lunedì 8 aprile 2013

E’ morta Margareth Thatcher, la “Lady di ferro” del Regno Unito



Regno Unito in lutto per la morte di Margareth Thatcher. L’ex premier britannico si è spenta stamattina a Londra, all’età di 87 anni, a causa di un ictus. La regina Elisabetta ha espresso cordoglio a nome della nazione, mentre il premier David Cameron ha definito la Thatcher un “grande leader” e un grande cittadino britannico. ''Il mondo – ha detto il presidente Usa, Obama - ha perso uno dei grandi campioni della libertà e l'America ha perso una vera amica”. Per l’ex leader sovietico, Mikhail Gorbaciov, Margareth Thatcher è stato un “grande personaggio politico” che rimarrà nella storia.

Per molti ha impresso uno slancio innovativo alla società britannica, per molti altri ha aumentato le disparità sociali con le sue politiche liberiste. Per tutti, Margareth Thatcher è stata la “Iron Lady” della politica britannica che per oltre un decennio, dal 1979 al 1990, ha retto le sorti del Regno Unito con piglio e decisione. Unica donna ad arrivare al numero 10 di Downing Street, la Thatcher ha rappresentato, assieme al presidente americano Reagan, la punta di lancia dell’Occidente contro l’Unione Sovietica. Amata dai conservatori che hanno ritrovato in lei la tempra di Winston Churchill, conquistò l’appellativo di “Lady di ferro” nel lungo e drammatico scontro con i sindacati, specie dei minatori a metà anni ’80. Un confronto che la Thatcher vinse dando poi vita ad una stagione di privatizzazioni che sono state difese, in buona parte, anche dal suo successore, il premier laburista Tony Blair.

Baronessa dal 1990, nei suoi anni al governo, la Thatcher rafforzò il ruolo in politica estera del Regno Unito: nel 1982 inviò la Marina Militare Britannica contro l’Argentina che aveva occupato l’arcipelago delle Falkand-Malvinas. Nel 1984, a Brighton, scampò ad un attentato da parte dell’Ira che provocò 5 morti. Proprio con gli indipendentisti irlandesi ingaggiò una battaglia durissima che vide anche la morte per sciopero della fame di alcuni prigionieri politici, tra cui Bobby Sands. Da molti anni, Margareth Thatcher era gravemente malata, ma il 17 settembre del 2010 non aveva rinunciato ad essere presente a Westminster Hall per lo storico discorso di Benedetto XVI durante la sua visita a Londra. Per sua espressa volontà, Margareth Thatcher non avrà funerali di Stato, che saranno tuttavia solenni con onori militari.

E per un commento sulla figura della grande statista inglese abbiamo sentito il professore Cosimo Magazzino, autore di "La politica economica di Margaret Thatcher" per Franco Angeli

R. – Prima della Tatcher, quindi prima del 1979, i laburisti propinavano ricette abbastanza stataliste e quando arrivavano al governo i conservatori le ricette erano simili. La Tatcher, dal punto di vista della politica di bilancio, adottò ricette che, se vogliamo, oggi sono quelle della Merkel, e cioè ricette di austerità, quindi una crescita economica che doveva essere legata alla produttività, all’efficienza del mercato, più che a consistenti spese pubbliche, magari a debito.

D. - Però c’è chi dice che tutto sommato ha destrutturato il mitico welfare britannico e questo ha comportato un forte impoverimento di ampi strati sociali…

R. – Questo è destituito di ogni fondamento. La concentrazione della ricchezza è diminuita, quindi la ricchezza è diventata più diffusa nei 10 anni della signora Thatcher.

D. – Quale è stato il ruolo dei sindacati durante quel decennio della Thatcher?

R. –I sindacalisti erano abituati a fare le politiche economiche con i governi precedenti, soprattutto il labour; il tasso di sindacalizzazione negli anni della Thatcher, dal ’79 al ’90, si ridusse.

D. – Una donna che ha preferito un rapporto confidenziale più con gli Stati Uniti che con l’Unione europea… Insomma, l’euroscetticismo della Gran Bretagna inizia con la Thatcher?

R. – Il Regno Unito della Tatcher è anche il paese della “special relationship”, cioè di quella relazione frutto di una corsia preferenziale che si era venuta a creare con gli Stati Uniti d’America e in virtù di un’amicizia personale tra il premier britannico Margareth Thatcher e il presidente degli Stati uniti d’America Ronald Reagan. Thatcher andò a casa principalmente per due motivi. Il primo fu la “poll tax” che cercò di imporre al Paese che era un’imposta regressiva, e questo rientrava nel piano autenticamente liberista. Secondo, la Thatcher era assolutamente antieuropeista in un Paese invece che tra la fine degli anni ’70, gli anni ’80 e i primi ’90 aveva cambiato idea: nel ’90 ormai c’era questa forte distonia perché i britannici erano diventati più europeisti mentre la Thatcher era rimasta antieuropeista.

http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/08/e%E2%80%99_morta_margareth_thatcher,_la_%E2%80%9Clady_di_ferro%E2%80%9D_del_regno_unito/it1-680836

Il diritto alla morbidezza La vera eredità della Lady di ferro, di Maria Serena Natale


Margaret Thatcher è morta. Aveva 87 anni. È stata la prima e unica donna nel Regno Unito a ricoprire la carica di primo ministro

La sua biografia è un percorso a ostacoli affrontato con l’eleganza e la disinvoltura che solo i racconti a posteriori regalano alle eroine. Dopo, sono fili di perle, tailleur colorati e cappellini – il ritratto della Lady con l’elmetto consegnato alla Storia.

Durante, è solitudine e fatica e quotidiana convivenza con la mediocrità dell’essere umano svelata dal potere. Colpire per non soffrire, l’apprendista stregona Maggie ha dovuto imparare presto la lezione di Elisabetta I. Sempre cercando l’alchimia, dosando gli elementi come nei laboratori frequentati a Oxford per quella prima laurea in Chimica strappata con rabbia alla vita di provincia, regalata al padre droghiere che le aveva insegnato a sognare in grande. Miscelando fiducia e capacità di ascolto con una determinazione che fino a quel momento il mondo (della politica) aveva considerato appannaggio degli uomini – la battuta che la definiva “il miglior uomo d’Inghilterra” era più di una semplice “reaganata”.

Alla fine l’avrebbero tradita, ma ancora oggi il termine di paragone per generazioni di aspiranti leader resta lei, la forma madre.
“Io non sono dura, sono terribilmente morbida. Ma non persisterò nell’esserlo”, disse di sé aprendo uno dei rari spiragli sulla violenza auto-inflitta che le grandi scelte, e le grandi rinunce, esigono – dalle donne con crudele regolarità.

Se oggi le giovani donne possono rivendicare il diritto alla morbidezza, è anche merito di chi prima di loro ha dovuto rinunciarvi.

giovedì 4 aprile 2013

Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure, di Fabio Cutri

INTERVISTA AL CANTANTE-MEDICO
«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»


Enzo Jannacci (Foto Rai)


Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
«Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?
«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto».

Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
«Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».

Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
«Bisogna stare molto vicini a questo padre».

Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
«Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo?
«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».

Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Canzoni che so a memoria, per spiegare Jannacci e la sinistra, di Adriano Sofri


Addii

Caro Maurizio Crippa, ci sono rimasto male a leggere che per la sinistra Enzo Jannacci non avrebbe mai potuto essere “un’icona”*. A parte l’icona, e a parte l’articolo determinativo – ci sono tante sinistre quante teste, benché non altrettante teste quante sinistre, sicché vale solo l’autocertificazione. Allora, come dicono i nuovi arrivati che non rappresentano la società ma sono la società, io mi guardo dal rappresentare la sinistra ma lo sono, e l’affetto grato a Enzo Jannacci mi accompagna da cinquantadue anni. Ne avevo venti e lui ventisette, e fui iniziato dai miei anziani a una pisana conoscenza unilaterale di Jannacci, in cui non c’era il cabaret e il rock and roll e il jazz, bensì le canzoni stralunate sì ma soprattutto malinconicamente socialiste. Andava a Rogoredo, per esempio: voglio raccontarvi una storia vera di uno che non era capace di dire di no, si erano conosciuti un giorno vicino alla Breda. Io non ero mai andato a Rogoredo, conoscevo poco Milano e non l’ho mai amata, ma ero già assiduo a posti simili alla Breda, in orari in cui la nebbia arriva anche in Toscana, e i bar aprono prima dell’alba e ce n’è tanti che non hanno gli spiccioli per un cappuccino. Triste è un mattin d’aprile senza l’amore, e la tristezza gentile era appropriata alla sinistra di quei primissimi anni Sessanta che venivano molto prima della rivoluzione, e oscillavano fra la tentazione di suicidarsi per una delusione d’amore e la decisione di farsi restituire i soldi di un kraffen ingannatore. La storia si ripetè di lì a poco con quello delle scarpe da tennis: vorrei raccontarvi di un mio amico, era lì, e l’amore lo colpì. Questa volta muore, alla buona, roba da barboni, ma ha avuto il suo grande amore, roba minima, e anche il suo giro in macchina. Perché noi, che andavamo seri seri alle fabbriche al primo turno prima dell’alba e all’ultimo prima della mezzanotte, eravamo sì per gli operai della Breda, ma anche per i barboni dell’Idroscalo e per il palo di mestiere dell’Ortica, ed era una delle differenze, quella indulgenza imperdonata al sottoproletariato. E le donne? Mah, eravamo maschi – non tutti, quelli di noi che erano maschi – e pieni di pregiudizi, con l’aggravante di sentirci per la prima volta nel mondo liberi dai pregiudizi, con quella mescolanza di brutalità e di sentimentalismo di chi viene prima della rivoluzione – poi, resta la brutalità. Ce l’avevamo con l’America, e andavamo pazzi per Veronica. Di Jannacci sapevamo poco, sì e no che era medico, che era un medico premuroso, e le sue canzoni. Dario Fo e Franca Rame erano già leggendari, e la mobilità sociale di quegli anni era così viva che poi facemmo amicizia con loro in carne e ossa, e oggi non so che cosa potrebbe capitare di simile ai ventenni, se non di rifare amicizia con Franca Rame e Dario Fo.
La tristezza gentile, dunque, come quando vai a chiedere mille lire a Rino, e ci hai fatto la guerra insieme, però ti rendi conto che è tardi, era tardi, lo sapevi che non dovevi andare a disturbare il Rino a quell’ora, in tempo di pace. Le donne amate si perdono, in queste canzoni, o muoiono, ammazzate da chissà chi: “So’ disgrazie, ’e chill’ambiente… voi sapete…”. E’ lì, sotto il lenzuolo bianco, la stessa bocca grande, gli stessi capelli, la stessa aria da prendere in giro – io ho detto di no, che non è vero, che non eri tu. Lui, per un bacino, sarebbe partito soldato, sarebbe andato a Como in moto, e poi tornato a piedi: per un solo bacino, roba senza risultato. E la Resistenza, affare dei padri, e già quasi dei nonni, da commemorare guardandosi dalla retorica: sei minuti all’alba, uno vorrebbe piangere perché stanno per ammazzarlo e si sente male, ma è meglio di no, entra un ufficiale e gli offre da fumare, “grazie, ma non fumo prima di mangiar…”. Brassens aveva detto: morire per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta. Lui no, sa che per delle idee bisogna morire, e però di morte riservata. La tristezza gentile e romantica di Giovanni telegrafista, stessa storia, Alba arrivata e andata, e quell’anticipo di canzone mononota: Piripiripiripippi, Piripiripiripippi Piripiripiripiri… Era tutto un altro mondo quando arrivò Vincenzina davanti alla fabbrica, era il 1974. Allora ci si ricordò di una canzone del 1968, diceva: “Ti ricordo Amanda, la strada bagnata, mentre correvi alla fabbrica dove lavorava Manuel”. Ma era di Victor Jara, che un anno prima, nel 1973, era stato assassinato nello stadio di Santiago. Tutto un altro mondo.
Ti ho scritto in fretta questa sommaria parafrasi delle canzoni di Enzo Jannacci di cui non avevo bisogno di andare a controllare il testo, perché le so a memoria, e volevo mostrarti che non è vero che Jannacci per la sinistra eccetera. Poi la vita fu ancora molto lunga per lui e per me, e una volta quando ero in galera mi chiesero quale fosse la mia canzone preferita. Che domande, dirai. Infatti. Ma bisognava rispondere, e risposi: “Messico e nuvole”, cantata da Jannacci. Lo so che non è sua, ma era la più adatta, con tutte quelle nuvole e la faccia triste dell’America, che da giovani per noi era Veronica, e quella voce spezzata con una voglia di piangere – ma è meglio di no.

* Il riferimento è a un articolo di Maurizio Crippa scritto nel 2007, e riproposto nei giorni scorsi sul Foglio.it  (http://www.ilfoglio.it/ritratti/969).

Il maestro delle acciughe, di Maurizio Crippa


Enzo Jannacci, musicista e comunista, troppo scontroso e altruista per essere un’icona della nuova sinistra

Ieri 29 marzo è morto all'età di 77 anni Enzo Jannacci. L'artista milanese era stato così ritratto da Maurizio Crippa nel 2009.
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Ci resta male, a volte. Gli è capitato più di una volta di non essere capito, apprezzato. Anche adesso che dovrebbe essere il nuovo periodo sì, ricomparso in televisione, omaggiato nel tempio degli omaggi di Fabio Fazio e uno show (quasi) tutto suo, suo e di Cochi & Renato, gli amici del tempo che fu, non fosse che a disturbare “Stiamo lavorando per noi” c’era pure una pletora di minori, figli di quest’epoca persa della televisione. E soprattutto un disco, bellissimo e nelle intenzioni definitivo, “The Best”, cose vecchie e alcune nuove, gli arrangiamenti di suo figlio Paolo, un po’ jazz e un po’ altro, e una tournée, una tournée vera, definitiva anche questa fin dal titolo, “Teatro”. Restarci male gli era capitato quando era tornato a Sanremo, nel ’91, a cantare “La fotografia” con Ute Lemper, e al pubblico ovviamente non era piaciuta, e lui aveva mollato le canzoni per un bel po’. Così, quando nel 2001 finalmentre trova una nuova casa discografica, Ala Bianca, disposta a fargli incidere canzoni nuove invece di pigliarlo sempre per il collo e per il culo con la replica di quelle vecchie, e incide “Come gli aeroplani”, nel libretto del cd scrive: “Enzo Jannacci per questo suo lavoro non intende ringraziare nessuno, perché piuttosto amareggiato da chi, per più di quattro anni, ha trovato un modo sublime di umiliarlo, incensandolo prima e dandogli una pedata nel culo subito dopo, in silenzio, per non farsi capire”.

Tanto per dire il rapporto con l’establishment musicale, ma spesso anche con la critica. “Jannacci comunque intende dedicare queste ultime canzoni, completamente nuove, a suo padre e a tutti coloro che, malgrado tutto, continuano a credere in certi valori come l’altruismo e il rispetto”. Non si è mai atteggiato a maestro, ma gli ha sempre fatto un po’ male. Così, di pelle. Tre anni fa gli aveva fatto un male dell’anima quando passò praticamente sotto silenzio un altro suo disco, tutto in milanese, fatto per i suoi settant’anni, “Milano 3-6-2005”, il compleanno, cose vecchie ma mirabilmente rifatte con suo figlio, con cui ha grande “interplay”. Così anche adesso mette sempre lì quell’amarezza un po’ incazzata “con tutta questa ignoranza” che c’è intorno,  e alla fine, dopo quarant’anni, il suo rapporto con lo showbitz e la critica resta irrisolto, “quanta fatica per farsi accettare con le canzoni/ una vita intera per rincorrere due o tre illusioni”. Un modo un po’ scomodo per farsi consacrare come un monumento. Nelle fotografie che accompagnano “The Best”, c’è lui con l’impermeabile in giro per Milano. In compagnia del motorino. Lo stesso da cui era caduto qualche anno fa, e s’era “consciato in uno stato, me recordi ancamò adess”, cinque operazioni alla schiena e la fatica a rimettersi in piedi. Potrebbe essere venerato come un’icona, magari non ci tiene, più che altro ci tiene che lo riconoscano bravo. Tanto che quando finalmente ha potuto, ci ha tenuto a far sapere che la musica di “Via del campo”, che cantò da par suo al concerto per Fabrizio De André, insomma anche quella musica era appunto sua, mica del suo amico Fabèr. Ci soffre, ad esempio, che Milano se lo fili tuttora sotto gamba. Ma è così. Il fatto è che lui non è come il suo grande amico e antico sodale, mister premio Nobel Dario Fo. Si invecchia in un modo oppure nell’altro, come si era già da giovani. La risata autocompiaciuta, più a buon mercato, del suo amico non dà più fastidio a nessuno, se mai l’ha dato. La prosopopea naturale, le pisciate fuori dal vaso fanno ormai parte dell’arredo urbano, come le primarie per il sindaco e le prime della Scala.

Con Enzo Jannacci è più difficile. Capace che ti mandi a quel paese. Capace che tiri ancora fuori canzoni che tagliano come una lama. Perché ’sta balla che le fabbriche della Vincenzina non ci sono più; che i barboni all’Idroscalo non ci sono più, o si chiamano “homeless”; che la classe operaia e “quelli che crederebbero anche in Dio, se riuscissero ad arrivare alla terza settimana, oh yeah” non ci sono più, insomma sono balle e basta. Non è cambiato un tubo e non è cambiato lui. Jannacci è comunista ancora, e al Berlusca non gli perdona ancora. Dice: “Mi piace Giordano, mi piace Prodi” e tutto questo può essere irritante, fuori tempo. Ma ci vuole orecchio. Così quando canta vecchie canzoni, come “La costruzione” presa a prestito da Chico Buarque De Hollanda e mai più restituita, la nenia funebre del muratore che “baciò la moglie come se fosse l’ultima e ogni suo figlio come se fosse unico, prima di cadere sul selciato disturbando il sabato”, ecco, allora tocca ammettere che sta parlando di qualcosa che vede. Lui la vede. Non come quelli che parlano degli operai come ne parlerebbe Fassino. Lui ha ancora il veleno, non come quelli “che fanno tutte queste circoncisioni intellettuali”. Nel frattempo si è fatto vecchio, de bùn. Anche se “quei là” continuano a considerarlo uno del cabaret, del dialetto, o peggio l’umorista “stralunato” (messo tra virgolette e non lo useremo più), il poeta dei diseredati. E allora alla gente è meglio farglielo sapere che Jannacci è un pezzo importante della storia dello spettacolo italiano. Non solo musica, lui già diplomato al conservatorio quando iniziava a striracchiare il rock’n roll al Santa Tecla nei Rocky Mountains con Tony Dallara. Lui che negli anni Cinquanta faceva buon jazz con gente come Giorgio Gaslini e Bud Powell, Franco Cerri e Gerry Mulligan. Lui che ha scritto per il teatro serio e per quello faceto, che ha composto e arrangiato musica per un sacco di artisti. Che ha fatto la colonna sonora di “Pasqualino Sette Bellezze” e recitato con Ferreri e Monicelli. Lui che il primo complessino in cui ha fatto il pianista era quello in cui muoveva i primi molleggi Celentano, e Gaber stava alla chitarra. Gaber tagliente come lui, risate amare come lui. Un po’ più scettico sulla politica, anche prima che i giornali scoprissero cos’è la destra e cos’è la sinistra, e non la smettessero più. Con Gaber anche lui a lungo bistrattato (“al mio amico Gaber/ non gli han mai perdonato di aver fatto canzoni”), si sono ritrovati dopo un po’ sul tardi. Si sono ritrovati per Beckett, un memorabile “Aspettando Godot” agli inizi degli anni Novanta: “Enzo da Beckett ha preso forse più di me. La sua logica dell’assurdo viene da lì”.

Nel frattempo si è fatto vecchio e a tanti amici ha detto addio. Rien ne va plus, che gran puttana che è la vita. Non c’è più Gaber e non c’è più De André. Così la sinistra sempre a caccia di padri da metter in bandiera, raramente a caccia di capirli, c’ha un po’ provato, ci sta provando, a eleggerlo nuovo totem della sua ragione sociale. Ci hanno provato, quando era fuori dal giro buono, con i concerti Primo maggio (ci è andato volentieri, “speriamo di fare una buona figura”). Ma chi se lo ricorda, chi l’ha visto, tra quei ragazzi che visibilmente manco sapevano chi era, stretto tra Claudio Amendola e Paola Cortellesi, beh insomma non si può dire che abbia funzionato. Ci prova più di tutti il gran cerimoniere della sinistra a caccia di padri (“la factory di Fazio è diventata un’autentica galleria dei maestri più venerati e venerabili… perché evidentemente la sinistra consapevole ama i maestri, e più sono vecchi e più li ama, e vuol far vedere in ogni modo che li ama”, ha scritto sull’Espresso Edmondo Berselli). Fabio Fazio è l’unico che l’ha avuto ospite tre anni di fila, ogni volta sinceramente lo presenta come “uno a cui voglio bene”. E anche Enzo gli vuole bene davvero, a Fabio, l’ha detto sempre. Come del resto ne vuole a Pippo Baudo, “c’è sempre un posto per me nei suoi programmi”, e questo magari lascia un po’ più interdetto il pubblico di riferimento di Raitre, quello che c’è solo Raitre e tutto il resto “è facce false della pubbliciteria”. Ma non riesce bene, l’operazione, neanche a quel mago raffinato di Fazio. Per fare di De André un’icona s’è dovuto aspettare che non ci fosse più. Con lui che è vivo e tiene duro (da Fazio ha fatto una strepitosa gag sulla polmonite scampata e sul dottorino che lo dava per spaccià), c’è sempre lo scarto dell’imprevisto, la sproporzione tra l’uomo non rappacificato né consacrato, e i suoi volenterosi cerimonieri. Perché alla fine non s’è mai inteso troppo con quella sinistra lì, quella che era giovane negli anni 70. La sinistra in cui “la creatività era piallata dalle ideologie, c’erano gli studenti figli di papà che facevano gli stalinisti. Nanni Ricordi, Gaber e Jannacci in quella situazione erano i minoritari dei minoritari”, secondo la meritoria testimonianza di Gad Lerner riportata nel libro di Guido Michelone, “Ci vuole orecchio” (Stampa alternativa/Nuovi equilibri), maniacale monumento enciclopedico alla vita e all’opera di Enzo Jannacci.

Colpa anche di certe stranezze che sono dell’uomo. La meticolosa naturalezza con cui ha portato avanti fino a età pensionabile la rigida separazione delle carriere tra l’artista e il medico (bravo medico, studiò pure con Christian Barnard). La riservatezza degli affetti, per la moglie con cui “sto da quando eravamo ragazzi”, un affetto che tiene insieme anche le rughe e le acciughe, “io, io e te/ che guardi le mie rughe/ io, io e te/ che mangi le mie acciughe”, trovando una delle rime d’amore più belle che ricordiamo da molti anni in qua. E un figlio che non è un figlio d’arte, ma è musicista anche lui e da anni la musica la fanno insieme. Si vede, si sente. Così che se spesso sono i figli che s’appoggiano ai padri, con Paolo sembra quasi lui, umilmente (“si diventa più lenti, più fragili, più imbarazzati. Ma anche più saggi”).
Ha affinato negli anni quella sua sprezzatura, che di solito tutti pensano sia solo ironia, ma non lo è: è un modo di togliere melodia per rendere il pathos più forte. Il suo cantare fuori tempo, i versi che sembrano uscire dalla gabbia della musica, che reclamano una loro metrica più lunga. Ci vuole orecchio. Soprattutto ci vuole una concezione binaria, in asincrono e un po’ schizotica, come un modo sempre in bilico di guardare nel libro della vita, delle cose che fanno piangere e ridere. In questo non ha palesemente eredi, avendolo preceduto di là Gaber, dietro di lui essendoci solo gente che magari sa far ridere, ma non commuovere. Bisogna avere talento per la musica, saper usare la mano sinistra per fare tutto, come gli insegnò Bud Powell sul pianoforte, o così almeno narra la leggenda. Ma bisogna anche sapere usare le parole e far sembrare facile il difficile, basso quello che è alto. E usare due lingue, l’italiano e il milanese, usarle bene. Le rughe e le acciughe. E quel modo di tirar lunghe le note, come quello di Rogoredo che “vusava me’n strascé”. Stracciato, straziante. Ma se ne sbattono tutti se sei bravo. Ti vorrebbero più facile, più nella casellina.

Evidentemente ci vuole anche un bell’attaccamento a un modo di essere e di vederla, per aver voglia di cantare ancora in milanese senza fare la filologia o peggio la nostalgia. Ci vuole cocciutaggine per cantare dopo cinquant’anni un padre che era nell’aviazione di Piazzale Novelli, che nel ’43 fu l’unica a provare a far la resistenza ai tedeschi. Ci vuole un bell’attaccamento anche alla sua città. Prevalentemente la parte destra della sua città. Il ventricolo destro, se fosse un cuore. La toponomastica della sua vita sta tutta lì. Dalle parti di viale Romagna, in quella mezza Milano di media borghesia ha passato la vita. Rogoredo, l’Idroscalo. L’Ortica pure, che una volta era un quartiere est di Milano e adesso, adesso non si sa più. “Ora parlo volentieri col fiume, col lago, con l’Idroscalo, col Naviglio”.  Dall’altra parte meno, anche se aveva iniziato a ovest, al Derby, il locale in via Monterosa, ultime case allora prima di tuffarsi nel vuoto verso San Siro, dove adesso Renzo Piano ha tirato su il molok cristallo e cemento della Confindustria. E a Baggio c’ha sconfinato solo una volta, per il Gigi Lamera, ma forse solo per la rima in “catena di montaggio”. La Milano del Derby, di Cochi & Renato e di tutti gli altri, invecchiati come lui. Quasi tutti peggio di lui. A rivederli in tivù si capisce un po’ meglio anche la storia del maestro che non c’è: perché che cosa c’entrano gli altri? Aveva detto tempo fa parole di fuoco: “I nuovi comici in tv sembrano tutti animatori di villaggi turistici. Braccia rubate all’agricoltura, altro che neocomici. Non fanno che togliere spazio a chi se lo merita. Anche Zelig non mi fa ridere per niente. E’ tutto troppo facile. Perché hanno successo? E’ un sintomo di una malattia più grave: la crisi della cultura italiana”. Tanto per dire come lo vede lo showbitz di oggi. Tanto che i profeti dello show di sinistra e politicamente dominante (corretto va da sé), Gino & Michele, quella volta se la presero molto e lo sfancularono per bene su Repubblica. Era il 2003: “Come fa Jannacci a non riconoscere in Ale e Franz gli eredi di Cochi & Renato, o il talento assoluto di Ficarra  e Picone?”. E Michele, finto indulgente: “Ma lui ogni tanto ha uscite che fanno parte del suo personaggio. Jannacci è il nostro maestro”. Tanto per dire quanto gliene freghi delle sassate del vecchio “maestro”. Di uno che spiazza, perché va a pezzi tutta la sicumera di una generazione morettiana, quando si scopre l’ammirazione di Jannacci per uno che dovrebbe stare agli antipodi come Alberto Sordi. Sì, proprio quello di “te lo meriti Alberto Sordi”. E invece: “Senza Alberto non ci sarei io, non ci sarebbe il cabaret, non ci sarebbero tante cose”.

Non c’e più Milano, dove c’erano le fabbriche di “Romanzo popolare”, il film per cui scrisse “Vincenzina e la fabbrica”, ci sono gli hub degli spedizionieri. A Rogoredo non ci va più nessuno a reclamare i soldi e l’amore, c’è la giungla delle gru di Zunino, per la nuova città satellite del nuovo boom edilizio che sta trasformando la città a ritmi degni di Shanghai. E allora cosa cavolo stai lì a menarla ancora col comunismo? Bisogna essere allucinati forte per vederli, ancora la classe operaia e i barbùn. Per avercela ancora col Bossi e gli americani che son brutta gente, e i ragazzini “che stanno lì coi telefonini a vedere immagini insulse che mi fanno incazzare”. Ma lui ce l’ha, non gli è ancora andato via il magone. Così insomma, pensare che lo trattino come un monumento, che gli facciano il monumento, è difficile. A uno poi che manco i suoi riescono a metterlo nella formalina dell’ideologia. Solo le note si fanno più raffinate, e la voce sempre quella, che gratta, che strappa. Con lo swing e il jazz, come il suo amico Paolo Conte, ma con meno storia e meno whisky sul pianoforte, che gli avvocati alla fine rompono un po’ i coglioni. Lui che invece si commuove più spesso, lui che gli viene da piangere davvero, altro che la risata appagata e lo sberleffo a comando. E se gli dicono: insomma, cos’è ’sto comunismo che ormai ci credi solo tu, lui risponde “la sinistra è essere vicino alla gente che ha bisogno”. Altruismo. E se gli dicono: ma insomma, cosa continui a fare il medico gratis ancora adesso, lui risponde sempre: “Altruismo”. Così difficile da ingabbiare per tutti. Per la destra, e per forza. Ma anche per i pacificati professionisti della correttezza e dei diritti. Lui che dei suoi amici veri una volta ha detto: “Non abbiamo smarrito il significato del latino Charitas, che non si celebra e non si gonfia d’orgoglio”. Lui che resta diverso, “e piange e ride per quel grande assurdo amor”.

Quel matto dal grande talento, di Marco Mangiarotti

Come molti arrivati dal Sud, si era tuffato nella Milano del Dopoguerra con l’energia di un matto dal notevole talento


E' morto Enzo Jannacci (Ansa)

MILANIN Milanon. Enzo Jannacci, come molti arrivati dal Sud, si era tuffato nella Milano del Dopoguerra con l’energia di un matto dal notevole talento. Dal conservatorio al jazz, dal rock’n’roll alla canzone d’autore, ma filtrata dal teatro di Fo, dal cabaret del Derby, da un repertorio italiano e dialettale che portava in primo piano i ragazzi delle periferie, i piccoli malavitosi, amanti sfortunati e sfigati in scarp del tennis. I figli di una società industriale e gli intellettuali, un ghigno surreale che diventava più reale della realtà. Il teatro della vita quotidiana reinventato, con gli amici, da un uomo dal cuore grande, musicista virtuoso e autore nudo, con quella voce al limite del bello ma incline al sublime.


Addio grande Enzo Jannacci, medico del cuore e dell'anima

Cantautore, cabarettista, tra i protagonisti della scena musicale italiana, oltre che cardiologo, si è spento alla clinica Columbus. Domenica e lunedì la camera ardente sarà nel foyer del Dal Verme. Prima del fischio d'inizio di Inter-Juventus sono risuonate dagli altoparlanti dello stadio Meazza di Milano le note di 'El purtava i scarp del tennis'. Mandateci il vostro ricordo di Jannacci all'indirizzo redazione.internet@ilgiorno.net

Si è spento un gigante, addio Enzo

Enzo Jannacci durantela registrazione dello speciale di `Che tempo che fa` che riporta Jannacci in tv dopo un lungo periodo di assenza, 17 dicembre 2011 (Ansa)

E’ morto a Milano Enzo Jannacci. Cantautore, cabarettista, tra i protagonisti della scena musicale italiana, oltre che cardiologo, si è spento alla clinica Columbus all’età di 78 anni dove era ricoverato da alcuni giorni. Da tempo era malato. Al suo fianco tutta la famiglia.

CAMERA ARDENTE - Questa mattina è stata aperta la camera ardente per Enzo Jannacci alla casa di cura Columbus, in via Buonarroti 48 a Milano. Nonnostante il cattivo tempo e le festivita' pasquali, gia' alcuni milanesi sono arrivati per rendere l'ultimo saluto a uno degli artisti simbolo del capoluogo lombardo. Le visite saranno possibili fino alle 18.

Tra i primi ad arrivare l'ex sindaco Carlo Tognoli: "E' un pezzo di Milano e anche della mia vita" ha detto, ricordando anche gli incontri avuti con lui da primo cittadino. "L'ho visto diverse volte come sindaco - ha detto - avevamo anche il barbiere in comune, e' un pezzo di Milano e anche della mia vita'". L'ex sindaco ha poi lasciato un messaggio sul registro delle condoglianze con scritto "con gratitudine". AnchePaolo Rossi ha reso omaggio a Enzo Jannacci, alla camera ardente allestista alla Clinica Columbus. Rossi, visibilmente commosso ha preferito non parlare con i giornalisti. Prima di lui anche Cochi e Ricky Gianco hanno portato il loro saluto all'artista scomparsoi.

Tre rose rosse e un foglietto attaccato al mazzetto di fiori con la scritta: ''...nelle orecchie, nella gola e nel cuore...Ciao Maestro!'', messi in un angolo, discretamente, del portone del palazzo di casa, in viale Romagna, a Milano. Anche cosi' un milanese ricorda Enzo Jannacci. E alla camera srdente le parole, anzi gli aggettivi, che sono risuonate di piu', fra le persone comuni che sono venute a fare una visita alla salma, nonostante il maltempo e la giornata festiva, sono state: ''poetico, surreale, grande''. Qui, ai piedi della bara, sono state deposte gerbere e rose gialle. ''Era una persona che aveva una visione poetica e surreale del mondo - ricorda Silvana Casarotto Guarnaccia, che aveva lavorato con il cantautore per le etichette 'Ultima Spiaggia' e 'Dischi Ricordi' -. Era imprevedibile e per questo motivo specialissimo''.

C'e' anche un paio di scarpe da tennis, nere, nella camera ardente. A portarle poco fa, deponendole ai piedi della salma, un'ammiratrice che ha commentato: "Mi sembrava che mancasse qualcosa, e' giusto cosi'". Le scarpe alludono a una delle canzoni piu' famose di Jannacci, 'El purtava i scarp del tennis'. Continua intanto la processione dei milanesi che rendono omaggio al grande cantautore, molti lasciano fiori e bigliettini, uno e' arrivato esibendo un vecchio disco in vinile con 'Vengo anch'io'.



CAMERA ARDENTE AL DAL VERME - "Abbiamo messo a disposizione il foyer del Teatro Dal Verme per accogliere Enzo Jannacci in uno spazio della sua città che consenta l'abbraccio collettivo, riconoscente e affettuoso dei tanti cittadini che lo vorranno salutare per l'ultima volta. Ben sapendo che il suo ricordo, le sue canzoni e la sua musica sono iscritte per sempre nel dna dei milanesi e appartengono tanto al loro passato quanto al loro futuro". E' quanto ha detto l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno. Il Comune di Milano ha infatti allestito per domani, domenica 31, e lunedì 1 aprile, una camera ardente nel foyer del Teatro Dal Verme, in via S. Giovanni sul Muro 2. L'orario delle visite, in entrambi i giorni, sarà dalle ore 10 alle 19.

I FUNERALI - Si svolgeranno con tutta probabilita' martedi' nella basilica di Sant'Ambrogio i funerali di Enzo Jannacci. Lo si e' appreso da un funzionario della casa di cura Columbus dove l'artista e' morto ieri sera. La Camera Ardente restera' aperta domani e lunedi'.

TRIBUNE IDROSCALO - Saranno dedicate ad Enzo Jannacci, il cantautore milanese scomparso ieri, le tribune dell'Idroscalo di Milano. Lo ha annunciato in una nota il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà. Inoltre il presidente vorrebbe che al cantautore milanese venga intitolato anche un premio, come ha già proposto il compositore e produttore musicale Mario Lavezzi.

A SAN SIRO - Prima del fischio d'inizio di Inter-Juventus sono risuonate dagli altoparlanti dello stadio Meazza di Milano le note di 'El purtava i scarp del tennis' di Enzo Jannacci.

IL MEDICO DEL CUORE E DELL'ANIMA - Medico del cuore e dell’anima, Vincenzo Jannacci, detto Enzo, e’ stato uno degli storici protagonisti della scena musicale del secondo dopoguerra. Certamente unico nel suo saper coniugare intelligenza e satira, analisi della realta’ e inesauribile gusto del paradosso. Milanese convinto - a Milano era nato il 3 giugno 1935 - si può considerare tra i caposcuola del cabaret italiano, ma e’ stato anche autore di quasi trenta album, e di varie colonne sonore ed ha lavorato per il teatro, il cinema e la tv. E’ ricordato come uno dei pionieri del rock and roll italiano, insieme ad Adriano Celentano, Luigi Tenco, Little Tony e Giorgio Gaber, con il quale formo’ un sodalizio durato piu’ di quarant’anni.

Dopo gli studi classici si era laureato in medicina per lavorare poi in Sudafrica e poi negli Stati Uniti. La sua formazione musicale ha radici altrettanto classiche e inizia al conservatorio ma la scoperta del rock and roll avviene presto. I suoi primi compagni di viaggio sono Tony Dallara, Celentano e poi Giorgio Gaber con il quale forma il duo de I due corsari, che debutta nel 1959. Ma prosegue parallela la sua carriera di solista e quella di autore, tanto che Luigi Tenco sceglie una della sue canzoni, Passaggio a livello, e la pubblica nel 1961.

Lavora con Sergio Endrigo. Lavora anche con Dario Fo, Sandro Ciotti. Poi la grande popolarita’ arriva con il surreale Vengo anch’io, no tu no tanto che diventera’ sua la ribalta televisiva, fino a quella di Canzonissima. Ma sara’ spesso anche in teatro e non disdegnera’ apparizioni in film di grandi registi come Ferreri, Wertmuller, ne’ di esercitarsi come compositore di colonne sonore come fece per Mario Monicelli.

Dopo un periodo di oblio all’inizio degli anni ‘80 torna alla ribalta tanto che incide un discocome Ci vuole orecchio, che raggiunge il livello di popolarità di Vengo anch’io. Del 1981 è un trionfale tour in tutta Italia. Nel 1994 si presenta per la terza volta al Festival di Sanremo in coppia con Paolo Rossi con il brano I soliti accordi, insolitamente dissacrante per la manifestazione, che è anche il titolo del rispettivo CD, arrangiato da Giorgio Cocilovo e il figlio Paolo Jannacci. Tra un album e l’altro, poi nel 2000 torna a lavorare infine con Cochi e Renato, altra storica coppia con cui ha collaborato a lungo, per Nebbia in val Padana. Oramai la tv lo celebra, come fa il 19 dicembre 2011 Fabio Fazio che conduce uno speciale su di lui in cui amici di lungo corso lo omaggiano interpretando suoi brani. Tra cui Fo, Ornella Vanoni, Cochi e Renato, Paolo Rossi, Teo Teocoli, Roberto Vecchioni, Massimo Boldi, Antonio Albanese, J-Ax, Ale e Franz, Irene Grandi e altri. Enzo Jannacci compare nell’ultima parte dell’evento cantando due sue canzoni.

Enzo Jannacci, l'ultima intervista tra Dio e l'idea della morte, di Enrico Fovanna

"Amo interrogarmi anche se sbaglio risposte"


Enzo Jannacci si è spento a Milano (Ansa)

Enzo Jannacci, sulla via di Rimini, ieri cantava al meeting di Cl, ammette: «C’è Dio nella mia vita. È come un seme, qualcosa che ti cresce dentro, ce l’hanno tutti, poi qualcuno ripiega nell’indifferenza, ma è un seme che non è negato a nessuno». Neanche a Enzo, dunque, che certo non è mai brillato per bigottismo, ma lo spirito lo ha coltivato, eccome. «Di Dio ne avevo già parlato qualche anno fa, con un giovane cronista appena assunto, che mi sembrava di dover aiutare. Ho raccontato delle cose molto intime e ponderate, le sapevano solo mio figlio e mia moglie, ho parlato del silenzio della Croce, della carezza del Nazareno, cose che in qualche modo avevo cercato di mettere anche tra le righe delle canzoni. E questo aveva suscitato sorpresa».

Jannacci, l’ateo, diceva qualcuno, che si converte.
«Piano, gente, quale ateo. L’etimologia è precisa. Nessuno è senza Dio. La fede è come l’amore, un sentimento in cui credere. E va alimentato. Come la fedeltà».

Dio è stato sempre dentro di lei o una scoperta dell’età adulta?
«È cresciuto in me con il corpo e l’intelletto. Fino a 17 anni ero piccolo di statura, uno e cinquantasette, e di pari passo andava la mia immaturità intellettuale. Studiavo tutto a memoria. Non venivo ammesso agli esami. Ma tiravo avanti perché qualcosa già c’era, dentro. Ed è venuto fuori dopo. Mi avevano impostato, certo, mio padre e mia madre. Un seme era stato messo, nel mio caso, ma ripeto, esiste in tutti noi».

E la scelta della professione di medico è stata conseguente?
«L’ho fatto per sessant’anni il medico e certo, nell’idea di curare gli altri questo seme è stato fondamentale. Mio padre ha preteso, senza coercizione, che suo figlio respirasse il clima della solidarietà. Devo questo dono a lui e a mia madre, ma sto ancora maturandolo oggi. Anche perché continuo a darmi delle risposte, che perlopiù si rivelano sbagliate. Però me le faccio, le domande. Anche sulla morte».

La morte: la fede aiuta a sopportare meglio l’idea?
«Non lo so. È un luogo comune. Lo dicono i preti, ma per gli altri si tratta di una fantasia. Certo, se penso alla morte, in questi giorni, alla gente che abbiamo lasciato in mezzo al mare, mi indigno. Il nostro Paese ha creato i presupposti per dei crimini contro l’umanità. Prima si soccorre, poi si applica la legge».

Cosa si doveva fare con i barconi?
«Per ovviare a un reato, bisogna avere il corpo del reato. Ma se l’hai fatto morire in mare. Li vogliono “rimbalzare”... Ma l’Unione Europea è stata chiara. Abbiamo commesso dei crimini contro l’umanità. Il Vaticano ha ragione, sono dei pazzi».

Mala sua fede com’è?
«Non è quella del Dio, il diavolo, la Madonna. No, ho un altro modo di viverla, ma non vorrei entrare in un terreno davvero troppo intimo. Oggi c’è solo un gran gusto del chiasso, un piacere dell’indifferenza, del guardare instupiditi e invidiosi il premier. Un Paese che andrebbe smemorato e riattivato, come direbbe Montale».

Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità, di Mattia Rossi


L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.
In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.
Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.
B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).

mercoledì 3 aprile 2013

Il manifesto di Stockman, un viaggio al termine del mercato, di Mattia Ferraresi


L’ex economista di Reagan esplora le deformazioni del sistema (a partire dall’incrocio tra Fed e politica). Come curare il free market

New YorkSfuggire alla furia polemica di David Stockman è un privilegio concesso a pochissimi. E’ una vita che l’ex deputato repubblicano che ha diretto l’ufficio budget di Ronald Reagan dal 1981 al 1985 rosola gli avversari al sacro fuoco di un libero mercato frainteso e adulterato anche dai suoi sostenitori; smontare gli alleati conservatori che hanno tradito la causa per coltivare vanità piccine o per incassare giganteschi dividendi di potere è l’attività che più di ogni altra vellica lo spirito di questo irruducibile “contrarian” della filosofia economica. In “The Triumph of Politics: Why the Reagan Revolution Failed” ha raccontato, da destra, il fallimento di un’Amministrazione conservatrice che ha rinunciato a ridurre drasticamente il ruolo dello stato nell’economia per potersi permettere i tagli fiscali che hanno generato bolle speculative e prosperità per una breve stagione. Il trentenne Stockman aveva dato le dimissioni da quell’amministrazione per il suo rifiuto di mettere mano al tentacolare sistema di welfare, minaccioso segno degli eccessi dello stato nell’economia. Tutto era cominciato, secondo Stockman, nell’agosto del 1971 con il “Nixon choc”, che ha disancorato il dollaro dall’oro: “In una decisione che avrebbe avuto ricadute per decenni, Nixon ha sdoganato l’insolvenza economica degli Stati Uniti e ha inagurato un’èra di sbilanciamento commerciale, di manipolazione monetaria, di massiccia creazione di debito e di speculazione finanziaria”. Quando Reagan diceva che il “debito è abbastanza grande per badare a se stesso”, Stockman stralunava gli occhi in segno di dissenso.
La crisi globale da debito ha offerto all’economista l’occasione per una mietitura delle opinioni antagoniste seminate per decenni e “The Great Deformation: the Corruption of Capitalism in America”, in uscita oggi in America per PublicAffairs, è una iperbolica indagine alla ricerca delle cause ultime della cacciata del capitalismo dal paradiso terrestre. Stockman unisce il genere della lamentazione biblica a quello della polemica da pamphlet in un coacervo da 768 pagine che non risparmia quasi nessuno: lancia scudisciate a Milton Friedman e Alan Greenspan, torna sulla critica reaganiana, mette in croce l’ortodossia keynesiana, censura l’involuzione manipolatoria della Fed, attacca la politica dello stimolo introdotta da Bush e sviluppata da Obama, spiega i criteri selettivi con cui lo stato ha salvato le banche e i loro profitti. Profitti che poi finanziano le campagne elettorali e influenzano le scelte politiche. Questa distorsione cominciata al tramonto dell’Amministrazione Eisenhower è frutto di una visione miope in cui le scelte di politica economica che si concentrano sul breve termine generano mostri di lungo periodo. “Bisogna guardare al trend, non soltanto ai dati economici dell’ultimo trimestre. La Borsa è ai livelli di 13 anni fa. E cos’è successo negli ultimi 13 anni? Sono stati creati soltanto 2 milioni di posti di lavoro, cioè 17 mila al mese, mentre la nostra economia avrebbe bisogno di crearne 150 mila al mese”.
Il fuoco polemico di Stockman si concentra sul lungo processo di corruzione del libero mercato: l’America ha abbandonato la libertà virtuosa per gettarsi nelle braccia di un sistema economico a regime controllato. Per questo l’ultraliberal Paul Krugman archivia frettolosamente Stockman come un invasato di Rush Limbaugh. Il Partito repubblicano, scrive Stockman, si è concentrato soltanto su tagli fiscali non adeguatamente bilanciati da scelte responsabili sul deficit, e la molla dello sbilanciamento per Stockman non è altro che il potere politico, alimentato a suon di spesa. Così, dice, il movimento conservatore si è ridotto a una corporazione e la natura del vizio repubblicano non è poi molto diversa da quella della Fed, idolo polemico supremo. Quando è passato dalla politica di Washington alla finanza di Wall Street, Stockman diceva che avrebbe “investito su qualunque cosa che Bernanke non può toccare”, e nella breve parte prescrittiva della requisitoria contro la “grande deformazione”, invoca una retrocessione della Fed a “banca dei banchieri”. L’unica soluzione per riguadagnare la prospettiva perduta nel processo di snaturamento dell’economia è “una radicale operazione chirurgica”, una combinazione di tagli alla spesa e di riforme dell’ordinamento politico. Soluzione depressiva? “Al momento l’America non ha un’alternativa ai sacrifici”, risponde Stockman. Se lacrime e sangue sono inevitabili, meglio versarli per riedificare le vilipese virtù del mercato.