martedì 21 maggio 2013

Krugman è solo il boy di Obama


Alesina (bocconiano di Harvard) risponde al Nobel liberal

“Non esistono i ‘Bocconi boys’, è soltanto una boutade di Paul Krugman per inventarsi un nuovo bersaglio e una nuova polemica. Ma non si capisce la polemica se non ci si decide a spiegare chi è, oggi, Krugman”. Alberto Alesina, economista laureato alla Bocconi ma docente a Harvard, parla con il Foglio in tono pacato, ma tagliente. E dunque, Krugman? Premio Nobel nel 2008, capofila degli antirigoristi che oggi si prendono parecchie rivincite specie in Europa… “Errore. La questione va divisa in tre. Paul Krugman è diventato popolare in Europa per le sue battaglie anti Merkel, più mediatiche che scientifiche. Ma il suo vero teatro di guerra è negli Stati Uniti, dove una parte della comunità accademica, e anche politica, lo considera un estremista. Nel senso delle idee, ovvio”. Addirittura professore? “Sì, perché bisogna capire che oggi l’intero dibattito americano è dominato dalla diatriba tra democratici e repubblicani intorno ai tagli di spesa, ai quali Barack Obama contrappone l’aumento delle tasse. Uno scontro duro che spacca il Congresso, il paese, i mass media. Ecco, Krugman è un estremista obamiano, un liberal nella sua accezione più cruda, ha sposato in pieno la causa attuale della Casa Bianca, intende applicarla a tutto il mondo e trovare ovunque le prove, le impronte digitali, di un grande complotto che verrebbe ordito contro le meraviglie della politica del fiscal spending”. La polemica è il sale del dibattito accademico, però. “Ecco, questo è il terzo aspetto. Non è più uno scontro di idee, ma di ideologie e preconcetti. O sei con Paul Krugman, o sei contro di lui, e di conseguenza sei anche contro il benessere sociale, l’equità e tutto il resto”.
Krugman però – recensendo l’ultimo saggio del politologo Mark Blyth, “Austerity” – cita un fatto specifico: un suo paper del 2009-2010, scritto assieme a Silvia Ardagna, entrambi ex bocconiani, fornì il fondamento alle politiche restrittive imposte dall’allora governatore della Bce, Jean-Paul Trichet. Vi accusa di avere teorizzato l’austerità espansiva, che poi si è rivelata austerità e basta. “Allora andiamo a rileggerci quelle carte. Il nostro studio, basato sull’analisi delle economie dell’area Ocse dal 1970 al 2007, era intitolato ‘Taxes versus spending’. Chiaro no? Criticavamo il ricorso alla spesa pubblica a pioggia, dicendo che bisognava tagliare quella e ridurre le tasse. Chi riduce le tasse è un rigorista?”. E’ un fatto però che l’allora presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, abbia citato proprio Alesina e Ardagna per sostenere l’austerity: “Trichet faceva il presidente della Bce, nei limiti che conosciamo del suo mandato. Ipotizzare un complotto Harvard-Bocconi-Francoforte-Berlino è ridicolo. Del resto anche la famosa lettera della Bce al governo italiano non chiedeva aumenti di tasse, ma tagli di spesa pubblica. Come quella lettera sia stata messa in pratica non ci riguarda, anche se abbiamo un’opinione che smentisce di nuovo Krugman”. Nel senso? “Il 17 maggio scorso, con Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, abbiamo chiesto a questo governo italiano di non limitarsi a rispettare il deficit del tre per cento uscendo dalla procedura di disavanzo, ma di osare di più, negoziando per ottenere la proroga concessa a Francia e Spagna. Così da avere più fondi e tempo per impostare una strategia economica che non fosse al solito dettata dall’urgenza. Questa sarebbe la nostra sudditanza verso il rigore? Noi vogliamo meno tasse e meno spesa pubblica: proprio il contrario di Krugman. Ma lui, ripeto, guarda agli Stati Uniti, l’Europa è un pretesto”. Insomma, dice lei, una faccenda americana travestita dalle grane europee? “E’ così. In America la politica si fa sull’economia, lo scontro è tutto fra tasse e tagli di budget, Krugman si è messo ventre a terra con Obama. In questo il suo estremismo va oltre il keynesismo, adotta l’intolleranza come metodo, sfiora il pop come esposizione mediatica. Sa, chiedere di aumentare la spesa pubblica finanziandola con le tasse, negli Stati Uniti non è mai molto popolare. Allora, magari, bisogna inventarsi altro. Magari un complotto”. Prima c’era stato il caso Kenneth Rogoff-Carmen Reinhart: “Molto diverso. Il loro è un modello econometrico che peraltro solo in minima parte ha rivelato un errore. Ma si può dire che un debito del 130, 150, 200 per cento del pil è cosa buona e giusta?”. Però anche il Fondo monetario internazionale, con il rapporto del suo capo economista Olivier Blanchard, ha fatto parziale autocritica sul rigore. “No, il Fmi ha verificato che un eccesso di consolidamento di bilancio produce effetti moltiplicatori sul pil molto maggiori di quanto stimato. Ma il consolidamento come lo si ottiene? Noi abbiamo posto l’alternativa più tagli-meno fisco. Io sono d’accordo con Blanchard sulle ricadute negative delle troppe tasse: Paul Krugman vuol venire qui a spiegare perché secondo lui si devono invece aumentare?”.

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