domenica 16 ottobre 2011

La sinistra ora li condanni, di Ruggero Guarini


Incappucciati e farabutti. Ancor più responsabili sono i politici del bla bla ideologico che fomenta reazioni e giustifica infamie.

Le bande di teppisti che ieri ancora una volta hanno messo a ferro e a fuoco un bel pezzo del centro di Roma sono senz’altro dei farabutti di rango. Solo dei farabutti della migliore specie possono infatti prodursi, nobilmente incappucciati, nelle gagliarde imprese incendiarie che hanno sfregiato la capitale. Questi tipi sono infatti molto peggio dei criminali comuni. I quali, com’è noto, non sentono affatto il bisogno di giustificare i loro crimini sventolando la bandiera di qualche causa. Li commettono e basta . Di questo supremo atto vd vigliaccheria delinquenziale sono infatti capaci soltanto i teppisti in salsa politica. Ancor più farabutti di loro sono però i loro macro politici, ossia quegli elementi della nostra sinistra ufficiale che con il loro incessante, demenziale, irresponsabile blabla ideologico, anziché cercare, come sarebbe loro imprescindibile dovere, di scoraggiare e di spegnere la violenza criminale, sempre in procinto di esplodere, di queste pattuglie di canaglie in servizio permanente effettivo, al contrario non solo non cessano di coccolarle e blandirle mostrandosi sempre disposti a giustificare e comprendere le loro infamie, ma addirittura provvedono, all’occorrenza, a ispirare e favorire le loro imprese più infami. Insomma più criminali dei gesti dei sedicenti indignados di ieri (che sono poi quelli – sempre gli stessi – con cui da anni queste truppe di gaglioffi provvedono ogni tanto ad allietare la vita delle nostre già provate città: bombe molotov, bombe carta, spranghe di ferro, vetrine spaccate, scontri con la polizia, case e vetture in fiamme, discorsi e slogan idioti, aggressioni), sono gli ammicchi e i buffetti con cui la loro padroncina politica, questa nostra gauche disperata e impotente, non manca mai di mostrarsi del tutto incapace di emettere sulle loro gesta quelle chiara e netta condanna, senza se e senza ma, che le sue note pretese intellettuali e morali dovrebbero imporle di esprimere. Questa riluttanza a condannare risolutamente la violenza di queste formazioni teppistiche, e con essa le stesse pratiche collettive che ne favoriscono le esplosioni, esprime qualcosa di molto più grave che una semplice, incolpevole attitudine all’indulgenza. In essa infatti è fin troppo facile fiutare l’inconfondibile olezzo della viltà. Soltanto la profonda codardia di cui si nutre l’animo dei peggiori demagoghi può per esempio avere indotto l’eroico Antonio Di Pietro a esaltare a scatola ancora chiusa la manifestazione di ieri arrivando ad attribuirle il senso di una giusta protesta di un paese che (udite, udite) “sta morendo di fame”. Soltanto una pavida vocazione all’idolatria delle masse può aver consigliato nei giorni scorsi ad alcuni dei capetti apparentemente più civili e responsabili del nostro centro-sinistra di attribuire al furore dei nostri indignados il potere e il diritto di "fare piazza pulita" a qualunque costo. E soltanto una strana forma di timoroso rispetto per la nota, manifesta fatuità della rabbia alla piazzaiola può aver costretto un uomo giustamente stimato per la sua serietà e sobrietà come Mario Draghi ad affermare di comprendere perfettamente la ragioni di questi energumeni. Discorrendo delle chiacchiere aizzatrici alla violenza in piazza sarebbe comunque ingiusto tacere dai meriti acquisiti in questo campo dai maestrini di quella intellighenzia goscista che sogliono esercitare il loro magistero dal pulpito della Repubblica, e in particolare di quella pitonessa della santa collera antiberlusconiana che è la signora Barbara Spinelli. La quale, negli ultimi tempi, invocando un rilancio immediato della lotta al berlusconismo, ha più volte suggerito la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale. Da questo gagliardo richiamo all’epos resistenziale risulta dunque che negli ambientini più chic di questa sinistra allo sbando, si esige che da noi la lotta politica assuma presto il colore di una salvifica “guerra civile”. Ebbene: i facinorosi che ieri sono passati all’azione incendiando vetture e cassonetti, aggredendo poliziotti, seminando il terrore per le strade fra persone impaurite e turisti sgomenti, scatenando l’inferno in città per castigare un governo che si è permesso ancora una volta di non cadere sotto i colpi di un’opposizione non meno stupida che feroce, che altro in effetti hanno fatto se non prodursi in alcune scene di "guerra civile"?

sabato 15 ottobre 2011

L’establishment schizofrenico che sta con la Bce e con gli indignados, di Francesco Forte


Ha ragione Silvio Berlusconi quando afferma che non esistono alternative all’attuale governo. L’esecutivo ha attuato una politica di bilancio di rigore, che si appresta al pareggio nel 2013, secondo la richiesta della Bce che di ciò ha bisogno per poter comprare i nostri titoli pubblici, dato che il suo statuto le vieta di finanziare i deficit degli stati membri, e lo strappo fatto a questa regola per la Grecia, il Portogallo e la Spagna è già troppo per aggiungervi quello per l’Italia, che ha un debito di volume assoluto molto maggiore.

E solo un presidente del Consiglio
 con l’autorità di Berlusconi, a capo di un partito di centrodestra può imporre l’attuazione di una maxi manovra come quella adottata e per di più far votare la regola costituzionale del pareggio di bilancio. Inoltre mentre il governo Berlusconi con l’articolo 8 dell’ultimo decreto ha risposto alla richiesta della Banca centrale europea di adottare regole di flessibilità nei contratti di lavoro aziendali per dare luogo a una maggior produttività e prospettiva di crescita, il presidente uscente di Confindustria Emma Marcegaglia ha tentato di mettersi di traverso, quasi costringendo di fatto sia Fiat che altre imprese a uscire dalla confederazione degli industriali. E’ però vero che a causa delle resistenze di una parte della Lega nord Berlusconi non è, al momento, in grado di attuare un innalzamento dell’età per le pensioni, agendo su quelle di anzianità e accelerando l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne, come la Bce giustamente chiede non potendo spiegare facilmente ai tedeschi che hanno attuato queste riforme perché bisogna aiutare l’Italia che non riduce il debito pensionistico.

Ma a questa richiesta della Bce si oppone
 anche il Pd, come ha dichiarato Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato. Finora questo governo non è riuscito a varare consistenti misure pro crescita, mediante privatizzazioni e liberalizzazioni. Sembrava che ci fosse uno schieramento di “illuminati”, che avrebbero potuto mobilitare le migliori energie del paese su un programma che contemplasse le riforme strutturali e le misure pro crescita.
Non era chiaro su quale maggioranza avrebbero potuto contare. E per quel che mi riguarda non ho capito come si possa rilanciare l’economia di mercato annunciando nuove patrimoniali, come se la certezza dei tributi e il ricorso a migliori accertamenti (concetto diverso della deterrenza delle evasioni mediante pene detentive) non fossero le basi di una finanza conforme al mercato assieme alla moderazione del peso fiscale.

Ma ora, dopo le manifestazioni degli indignati,
 da Luca Cordero di Montezemolo a Massimo Giannini di Repubblica, e tutti i politici e commentatori che fino a qualche ora fa premevano sul governo per applicare le riforme proposte dalla Bce spiegano che “comprendono” gli autori della protesta che vorrebbero occupare Banca d’Italia, altro che seguirne i suggerimenti. Quanto a Diego Della Valle è contrario all’articolo 8 e Fausto Raciti segretario dei giovani del Pd annuncia che loro oggi scenderanno in piazza con gli indignati. Gli illuminati hanno spento i lumi. E c’è solo il second best di Berlusconi.

venerdì 14 ottobre 2011

Ricordami, di Christina Georgina Rossetti



Tu ricordami quando sarò andata
lontano, nella terra del silenzio,
né più per mano mi potrai tenere,
né io potrò il saluto ricambiare.
Ricordami anche quando non potrai
giorno per giorno dirmi dei tuoi sogni:
ricorda e basta, perché a me, lo sai,
non giungerà parola né preghiera.
Pure se un po' dovessi tu scordarmi
e dopo ricordare, non dolerti:
perché se tenebra e rovina lasciano
tracce dei miei pensieri del passato,
meglio per te sorridere e scordare
che dal ricordo essere tormentato.

Poesia di Christina Georgina Rossetti


Alla mia morte, amore, 
meste canzoni non cantare, 
al mio capo non piantare rose 
né cipresso ombroso. 
Ma l’erba sopra di me 
irrora di piogge e rugiade, 
e se ti piace ricorda 
e scorda se ti piace.  
Io non vedrò le ombre, 
e le piogge non sentirò 
e non vedrò l’usignolo 
cantare, in lungo pianto. 
Ma nel crepuscolo sognando 
che non tramonta né risorge,
io ricorderò forse
e forse scorderò.

mercoledì 12 ottobre 2011

La spiaggia di Dover, di Matthew Arnold


Il mare è calmo, stanotte.
Alta marea. La luna bianca giace
sopra lo stretto; sulla costa francese il chiarore
brilla e svanisce; le scogliere d’Inghilterra si ergono
scintillanti e vaste nella baia tranquilla.
Vieni alla finestra, dolce è l’aria della notte!
Soltanto, dalla linea lunga di schiuma
Dove il mare incontra la terra sbiancata dalla luna,
Ascolta! senti il fragore stridente
Dei ciottoli, che le onde trascinano, e gettano,
Tornando, sulla riva alta del mare,
Inizia e cessa, e poi di nuovo inizia,
Con lenta cadenza tremula, e porta
Con sé l’eterna nota della tristezza.
Sofocle, nel tempo antico
la udì sull’Egeo, e gli riportò
in mente la torbida marea
dell’umana miseria; e noi troviamo
ugualmente in quel suono un pensiero,
udendola su questo remoto mare boreale.
Il Mare della Fede,
era pure, un tempo, in marea alta; e attorno
alle rive della Terra giaceva, racchiuso
come le pieghe di una cintura risplendente.
Ma adesso altro non sento
che la sua malinconia, un lungo ruggito
che si ritira al respiro del vento della notte,
giù per i vasti e spaventosi bordi
e per i nudi ciottoli del mondo.
Ah, amore mio, restiamo fedeli
l’uno all’altra! perché il mondo, che pare
stendersi dinanzi a noi come una terra di sogni,
così vario, così splendido, così nuovo,
non possiede in realtà né gioia, né amore, né luce,
né certezza, né pace, né sollievo nel dolore;
E siamo qui, come in una piana che s’oscura
sbattuti tra confusi e allarmi di lotte e fughe,
dove eserciti ignoranti si scontrano di notte.

Lettera al padre, di W. A. Mozart

Vienna, 4 aprile 1787


La morte del padre avverrà il mese successivo. E' uno dei documenti più toccanti lasciati da Mozart: “Dato che la morte (ben riflettendo) è l'ultimo, vero fine della nostra vita, da qualche anno sono entrato in tanta familiarità con questa sincera e carissima amica dell'uomo, che la sua immagine non solo non ha per me più nulla di terribile, bensì mi appare persino molto tranquillizzante e consolante! E ringrazio il mio Dio di avermi dato la fortuna di avere l'opportunità (lei mi comprende) di riconoscere in essa la chiave che apre la porta alla nostra autentica felicità. Non mi addormento mai senza pensare che (per quanto giovane sia) l'indomani forse non ci sarò più. Ma nessuno, tra tutti coloro che mi conoscono, potrà dire che in compagnia io sia triste o di pessimo umore. E di questa fortuna ringrazio ogni giorno il mio Creatore e l'auguro con tutto il cuore ad ognuno dei miei simili”.

domenica 2 ottobre 2011

Il romanzo di Giulio Tremonti, un genio senz'ali, di Salvatore Merlo

Così il ministro dell'Economia ha innalzato un monumento di superbia che può diventare la sua tomba politica
Silvio Berlusconi non è uno che licenzia con facilità. “Quasi tutti i meridionali, quando sono stanchi della moglie, tentano di farsi lasciare”, dice il senatore Andrea Augello, che nella politica porta ironia e sensibilità letteraria. E forse ha ragione. Per rimuovere, persino quando ne ha le tasche piene, il Cavaliere promuove, disloca, semmai accetta con affettata riluttanza di sacrificare qualcuno, ma solo perché inevitabile, come nel 2004, quando fu Gianfranco Fini a far rotolare la testa di Giulio Tremonti sul patibolo della stabilità del governo: “O me o lui”.
Così adesso Tremonti forse sceglierà di dimettersi (ma dicono di no), o forse Angelino Alfano troverà l’ispirazione e si farà (come Fini) tremonticida. Altrimenti il ministro dell’Economia rimarrà lì dov’è, per niente amato, ancora irriso dai colleghi di governo per le sue stranezze caratteriali, sempre mal sopportato dal Cavaliere che mai gli darà quel ben servito che pure abita i suoi sogni più dolci. Per temperamento, per equivoco sulla natura della politica, per cinismo ludico, Berlusconi ritiene che lasciar trascorrere il tempo equivalga a “guadagnare tempo”, e guadagnare è ovviamente un verbo che a lui piace: l’unica cosa che conta è durare. “Completeremo la legislatura”, ripete ogni qual volta i guai sembrano sommergerlo, anche nel caso di Tremonti.
E dunque se per durare dovrà tenersi il ministro presuntuoso, lo terrà, pur considerandolo intercambiabile con Vittorio Grilli o Renato Brunetta, pur ritenendolo “insopportabile” o peggio, come gli è scappato di dire, “un incubo”. In fondo il centrodestra a trazione leghista ha la sua dose di napoletanità (il Cav. dice di essere “un napoletano nato a Milano”), e dunque, come in una commedia di Eduardo, come in casa Cupiello, anche a casa Berlusconi vale la regola “facite ammuina”. E infatti ieri lo hanno difeso tutti, Tremonti: Gasparri, Alemanno, Mussolini, Quagliariello. Solo la sorella del ministro, Angiola, dalle frequenze di Radio2, ospite di “Un giorno da Pecora”, ha squarciato il cielo di carta: “Io direi a Giulio sinceramente di mandare tutti al diavolo”.
Non c’è spirito di vendetta nel governo e nel partito del Cavaliere, ma sorrisetti, battutine, braccia che si spalancano per lo stupore. Parlando di Giulio Tremonti, in queste ore, nel Pdl, per lo più ci si spiega a gesti: la punta del dito indice che batte sulla tempia. Fabrizio Cicchitto, che divide il mondo in “uomini” e “teste di cazzo”, alla domanda su Tremonti non risponde. Ma forse dal sorriso, muto e sornione, si può intuire cosa pensi il capogruppo del Pdl. “Testa di cazzo” per lui vuol dire tutto, cattivo o sleale o nemico, magari soltanto antipatico o arrogante. “E’ chiaramente nevrotico, altrimenti come spiegare il suo indefesso impegno nel risultare odioso a chiunque”, dice Antonio Martino. E bisogna proprio immaginarsela l’espressione di Paolo Romani e Renato Brunetta quando giovedì hanno varcato la soglia del Consiglio dei ministri, a Palazzo Chigi, scoprendo, prima con meraviglia, poi con irritazione incontenibile, che Tremonti, prima di partire per l’America, aveva fatto i compiti per tutti: il documento economico già pronto sul tavolo del governo, solo da firmare; due volumoni rilegati, a colori e su carta patinata. “E noi che ci stiamo a fare qui?”. Pare che Brunetta abbia avuto la tentazione improvvisa di scagliare fuori dalla finestra uno dei due tomi. Alla fine, come al solito, è stato Gianni Letta a calmare tutti: “Non facciamone un caso politico, non un altro”. E il gran ciambellano del berlusconismo si riferiva al voto su Marco Milanese, concluso poche ore prima, Tremonti assente alla Camera malgrado gli fosse stato chiesto di esserci, e il malumore, il borbottio offeso dei peones: si erano mobilitati in gran massa per essere tutti presenti, qualcuno, come l’onorevole Luciano Rossi, ha rinunciato persino al matrimonio della figlia. “E dire che votavamo anche per salvare Tremonti”, dice Daniela Santanchè. Mentre l’ex ministro Martino, che nel cinismo della politica riconosce anche delle dinamiche umane, si abbandona a un paradosso di inquietante verosimiglianza: “A dire la verità, non presentandosi, Tremonti lo ha salvato Milanese. I franchi tiratori sarebbero raddopiati solo per vedere l’effetto che la sconfitta avrebbe fatto sulla sua faccia. Non ha amici Tremonti”.
Ecco come si spiega la tremonteide. Il ministro dell’Economia, che fu super e fu genio, diventa un caso politico perché (prima) è un caso umano: Tremonti esplode sul suo cattivo carattere prima di scivolare sulla sua cattiva (ma non sempre) politica, inciampa nei fili dei telefoni sbattuti in faccia agli interlocutori, sugli appuntamenti saltati, sugli sfoghi tipo “io con quello non ci parlo”, sul “cretino” scagliato in faccia a Brunetta, sul nomignolo di “nonnetto” affibbiato al Cavaliere, sull’arroganza del primo giorno di scuola a Palazzo Chigi: “Cari colleghi vi ricordo che in questo governo non ci sono ministri con il portafoglio e ministri senza portafoglio. Siete tutti senza portafoglio”. Gianni Alemanno ha definito lo studio di Tremonti al ministero “una sala di torture”, Andrea Augello, sottosegretario alla Funzione pubblica, ha paragonato il ministro al capitano William Bligh, quello degli ammutinati del Bounty. E’ sin dall’inizio della legislatura che il temperamento tremontiano ha trasceso la normale dialettica tra i ministri che battono cassa e il titolare dell’Economia che deve dire di no. “I ministri del Tesoro simpatici lasciano debiti”, ha detto una volta Giorgio La Malfa; eppure in Tremonti c’è qualcosa di più. Un’antipatia la più completa ed evoluta del momento, niente a che vedere con la rovinosa spavalderia di Massimo D’Alema, al narcisismo e alla tigna Tremonti somma estrema suscettibilità, pignoleria, gusto per il paradosso culturale: è il più prolifico scrittore di smentite, messe a punto e precisazioni ai giornali, innumerevoli e fulminanti provocazioni a base di “paralogismi”, “asimmetrie”, Aristotele, Kant e Leopardi… E che impressione fa? “Si parla addosso, ostenta superiorità intellettuale”, ha detto una volta Paolo Romani, che di professione è ministro dello Sviluppo, l’incarico che fu di quel Claudio Scajola che di Tremonti nel governo è stato a lungo “il nemico” per antonomasia. Ma se per Scajola Tremonti è stato “il mio nemico”, Tremonti in realtà non ha mai voluto concedergli nemmeno l’onore dell’inimicizia, come ha confessato lui stesso qualche tempo fa a un giornalista ritenuto affidabile: “Ogni grande uomo politico deve scegliersi un nemico. Il mio è Mario Draghi”. Draghi è per Tremonti quello che un tempo è stato Vincenzo Visco, quando l’uno era l’uomo delle partite Iva e l’altro il ministro del giacobinismo etico. Si sono odiati cordialmente, neppure si salutavano, l’uno l’opposto dell’altro. In privato Visco chiamava Tremonti “quel lestofante” e Tremonti ha detto di lui: “Mettergli in mano il fisco è come affidare l’Avis a Dracula”. Ecco, con Draghi è la stessa cosa: è in antipatia a Draghi che Tremonti sponsorizza inutilmente Vittorio Grilli (che invece potrebbe finire ministro del Tesoro al posto suo) per l’incarico di governatore della Banca d’Italia. A Berlusconi dice: “Grilli sarebbe un contrafforte per il governo contro il commissariamento europeo degli amici di Draghi”. Ma il Cavaliere, quando lo desidera, è sordo, così, al contrario, quando vuole fare arrabbiare Tremonti gli dice: “Giulio ascoltami, su questo è d’accordo anche Draghi”.
Se la ciambella gli fosse riuscita con il buco, il che raramente succede nel sistema italiano quando non si sia esperti, sì, ma soprattutto di politica, Tremonti avrebbe fatto vedere a tutti i sorci verdi. Di lui si è detto di tutto: animatore di un polo laico e socialista, fondatore di un “vero partito del nord”, sindaco di Milano, successore di Umberto Bossi, leader alternativo di un Pdl deberlusconizzato. Poi invece è nato Angelino Alfano (e lui si è offeso), il Cavaliere, dopo essersi liberato di Gianfranco Fini, ha vestito della toga di Delfino il suo ex segretario (quello cui chiedeva “per cortesia” le fotocopie), mentre per Tremonti “il genio dell’Economia” non c’è stata più storia ma solo la casa di via Campo Marzio pagata più o meno a sua insaputa da Marco Milanese. Come quando è declinata anche l’ambizione di padanizzarsi definitivamente, e in quel caso toccò a Roberto Maroni – che non lo ama affatto – chiarire che “per noi Tremonti è il primo degli amici e l’ultimo dei leghisti”. Così il superministro, che concentra su di sé il Tesoro, il Bilancio e le Finanze, l’uomo che telefonava ai giornalisti per segnalare compiaciuto che Tony Blair lo aveva definito “il più colto tra i ministri economici d’Europa”, è finito con l’affilare perfidie, ma non ha fatto la rivoluzione promessa già nel 2001. Guido Crosetto, un gigante buono che fa il deputato e il sottosegretario, pensa che le proposte economiche di Tremonti “andrebbero analizzate da uno psichiatra” ed è – manco a dirlo – un sentimento diffuso nel Pdl. Questa estate Crosetto, assieme ad Antonio Martino, si sa, ha animato una violentissima fronda sviluppista e liberale contro il ministro che un tempo fece sognare ogni possessore di buon reddito e l’intera massa dei padroncini veneti, il ministro nel cui nome furono innalzati capannoni anziché cattedrali, insomma, colui che segnò e incarnò e predicò il tempo felice del sogno delle partite Iva al potere intestandosi la Tremonti bis. Un ministro che invece, negli anni, talvolta persino da un mese all’altro, ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento e riadattamento. A seconda del meteo politico. Antipapista scoprì il fascino delle encicliche di Papa Ratzinger, socialista e poi liberista, Tremonti ha inventato, da uomo di fantasia e da letterato del tributarismo chic qual è, una parola spregiativa per ribattezzare il liberismo: mercatismo. Dopo aver a lungo sostenuto che tutto dipendesse dal bilancio, e che ci volevano flemma e tagli (e tasse), resistendo persino agli slanci del Cavaliere cui “sanguinava il cuore”, impermeabile alle campagne sviluppiste anche di questo giornale, ha di recente dichiarato, tra una citazione di Bismarck e “una supercazzola” (copyright Claudio Scajola) che “servono le grandi opere, un piano per lo sviluppo”. Ma mai darlo per finito, Tremonti. Augello lo ha paragonato al capitano del Bounty, l’odiosoBligh che, lasciato alla deriva senza bussola e con un sestante rotto, coprì 6.700 chilometri, tornò in Inghilterra e fece impiccare i suoi nemici.

lunedì 26 settembre 2011

Analisi rispettosa e severa delle politiche tremontiane, di Francesco Forte

Giulio Tremonti è arrivato al vertice della cosa pubblica tramite l’autorevolezza acquisita come tecnocrate negli ambienti economici e intellettuali per la sua competenza e grazie alla sponsorizzazione  del Corriere della Sera, al quale a suo tempo collaborava. Un’iniziazione carismatica simile a quella di Marcello Pera e di Mario Monti che gli ha lasciato il segno, consistente nella convinzione di una superiorità intellettuale ed etica, e nella scarsa comunicabilità non solo con i peones del Parlamento, con cui si trova a disagio, e che invece sono il termometro del consenso popolare; ma anche con i vertici delle commissioni parlamentari e con gli intellettuali del partito in cui è assurto a leader economico.

Con i membri dei governi non fa squadra. 
Questo elitismo e anacoretismo politico gli è servito per governare il  ministero con rigore difendendo il bilancio dagli assalti, ma gli ha impedito di svolgere una funzione di leadership e di mediazione fraterna, quale si richiede a chi ha responsabilità gravose di timoniere di una nave che ha bisogno dell’apporto di ciascuno, dall’ultimo mozzo al capitano.

Nel Pdl convivono varie anime
 ma, sostanzialmente, il messaggio è neo liberale, orientato allo sviluppo, alla politica delle cose concrete. L’impostazione  di Tremonti è mutevole, ma ha venature di colbertismo e tende a privilegiare le affermazioni ideologiche astratte: Tremonti ha costantemente idealizzato una sua riforma tributaria, basata su tre aliquote Irpef e cinque imposte, di cui il messaggio principale non è l’orientamento alla produttività,  ma la semplificazione e la generica riduzione della pressione delle imposte dirette, passando dalle persone alle cose.  Non è chiaro se con “cose” si voglia riferire alla tassazione dei consumi o a quella dei beni patrimoniali.

A fronte di questo disegno generale
, ambizioso, ma anche generico, Tremonti non ha affrontato in modo sistematico la questione dello smantellamento dell’Irap e della riduzione strutturale del carico sui redditi di impresa e sui costi del lavoro; due temi su cui insiste la Banca d’Italia. Ha provveduto a ciò con interventi episodici che hanno complicato il sistema. Ha modificato i nomi delle imposte sugli immobili, ha introdotto una parziale cedolare secca sugli affitti ma non si è occupato del catasto.
Ha perseguito il rigore del bilancio con i tagli lineari. E’ così rimasta incompiuta  la riforma del bilancio di Carlo Azeglio Ciampi, che si doveva basare sulla programmazione del  bilancio per obiettivi, con la standardizzazione  dei  conti di tutti i soggetti  del settore statale e dei governi regionali e locali, la classificazione  europea e dell’Ocse delle varie voci di spese e la quantificazione degli obiettivi di ciascuna voce. Solo così si può controllare la spesa pubblica nella sua programmazione  e gestione. Invece di ciò abbiamo avuto una riforma della legge finanziaria di natura prevalentemente formale, il cui unico merito è di avere anticipato a metà anno le manovre di finanza pubblica.

E’ mancata una politica di spesa
 pubblica per le infrastrutture. Poste Italiane, Ferrovie e Anas sono rimaste nel perimetro del settore statale, anziché diventare società miste di economia di mercato. C’è stata una guerra per il latte italiano, ma la Cassa depositi e prestiti non è stata utilizzata per promuovere progetti ad alto contenuto tecnologico come la banda larga.
Il colbertismo tremontiano è difensivo, non sviluppista, mentre la sfida è la crescita in un’economia di mercato aperto.



http://www.ilfoglio.it/soloqui/10520