domenica 20 maggio 2012

Fazio, Saviano e il dizionario dei luoghi comuni 2.0, di Mariarosa Mancuso


Se Flaubert avesse visto il nuovo programma tv della coppia avrebbe avuto i suoi Bouvard e Pécuchet in carne e ossa, insieme con la corte di autori e ospiti “importanti”


Roberto Saviano e Fabio Fazio cercano parole. Scatta la gara aperta agli ospiti e agli spettatori di “Quel che (non) ho”, la nuova trasmissione che andrà in onda da Torino, prendendo il testimone dal Salone del Libro. Il programma comincia oggi (e va avanti per tre serate). La fiera editoriale con largo uso di dibattiti il 14 chiude i battenti, contando i visitatori e i libri venduti in un anno finora scarso di soddisfazioni (dovrebbero essere un consumo anticiclico, che nei momenti di crisi guadagna o almeno non perde: le cifre smentiscono). Sette giorni a maggio di full immersion culturale, con gli scontati inni alla lettura che rendono migliori i prevedibili dibattiti sulla tv non pecorona (che faccia ascolti record come “Vieni via con me”, oppure no: bisognerà vedere quanto inciderà sulla coppia il temporaneo trasloco da Rai Tre a La7, e la lontananza del tasto sul telecomando). 
Dopo gli elenchi dei motivi per andarsene o restare, si cercano parole. Negli spot promozionali, ragazzi e ragazze dall’aria annoiata sfogliano cartelli scritti in stampatello (ricordando la scimmietta-maggiordomo che così si rivolge al giovane Charles Darwin nel film d’animazione “Pirati!”, che quanto a cultura batte qualsiasi libro attualmente in classifica): Amianto, Europa, Montagna, Speculazione, Dignità, Pil, Ogm, Clandestino, Antipolitica, Futuro, Terra, Fabbrica, Lotta, Crescita, Cinema. Peccato che Gustave Flaubert sia morto da un pezzo, potrebbe aggiornare il suo sciocchezzaio, o il suo dizionario dei luoghi comuni, senza bisogno di inventarsi dal nulla un Bouvard e un Pécuchet. Li avrebbe lì, in video, pronti a fornire nel giro di tre puntate materiale per un libro intero. Si stupirebbe, forse, a vedere i suoi eroi circondati da un numeroso fan club, invece che ritirati in campagna con un gruzzoletto da investire in programmi per migliorare qualsiasi cosa, dall’agricoltura all’umanità. Un’altra chiamata alle armi, su YouTube, chiede ai volontari tra il pubblico “parole non generiche” (le generiche sono già state usate tutte per gli spot, con sfondo di gasometro, sabbia, alberi, cielo nuvoloso). “‘Giustizia’ non va bene, è troppo ampia”, fa notare Saviano, ripreso durante una riunione di redazione (non aggiunge di aver depositato il marchio, mentre Zagrebelsky depositava “Libertà”). “Cortile” invece va bene, annuisce la redazione tutta. Circoscrive un luogo che per la generazione di Fazio sa ancora di nostalgia e in Italia la nostalgia sta in ottima posizione, quando si parla di cultura. Roberto Benigni, ospite della prima puntata perché invece l’originalità con la cultura si accoppia male, e perché basta aver letto una volta Dante in tv per acquisire meriti imperituri, ha scelto “anatroccolo” (il motivo lo spiegherà con le solite mosse e le solite smorfie, a beneficio di chi ancora lo regge). Va in scena il dizionario affettivo e si sospetta civile, perché la cultura secondo Fabio Fazio ha sempre un risvolto umano e impegnato. Non serve a divertirsi o a svagarsi, ma a sentirsi migliori. (Flaubert è sempre lì che prende appunti sul suo iPad, e ogni tanto manda un tweet alla sua Louise Colet).


Vale per la cultura in generale, e la letteratura in particolare. Fa stato l’elenco dei libri presentati a “Che tempo che fa”, l’unico salotto televisivo che fa vendere copie, e per questo è ambìto dagli scrittori e corteggiato dagli uffici stampa. Poco importa se i felici ammessi sono in grado perlopiù di camminare con le loro gambe, già in classifica o già ben posizionati quanto a recensioni. Il comma 22 dei talk show italiani sta nel fatto che le interviste (anche quando sono brevettate come format) servono a incrementare l’audience della trasmissione. Rarissimi i casi in cui il conduttore punta su un nome o un titolo fuori dal giro, aiutando qualcuno che abbia davvero bisogno di una spinta per affacciarsi alla ribalta. Se capita, bastano cinque minuti per fare una ricerchina e levarsi l’illusione: in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, e anche tra chi scrive i libri e chi li recensisce c’è al massimo un grado di separazione. E dunque via con Alessandro Baricco, con Claudio Magris, con Concita De Gregorio, con Carlos Ruiz Zafón, con Daniel Pennac, con Abraham Yehoshua, con Fabio Volo, con Massimo Gramellini (anche ospite fisso della trasmissione per commentare le notizie della settimana), con Andrea Camilleri, con Dario Fo, con Folco Terzani, con Erri de Luca. Si siedono e sono accolti con il massimo delle cortesie, le stesse che Nanni Moretti respinse al mittente facendo notare “queste cose le dici a tutti” (erano un misto di “aspettavo da tanto questo momento” e “sei il mio mito”; seguì una chiacchierata sul film “Habemus Papam” buona per svelare ogni colpo di scena allo spettatore che non si era precipitato a vederlo nel primo giorno di programmazione).
Le parole finora collezionate per la nuova trasmissione gareggiano in ovvietà con il piccolo e basico dizionarietto che serve per introdurre gli autori, tutti portatori di libri “importanti” (e ci mancherebbe, mica perdiamo tempo in frivolezze). Sono libri che aprono nuovi orizzonti, fanno riflettere sulla nostra società, sono densi di significati, sono autentici, indagano a tutto campo. Ogni tanto il conduttore butta lì una battuta “per alleggerire” (poi spiega che è una battuta, “fatta per alleggerire”). Guai a pensare che lo spettatore della domenica sera possa capirle da solo (o riconoscere che certe freddure più di un mezzo sorriso non provocano). Guai a farlo sentire escluso: nella terra del tifo bisogna dire subito da che parte si sta. E noi siamo quelli che alla cultura ci tengono.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13408

Nessun commento: