venerdì 15 luglio 2011

Ora stop agli sperperi o non cambia nulla, di Vittorio Feltri

Finalmente i due schie­ramenti hanno deci­so di sospendere le ostilità. L'invito alla concordia è piovuto dal Colle ed è stato accolto. Meglio così. Ma dopo?


Breve nota sulle stravaganze del piccolo mondo antiquato della politica. Soltanto una settimana fa, quando l’annunciata manovra tremontiana era contenuta in una quarantina di miliardi, ci fu una reazione indi­gnata dell’intera opposizione e di mezza maggioran­za. Come mai? Era considerata troppo pesante e con­centrata nel 2014, cioè a legislatura scaduta (e quindi tale da strangolare il governo che verrà). Adesso che quei 40 miliardi,strada facendo,sono saliti a 80,guar­da un po’ i casi della vita, sono tutti d’accordo che bi­sogna approvarla subito, oggi stesso, altrimenti si corre il rischio di essere stritolati nelle fauci degli spe­culatori.

Che cosa ha provocato un cambiamento di opinio­ne tanto radicale e repentino? I politici si sono accor­ti che il problema dei problemi è il debito pubblico, che incoraggia i suddetti speculatori (sarebbe inte­ressante sapere chi siano, che faccia abbiano) a fare a pezzi il nostro Paese, distruggendone la finanza. Di conseguenza bisogna dimostrare ai mercati di avere i conti a posto, in modo che lo Stato italiano sia sol­vente, quindi affidabile e inattaccabile. Però, che intuizione hanno avuto i partiti: hanno scoperto adesso, dopo quarant’anni di incosciente gestione della spesa, che per non fallire occorre au­sterità.

Meglio tardi che mai. Finalmente i due schie­ramenti, per fronteggiare l’emergenza, hanno deci­so di sospendere le ostilità,e l’approvazione di quel­la che un tempo sarebbe stata definita «stangata» av­verrà senza intoppi, senza che la minoranza crei osta­coli. L’invito alla concordia (provvisoria) è piovuto dal Colle ed è stato accolto. Meglio così. Ma dopo? Sarà di nuovo rissa per il solito motivo: Silvio Berlusconi se ne deve andare perché la colpa dei casini è esclusi­vamente sua. Scusate, ma se il premier togliesse le tende, il debito pubblico sparirebbe di colpo? Forse vi sfugge che l’indebitamento c’era già nel 1992 e c’era già nel 1982 e anche prima?C’era nonostante non mancassero lo sviluppo e la crescita, ora invocati come una panacea, perché da mezzo secolo spendiamo più soldi di quanti ne incassiamo; e perché una serie di governi incapaci ha badato solo a distribuire risorse trascurando di procurarsele. Un controsenso. Che tuttavia non è ancora stato avvertito come tale.

Infatti qualcuno - molti - è convinto che le leggi finanziarie (o manovre o stangate) non siano soltanto tamponi idonei ad arginare il deficit di un esercizio, ma servano a rilanciare l’economia da cui trarre soldi per pareggiare il bilancio. Pia illusione.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il Pil volava agli odierni livelli cinesi non grazie alla politica, ma nonostante la politica. Diciamo che la Democrazia cristiana dell’epoca ebbe un grande e unico merito: quello di non intralciare gli imprenditori e di non frustrare la voglia di lavorare degli italiani. Stop. Niente altro. Il famoso boom, mai sufficientemente rimpianto, fu opera della gente, non dei suoi rappresentanti eletti, i quali si limitarono a non ingessare il sistema con regole rigide ed economicamente liberticide.

Dal 1970 in poi è stato declino. Perché il Paese si è intorcinato in una spirale di spese folli per darsi un welfare fuori dalla sua portata. Sperare ora di far ripartire a mille la macchina produttiva con una manovra fiscale, anziché con la deregulation, e col taglio delle spese sociali, che sono poi sperperi, è una ingenuità da boy scout.Immagino l’obiezione del lettore: perché allora il governo non affonda ilbisturi dove è necessario per estirpare il cancro che divora miliardi e miliardi di debito, immancabilmente compensati dall’inasprimento delle imposte? Risposta banale ma esaustiva: domina in tutti gli esecutivi il terrore che, indebolendo il welfare, scoppi la protesta e crolli il consenso per i partiti di maggioranza.

Non parliamo poi della rivoluzione liberale. Non può nemmeno iniziare, figuriamoci se può compiersi. Giusto un paio di giorni or sono, si è provato a sfiorare gli ordini professionali (enti inutili, una palla al piede) e immediatamente sono insorti gli avvocati, di cui è pieno il Parlamento, e addio riforma, addio abolizione dei lucchetti che impediscono l’accesso dei giovani alle professioni.

Siamo contro le corporazioni medievali, e desideriamo abolirle, ma a patto che non si cominci dalla nostra. Meglio colpire i privilegi degli altri. Finché la mentalità sarà questa, chiunque governi dovrà rinunciare a farlo per non scontentare nessuno. E così scontenterà tutti di nuovo.

Il treno da non (ri)perdere

I mercati ci hanno costretto a una manovra migliore. Ora crescere

La manovra di finanza pubblica è migliorata, sia per l’impatto globale sia per la qualità delle singole misure. E nelle ultime ore pare migliorata anche la strategia di comunicazione del ministero dell’Economia e del governo. I tagli delle spese assistenziali per 15 miliardi a valere sul 2014 vengono inseriti da subito nella manovra e a essi si aggiungono altri 5 miliardi di riduzioni delle agevolazioni fiscali per tenere conto del probabile aumento dell’onere per interessi sul debito pubblico. Ciò viene garantito mediante una clausola di salvaguardia, per cui le agevolazioni saranno tagliate del 20 per cento se non si attuerà la delega al taglio delle spese assistenziali.

Dal punto di vista della qualità, vi è la correzione del bollo sui depositi di titoli: l’aumento non si applica sino a 50 mila euro, e al di sopra viene graduato sulla base degli importi. Per le pensioni fra 1.600 e 2.300 euro c’è la rivalutazione del 70 per cento per l’inflazione, solo al di sopra di questa soglia non c’è rivalutazione. Saranno premiati i comuni virtuosi e saranno riviste le norme sugli ammortamenti delle concessionarie di beni pubblici. I minori introiti vengono recuperati soprattutto facendo partire dal 2013 l’innalzamento dell’età pensionabile, poi grazie a un contributo di solidarietà per le pensioni sopra i 90 mila euro, e reintroducendo i ticket sulle visite mediche. Il ministero dell’Economia ha spiegato che la manovra, tenendo conto degli effetti strutturali delle misure che entrano in vigore con il tempo, vale 3 miliardi nel 2011, 6 nel 2012, 25 nel 2013 e 45 nel 2014.

Tutti questi mutamenti, di fatto abbastanza positivi, sono avvenuti con rapidità ed efficienza – almeno finora, visto che oggi la manovra passa alla Camera dei deputati – soltanto perché i mercati hanno messo sotto pressione il nostro debito con operazioni speculative, certo discutibili, ma che segnalano un malessere. Senza questa pressione ci sarebbe stato il solito tira e molla. Occorre ribadire, dunque, che è bene che il debito pubblico sia esposto ai giudizi del mercato, anche se ciò non esclude che vadano ritoccate le regole che riguardano le agenzie di rating. Resta il fatto che i mercati sono preoccupati non tanto dal nostro deficit di bilancio, contenuto, ma dalle nostre prospettive di crescita, troppo magre. E’ su questo che governo e Parlamento non possono di nuovo sbagliare i tempi per l’intervento.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/9674

giovedì 14 luglio 2011

La legge sul testamento biologico è un'occasione persa, di Sandro Bondi

Al direttore - L’approvazione da parte della Camera dei deputati del disegno di legge sul testamento biologico è innanzitutto una occasione persa per i cattolici. L’Italia era l’unico paese in Europa nel quale la tutela di alcuni principi fondamentali, fra cui primariamente la difesa della vita, la condanna dell’eutanasia e la rinuncia all’accanimento terapeutico, potevano essere sanciti attraverso una intesa fra credenti e non credenti. Questa straordinaria opportunità, che era stata offerta dall’emendamento proposto dall’on. Mazzarella, un uomo di fede vera e autentica, un tempo si sarebbe detto fratello nella fede, è stata sprecata per un eccesso di politicismo e fondamentalmente a causa del timore di sperimentare un dialogo vero e fecondo, che purtroppo afferra anche una parte dell’organizzazione ecclesiastica. Per le responsabilità politiche che ancora ricopro all’interno del Popolo della libertà, con questa lettera, che Le indirizzo soprattutto come testimonianza umana e personale della mia fede cristiana, non intendo più tornare su una questione che pure mi coinvolge anche emotivamente. Con affetto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/9658

Udinese, dalle cessioni 65 milioni in cassa. Il segreto è una rete di osservatori che non sbaglia un colpo, di Dario Pelizzari

Alexis SanchezAlexis Sanchez

Che problema c'è? In un paio di giorni hanno detto addio all'Udinese tre dei protagonisti della straordinaria stagione appena conclusa, Sanchez, Inler e Zapata, ma il tecnico Guidolin non si scompone: «Ne arriveranno degli altri», ha risposto a chi si preoccupava del ridimensionamento di una squadra che tra qualche mese si farà bella la sera per gli appuntamenti di Champions.

Nessuna sorpresa, dunque, a Udine sono abituati così, vendono al miglior offerente i gioielli di famiglia che hanno contribuito a fare grandi e tornano sul mercato per dare fiducia a giocatori che le big del pallone europeo non seguono da vicino perché campioni non sono ancora e mai potrebbero diventarlo.

Quaranta milioni per Alexis Sanchez, che in Spagna considerano ormai di proprietà del Barcellona, sedici milioni per Gockhan Inler, presentato dal Napoli ieri l'altro con tanto di sorpresa finale, nove milioni o giù di lì per Cristian Zapata, che i sottomarini gialli del Villareal non vedono l'ora di accogliere a braccia aperte. Sessantacinque milioni in entrata in pochi giorni, altro che mercato in uscita, ad Udine la famiglia Pozzo gongola di gioia per un conto corrente che si fa sempre più ricco ed entusiasmante. Soprattutto, se si considera il denaro che solitamente i Pozzo riservano per il mercato in entrata. Per carità, sempre di diversi milioni di euro a stagione si parla, ma il bilancio tra quello che esce e quello che entra è roba da studiare ad Harvard per il talento che gli imprenditori friulani hanno dimostrato di avere in materia di affari.

Senza andare troppo lontano, è sufficiente dare un'occhiata ai numeri che riguardano gli ultimi tre giocatori ceduti, Sanchez, Inler e Zapata. Il cileno è stato acquistato nel 2007 dal Deportes Cobreloa per 3 milioni di euro. Oggi, ne vale 40. Sempre nel 2007 i Pozzo hanno prelevato lo svizzero Inler dal Zurigo. Volete sapere per quanto? Un milione di euro. Ne hanno guadagnati in quattro anni la bellezza di 15. Zapata è arrivato ad Udine nel 2005 dal Deportivo Calì. Somma versata per l'operazione: 500 mila euro. Facile fare i conti. Per loro, l'Udinese ha investito circa 4,5 milioni di euro, mentre dalla cessione ne ha incassati quasi 65. Se non è un esempio straordinario di gestione aziendale, beh, ditemi voi come si chiama.

Il segreto di questo successo? Semplice, una rete di osservatori sparsi in tutto il mondoche conoscono il calcio e le sue più strette divagazioni come pochi altri. A capo della struttura tecnica dei friulani c'è il direttore sportivo Fabrizio Larini, che nel giugno 2010 è subentrato a Sergio Gasparin, per qualche mese ds della Sampdoria prima di essere messo da parte dalla famiglia Garrone. Cambiano gli uomini, non cambia la strategia: investire sul domani per fare bene ed incassare oggi. Insomma, ci si diverte con le tasche piene, meglio di così.

A proposito di acquisti che non dicono nulla ai più eppure promettono faville, ecco l'elenco dei giocatori finora acquistati dall'Udinese: Mangala (Standard Liegi), Neuton (Gremio), Sissoko (Troyes), Doubal (Young Boys), Larangeira (Palmeiras) e Piriz (Nacional Montevideo). Scommettiamo che fra qualche anno qualcuno andrà a bussare alla porta di casa Pozzo per avere uno di loro in cambio di molti, moltissimi quattrini?

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-13/udinese-cessioni-milioni-cassa-145304.shtml?uuid=AaZqConD

mercoledì 13 luglio 2011

Ecco come arrivare subito al pareggio, di Roberto Perotti e Luigi Zingales

La reazione dei mercati purtroppo ci ha dato ragione: l'Italia ha bisogno di misure radicali e credibili. La nostra proposta (avanzata sul Sole 24 Ore di sabato 9 luglio) di azzerare subito il disavanzo è stata criticata su due aspetti: non pensa alla crescita e non è fattibile. È vero esattamente l'opposto.

Le liberalizzazioni invocate da tanti sono necessarie e benvenute, ma hanno effetti incerti e richiedono tempo. A nostro avviso rilanciare la crescita richiede interventi draconiani che cambino l'equilibrio di rassegnazione in cui vive il Paese. Oggi i giovani migliori vanno all'estero perché in Italia non vedono un futuro, sono scoraggiati dal clientelismo e parassitismo alimentati dall'enorme sottobosco al confine tra economia e politica. Se la politica del rigore di bilancio pulisce questo sottobosco, elimina la fonte delle rendite politiche, e dà un segnale di una svolta politica e morale, allora non solo non riduce la crescita economica, ma l'aumenta.

Per riuscire in questo doppio intento non bastano manovre marginali, come 10 euro di ticket medico in alcune regioni e per alcune prestazioni, o buone intenzioni come la lotta all'evasione. Queste misure, pur non prive di effetti, non sono comprensibili o credibili all'estero e non danno un segnale di svolta al Paese. Ci vogliono misure radicali. Per essere concreti, e senza la pretesa di essere esaustivi per il poco tempo a disposizione, proviamo ad abbozzare una serie di proposte di questo tipo, che raccolgano anche i 60 miliardi necessari per il pareggio di bilancio.

1 Privatizzazioni per almeno 140 miliardi con un risparmio di circa 5 miliardi di interessi l'anno.
Abbiamo fatto un rapido calcolo di quanto si potrebbe ricavare dalla privatizzazione delle maggiori aziende: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Fintecna, Cassa depositi e prestiti, Rai. Queste privatizzazioni (e quelle di molte altre partecipate) non solo ridurrebbero la spesa per interessi, ma darebbero un segnale molto forte ai mercati e agli italiani, e toglierebbero il terreno sotto i piedi al clientelismo, all'inefficienza e alla corruzione. Per accelerare queste privatizzazioni lo stato può conferire le sue proprietà in uno o più fondi privati che gli pagherebbero immediatamente l'80% del valore stimato (finanziandosi con debito), pagando poi il resto a vendite avvenute.

2 Esproprio della moderna manomorta: per 50 miliardi con un risparmio di circa 2 miliardi di interessi l'anno.
Quando volle rilanciare l'economia del Piemonte Cavour espropriò la manomorta ecclesiastica: non solo per questioni di bilancio, ma perché le proprietà della chiesa venivano gestite male e frenavano la crescita economica. Le fondazioni bancarie sono la manomorta dei nostri tempi. È una proprietà dei contribuenti che fu appropriata dai politici con la legge Amato, e che oggi è fonte di prebende e di influenza politica sotto il mantello della funzione sociale. Riappropriarsi di quei patrimoni rivendendoli per diminuire il debito pubblico non aiuterebbe solo il bilancio dello Stato, ma libererebbe la vita economica dell'intermediazione politica.

3 Privatizzazioni delle municipalizzate per 30 miliardi con un risparmio di circa 1 miliardo di interessi l'anno.
Il Tesoro stima in 100 miliardi il valore di libro delle attività delle aziende municipalizzate. Tenendo conto dei debiti e di un possibile sconto di mercato stimiamo che si possano raccogliere circa 30 miliardi. Ovviamente queste privatizzazioni necessitano di regolamenti per evitare l'abuso del potere di mercato di cui alcune di queste imprese godono.

4 Riduzione dei costi della politica: circa 8 miliardi.
Vi sono molte stime sui risparmi dall'abolizione delle province; usiamo una cifra prudente, e diciamo 3 miliardi. Secondo il Sole 24 Ore di lunedì scorso i costi dei cda delle partecipate, delle auto blu, degli enti intermedi e delle consulenze esterne ammontano in totale a 7,5 miliardi. Questa spesa può essere sicuramente dimezzata senza alcun effetto negativo (anzi, probabilmente con un effetto positivo) sull'efficienza del l'amministrazione pubblica. Il costo complessivo di Camera e Senato è di 1,7 miliardi all'anno. Dimezzando il numero di deputati e senatori (portandolo così vicino alla media europea) e i vitalizi per ex deputati e senatori si risparmiano circa 900 milioni. Anche questa operazione non colpisce alcuna categoria a rischio di emarginazione sociale, e ha effetti positivi sulla crescita, perché innalza la qualità e la competenza dei deputati e senatori rimanenti.

5 Taglio di sussidi e agevolazioni alle imprese: 5 miliardi.
È difficilissimo ricostruire il flusso di sussidi e agevolazioni alle imprese. Una stima prudente è di circa 7 miliardi, ma possono essere molti di più, a seconda dei criteri di calcolo. La stragrande maggioranza sono inutili o dannosi, perché anestetizzano lo spirito d'impresa, inducendo a specializzarsi nell'ottenere sussidi e agevolazioni, invece che a produrre ed innovare, e sono una fonte infinita di corruzione, di diatribe politiche, di progetti inutili, e di frodi vere e proprie.

6 Eliminazione dei progetti faraonici ed inutili: 3 miliardi.
Una delle principali cause del dissesto greco è stata l'Olimpiade di Atene, fonte di corruzione e sprechi. La crisi è un'ottima occasione per ridimensionare alcuni grandi progetti inutili. Una moratoria sulle grandi opere, che consenta solo la manutenzione delle opere già esistenti, di cui invece c'è molto bisogno, porterebbe a un risparmio annuale difficilmente quantificabile: usiamo una cifra prudente e diciamo 3 miliardi.

7 Taglio delle pensioni inique e altri interventi sulle pensioni: 6 miliardi.
Accanto alle tante pensioni vicino al minimo, vi sono circa un milione 600mila pensioni oltre i duemila euro al mese, per un importo di oltre 60 miliardi. Alcune di queste sono totalmente sproporzionate ai contributi versati in passato, e non c'è nessuna ragione né morale né di equità per mantenerle al livello attuale. Da un taglio medio del 5% si possono ricavare 3 miliardi. Insieme con un innalzamento immediato dell'età pensionabile delle donne a 65 anni e con l'indicizzazione al Pil come avviene in Svezia e come proposto da Tito Boeri e Agar Brugiavini su www.lavoce.info, si potrebbe produrre un risparmio da quantificare esattamente, ma diciamo almeno 6 miliardi (le pensioni totali sono 250 miliardi, oltre il 15% del Pil; se non si può ridurre questa voce del 2%, che rigore è?).

8 Taglio degli stipendi pubblici più alti: 5 miliardi.
La seconda voce del bilancio pubblico è il monte salari, 173 miliardi, l'11% del Pil. Grecia, Spagna e Irlanda li hanno ridotti; anche noi possiamo fare altrettanto. Da una riduzione media del 3% (ogni ente pubblico può decidere se da minore impiego o minori salari), dolorosa ma non tragica, possiamo ottenere 5 miliardi.

9 Aumento delle rette universitarie: 3 miliardi.
L'università oggi è quasi gratuita, ma è frequentata soprattutto dai ricchi; i poveri finanziano dunque la laurea dei ricchi. Non c'è motivo per cui chi può permetterselo non paghi l'investimento più redditizio della vita, magari scegliendo tra pagare subito oppure un prestito da restituire in base al reddito conseguito dopo la laurea.

10 Addizionale Irpef.
Con queste misure si risparmiano circa 38 miliardi non riducendo la crescita, ma rivitalizzandola. Restano ancora 22 miliardi (meno dell'1,5% del Pil) da reperire con maggiori entrate. Qui non abbiamo una preferenza specifica. Ovviamente un'intensificazione della lotta all'evasione aiuterebbe, ma sappiamo per esperienza che i risultati richiedono tempo e sono incerti. Una possibilità è un'addizionale Irpef restituibile in caso di successo nella lotta all'evasione: ogni euro recuperato all'evasione viene restituito pro quota a chi ha pagato l'addizionale. Questo ha due vantaggi: è una tassa visibile, per cui i cittadini vorranno sapere che i loro soldi vengono usati bene; e crea un forte incentivo politico a fare sul serio la lotta all'evasione.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-13/ecco-come-arrivare-subito-082038.shtml?uuid=Aa9UChnD

sabato 9 luglio 2011

Don Aldo Trento restituisce l'onorificenza a Napolitano

Aldo Trento è dal 1989 uno dei più noti missionari della Fraternità San Carlo Borromeo in Paraguay. Ha sessantadue anni ed è responsabile di una clinica per malati terminali di Asunción. Il 2 giugno scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Ieri Trento ha restituito l’onorificenza a Napolitano a causa della mancata firma del decreto che avrebbe arrestato il protocollo medico per Eluana Englaro. “Come posso io, cittadino italiano, ricevere simile onore quando Lei, con il suo intervento, permette la morte di Eluana, a nome della Repubblica italiana?”. “Ho più di un caso come Eluana Englaro”, racconta Aldo Trento al Foglio. “Penso al piccolo Victor, un bambino in coma, che stringe i pugni, l’unica cosa che facciamo è dargli da mangiare con la sonda. Di fronte a queste situazioni come posso reagire al caso Eluana? Ieri mi portano una ragazza nuda, una prostituta, in coma, scaricata davanti a un ospedale, si chiama Patrizia, ha diciannove anni, l’abbiamo lavata e pulita. E ieri ha iniziato a muovere gli occhi. Celeste ha undici anni, soffre di una leucemia gravissima, non era mai stata curata, me l’hanno portata soltanto per seppellirla. Oggi Celeste cammina. E sorride. Ho portato al cimitero più di seicento di questi malati. Come si può accettare una simile operazione come quella su Eluana? Cristina è una bambina abbandonata in una discarica, è cieca, sorda, trema quando la bacio, vive con una sondina come Eluana. Non reagisce, trema e basta, ma pian piano recupera le facoltà. Sono padrino di decine di questi malati. Non mi interessa la loro pelle putrefatta. Vedesse i miei medici con quale umiltà li curano”. Don Aldo Trento dice di provare un “dolore immenso” per la storia di Eluana Englaro. “E’ come se mi dicessero: ‘Ora ti prendiamo i tuoi figli malati’. Il caso di Udine ha sconvolto tutti, medici e infermieri. L’uomo non si può ridurre a questione chimica. Come può il presidente della Repubblica offrirmi una stella alla solidarietà nel mondo? Così ho preso la stella e l’ho portata all’ambasciata italiana del Paraguay. Qui il razionalismo crolla lasciando spazio al nichilismo. Ci dicono che una donna ancora in vita sarebbe praticamente già morta. Ma allora è assurdo anche il cimitero e il culto dell’immortalità che anima la nostra civiltà”.

http://www.ilfoglio.it/blog/914

venerdì 8 luglio 2011

L’unica correzione possibile sulla manovra

Draghi: "La finanziaria è un passo importante"

Il rigore è d’obbligo, ma a spese del moloch statale

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, a margine dei "Rencontres Economiques" ha detto: "L'anticipo delle misure contenute nella manovra decisa dal governo italiano rende credibili il pareggio del bilancio nel 2014 e l'avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/pil. La manovra, come detto ieri dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, costituisce un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici".

I mercati finanziari ci chiedono chiarezza sullo stato dei conti italiani: qualunque rinuncia alla chiarezza, qualunque cedimento alla demagogia del tassa e spendi, si rifletterà immediatamente negli spread tra i nostri titoli di stato e quelli considerati meno rischiosi, cioè – in modo perverso – sulla spesa per interessi. Sta già accadendo, come dimostrano alcune invocazioni di stravolgimenti in corso della manovra: è giusto ascoltare tutti, è opportuno coinvolgere gli interessati su decisioni di peso, ma poi è opportuno fissare paletti e numeri invalicabili, come dice Giulio Tremonti.

Difficile avere nostalgia della Prima Repubblica, quando il testo della Finanziaria predisposto dal governo diventava con il tempo poco più di uno spunto di discussione per le Camere. Erano poi i passaggi parlamentari a forgiare la legge di bilancio, aggiungendo spese, travasando denari da un capitolo a un altro, inventando balzelli, e indulgendo nella fiscalità più creativa. I risultati di questo metodo – come dimostra il primato del rapporto debito pubblico/pil tra la metà degli anni 70 e la fine degli anni 80 – li paghiamo ancora oggi. Ciò non significa che si debba pencolare verso l’altro estremo, quello della manovra blindata e sottratta a qualunque correzione o modifica. “Il decreto si può correggere”, ha riconosciuto ieri lo stesso ministro dell’Economia, purché i saldi restino intatti.

A tale scopo, sarebbe utile perseguire un migliore bilanciamento tra tasse e spese: meno delle prime, più tagli alle seconde. Bisogna tornare a una filosofia gagliarda. Il governo potrebbe per esempio prendere un’iniziativa: rinunciare alla patrimonialina surrettizia (il superbollo sui depositi titoli) e trovare i fondi limando sulle risorse in uscita. E’ questione di programma elettorale, ma anche di mera logica: la spesa pubblica italiana infatti è eccessiva e inefficiente; venga tagliata dove non serve, resa efficiente dove non lo è. Lo stato deve fare meno cose e fare meglio quello che fa.

Allo stesso modo, l’intervento sulle pensioni deve ritrovare mordente: l’allungamento della durata media della vita è un fatto positivo, e positivo è che gli anni guadagnati non siano da vecchi moribondi ma da persone in buona salute. Anche qui non è solo questione di risparmio, ma di principio: non c’è ragione per far uscire dal mercato del lavoro persone che possono ancora dare molto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/9589

La strada obbligata di Trichet, di Carlo Bastasin

Il contagio che si sta manifestando in questi giorni sui titoli del debito pubblico nell'area dell'euro è la peggiore delle evoluzioni che potevano accadere in questo preciso momento. Le nuove turbolenze sulla periferia, e in particolare quelle sul Portogallo, infatti colpiscono l'opzione "naturale" di uscita dalla crisi, il miglior scenario rimasto in questa lunga e faticosissima Odissea.

La speranza segreta a Bruxelles era infatti che nel giro di pochi mesi, a settembre in particolare, potessero arrivare buone notizie dalle economie irlandese e portoghese. Da Dublino sembrava certo che i bilanci di banche e famiglie tornassero a vedere la luce, mentre da Lisbona i messi del Fondo monetario e quelli europei ritenevano che potessero venire gli attesi segnali di stabilizzazione della bilancia dei pagamenti.


Si trattava dunque di superare l'agosto, normalmente quieto sui mercati. A quel punto la crisi dell'euro forse avrebbe potuto cambiar verso definitivamente e in modo relativamente indolore. Il rientro dei tassi d'interesse della periferia avrebbe potuto avvenire rapidamente sull'onda di investitori finanziari desiderosi di guadagnare dalla ritrovata convergenza europea acquistando titoli irlandesi e portoghesi.

I due Paesi sarebbero potuti tornare prima del previsto a finanziarsi sui mercati e i segnali che stavano per arrivare dall'inflazione, più moderata del temuto, avrebbero aiutato il finanziamento. La Grecia, certo, sarebbe rimasta isolata nella sua miseria, un malandato 2% di Pil europeo, ma in ragione di ciò sarebbe stata promossa da germe d'infezione contagiosa a regolare "pig", come ha osservato uno scrittore greco.


E invece il contagio si è messo di nuovo in atto senza aspettare settembre, le rugginose diplomazie economiche dei governi, né i ritmi necessariamente lenti delle convalescenze delle economie. Le agenzie di rating seminano ipocondria, ma i mercati ragionano come loro e non si può sottovalutare il punto di vista dei creditori quando si vuole finanziare debiti ingenti. Così da un percorso naturale di rientro della crisi, si è passati in pochi giorni all'estensione del contagio.

Tassi d'interesse come quelli pagati da Spagna e Italia in questi giorni venivano pagati da Irlanda e Portogallo solo poco più di un anno fa. Gli investitori, non solo quelli più speculativi ma anche i fondi pensione, sono tornati a coprirsi dai rischi. Il fatto che Moody's abbia accomunato Grecia e Portogallo, in ragione dell'incerta risposta politica europea, e S&P abbia classificato come una forma di default la proposta francese di coinvolgimento volontario dei creditori privati nell'allungamento delle scadenze del debito greco ha di nuovo rafforzato una reazione di paura. La proposta tedesca di reintrodurre schemi non volontari di coinvolgimento delle banche creditrici non ha affatto aiutato. Al contrario ha rinnovato l'incertezza negli investitori di fronte alla cacofonia politica dei governi europei.

Così, nella conferenza stampa di ieri, il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, mentre comunicava l'aumento previsto dei tassi di riferimento all'1,5%, ha dovuto urgentemente confermare il sostegno della Banca centrale al Portogallo sospendendo i requisiti dei collaterali attraverso i quali le banche portoghesi hanno accesso ai finanziamenti. Trichet non a caso ha spiegato che Lisbona stava facendo molto bene nell'aggiustamento dei conti ed era addirittura in anticipo sui programmi dettati dalla troika di Ue-Bce-Fmi. In un certo senso il presidente della Bce ha permesso di "vedere le carte" nel tiro alla fune che i policymaker stanno combattendo con i mercati: arrivare salvi all'autunno è così importante che la Bce si è impegnata a soccorrere Lisbona ammettendone i titoli anche di fronte alla revisione al ribasso del loro rating da parte delle agenzie.

Sono ormai tre-quattro anni che la Bce distingue tra misure ordinarie di politica monetaria e concessione straordinaria di liquidità. Così da un lato aumenti dei tassi come quelli di ieri non sono in contrasto con il soccorso all'area euro, ma dall'altro la Bce si trova a ritirare sempre più attività finanziarie dei Paesi in crisi e a sostituire di fatto i creditori privati. Sul Portogallo con la decisione di ieri Trichet ha messo l'intera posta nel piatto. La Bce continuerà a procurare liquidità per evitare che il sistema bancario fallisca. Ci sono dei limiti sia nei confini del contagio arginabile, sia nel bilancio della Bce, sia nella solidità dei sistemi bancari della periferia. Ma non sembra che ci siano alternative.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-08/strada-obbligata-trichet-063851.shtml?uuid=AafGSBmD

martedì 5 luglio 2011

Spesa fuori controllo: ecco i dieci grandi sprechi secondo il rapporto Giarda

Dal cattivo uso dei fattori produttivi alle opere incompiute, dal ricorso a modi di produzione "antichi", e dunque inefficienti e assai costosi, agli acquisti realizzati pagando prezzi superiori al valore di mercato (e qui la tirata d'orecchie è soprattutto per la sanità). Sono solo alcuni dei dieci sprechi individuati da Piero Giarda, professore dell'Università Cattolica di Milano, nel rapporto finale del gruppo di lavoro sulla riforma fiscale dedicato all'analisi della spesa pubblica spesso indicata come «uno dei sintomi o delle cause della malattia italiana che va sotto il nome di elevato rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale».

Tra i nodi anche le opere incomplete
L'elenco individuato dalla task force guidata da Giarda (gli altri gruppi sono dedicati all'erosione fiscale, all'economia non osservata e alla sovrapposizione tra Stato fiscale e Stato sociale) è molto dettagliato: si va dai fattori produttivi (classico esempio l'uso di due impiegati per un lavoro per il quale uno sarebbe sufficiente) all'errata identificazione dei soggetti meritevoli di essere sostenutoi nei programmi di sostegno del reddito disponibile. Fino ad arrivare al capitolo sulle opere incomplete o ai tempi di esecuzione che spesso sforano la tabella di marcia. Per chiudere con la scarsa sincronia, altro male tipico del nostro paese, tra programmi e collettività per cui di frequente si tengono artificiosamente in vita strutture o enti non più indispensabili per i cittadini.

Spesa pubblica fuori controllo negli ultimi 40 anni
Con il risultato che l'esborso pubblico cresce senza sosta. Scrive Giarda nella relazione finale. «La spesa pubblica italiana per l'erogazione di servizi è cresciuta rispetto alla corrispondente spesa privata dello 0,5% l'anno dal 1970 al 2010: 90 miliardi di euro in più. Una dinamica legata anche «alla mancanza di progresso tecnico nella produzione di servizi pubblici» e ad un'offerta sul territorio che sembra essere «espressione di tempi passati».

Manovra: vale in 4 anni 43,4 miliardi
Intanto si va delineando l'esatto ammontare della manovra inviata ieri al Quirinale, il cui valore si attesterebbe a 43,398 miliardi in 4 anni. Come si legge nella tabella allegata al testo, la correzione dell'indebitamento è di 5,3 mln nel 2011, 151,8 mln nel 2012. Sale a 17,876 mld nel 2013 e a 25,364 mld nel 2014. Il saldo netto da finanziare risulta pari a 4,8 milioni per quest'anno, 187,2 milioni per il prossimo, 14,441 miliardi per il 2013 e 19,338 miliardi per il 2014.

Dalla rivalutazione delle pensioni risparmi per 2,8 miliardi
Sul fronte poi della rivalutazione delle pensioni - capitolo spinosissimo del decreto e su cui si è già aperto un duro scontro all'interno della maggioranza - i risparmi ammonterebbero a 2,780 miliardi nel triennio 2012-2014, secondo la stima contenuta nella Relazione tecnica alla manovra. In particolare, gli effetti finanziari saranno pari al lordo di effetti fiscali a 600 milioni nel 2012, 1,090 miliardi nel 2013 e 1,090 mld nel 2014. Al netto degli effetti fiscali, invece, il risparmio sarà di 420 milioni l'anno prossimo, 680 milioni nel 2013 e 680 nel 2014. La misura del dl prevede per il biennio 2012-2013 l'applicazione dell'indice di rivalutazione per fasce di importo: quindi una rivalutazione al 100% per gli assegni fino a 3 volte il trattamento minimo Inps (fino a un importo di 1.428 euro mensili), al 45% per la fascia da 3 a 5 volte il minimo (tra 1.428 e 2.380 euro mensili) e nessuna rivalutazione oltre 5 volte il trattamento minimo (ovvero superiori a 2.380 euro mensili). (Ce. Do.)

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