"Après Nous le déluge!" LUIGI XV; http://ideas.repec.org/f/pma1570.html; http://papers.ssrn.com/sol3/cf_dev/AbsByAuth.cfm?per_id=1590874; https://www.researchgate.net/profile/Cosimo_Magazzino/; uniroma3.academia.edu/CosimoMagazzino; http://scienzepolitiche.uniroma3.it/cmagazzino/
martedì 7 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
Lo tsunami che rischia di travolgere la ripresa, di Ettore Gotti Tedeschi
L’economia dopo Fukushima
L’imprevedibilità dei fenomeni naturali condiziona spesso le scelte degli uomini, apparentemente sicuri di se stessi e delle loro capacità previsionali. Lo tsunami che ha provocato la sciagura nucleare della centrale giapponese di Fukushima ha innescato una spirale di fatti economici che è opportuno comprendere nella loro sequenza.
Fino a ieri il nucleare, in prospettiva, rappresentava la risorsa energetica su cui tutto il mondo contava per soddisfare gran parte del suo fabbisogno. L’incidente giapponese ha richiamato a maggiore prudenza, provocando la chiusura delle centrali vecchie e obsolete e il blocco dell’apertura di nuovi impianti. Ciò sta avvenendo nel mondo occidentale, così come nei Paesi emergenti più industrializzati.
Il petrolio è quindi tornato a essere la fonte energetica principale. Così anche il suo prezzo ha ricominciato subito a crescere, sia per la domanda dovuta all’accumulo di riserve, sia per fenomeni speculativi. Le conseguenze nei Paesi occidentali — che sono consumatori ma non produttori — stanno nell’aumento dei prezzi dei carburanti e del costo della bolletta energetica. Realtà che colpiscono il potere di acquisto e i consumi, rendendo più concreto il rischio di stagnazione e di inflazione.
Nei Paesi orientali emergenti e industrializzati, si corre invece il rischio di un rallentamento della crescita economica e del suo consolidamento. Basti pensare che la Cina è il primo importatore al mondo di petrolio. La speculazione ha aggravato la situazione, estendendo le sue manovre dalle materie prime energetiche a quelle alimentari, generando così una vera emergenza nei Paesi più poveri.
In molti di questi — come quelli nordafricani — ricchi di materie prime ma con una ricchezza concentrata e non distribuita, si sono create tensioni sociali e politiche, sfociate nelle rivolte di queste settimane. Che a loro volta hanno inciso sui flussi migratori in maniera sensibile.
Vanno inoltre valutate le conseguenze dell’enorme trasferimento di ricchezza dai Paesi importatori a quelli produttori di petrolio, con prevedibili cambiamenti degli assetti economici e geopolitici. A favore di regioni con tradizioni culturali e politiche molto diverse da quelle occidentali.
Nei Paesi occidentali, l’emergenza energetica potrà compromettere la ripresa del ciclo economico, segnando negativamente la capacità produttiva, l’occupazione, la produzione di reddito e, di conseguenza, anche la possibile riduzione delle imposte.
E questo potrà anche condizionare la spesa pubblica necessaria alla ripresa, che, nel mondo occidentale, è guidata dai singoli Stati. Oggi, infatti, non ci si domanda più se la ripresa sarà avviata dal mercato o dallo Stato, ma solo da quale tipo di Stato: se esso cioè dovrà fungere da pianificatore o anche da controllore dell’economia.
Si tratta di un processo ormai ineluttabile, ed è auspicabile che i leader — preferibilmente di Stati soltanto pianificatori — che guideranno queste scelte, lo facciano guardando al bene comune. Con le responsabilità che dovrebbero essere di ogni classe dirigente. Come Benedetto XVI ha ricordato nella sua visita ad Aquileia e Venezia.
La preghiera laica di Bobbio, di Marco Roncalli
Così, da Valdieri, Norberto Bobbio, il 25 luglio 1990, all’ex allievo che aveva aperto un articolo sulla preghiera riprendendo una sua frase, «Io non prego», e continuandolo con un’altra frase bobbiana condivisa dal cardinale Carlo Maria Martini, e cioè: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza». «Il dolore non ci ferisce soltanto, ma anche stimola le nostre risorse spirituali più profonde per affrontarlo e viverlo all’altezza della drammatica dignità umana. Il ricordo e la permanente compagnia interiore di Sua moglie l’aiuteranno e Le daranno forza. Io che oso far conto su risorse non soltanto umane, quando la nostra vita si imbatte nei suoi limiti (non solo quelli temporali), e nei suoi più drammatici interrogativi, Le dico che prego Dio per Lei e per la cara Signora. Lo intenda almeno come intenzione di partecipazione profonda e affezionata, aperta sul mistero che ci circonda». Così Enrico Peyretti a Bobbio dopo la morte della moglie Valeria.
I brani appena citati, sono solo un paio di frammenti del dialogo fra due amici – un credente che prega fiducioso di guarire la sua incredulità e un uomo consapevole di essere immerso nel mistero. Due schegge di un carteggio che costella insieme a tanti ricordi vent’anni di amicizia e di riflessioni sui grandi interrogativi della vita ma anche quesiti legati alla quotidianità, ora nelle pagine tessute da Peyretti sotto il titolo Dialoghi con Norberto Bobbio, edito da Claudiana (pagine 256, euro 15,00). Un confronto che abbraccia politica ed etica, pace e fede, e dove si avvertono distanze e sintonie, disparità di conoscenze e contraddizioni. Così, oltre al dibattito destra e sinistra tra interessi e ideali, giudizi sulle stagioni politiche e ostracizzazione della mitezza, oltre alle questioni sulla responsabilità e la libertà, il disarmo e i diritti umani, ecco qui affacciarsi alcuni riferimenti al cristianesimo che aiutano a capire meglio le ultime riflessioni bobbiane circa la sua 'religiosità, non religione' fino al suo testamento (in cui accenna tuttavia alla 'religione dei padri'). Così con il Bobbio che confessa all’intellettuale impegnato nei movimenti della non violenza, «Sono, o credo di essere, un uomo pacifico, ma non sono, e mi considero sempre meno, un pacifista assoluto, come lei e i suoi amici», troviamo qui quello che scruta il senso del male, che ammira l’essenziale della morale cristiana e ne valuta l’efficacia innanzi a quella laica, che stima le persone seriamente religiose, che parla di Cristo con rispetto, ma senza riconoscergli di aver dato all’umanità la grazia salvifica di un cammino.
Insomma ecco il filosofo che resiste alla fede, con una concezione profana della vita, dove anche gli atti buoni sono persino santi ma mai religiosi, ed ecco l’ex allievo che lo stimola a rileggere i suoi lavori, ma pure, ad esempio, quelli di Sergio Quinzio (La sconfitta di Dio) o di Paolo De Benedetti (Quale Dio?). Così sino all’ultima lettera del 13 maggio 2000. Scrive Bobbio a Peyretti: «Se lei intende per 'fede' il mondo degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti profondi, sono perfettamente d’accordo con lei. Non c’è nessuna contraddizione tra il mondo delle passioni o delle emozioni e il mondo della ragione […]. Mentre vedo un contrasto tra l’uomo di ragione e l’uomo di fede […]. La fede, a me pare, è un’altra cosa: non ha niente a che vedere, secondo me, con le passioni e con gli affetti [...]. Non discuto le interpretazioni più credibili, a suo parere, di tanti miti tramandatici dai testi attraverso i quali si è venuta formando la nostra educazione religiosa, ma io penso che la via attraverso cui progredisce la nostra conoscenza del mondo non parta da lì. Anzi comincia quando ce ne distacchiamo […]. Più mi avvicino alla fine, più sento che la morte è il passaggio dalla polvere da cui siamo nati alla polvere a cui siamo destinati a ritornare. Ma non insisto. Non pretendo che sia qualcosa di più di quel che lei chiama una 'scommessa' […]. Non le nascondo che sull’origine divina di Cristo ho sempre avuto i miei dubbi […]. Ma non posso neppure dire di accettarlo completamente come 'maestro'. Vorrei che qualcuno mi spiegasse meglio perché accanto al Cristo delle 'benedizioni' ci sia anche quello delle 'maledizioni' […]. Pongo domande poste da mille altri prima di me, che possono apparire a un uomo di fede ovvie e ingenue, se non addirittura malevole». «Le sue domande non sono affatto malevole, ma serie. Un credente anche persuaso non è privo di dubbi e incredulità. Anche grandi santi hanno provato il dubbio freddo e buio». Era – il 20 giugno – la risposta di Peyretti. Due sensi religiosi della vita innanzi al suo Mistero.
La borghesia che non c'è più, di Ruggero Guarini
Anzi compresi quei piani dell’esistenza in cui regna sovrano il caso, sicché nella pretesa di considerare anch’essi un legittimo campo dell’intervento statale si esprime quello che è forse il nòcciolo dell’illusione totalitaria: il sogno di estirpare l’imprevisto e l’ingovernabile dalla vita. Quasi ogni giorno le nostre cronache provvedano a ricordarci quanto gli effetti di questa illusione possano essere aberranti. Se un ciclista cade, sbatte la testa a terra e muore, subito salta fuori qualcuno che esige che sia reso obbligatorio il casco anche per chi pedala in città. Se un terremoto si abbatte da qualche parte con effetti micidiali subito salta fuori il team di magistrati pronti a sbattere in galera quei sismologi che si sono permessi di non prevedere il sisma. Se qualcuno, anziché usare i propri quattrini in maniera conforme agli interessi dei suoi congiunti, preferisce offrirli a un’associazione culturale o religiosa, subito salta fuori il procuratore d’assalto pronto a contestargli il diritto di fare del proprio denaro l’uso che preferisce definendolo incapace di intendere e di volere. Se dei bambini nordafricani muoiono annegati nel Mediterraneo per colpa dei loro incauti genitori (anch’essi morti annegati nel medesimo naufragio) subito spunta fuori qualche rappresentante del buonismo statalista per chiedere in che modo il nostro governo intende onorare la morte di quei piccini. Nulla comunque dimostra il successo universale dell’illusione dirigista nel nostro Paese come l’idea, diffusa in tutti gli ambiti sociali, che il rilancio dell’economia sia un compito dello Stato. Quando è evidente il solo modo in cui lo Stato potrebbe favorire quel rilancio sarebbe l’allentamento dei freni che concorrono a impedirlo. Il che però equivarrebbe a chiedergli – come osservava ieri uno dei nostri bloggers più sagaci: Gianni Pardo – non già di fare qualcosa, ma al contrario di smettere di farla. Borghesia, se ci sei, dimostralo smettendola di vagheggiare anche tu lo Stato tuttofare.
http://www.iltempo.it/politica/2011/06/06/1262899-borghesia.shtml
Anche in Portogallo la sinistra va al tappeto. Dopo il crac economico, Socrates si dimette, di Livio Caputo
Proprio come in Spagna: punito dagli elettori il governo socialista che ha portato al crac l’economia, al punto da richiedere il salvataggio da parte dell’Ue. Ora è possibile un bipartito di centrodestra, ma anche una "grande coalizione" di emergenza.
Dopo la Spagna, il Portogallo. Dopo Zapatero, Socrates. Anche a Lisbona, il governo socialista del carismatico quanto autoritario leader al potere da sei anni, è stato punito alle urne per il disastroso stato dell'economia e la riluttanza ad adottare tempestivamente le riforme che avrebbero evitato al Paese il ricorso a un pacchetto di aiuti di 78 milioni di euro da parte di Ue e Fmi, simile a quello concesso a Grecia e Irlanda.
Ma, forse anche per via dell'uso ormai invalso nel Paese di dargli la colpa di tutto, la sua sconfitta è stata netta: con i quattro quinti delle schede scrutinate il Psd, principale partito di opposizione guidato da Passos Coelho ha ottenuto il 40,6% dei voti, contro il 28,5% dei socialisti: alleandosi con la destra del Cds, che avrebbe l’11%, riuscirà a mettere insieme una maggioranza abbastanza confortevole.
Socrates si è assunto la responsabilità della sconfitta e si è dimesso da leader del Ps, condizione che rende possibile almeno in astratto anche l’ipotesi caldeggiata dal presidente Cavaco Silva, quella di una «grande coalizione di emergenza» tra Psd, Cds e Ps: infatti il successore di Socrates alla guida dei socialisti dovrebbe essere Antonio José Seguro, amico di Passos Coelho. Socrates aveva giocato senza scrupoli sulle paure di un Paese con la disoccupazione al 13%, la prospettiva di altri due anni di recessione e la necessità di ridurre il deficit pubblico dal 9,1% a 5,9% in un solo anno.
Se vi affidate alla destra, aveva sostenuto su tutte le piazze, dovrete rassegnarvi a una raffica indiscriminata di privatizzazioni e a un esercizio di macelleria sociale. Ma l'elettorato gli ha creduto solo in parte, perché l'alternativa, dipinta da Passos Coelho come «la tragedia greca», gli è parsa ancora peggiore; e il nuovo governo, se otterrà come ci si aspetta la fiducia, intende sottoporre il Paese a una cura drastica, un po' sul modello di quella di Cameron per la Gran Bretagna, compresa una radicale liberalizzazione di un mercato del lavoro di tipo italiano.
Le elezioni anticipate di ieri sono state indette in seguito alla bocciatura da parte del Parlamento, alla fine di marzo, del quarto piano di austerità elaborato dal governo Socrates, che voleva evitare a ogni costo il ricorso all'aiuto internazionale, con i relativi, pesanti condizionamenti che questo comporta. Nel periodo in cui è rimasto in carica Socrates è stato costretto ad inghiottire l'amaro boccone che aveva cercato di evitare: con la sua consueta spregiudicatezza lo ha però presentato al Paese come una vittoria, elencando alla tv non le misure che Ue e Fmi gli avevano imposto in cambio del prestito, ma quello che era riuscito ad evitare.
Bisogna dire subito che il governo entrante, esattamente come quello uscente, avrà margini di manovra molto limitati e rischia di trovarsi, per così dire, tra Scilla e Cariddi. Da un lato infatti, l'accordo con gli organismi internazionali - che pure ha fatto scendere di pochissimo gli elevatissimi tassi di interesse che il Tesoro è costretto ad offrire per collocare i suoi Buoni - deve essere rispettato alla lettera. Dall'altro, il Paese è fin da ora percorso da un'ondata di scioperi e di dimostrazioni. Se a questo si aggiunge che le previsioni per il 2011 e il 2012 sono state ulteriormente abbassate dagli analisti - ogni anno il Pil dovrebbe calare del 2% - il compito di Passos Coelho appare davvero improbo. Un punto a suo favore sarà il rientro del Paese nell'alveo della maggioranza di centro-destra che prevale nell’Ue e la vicinanza della Gran Bretagna, storica alleata del Portogallo. In quasi tutte le capitali si farà il tifo per lui, nel senso che se Lisbona «tiene» e riesce, eventualmente, a uscire dal tunnel, i pericoli di un effetto domino che tanto spaventano i mercati finanziari saranno sensibilmente ridotti.
sabato 4 giugno 2011
Il Perù che cresce a tassi "cinesi" va al ballottaggio per scegliere tra l'ultraliberista e l'ultranazionalista, di Roberto Da Rin
Un testa a testa all'ultimo voto e una società spaccata in due, metà per Keiko Fujimori, ultraliberista, e l'altra metà per Ollanta Humala, ultranazionalista. Il ballottaggio da cui emergerà il vincitore delle elezioni presidenziali del Perù è in programma domenica.
Il Perù degli ultimi anni è la "perla del Pacifico"; si è guadagnato questa definizione proprio per la sua crescita vertiginosa, per la sua capacità di stare su mercati difficili e competitivi come quelli asiatici, per aver martenuto partnership nel Nord e nel Sud America. Un Paese che ha inanellato tassi di crescita del Pil a ritmi cinesi, superiori al 7%. Con un boom che pare continuare, secondo le previsioni macroeconomiche, anche nei prossimi anni.
Eppure il Paese è in bilico tra due candidati poco credibili sul piano interno e internazionale. Keiko Fujimori, 35 anni, sposata, 4 figli, ha l'appoggio delle classi più elevate. Ma è soprattutto la figlia dell'ex presidente Alberto Fujimori, ora in carcere per corruzione e crimini contro l'umanità, al governo tra il 1990 e il 2000. Keiko ha già anticipato che lavorerà per l'indulto a suo padre e tutti scommettono che ripristinerá il clima pervaso di corruzione, ben conosciuto ai tempi della presidenza del padre.
Ollanta Humala, 48 anni, militare, è l'altro candidato. Nazionalista di sinistra, vicino a Hugo Chavez. Era già candidato quattro anni fa, ma perse contro Alan Garcia.
Stavolta ha più chance, ha incassato più voti di tutti gli altri al primo turno, un mese e mezzo fa. Ora gli istituti di sondaggi parlano di «empate tecnico», pareggio virtuale.
Sarà il 10% di indecisi a determinare la vittoria.
Quello peruviano è uno profilo inusuale sullo scenario politico latinoamericano: un Paese che fatica a proiettarsi nel futuro, che richiama al governo leader corrotti attraverso la candidatura di familiari. Oppure esprime leader discutibili come Humala.
L'economia corre e, anche grazie alla posizione geografica, un avamposto sul Pacifico, i rapporti con la Cina si sono intensificati.
Un caso da manuale di relazione perverse tra politica ed economia, dice un economista del Cepal (la commissione economica dell'Onu) che chiede di non esser citato, «in cui i politici dovrebbero almeno impegnarsi a limitare i danni».
venerdì 3 giugno 2011
Così Silvio paga due anni di Bunga Bunga. Ma dov'è finita la rivoluzione liberale? di Giampiero Mughini
A Milano soprattutto il voto è stato un referendum pro o contro Berlusconi. A lui, esattamente a lui, era rivolto il ceffone. La prima volta nella storia della Seconda Repubblica che il capoluogo lombardo, la Milano dove sono accampati gli studi Mediaset e le villette di Milano Due e la bacheca dei trionfi del Milan Football Club, dice di no al centro-destra di cui Silvio Berlusconi è il simbolo.
Una coalizione i cui temi elettorali portanti hanno fatto fiasco. Micidiale la compiacenza di tanti del centro-destra nei confronti del cialtronesco manifesto affisso sulle mura di Milano dov’era insinuato un paragone osceno tra i magistrati della procura milanese e le br. Suicida la spacconata di connotare come "senza cervello" quelli che avevano votato al primo turno per Giuliano Pisapia, e che anzi da quell’insulto ne sono stati aizzatissimi a farlo al secondo turno. Zero tondo quanto ad efficacia elettorale la campagna contro l’eventuale moschea milanese che forse farà costruire Pisapia, e come se a Roma non ci fosse già una grande moschea che non ha mai creato il minimo problema, e come se non fosse la cosa più naturale del mondo che ciascuno dei 100mila musulmani che vivono e lavorano a Milano abbia il diritto di pregare il Dio in cui crede nel luogo a ciò destinato.
Un autogol da centrocampo quello di una donna solitamente misurata e avveduta, Letizia Moratti, che non si affretta a fare le scuse le più solenni a Pisapia dopo avergli rimproverato in una sfida televisiva una cosa assolutamente non vera. E poi, ma davvero credevate che uno o due anni di bunga-bunga vero o verosimile, di sgualdrinelle in prima pagina, di carriere politiche femminili fatte a colpi di curve ben modellate dal silicone - tutta roba beninteso che non so affatto se configuri un qualche reato personale, ma che di certo configura il reato di cattivo gusto e di sbraco - non avrebbe spostato nemmeno un voto rispetto ai punteggi elettorali del 2008, quando la coalizione di centro-destra mise ko l’avversario?
Solo che fin qui, non sono andato oltre quello che pensano molti degli stessi elettori del centro-destra (ciò che io non sono), abbiano poi deciso di votare o no a Milano o altrove. Il punto è più alto e più grave, ed è un punto grave per la nostra democrazia e tanto più se si pensa alla fisionomia delle sinistre che sono risultante vincenti in questa recente consultazione elettorale. Non c’è democrazia lì dove non c’è un confronto leale e sui contenuti tra le due opposte parti in campo, e maledetto sia il bipartitismo all’italiana e chi ha creduto di inventarlo. Se questo confronto si riduce al fatto che il nostro capo del governo acciuffa l’attimo fuggente per andare a bisbigliare all’orecchio del presidente degli United States of America che in Italia c’è una "dittatura" dei magistrati di sinistra e che lui li concerà per le feste, allora siamo alla frutta. Traduco: è alla frutta uno schieramento politico che impegna 24 ore su 24 del suo tempo a difendere Berlusconi "dai" processi, i 324 deputati che hanno giurato sul loro onore che quella fanciullona volgare e traboccante lui davvero l’aveva creduta quale una nipote di Mubarak. 24 ore su 24, a questo s’era ridotta l’attività e la presenza di una maggioranza parlamentare che era stata una delle più formidabili nella storia parlamentare italiana. A questo, soltanto a questo. E mentre di quella famosa rivoluzione liberale annunciata nel 1994 non c’era più briciola o parvenza nei fatti della nostra politica, se non forse nella legge di riforma universitaria che porta il nome del ministro Gelmini. Una riforma contro cui da sinistra si sono scagliati con una cecità da far paura. En attendant la rivoluzione liberale, a questo siamo ridotti moltissimi di noi - borghesi, moderati, filoccidentali, libertari, gente che se ne strainfischia e ci si pulisce le scarpe con le tradizionali partizioni sinistra/destra.
Mi direte, e avete ragione, che con una crisi economica talmente devastante altro che rivoluzione liberale. È già tanto sopravvivere, che sopravvivano le famiglie, i comuni, gli ospedali, le università, i servizi pubblici. Lo so benissimo. Solo che torniamo al punto dolente, e cioè che moschee e magistrati di sinistra non c’entrano nulla col gran casino in cui ci troviamo. E che a questo punto dei ponti tra i due schieramenti vanno costruiti, dei temi che siano comuni e possibili, delle occasioni costruttive, degli appuntamenti a fare e non a dilaniarsi.
Ciò che dopo il voto di fine maggio appare quanto di più lontano. Perché a sinistra prevalgono in questo momento le voci più radicali, gli schiamazzi i più retorici. Lunedì nel tardo pomeriggio, e mentre per le strade romane già cominciavano ad esultare i militanti di sinistra, sono uscito dallo studio del mio commercialista dove per quattro ore avevamo contato a uno gli euro che ho versato e che dovrò versare per l’anno fiscale 2010. Un calcolo allucinante, da smettere di lavorare e tirarsi un colpo di rivoltella alla tempia. E mentre per strada quei ragazzi entusiasti sognavano redditi migliori, pensioni più alte, assunzioni a pioggia di precari, scuole aperte a tutti 24 ore su 24. Il mondo dei sogni. Quello che ha dato un cazzotto al mondo del bunga-bunga e lo ha steso. Ahinoi, che cosa ci aspetta.
giovedì 2 giugno 2011
Mitt Romney announces intention to run in 2012 US presidential race
Republican contender says Barack Obama has 'failed America' as he formally launches bid – but still no word from Sarah Palin
Mitt Romney announced his candidacy in New Hampshire – where Sarah Palin had taken her bus tour. 'Maybe we'll run into him,' Palin said. Photograph: CJ Gunther/EPAFormer Massachusetts governor Mitt Romney took on the mantle of Republican frontrunner after formally declaring his intention to seek the party's nomination for the 2012 White House race.
He identified America's faltering economy as the key to beating Barack Obama, accusing him of having failed to deliver on 2008 campaign promises to turn the economy round. "Now, in the third year of his four-year term, we have more than slogans and promises to judge him by. Barack Obama has failed America."
Romney, who is ahead in polls of Republican voters, is hoping to consolidate his lead by disclosing next month that he outperformed his Republican rivals in fund-raising, having taken in tens of millions of dollars over the last three months.
He has been campaigning informally for at least 12 months before making the official announcement in Stratham, New Hampshire, at Bittersweet Farm, a location that might turn out to be prophetic of his campaign.
He came off second best to John McCain in the Republican race in 2008, in spite of spending $40 million of his own money, and faces formidable problems in 2012. He demonstrated again yesterday he is a poor speaker, with a fondness for cliches, and is viewed with suspicion by right-wingers on health, abortion, gay rights and gun laws. Christian evangelicals may be reluctant to back a Mormon.
He could be vulnerable to a run by a populist candidate such as Sarah Palin, McCain's running mate in 2008. Even though she says has not decided yet whether to join the Republican contest, she has dominated the media all week with a bus tour of the east coast.
Palin, supposedly on a tour to promote US interest in the constitution, mischievously took her bus to New Hampshire yesterday, saying it was only coincidental that she would be there on the same day as Romney's announcement. "Maybe we'll run into him," Palin said.
While Obama is favourite to win in 2012, he is vulnerable to a strong Republican challenge, with the US economy slow to come out of recession. Unemployment is hovering around 9% and no US president since the 1930s has won a second term with figures that high.
In his speech Romney admitted that the economy was in recession when Obama took office, but said he had made it worse and made it last longer. "Three years later, over 16 million Americans are out of work or have just quit looking. Millions more are underemployed. Three years later, unemployment is still above 8%, a figure he said his stimulus would keep from happening," Romney said.
The country was in crisis and he, as a successful businessman, was capable to the "bold" actions needed to resolve it, he said.
He also attempted to woo Tea Party activists by promising to repeal Obama's health reforms."I will insist that Washington learns to respect the constitution … we will return responsibility and authority to the states for dozens of government programmes – and that begins with a complete repeal of Obamacare," Romney said.
Former Massachusetts governor Mitt Romney took on the mantle of Republican frontrunner after formally declaring his intention to seek the party's nomination for the 2012 White House race.
He identified America's faltering economy as the key to beating Barack Obama, accusing him of having failed to deliver on 2008 campaign promises to turn the economy round. "Now, in the third year of his four-year term, we have more than slogans and promises to judge him by. Barack Obama has failed America."
Romney, who is ahead in polls of Republican voters, is hoping to consolidate his lead by disclosing next month that he outperformed his Republican rivals in fund-raising, having taken in tens of millions of dollars over the last three months.
He has been campaigning informally for at least 12 months before making the official announcement in Stratham, New Hampshire, at Bittersweet Farm, a location that might turn out to be prophetic of his campaign.
He came off second best to John McCain in the Republican race in 2008, in spite of spending $40 million of his own money, and faces formidable problems in 2012. He demonstrated again yesterday he is a poor speaker, with a fondness for cliches, and is viewed with suspicion by right-wingers on health, abortion, gay rights and gun laws. Christian evangelicals may be reluctant to back a Mormon.
He could be vulnerable to a run by a populist candidate such as Sarah Palin, McCain's running mate in 2008. Even though she says has not decided yet whether to join the Republican contest, she has dominated the media all week with a bus tour of the east coast.
Palin, supposedly on a tour to promote US interest in the constitution, mischievously took her bus to New Hampshire yesterday, saying it was only coincidental that she would be there on the same day as Romney's announcement. "Maybe we'll run into him," Palin said.
While Obama is favourite to win in 2012, he is vulnerable to a strong Republican challenge, with the US economy slow to come out of recession. Unemployment is hovering around 9% and no US president since the 1930s has won a second term with figures that high.
In his speech Romney admitted that the economy was in recession when Obama took office, but said he had made it worse and made it last longer. "Three years later, over 16 million Americans are out of work or have just quit looking. Millions more are underemployed. Three years later, unemployment is still above 8%, a figure he said his stimulus would keep from happening," Romney said.
The country was in crisis and he, as a successful businessman, was capable to the "bold" actions needed to resolve it, he said.
He also attempted to woo Tea Party activists by promising to repeal Obama's health reforms."I will insist that Washington learns to respect the constitution … we will return responsibility and authority to the states for dozens of government programmes – and that begins with a complete repeal of Obamacare," Romney said.
Otto proposte per crescere, di Dario Di Vico
DRAGHI: MENO SPESE SENZA NUOVE IMPOSTE
Mario Draghi più che da Governatore uscente ieri ha dato la sensazione di aver iniziato a parlare da presidente della Banca centrale europea. L'analisi dei mali che affliggono la società italiana è stata impietosa e la denuncia della miopia della politica è risuonata altrettanto netta. Fino a far affiorare la delusione per essere rimasto inascoltato pur avendo indicato a più riprese da Palazzo Koch obiettivi, linee di azione e aree di intervento.
Scelta la franchezza come leit motiv Draghi non ha risparmiato il ministro Giulio Tremonti, con il quale del resto in questi anni ha duellato (intellettualmente) svariate volte. Almeno tre i rilievi: l'analisi della crisi mondiale, i tagli lineari alla spesa e l'indipendenza delle authority. Non stiamo assistendo a un replay del '29, ha scandito, perché allora i danni causati all'economia reale dalla recessione furono assai più vasti, la produzione industriale crollò del 40% e la disoccupazione toccò quota 20%. Niente di paragonabile è successo dal 2008 ad oggi e quindi ogni allarmismo è fuori luogo. Piuttosto il governo avrebbe dovuto continuare l'opera di Tommaso Padoa-Schioppa e portare a compimento la spending review, la radiografia completa della spesa pubblica voce per voce. Avendola snobbata, se il governo dovesse procedere alla cieca, con tagli uniformi, anche nella manovra correttiva prevista per il 2013-2014, sottrarrebbe alla ripresa circa due punti di Pil in tre anni. Invece una politica di tagli intelligenti, unita a recuperi di evasione, potrebbe essere compatibile con la scelta di ridurre le aliquote sui redditi di lavoratori e imprese. Morale: oggi dopo le amministrative il governo invoca la riforma fiscale ma dovrebbe prendersela con se stesso se non sarà nelle condizioni di deliberarla. Tertium, l'indipendenza. Draghi ha ribadito la fiducia nella tradizione di Via Nazionale, «fucina di quadri al servizio della nazione e dell'Europa». Capace di pescare al suo interno il prossimo Governatore.
L'Italia che Draghi ha chiesto anche ieri deve tornare a crescere e la politica dovrebbe capire che «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano» (Cavour). La lista del Governatore è fatta di otto proposte e si apre con l'efficienza della giustizia civile, il sistema dell'istruzione, la concorrenza, il mercato del lavoro e gli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di riforme alcune delle quali, da sole, valgono un punto di Pil e che vanno realizzate pensando «a quale Paese lasceremo ai nostri figli».
Severo con i politici, il Governatore non ha fatto sconti agli imprenditori. Le aziende italiane sono troppo piccole e restano fuori dai veri giochi dei mercati internazionali e dell'innovazione. Rinunciano a crescere per la cultura familistica dei proprietari, contrari all'ingresso di esterni. Preso l'abbrivio il Governatore non ha risparmiato la società Autostrade, che pure ha contribuito a privatizzare. I costi medi per chilometro e i tempi di realizzazione (vale anche per la Tav) sono largamente superiori a quelli francesi e spagnoli. E non è tollerabile.
Se le considerazioni finali di ieri segnalano l'anticipato inizio del periodo francofortese di Mario Draghi, un'altra novità va segnalata in materia di crescita e lavoro femminile. È stata forse la prima relazione «rosa» di un Governatore, che ha voluto ricordare come «il tempo di cura della casa e della famiglia a carico delle donne resta in Italia molto maggiore che negli altri Paesi». Un altro ritardo che paghiamo.
mercoledì 1 giugno 2011
Un governo liberale che non ha fatto riforme liberali, di Giorgio Israel
Che fare, cosa non rifare/ 11
Cosa ha provocato la sconfitta del centrodestra è presto detto e, al contempo, richiederebbe un lungo elenco. Non si può annunciare per più di tre lustri la riforma della giustizia e non farne nulla. Non si può rovinare una buona politica estera partecipando malamente alla pessima guerra libica e lasciare un buon ministro degli Interni a gestire una situazione impossibile sul fronte immigrazione. Non si può promettere di abolire le province e poi crearne altre. Non è ammissibile che un governo liberale non riesca a fare una sola riforma liberale, neppure quelle a costo zero come abolire gli ordini professionali e che, invece, approvi leggi corporative e costose.
Sarà falso che si sia detto che “la cultura non si mangia”, ma ci si è comportati come se lo si pensasse, come se si credesse che la cultura è meglio resti nelle mani della sinistra perché tanto è roba sua. Anche sul fronte dell’istruzione è cominciata bene ed è finita male, con cedimenti al costruttivismo tecnocratico. Sono uno dei delusi, per aver lavorato alle nuove norme per la formazione degli insegnanti e vederle stravolte e rese irriconoscibili da un percorso di più di due anni di cedimenti alle pressioni corporative. E poi: che senso ha fare la voce grossa con i “comunisti” e sparare enormità in campagna elettorale mentre i ministeri vengono rimpinzati di consulenti di sinistra? Ora la situazione è tanto più grave perché l’alternativa è fasulla: il Pd canta vittoria ma conta sempre di meno. La coalizione di Prodi era un modello di compattezza rispetto all’attuale galassia.
Cosa deve fare il centrodestra? Riesumare i principi della cultura politica che hanno dato senso alla sua esistenza, e governare pancia a terra su tutti i fronti, con obiettivi precisi, impegnando e valorizzando chi può dare un contributo coerente. L’ultima cosa da fare è mettere in scena l’assedio al ministro Tremonti, magari per strappare un po’ di quattrini da dare come prebenda a qualche settore elettorale. E soprattutto ogni ministro dovrebbe rientrare nel ministero a pieno tempo, invece di passare le giornate in riunioni o a consolidare le fondazioni come se fossero scialuppe di salvataggio o di arrembaggio per la successione.