continueranno a crescere. In automatico. La pressione fiscale era nel 2012 al 44 per cento. Salirà ancora. Qualcuno, sui mercati, nel perdurante cinismo anti italiano, è convinto che non avere un governo, in un Paese apparentemente ingovernabile, sia la migliore delle ipotesi. L'aggiustamento di bilancio sarebbe assicurato. Morti, feriti, aziende che chiudono, posti che saltano non contano agli occhi di chi guarda soltanto ai tassi d'interesse. Ai nostri ovviamente sì. Un'altra ragione, tra le tante, per avere presto un esecutivo, di qualsiasi genere, con un programma preciso, in un periodo di tregua, che risponda alla legittima domanda del voto con poche riforme, vere e coraggiose.


http://www.corriere.it/editoriali/13_marzo_03/una-nazione-allo-specchio-ferruccio-de-bortoli_56aaca44-83c4-11e2-9582-bc92fde137a8.shtml

venerdì 1 marzo 2013

Ten QE Questions, by Nouriel Roubini


Most observers regard unconventional monetary policies such as quantitative easing (QE) as necessary to jump-start growth in today’s anemic economies. But questions about the effectiveness and risks of QE have begun to multiply as well. In particular, ten potential costs associated with such policies merit attention.
This illustration is by Paul Lachine and comes from <a href="http://www.newsart.com">NewsArt.com</a>, and is the property of the NewsArt organization and of its artist. Reproducing this image is a violation of copyright law.
First, while a purely “Austrian” response (that is, austerity) to bursting asset and credit bubbles may lead to a depression, QE policies that postpone the necessary private- and public-sector deleveraging for too long may create an army of zombies: zombie financial institutions, zombie households and firms, and, in the end, zombie governments. So, somewhere between the Austrian and Keynesian extremes, QE needs to be phased out over time.
Second, repeated QE may become ineffective over time as the channels of transmission to real economic activity become clogged. The bond channel doesn’t work when bond yields are already low; and the credit channel doesn’t work when banks hoard liquidity and velocity collapses. Indeed, those who can borrow (high-grade firms and prime households) don’t want or need to, while those who need to – highly leveraged firms and non-prime households – can’t, owing to the credit crunch.
Moreover, the stock-market channel leading to asset reflation following QE works only in the short run if growth fails to recover. And the reduction in real interest rates via a rise in expected inflation when open-ended QE is implemented risks eventually stoking inflation expectations.
Third, the foreign-exchange channel of QE transmission – the currency weakening implied by monetary easing – is ineffective if several major central banks pursue QE at the same time. When that happens, QE becomes a zero-sum game, because not all currencies can fall, and not all trade balances can improve, simultaneously. The outcome, then, is “QE wars” as proxies for “currency wars.”
Fourth, QE in advanced economies leads to excessive capital flows to emerging markets, which face a difficult policy challenge. Sterilized foreign-exchange intervention keeps domestic interest rates high and feeds the inflows. But unsterilized intervention and/or reducing domestic interest rates creates excessive liquidity that can feed domestic inflation and/or asset and credit bubbles.
At the same time, forgoing intervention and allowing the currency to appreciate erodes external competitiveness, leading to dangerous external deficits. Yet imposing capital controls on inflows is difficult and sometimes leaky. Macroprudential controls on credit growth are useful, but sometimes ineffective in stopping asset bubbles when low interest rates continue to underpin generous liquidity conditions.
Fifth, persistent QE can lead to asset bubbles both where it is implemented and in countries where it spills over. Such bubbles can occur in equity markets, housing markets (Hong Kong, Singapore), commodity markets, bond markets (with talk of a bubble increasing in the United States, Germany, the United Kingdom, and Japan), and credit markets (where spreads in some emerging markets, and on high-yield and high-grade corporate debt, are narrowing excessively).
Although QE may be justified by weak economic and growth fundamentals, keeping rates too low for too long can eventually feed such bubbles. That is what happened in 2000-2006, when the US Federal Reserve aggressively cut the federal funds rate to 1% during the 2001 recession and subsequent weak recovery and then kept rates down, thus fueling credit/housing/subprime bubbles.
Sixth, QE can create moral-hazard problems by weakening governments’ incentive to pursue needed economic reforms. It may also delay needed fiscal austerity if large deficits are monetized, and, by keeping rates too low, prevent the market from imposing discipline.
Seventh, exiting QE is tricky. If exit occurs too slowly and too late, inflation and/or asset/credit bubbles could result. Also, if exit occurs by selling the long-term assets purchased during QE, a sharp increase in interest rates might choke off recovery, resulting in large financial losses for holders of long-term bonds. And, if the exit occurs via a rise in the interest rate on excess reserves (to sterilize the effect of a base-money overhang on credit growth), the ensuing losses for central banks’ balance sheets could be significant.
Eighth, an extended period of negative real interest rates implies a redistribution of income and wealth from creditors and savers toward debtors and borrowers. Of all the forms of adjustment that can lead to deleveraging (growth, savings, orderly debt restructuring, or taxation of wealth), debt monetization (and eventually higher inflation) is the least democratic, and it seriously damages savers and creditors, including pensioners and pension funds.
Ninth, QE and other unconventional monetary policies can have serious unintended consequences. Eventually, excessive inflation may erupt, or credit growth may slow, rather than accelerate, if banks – faced with very low net interest-rate margins – decide that risk relative to reward is insufficient.
Finally, there is a risk of losing sight of any road back to conventional monetary policies. Indeed, some countries are ditching their inflation-targeting regime and moving into uncharted territory, where there may be no anchor for price expectations. The US has moved from QE1 to QE2 and now to QE3, which is potentially unlimited and linked to an unemployment target. Officials are now actively discussing the merit of negative policy rates. And policymakers have moved to a risky credit-easing policy as QE’s effectiveness has waned.
In short, policies are becoming more unconventional, not less, with little clarity about short-term effects, unintended consequences, and long-term impacts. To be sure, QE and other unconventional monetary policies do have important short-term benefits. But if such policies remain in place for too long, their side effects could be severe – and the longer-term costs very high.

http://www.project-syndicate.org/commentary/the-risks-and-costs-of-quantitative-easing-by-nouriel-roubini

Benedetto XVI, un cammino drammatico e luminoso, di Bruno Forte

Sedici e 19 aprile sono due date importanti nella vita di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. La prima è quella della nascita, a Marktl am Inn in Baviera, ottantacinque anni fa. La seconda è la data dell'elezione al pontificato, nel 2005. Entrambe le ricorrenze hanno suscitato un'ondata di attenzione, di auguri da parte dei grandi della Terra, di innumerevoli messaggi di affetto, di segnali di tenerezza e di fiducia dai piccoli e dagli umili di ogni parte del mondo. Le due date sono anche un'occasione di riflessione e di bilancio per l'impatto di questo pontificato, che già segna di sè la storia. È il filone che vorrei seguire, chiedendomi quali caratteri fondamentali presenti l'opera di questo Papa e che cosa essa vada soprattutto dicendo alla Chiesa e al mondo. Non esiterei a definire la vita e il pontificato di Benedetto XVI con due aggettivi, che li caratterizzano come un cammino inseparabilmente drammatico e luminoso.

L'aspetto drammatico dell'esistenza di Joseph Ratzinger e della Sua azione quale Successore di Pietro risulta evidente se solo si pensa al contesto storico dei Suoi giorni: nato ai tempi della Repubblica di Weimar, l'attuale Papa ha vissuto molto presto gli anni sconvolgenti della dittatura nazionalsocialista e della guerra. Educato da genitori saldamente credenti, ha appreso con naturalezza la diffidenza verso le menzogne del potere, che lo ha portato da giovanissimo studente a dichiarare apertamente a chi con la forza del potere avrebbe voluto arruolarlo nelle file del regime che i suoi progetti erano totalmente diversi, perché nel suo cuore sentiva di essere chiamato al ministero di perdono e di carità del sacerdozio.
La reazione violenta che seguì a quella dichiarazione non smosse minimamente la fermezza del giovane Ratzinger, tanto che egli venne destinato a ruoli secondari e "insignificanti" nella difesa contraerea. Al dramma del totalitarismo seguì l'esperienza non meno difficile del dopoguerra, della Germania divisa fra i due blocchi, di un Occidente attraversato dalle contrapposizioni ideologiche e dal vento della contestazione del '68.



Il giovane sacerdote, professore di teologia, non cedette alle mode, e - come aveva lucidamente rifiutato da ragazzo la barbarie ideologica - così continuò a opporsi alle semplificazioni di letture ispirate ai "grandi racconti" delle ideologie, matrici di violenza e di strumentalizzazioni della dignità umana. Accanto a Giovanni Paolo II il Card. Ratzinger fu l'amico, il consigliere lucido e discreto, il compagno di viaggio messo al fianco del Mosé che Dio aveva scelto per attraversare il guado fra i due millenni. Gli scenari dello "scontro di civiltà" dell'inizio del nuovo Millennio hanno ulteriormente accentuato il senso drammatico dei processi in atto, di cui Papa Benedetto ha mostrato di avere precisa consapevolezza pronunciando sin dall'inizio il suo "no" deciso a ogni uso della violenza in nome di Dio, sia in forza della ragione rettamente adoperata, sia in forza della fede nell'unico Padre e Signore di tutti.

Ma il dramma ha attraversato anche dal di dentro la Chiesa: è la crisi della fede su cui questo Papa si è espresso con singolare chiarezza e determinazione. «Quando annunciai di voler istituire un Dicastero per la promozione della nuova evangelizzazione - affermava Benedetto XVI il 30 maggio del 2011 -, davo uno sbocco operativo alla riflessione che avevo condotto da lungo tempo sulla necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi della vita cristiana, che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana». La crisi non è quella di superficie che possa toccare l'una o l'altra struttura della Chiesa, ma quella che va alla radice dell'intera esistenza credente. Si tratta di quella «perdita del senso del sacro, che giunge a porre in questione i fondamenti che apparivano indiscutibili, come la fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell'uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento a una legge morale naturale».

Davanti agli scenari del dramma in atto, Benedetto XVI non cede alla rinuncia o al pessimismo: egli non esita ad annunciare il grande "sì" di Dio risuonato in Gesù Cristo, e a proporre ragioni di vita e di speranza che rendano sensata la vita e bello l'impegno per il bene di tutti. Si tratta di un messaggio luminoso, che mira a promuovere e sostenere uno straordinario sforzo di rinnovamento della vita cristiana ed ecclesiale: come aveva affermato da giovane professore di teologia, la riforma «non consiste in una quantità di esercizi e istituzioni esteriori, ma nell'appartenere unicamente e interamente alla fraternità di Gesù Cristo...Rinnovamento è semplificazione, non nel senso di un decurtare o di uno sminuire, ma nel senso del divenire semplici, del rivolgersi a quella vera semplicità...che in fondo è un'eco della semplicità del Dio uno. Diventare semplici in questo senso - questo è il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera» (Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971, 301. 303).

L'autentica riforma voluta da questo Papa è, insomma, quella della conversione evangelica, la sola capace di riportare la Chiesa alla bellezza originaria e di farla risplendere come segno levato fra i popoli. Sarà da questo ritrovato riconoscimento del primato di Dio confessato e amato - cui precisamente punta l'anno della fede indetto per il 2012-2013 - che verrà la nuova primavera della Chiesa e del mondo, di cui gli uomini hanno immensa necessità e urgenza: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia - aveva detto qualche settimana prima di diventare Papa - sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l'immagine di Dio e ha aperto la porta dell'incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità.

Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (Subiaco, 1 Aprile 2005).
Tale è in prima persona questo Papa: e il riconoscimento sempre più ampio che gli viene tributato sta a dire che la forza della verità, da lui amata e servita, si irradia di per sé, attraverso la mitezza del gesto e la semplicità della vita, la forza dei ragionamenti e l'ascolto dell'altro, la testimonianza coraggiosa e la speranza vissuta. Che tutto questo raggiunga e illumini tante menti e tanti cuori è l'augurio più vero, certo il più gradito, che possiamo fare all'ottantacinquenne Papa, giovane di appena sette anni di pontificato...


La nuova vita e il cuore di Benedetto, di Bruno Forte

La Chiesa cattolica ha un Papa emerito. Da ieri la Sede di Pietro è vacante e Benedetto XVI ha iniziato la nuova vita di operaio della vigna del Signore nel silenzio della preghiera e del nascondimento al mondo. Sul significato della sua rinuncia molto è stato scritto. Quello che mi sembra meriti di essere ora approfondito è il senso di questa nuova, diversa missione, che Egli stesso reputa tale, come si evince dalle parole pronunciate ancora nell'ultima udienza generale: «Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell'officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». Per comprendere la forza di queste parole, ricorro a un'analogia che mi pare particolarmente illuminante: quella fra la scelta di Papa Benedetto e la decisione che il grande pensatore cattolico Jacques Maritain prese dopo la morte dell'amatissima moglie Raïssa, con cui aveva vissuto il cammino della conversione a Cristo e un'esperienza spirituale per molti aspetti mistica.

E gli volle ritirarsi da ogni impegno pubblico per vivere fino alla morte presso la comunità contemplativa dei Piccoli Fratelli di Gesù di Toulouse, spinto da un desiderio così confessato: «Ho un grande bisogno di silenzio». Di quale silenzio si trattasse, lo avrebbe spiegato lo stesso Maritain con queste parole: «Non si accetta la Croce, la si prende, si adora la Croce». Il silenzio del vecchio filosofo francese non era diverso da quello scelto dal Papa tedesco: si tratta del silenzio dell'ascolto e dell'adorazione, del restare soli con Cristo solo, non per fuggire il mondo, ma per trasfigurarsi e trasfigurarlo in Lui sulle vie misteriose che solo la Grazia conosce. La sposa di Maritain, Raïssa, il cui Journal testimonia di una purissima vita mistica, fa intuire qualcosa di questo silenzio, abitato da Dio e vissuto in Dio, in una delle sue poesie più belle, Transfiguration: "Quando... avrò conquistato la mia libertà celeste / ...e avrò scelto il cammino più duro / come il cielo notturno sconfinato e puro... / come un vascello fortunato / che rientra nel porto col suo carico intatto / approderò in cielo col cuore trasfigurato / recando offerte umane e senza macchia".

Accanto a questa ricerca del silenzio mistico, c'è nella nuova vita di Benedetto un'evidente volontà di servizio, un'intenzione profonda di amore alla Chiesa e al mondo. Anche di questo aspetto ci aiuta a capire le ragioni l'analogia con Jacques Maritain, il quale così descrive il compito dei contemplativi, testimoni dell'Assoluto di Dio in questo mondo: "Nell'età nuova nella quale siamo entrati vediamo rivelarsi - sia nella materia e grazie alle scoperte della microfisica, sia nelle attività umane e grazie all'esplorazione dell'inconscio - un certo primato dell'invisibile sul visibile e del non manifestato sul manifestato. Qui appare, a mio avviso, il ruolo profetico... di affermare nell'esistenza il valore primario della testimonianza resa all'amore di Gesù per gli uomini, non dai grandi mezzi visibili, ma dal modo invisibile o quasi invisibile della semplice presenza d'amore fraterno... Di che cosa hanno bisogno gli uomini prima di tutto? Hanno bisogno di essere amati; di essere riconosciuti; di essere trattati come degli esseri umani; di sentire rispettati tutti i valori che ciascuno porta in sé.

Per questo non basta dire loro 'vi amo'. Non basta neanche far loro del bene. Bisogna esistere con loro, nel senso più profondo di questa espressione". Ecco il significato della nuova missione dell'uomo di Dio Benedetto XVI, Papa emerito: condividere la condizione di tante, innumerevoli vite nascoste agli occhi del mondo, ma non a quelli di Dio, per dire a ogni esistenza umana quanto è amata dal Signore e quanto vale ai suoi occhi. E proprio così, aiutare la causa dell'uomo in questo mondo, affermando la dignità di ogni persona umana nell'orizzonte dell'eterno e riconoscendone - con le immancabili fragilità - l'immortale grandezza. Questa è anche la causa di Dio, a immagine del quale l'uomo è creato. È la causa per cui esiste la Chiesa e al cui servizio continua a operare fiduciosa e serena fra i marosi del tempo, sostenuta dalle radici nascoste e profonde di tanti umili e silenziosi operai della vigna del Signore. Fra costoro va annoverato oramai il Pontefice emerito.


giovedì 28 febbraio 2013

“Anche i laici devono essere grati a Ratzinger”, di Giulio Meotti


“Contro lo sciatto secolarismo”


Parla il grande storico conservatore inglese Paul Johnson. Le dimissioni sono in sintonia con il suo essere un intellettuale

"Abbiamo tutti bisogno del Papa, anche quei laici che non lo confesserebbero mai”. Così il re dei “neo fogey”, i reazionari colti e di gusto dell’epoca thatcheriana, l’ottantacinquenne Paul Johnson, commenta le dimissioni di Benedetto XVI. Il maggiore storico inglese, che ha scritto tanto, negli ultimi tre decenni, per svelare le grandi e piccole meschinità, le ipocrisie e le incoerenze delle “chattering classes”, la sinistra culturale benestante e compiaciuta, ritiene che l’addio di Papa Ratzinger sia in sintonia con il suo carattere. “Giudico molto saggia la decisione di Papa Benedetto di dimettersi”, dice Johnson al Foglio. “Non è normale che un Papa superi i novant’anni, inoltre la decisione è in sintonia con la formazione intellettuale di Joseph Ratzinger. Non vedo alcun segno di debolezza nella scelta di lasciare o di irrilevanza del cristianesimo nella vita pubblica contemporanea”. Autore di “Tempi moderni”, tradotto in diciotto lingue e che ha venduto più di un milione di copie, e del famoso e controverso “Gli intellettuali”, in cui sbranò i campioni della cultura del nostro tempo, Johnson issa la bandiera del common sense anglosassone all’interno del pensiero postilluminista. “Ogni domenica vado a messa nella mia chiesa di Londra dove si celebra il rito latino, non vedo mai facce smarrite, ma tante persone che scorgono nella chiesa una guida contro un secolarismo sciatto che non dà risposte. Nel mondo ci sono un miliardo di cattolici. Ci andrei piano a dire che la chiesa non ha voce nelle cose del mondo. Giovanni Paolo II era un carismatico dalla personalità fenomenale, ovunque andasse scatenava lo show. Benedetto XVI ha invece sempre preferito fare piccoli importanti discorsi in pubblico, come quando venne a Londra. Piccoli discorsi di verità. In Inghilterra Ratzinger ha riscosso un trionfo geniale e calmo come è lui. Un momento curioso avvenne nella visita alla Westminster Hall. C’erano tutti gli ex primi ministri, il governo, i parlamentari, i Lords. A un certo punto il Papa ha indicato gli angeli che sorreggevano il soffitto. Tutti hanno alzato lo sguardo, sbalorditi, come se non ci avessero mai fatto caso”.
Per questo si è ritirato, “perché non ha più le forze per compiere quello che lui riteneva necessario, essere la guida nel mondo moderno. Ha fatto un lavoro straordinario e dovremmo tutti essergliene grati”. Johnson non crede agli scandali di pedofilia che hanno coinvolto la chiesa negli ultimi due anni, soprattutto nei paesi anglosassoni. “Penso che la cosa più terribile sia avvenuta quando la chiesa ha iniziato ad accettare di pagare gli avvocati in America, è lì che i casi si sono moltiplicati”.
Secondo Johnson, caratteristica del papato di Ratzinger è stata “la tensione fra cristianesimo e mondo moderno. L’essere umano non è una creatura interamente secolare, ha bisogni secolari, ma ha bisogno d’altro per vivere, e qui il ruolo della chiesa è molto importante. Amo moltissimo Ratzinger, è un grande professore universitario, sono d’accordo con lui quando afferma che la ragione non sostiene se stessa, ha bisogno di un aggancio trascendente. Il Papa ha mostrato che la ragione ha una dimensione spirituale, come l’immaginazione, che per me resta la caratteristica umana più importante. E’ l’immaginazione che ci persuade di quanto noi siamo stati creati a immagine di Dio. Le distruttive passioni dell’uomo sono state tenute a freno dalle religioni. Senza grandi risultati però, si potrebbe obiettare. Ma quali successi ha ottenuto il mondo secolarizzato nell’elaborare un sistema alternativo di ricompensa e retribuzione? Nella sua lezione straordinaria di Ratisbona, Ratzinger ha spiegato che l’immaginazione creativa umana è in accordo con la dimensione religiosa dell’esistenza”.
Torniamo al Ratzinger intellettuale. “Il Papa viene da una famiglia di intellettuali e accademici. E’ stato il guardiano della disciplina sotto Giovanni Paolo II. Ma da Papa è stato anche un uomo di gentile benevolenza. Ha dato l’impressione di misurare ogni parola. Nel mondo accademico, scientifico e giornalistico è diventato fashion brandire la bandiera dell’ateismo militante. Sembra che di rigore gli scienziati debbano lanciarsi in diatribe sul perché la religione è incompatibile con la scienza. L’umanità si trova in bilico tra una precaria sopravvivenza e l’abisso dell’autodistruzione. E credo che il nostro destino sarà deciso dalla nostra capacità di tenere accesa quella fiamma spirituale che scalda e illumina la nostra vita”. Johnson ne ha per tutti. Sull’Umanesimo: “Si è rivelato un costernante fallimento”.
E sul relativismo morale: “E’ stato il peccato cardinale del Ventesimo secolo, la ragione per la quale è stata un’epoca così disperatamente infelice e distruttiva nella storia dell’uomo. Per questo tutte le forze della società moderna sono state contro Papa Ratzinger”.

La pennichella di Dio, di Benedetto XVI


Una chiesa in crisi nell’ultima udienza a San Pietro

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato! Distinte Autorità! Cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale. Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga e abbraccia tutta la chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le “notizie” che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10). In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate e il vento contrario, come in tutta la storia della chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.
Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: “Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…”. Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, a iniziare dal mio segretario di stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la segreteria di stato e l’intera Curia romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre.
Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai capi di stato, dai capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio a un principe o a un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la chiesa è viva oggi!
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della chiesa e non se stessi.
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.
Cari amici! Dio guida la sua chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore.
Grazie!

Il principe boemo diventato l’allievo prediletto del prof. Ratzinger, di Matteo Matzuzzi


“Se la chiesa oggi manca di offensiva è perché si sta purificando”, diceva nel giugno del 2011 al Foglio il cardinale Christoph von Schönborn, arcivescovo di Vienna dal 1995. E’ giusto e legittimo, aggiungeva il porporato, che la chiesa voglia essere guida per la società, ma per fare ciò è indispensabile che si confronti con i suoi peccati. “Non si può richiamare il mondo alla verità se la verità non si ha il coraggio di farla propria”, spiegava.
Sessantotto anni, membro di un’antichissima famiglia della nobiltà boema che alla chiesa ha già dato due cardinali e diciannove tra arcivescovi, vescovi, preti e suore, nel 1963 entrò nell’ordine domenicano, “in maniera impercettibile, dopo un incontro casuale con un padre domenicano avvenuto quando avevo quattordici anni”, racconterà in età matura. Poliglotta, Schönborn è uomo di profonda cultura: ha studiato filosofia in Germania, psicologia a Vienna, Cristianesimo slavo e bizantino alla Sorbona e teologia all’istituto domenicano francese di Le Saulchoir, dai cui balconi, durante la contestazione degli anni Sessanta, si vedevano sventolare bandiere rosse. “Io ho vissuto lì gli ultimi anni prima della chiusura. Eravamo rimasti un piccolo gruppetto di frati che vivevano nella foresteria di quest’enorme casa ormai vuota. Il biennio 1968-’69 rovinò tutto, in pochi mesi distrusse la vita religiosa”, disse in un’intervista alla rivista 30Giorni nel 1999.
Risale ai primi anni Settanta, mentre stava preparando la tesi di laurea a Ratisbona, l’incontro che segnerà la sua vita, quello con il mite professore bavarese Joseph Ratzinger. Il futuro arcivescovo di Vienna frequentò i corsi del teologo che più di trent’anni dopo sarebbe diventato Papa. Da quegli incontri nacquero una stima e un’amicizia che sarebbero durate nel tempo e che nel 1992 gli sarebbero valse la nomina a coordinatore del comitato preparatorio del Catechismo universale della chiesa cattolica, l’organismo di cui l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede era il supervisore.
Di Ratzinger, Schönborn è sempre stato ritenuto l’allievo prediletto, l’intellettuale tormentato dalla consapevolezza che incarnare la fede cristiana nel mondo secolarizzato di oggi è un’impresa difficile. Da qui, la necessità di procedere a quella grande e nuova evangelizzazione dell’Europa per riscoprire – come sosteneva conversando con il Foglio un anno e mezzo fa – “le virtù conosciute dalla grande tradizione ebraico-cristiana”, senza le quali “il mondo altro non è che una truppa di briganti”.
La chiesa deve sapere pentirsi e procedere lungo la strada tracciata da Benedetto XVI, senza tentennamenti. Ecco perché, nel maggio del 2010, conversando con alcuni giornalisti del suo paese, accusò l’ex segretario di stato Angelo Sodano di aver ostacolato l’indagine voluta nel 1995 da Ratzinger nei confronti dell’allora arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër, coinvolto in casi di abusi sessuali su minori. Il Papa lo convocò immediatamente a Roma, costringendolo a fare pubblica ammenda per i suoi “giudizi equivoci” – così recitò la nota ufficiale della Santa Sede – davanti a Sodano. “Quando si tratta di accuse a un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa”, chiarì in quella occasione il suo maestro Joseph Ratzinger.