lunedì 23 gennaio 2012

"Evadere le tasse è peccato, se lo fanno i religiosi è scandalo", di Andrea Tornielli

Bagnasco apre i lavori del Consiglio permanente della Cei, ricorda l’impegno sociale della Chiesa che non cerca «auto-esenzioni» e parla del rischio che una «tecnocrazia sopranazionale anonima» espropri la politica degli Stati

«Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro». La Chiesa, che ha messo in atto tutte le sue forze per fronteggiare le conseguenze della crisi nei poveri e nei nuovi poveri, «non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie»: evadere le tasse «è peccato e per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo». Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, nella prolusione che ha aperto questo pomeriggio i lavori del Consiglio permanente, che ha messo in guardia dal rischio che una «tecnocrazia sopranazionale anonima» espropri la politica degli Stati.

Bagnasco si è dilungato sulla crisi, affermando che la novità dell’attuale situazione «è che quanto accade in economia e nella finanza non si può spiegare se non lo si collega ad altri fenomeni contestuali come la mondializzazione dei processi, le migrazioni, le mutazioni demografiche nei Paesi ricchi, l’offuscamento delle identità nazionali, il nomadismo affettivo e sessuale».

«Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé – ha detto il presidente della Cei – non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il lavoro-campeggio: si va dove momentaneamente l’industria sta meglio come se l’“altro” non esistesse. E per “l’altro” è in primo luogo da intendersi proprio il lavoratore».

«La “fluidità” di valori, relazioni e riferimenti, non impedisce affatto – semmai favorisce – il formarsi di coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli, tali da rendere la politica sempre più debole e sottomessa. Mentre invece dovrebbe essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e renderla irrilevante, e quasi inutile. Ed è quel che sembra accadere sotto gli occhi attoniti della gente».

«Quando il criterio è il guadagno più alto e facile possibile e nel tempo più breve possibile – ha detto Bagnasco – allora il profitto non è più giusto, ma diventa scopo a se stesso giocando sulla vita degli uomini e dei popoli». Il cardinale ha poi insistito, al di là «di ogni ventata antipolitica», sull’assoluta importanza, anzi necessità, della politica, che «deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo. Sembra, invece, che i grandi della terra non riescano ad imbrigliare il fenomeno speculativo».

Bagnasco presenta il dubbio «che si voglia proprio dimostrare ormai l’incompetenza dell’autorità politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta, e dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall’imperiosità del mercato». Ma la politica, riconosce il cardinale, ha le sue responsabilità: non è stata infatti capace di arrivare a «riforme effettive», spesso «solo annunciate» e dunque c’è stata incapacità di pervenire «in modo sollecito a decisioni difficili allorché queste si impongono. Quasi fosse normale, per un paese come l’Italia, non essere in grado di assumere una comunicazione franca con i propri cittadini. E dovesse essere fisiologico puntare su una compagine governativa esterna, perché provi a sbrogliare la matassa nel frattempo diventata troppo ingarbugliata».

Bagnasco ha quindi definito il governo un «esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con l’impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più allarmanti di una delicata, complessa contingenza». Ma è «irrinunciabile che i partiti si impegnino per fare in concomitanza la propria parte», per le riforme «rinviate per troppo tempo tanto da trovarsi ora in una condizione di emergenza». I partiti «non devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi e alti».

Oggi, ha detto il presidente della Cei, «c’è da salvare l’Italia e c’è da far sì – cosa non scontata – che i sacrifici che si vanno compiendo non abbiano a rivelarsi inutili. Per questo urge superare il risentimento che qua e là affiora». Il cardinale ha invitato a non ritenere «fisiologica la condizione di giovani ultratrentenni che vivono a carico dei genitori o dei nonni». La Chiesa vuole fare la sua parte e «non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo».

Il cardinale ha ricordato «l’assidua, capillare presenza responsabile» della Chiesa nel sociale, attraverso «quattrocentoventimila operatori attivi in oltre quattordicimila servizi sociali e sanitari di ispirazione cristiana operanti con continuità e stabilità organizzativa sul territorio del Paese». «Non chiediamo privilegi – ha aggiunto Bagnasco – né che si chiuda un occhio su storture o manchevolezze. Sappiamo che il bene va fatto bene, senza ostentazioni o secondi fini, senza cercare alibi, auto-remunerazioni o auto-esenzioni, nell’umile esemplarità della propria esistenza e con la trasparenza delle opere». Il cardinale ha ripetuto che sull’Ici la Chiesa in Italia «non chiede trattamenti particolari, ma semplicemente di aver applicate a sé, per gli immobili utilizzati per servizi, le norme che regolano il no profit. I Comuni vigilino, e noi per la nostra parte lo faremo». Ma ha auspicato anche che finiscano le polemiche che fanno sorgere «sospetti inutili» e, «in ultima istanza, infirmare il diritto dei poveri di potersi fidare di chi li aiuta».

Bagnasco ha accennato anche al percorso iniziato dai cattolici in politica: «Il nostro laicato vuole esserci, consapevole di essere portatore di un pensiero forte e originale, cioè non conformista. Consapevole di un dovere preciso che scaturisce anche dalla propria fede e da una storia lunga e feconda nota a tutti». E ha rilanciato quella che chiama «una felice “provocazione” del Papa»: «Ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte».

Nella parte iniziale della prolusione, il cardinale aveva parlato dell’Anno della Fede, notando l’esistenza «qua e là» di «una strana reticenza a dire Gesù, una sorta di stanchezza, uno scetticismo talora contagioso. Al contrario, ed è il Papa stesso a ricordarcelo, c’è l’entusiasmo riscontrabile nei giovani e nei giovani Continenti, a partire dall’Africa che egli ha visitato di recente e dove si è colta un’impressionante vitalità e una larga passione per il Vangelo».

http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/cei-11943/

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