mercoledì 4 luglio 2012

La vera sfida culturale alla Merkel, di Marco Valerio Lo Prete


I tre gravi limiti delle ricette anti crisi convenzionali. Parla Masera

Quello in corso tra Roma e Berlino è un confronto diplomatico, ma prim’ancora una sfida intellettuale. Il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, dovrebbe agire di conseguenza e continuare nella sua opera di falsificazione del “modello convenzionale” adottato finora per uscire dalla crisi dell’euro. Il suggerimento viene da Rainer Masera, economista, dal 1975 al 1988 direttore centrale della Banca d’Italia e poi nel 1995-96 ministro tecnico del Bilancio nel governo Dini. La settimana scorsa Masera, durante un seminario organizzato alla Farnesina dalla Fondazione Economia Tor Vergata del professore Luigi Paganetto, si è rivolto a una ristretta platea di diplomatici, economisti e rappresentanti delle organizzazioni internazionali e ha esordito con una citazione: “Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico. Lo disse Winston Churchill, non un pericoloso sovversivo”. Alla vigilia del bilaterale di oggi tra Monti e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, Masera ha ripercorso il suo ragionamento parlando al Foglio: “Sostenibilità delle finanze pubbliche, stabilità monetaria e solidità delle banche sono obiettivi condivisibili. Il problema sono gli strumenti errati con i quali l’Europa tenta di perseguirli, in ossequio alla strategia teutonica e al pensiero economico lì dominante”.
Il “modello convenzionale” di risoluzione della crisi si basa innanzitutto sul “rigore fiscale, praticato come mix di tagli alla spesa e aumenti delle tasse”. A sua volta questa politica, incorporata nel Fiscal compact con il quale  25 stati dell’Ue si sono dati obiettivi vincolanti sui conti pubblici, “poggia su uno schema di domanda e offerta nel quale la curva di offerta è verticale”. Secondo Berlino, minore spesa pubblica e minore domanda dovrebbero far calare prezzi e salari. Se il livello di produzione rimane invariato – la curva di offerta verticale, appunto – la competitività aumenterà riducendo il gap con i primi della classe. Purtroppo, osserva Masera, la curva di offerta non è verticale, come dimostra la caduta del pil ovunque sia stata tentata questa cura. “Il Fiscal compact va modificato – dice l’economista – Una strategia accettabile per Berlino potrebbe essere quella di distinguere la spesa pubblica corrente da quella per investimenti”. La Golden rule alla quale pensa il governo “è troppo permissiva. Solo gli investimenti in ‘infrastrutture intelligenti’ devono essere tenuti fuori dai vincoli di bilancio”. C’è un’altra rassicurazione che si potrebbe dare a Berlino, ed è un ruolo preminente della Banca europea degli investimenti (Bei), del cui cda Masera fa parte: “Se gli investimenti da scorporare dal Fiscal compact fossero solo quelli cofinanziati da governi e Bei, ciò farebbe scattare automaticamente un vincolo quantitativo – visto che il capitale della Bei è limitato – e un vincolo qualitativo, considerato che così si potrebbe controllare il tipo di spesa effettuata”. Per Masera il pacchetto da 120 miliardi di euro per la crescita approvato al vertice Ue della scorsa settimana costituisce un primo “adattamento” da parte di Berlino. Ma non basta.
Il secondo “falso mito” su cui si fonda il “modello convenzionale” riguarda la politica monetaria. “Secondo le idee di economisti come Milton Friedman e Robert Lucas, poi rielaborate e fatte proprie da pensatori tedeschi come Otmar Issing, già capo economista della Banca centrale europea (Bce) – osserva Masera – i processi di offerta e di domanda di moneta sono stabili. Ergo, qualsiasi eccesso di creazione di base monetaria rispetto al prodotto potenziale genera inflazione. E’ un modello semplicistico”. In realtà, dimostra con una serie di grafici l’ex ministro, la base monetaria si è ampliata, così come il bilancio della Bce, ma la variazione di quantità di moneta e prezzi non ha seguito automaticamente. Infatti l’inflazione – secondo le stime di Francoforte – scenderà sotto il 2 per cento entro l’inizio del 2013. Anche qui una parziale correzione di rotta c’è stata: “Con la sua iniezione straordinaria di liquidità per le banche Mario Draghi ha fatto da prestatore di ultima istanza, seppure non nella forma disciplinata e trasparente, e perciò più efficace, della Bank of England o della Fed. E’ poi da ritenersi positiva la proposta italiana di un meccanismo anti spread che prevede, almeno potenzialmente, che il Fondo salva stati permanente (Esm) sia finanziato dalla Bce”.
Masera, però, non vede passi avanti significativi verso il raggiungimento del terzo obiettivo, quello di garantire solidità e capitalizzazione degli istituti di credito. Il processo di integrazione bancaria a livello Ue ufficialmente avviato la settimana scorsa costituisce “un’apertura, considerato anche che in seno alla commissione De Larosière del 2009 i rappresentanti della Bundesbank si erano detti contrari ad affidare alla Bce la supervisione delle maggiori banche, temendo conflitti d’interesse”. Resta però il fatto che in base alla teoria economica made in Deutschland “i processi di offerta e di domanda di capitale bancario sul mercato sono stabili e consentono alle banche di rafforzare sin da subito i loro capital ratio”. In realtà “l’esperienza spagnola, di Bankia in particolare, come anche quella di alcuni istituti italiani, ci rivelano che i mercati oggi non sono in grado di rispondere alle esigenze di ricapitalizzazione. Il costo del capitale risulta troppo elevato in condizioni di tensione”. Altro che rigore, alla fine “si fa nuovamente ricorso ai soldi del contribuente, aumentando il debito sovrano ed esaltando l’azzardo morale”. La soluzione è duplice. Primo, “gli standard di Basilea vanno rivisitati, con tempi di applicazione diversi e affiancando ai requisiti di capitale le riserve in base monetaria come strumento di controllo e cuscinetto rispetto al rischio sistemico”. Secondo, conclude Masera, “è necessario introdurre a livello europeo un meccanismo di salvataggio e di risoluzione delle banche che possa intervenire anche sugli istituti in bonis, e non già in fallimento, ove ci fossero problemi di governance evidenti”. O sarà così, o si rischia di perdere ben più di una sfida intellettuale.

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