martedì 22 novembre 2011

Tre crisi di governo, una sola lezione, di Sergio Romano


LA SPAGNA AL VOTO, LA GRECIA E NOI


Tra qualche giorno, dopo le elezioni spagnole, potremo guardarci indietro e constatare che tre membri dell'Unione europea - Grecia, Italia e Spagna - hanno cambiato, più o meno contemporaneamente, il loro governo. Le ragioni, in ciascuno dei tre casi, sono le stesse: la sfiducia dei mercati nella loro capacità di affrontare la crisi, le pressioni dei partner, della Commissione di Bruxelles, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. La strada imboccata per cambiare il governo, invece, è per ciascuno di essi diversa. Un confronto può dirci molto sullo stile politico dei tre Paesi e sul modo in cui ciascuno di essi cerca di uscire dalla crisi.


Cominciamo dalla Spagna. Se il Partito popolare vincerà le elezioni, come è probabile, il governo sarà formato da Mariano Rajoy, un uomo privo di carisma politico, ma dotato di lunga esperienza ministeriale, acquisita durante i governi di José Maria Aznar. Durante la campagna elettorale i socialisti e i popolari si sono battuti con l'abituale durezza e ciascuno di essi ha detto agli elettori che la vittoria dell'altro sarebbe stata un male per la nazione. Ma il clima è stato civile e tale continuerà a esserlo, molto probabilmente, anche dopo l'eventuale passaggio dei poteri. Il merito è del premier uscente. Dal momento in cui il socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha anticipato le elezioni e ha annunciato che non si sarebbe candidato, la Spagna ha avuto un calendario politico e la certezza che alla testa del governo vi sarebbe stato un volto nuovo: due fattori che hanno creato nel Paese e nei suoi partner europei il sentimento di una ragionevole attesa. E poiché il gioco interessava tutti i partiti, i socialisti e i popolari hanno giocato insieme perché l'operazione andasse a buon punto.

La situazione in Grecia era molto più complicata. Gli scioperi, le dimostrazioni popolari, le defezioni in seno al Partito socialista e i dispetti del maggiore partito di opposizione avevano reso il nodo della politica greca particolarmente imbrogliato. Il primo ministro George Papandreou ha creduto per un momento che avrebbe potuto sciogliere il nodo con un referendum popolare da cui il governo, sperabilmente, sarebbe uscito vincente. Ma i maggiori leader europei gli hanno fatto capire, giustamente, che un voto popolare in queste circostanze avrebbe avuto un esito incerto e reso ancora più aggressive le manovre dei mercati. A Papandreou non restava che dimettersi e lasciare il posto a un uomo che ha una riconosciuta abilità tecnica ed esperienza professionale. I due maggiori partiti, dal canto loro, hanno capito che soltanto la loro presenza congiunta nella squadra presieduta da Lucas Papademos avrebbe dato al governo ciò che il presidente del Consiglio non poteva dargli: una forte legittimità democratica.

In Italia la soluzione adottata dopo l'apertura della crisi assomiglia per certi aspetti a quella greca. Ma vi è una differenza importante. Benché invitati, i maggiori partiti hanno preferito non lasciarsi direttamente coinvolgere. Hanno votato la fiducia, e si spera che non facciano mancare il loro appoggio alle misure del governo. Ma vogliono avere le mani libere e il diritto di mandare a casa Mario Monti non appena ne avranno la convenienza. Non pensano alla crisi economica, alla sfiducia dei mercati, alla comprensibile impazienza dei partner. Pensano alle elezioni e non vogliono essere responsabili di tutto ciò che il governo Monti avrà fatto da qui ad allora. Dei tre Paesi mediterranei colpiti dalla crisi, l'Italia è quindi il solo in cui la politica, in uno dei momenti più difficili per il Paese, preferisca essere irresponsabile.


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