sabato 11 maggio 2013

Ma il sindacato vuole l’innovazione?, di Alberto Galasso


L’innovazione è il principale motore per la crescita economica. Ma creare un sistema di imprese che investano e scommettano sulla ricerca non è cosa semplice e richiede il contributo di tutte le parti sociali. Anche il sindacato dovrebbe perciò riflettere sugli effetti delle richieste che avanza.
LA LEZIONE DI MARGARET THATCHER
Margaret Thatcher passerà alla storia per aver combattuto e vinto una lunga battaglia contro isindacati del Regno Unito. Uno dei principali motivi di scontro tra la Iron Lady e le Trade Unions fu la forte opposizione dei sindacati all’adozione di nuove tecnologie che aumentano la produttività delle imprese a scapito di posti di lavoro. Per esempio, negli anni Ottanta il sindacato inglese si oppose con forza al passaggio dalla fotocomposizione al computer nella produzione di giornali. Allo stesso modo, il sindacato ostacolò un aumento nell’automazione nelle miniere. È interessante vedere come oggi, in Italia, siano i sindacati ad accusare i manager di non adottare nuove tecnologie. Nel suo recente intervento alla conferenza di programma Cgil, la segretaria generale Susanna Camusso ha sottolineato che in Italia c’è la necessità di “un sistema di imprese che tornino a investire e scommettere sull’innovazione”. Pure il segretario generale Fiom Maurizio Landini ha più volte posto l’accento sulla scarsa propensione di Fiat a puntare sull’innovazione e sulla ricerca.
L’innovazione è effettivamente il principale motore per la crescita economica di imprese, industrie ed economie nazionali. Le nuove tecnologie, aumentando la produttività delle imprese, rendono possibili aumenti salariali e riduzioni delle giornate lavorative. L’introduzione di nuovi prodotti aiuta le imprese a guadagnare quote di mercato e ad assumere manodopera. Ovvia è dunque la richiesta da parte dei sindacati a innovare di più, a investire in ricerca, a sviluppare nuove tecnologie e a lanciare nuovi prodotti. Comprensibili inoltre le accuse al top management di non investire in ricerca e di non scommettere adeguatamente sull’innovazione. Ma se un’impresa non investe in innovazione è esclusivamente colpa dei manager? Va esclusa la possibilità che una forte presenza sindacale abbia effetti negativi sulle strategie innovative di un’azienda?
ESEMPI AMERICANI
Sono al corrente di tre studi che hanno esaminato la relazione tra sindacato e innovazione negli Stati Uniti. Tali studi hanno dato risultati simili: più forte è la presenza sindacale in un’impresa, minore è la performance innovativa della stessa. (1) Nel più recente, si guarda alle conseguenze dell’introduzione della rappresentanza sindacale sugli investimenti nella ricerca e sulla propensione a ottenere brevetti. Lo studio è concentrato sul periodo che va dal 1977 al 2010. Gli autori comparano imprese in cui la costituzione di un sindacato è approvata solo per pochi voti con aziende simili in cui la votazione ha dato esito negativo solo per pochi voti. Questa metodologia, e altri test statistici condotti nello studio, suggeriscono che non è un calo della performance innovativa a generare una crescita nella rappresentanza sindacale, bensì è la rappresentanza sindacale a causare meno innovazione. Secondo le stime dello studio, quando i lavoratori di un’impresa costituiscono un sindacato si verifica una riduzione nel numero di brevetti ottenuti dall’impresa dell’ordine di 20-40 per cento all’anno. Allo stesso modo, la desindacalizzazione di un’impresa genera un incremento del 15-25 per cento nel numero di brevetti. Inoltre, la presenza sindacale non è associata a una riduzione negli investimenti in ricerca e sviluppo, ma è accompagnata da una forte riduzione nella produttività degli investimenti stessi. Si osservano meno brevetti per dollaro investito in ricerca, e i brevetti ottenuti sono di minor qualità e hanno un impatto tecnologico più modesto.
Questi studi offrono solo qualche congettura sui precisi meccanismi per cui la presenza sindacale abbia un effetto così negativo sulla performance innovativa. Da un lato, ci può essere una naturale tendenza da parte dei sindacati a ostacolare lo sviluppo e l’adozione di tecnologie che richiedono unariqualificazione professionale o che possono generare una perdita di posti di lavoro. Dall’altro, è possibile che una forte presenza sindacale crei eccessiva omogeneità nelle remunerazioni aziendali e non permetta di offrire strutture salariali che incentivino creatività e innovazione.
Tutti questi studi sono basati su dati americani, è ancora da valutare se l’effetto sia simile sulle aziende europee o italiane. (2) Ciò nonostante, penso che i risultati debbano far riflettere. È chiaro che l’innovazione è fondamentale per la crescita economica e per il benessere dei lavoratori. La letteratura economica ha pure dimostrato che la scelta e la remunerazione del top management hanno un ruolo fondamentale per la performance di un azienda e il suo successo innovativo. (3)Tuttavia, creare un sistema di imprese che investano e scommettano sull’innovazione non è cosa semplice, e richiede il contributo di tutte le parti sociali. Un’importante lezione che Margaret Thatcher ci ha insegnato è che non solo il governo e i top manager, ma anche il sindacato deve riflettere sull’effetto delle proprie richieste sulla propensione a investire in ricerca da parte di aziende, università e altre entità innovative.
(1) Hirsch, B. and A. Link, 1987, “Labor union effects on innovative activity”, Journal of Labor Research 8, 323-332; Acs, Z and D. Andreutsch, 1988, “Innovation in large and small firms: an empirical analysis”, American Economic Review 78, 678-690; Bradely, D., I. Kim and X. Tian, 2013, “Providing protection of encouraging holdup? The effects of labor unions on innovation”, working paper, Indiana University.
(2) Van Reenen, J. and N. Menezes-Filho, 2003, “Unions and innovation: a survey of the theory and empirical evidence”. In: Addison, John T and Schnabel, Claus, (eds.) The international handbook of trade unions, Edward Elgar, Cheltenham, 293-335.
(3) Bertrand, M. and A. Schoar, 2003, “Managing with style: the effect of mangers on firm policies”, The Quarterly Journal of Economics 118, 1169-1208.

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