giovedì 28 giugno 2012

Le ragioni di Angela, di Marco Valerio Lo Prete


Dietro la strategia rigorista di Berlino c’è una filosofia morale, poi sano pragmatismo, una dose di liberismo e tanta buona memoria

E se Angela Merkel avesse ragione sulla crisi dell’euro? Se davvero il rigore fiscale  tutto-e-subito fosse l’unicaricetta per  avere un domani una crescita duratura? E se la cancelliera tedesca non avesse torto  a opporsi agli Eurobond e a ogni forma di  mutualizzazione del debito con gli altri  paesi della moneta unica? Se infine non  sbagliasse affatto a rifiutare perfino l’exit  strategy più immediata dalla crisi, quella che prevede la discesa in campo della Banca  centrale europea a sostegno dei debiti  sovrani più a rischio?
Sfogliando i giornali europei (tedeschi  esclusi, ovvio), così come quelli anglosassoni,  ci si rende conto che è sempre più  difficile trovare qualcuno che sia disposto  a dire apertamente: “Sì, Merkel ha ragione”. La cancelliera e il suo entourage ne  sono consapevoli, ricordano le incoronazioni  della stampa americana nel 2006 –  quando Merkel, nel 2005 al suo primo mandato  alla guida della Germania, fu subito  definita da Forbes come “la donna più potente  del mondo” – e fanno il confronto con  il linciaggio mediatico attuale, ma non si  scoraggiano. Anzi. La priorità – secondo  ampi settori dell’establishment tedesco – è  adesso quella di far capire le proprie ragioni ai concittadini europei. Sulla Klingelhöferstraße  di Berlino, nella sede centrale della Konrad Adenauer Stiftung, c’è uno dei punti nevralgici da cui emana questa  strategia di “soft power”. Non è un caso  se da almeno due anni – ovvero in concomitanza  con l’aggravarsi della crisi dell’euro  – la potente Fondazione finanziata  dal contribuente e affiliata alla Cdu, il partito  della Merkel, ha incrementato in maniera  sostanziale le risorse dedicate all’approfondimento  e alla diffusione delle  idee che informano le scelte di politica  economica di Berlino. Uno dei programmi  più foraggiati – in una Fondazione che solo  in Germania organizza 2.500 eventi ogni  anno, attirando 145 mila partecipanti, e  che opera in 120 paesi in tutto il mondo –  è oggi quello sulla “Soziale Marktwirtschaft”,  l’economia sociale di mercato. Presto anche l’ufficio romano della Fondazione  Adenauer si unirà all’offensiva (culturale),  diffondendo un manifesto – che  sarà chiosato da autorevoli economisti e  pensatori italiani – sull’economia sociale  di mercato. La prima citazione del manifesto,  da promuovere nelle intenzioni della  Fondazione con pubblicazioni e convegni, è di Ludwig Erhard, economista, politico  e cancelliere dal 1963 al 1966: “Qualsiasi  tentativo di creare un ipotetico benessere  con spirito caritatevole, spendendo  più denaro di quanto disponibile tramite  le entrate del fisco, violerebbe principi  buoni e assodati”. Poi ce n’è un’altra di Walter Eucken, economista tedesco e padre  dell’ordoliberalismo, che suona così:  “Ogni sforzo per rendere un sistema competitivo  è vano a meno che non sia garantita  una certa stabilità monetaria. Di conseguenza,  c’è un primato della politica monetaria  in ogni sistema competitivo”.
Altro  che stimolo fiscale, altro che stampare moneta. Sono sufficienti due citazioni, tra le  tante, ed entrambe le leve della politica  economica sono sistemate.  Ma questo manifesto serve soprattutto  per ricordare che, come Mario Monti racconta  di aver spiegato al presidente americano  Barack Obama, “bisogna tener presente  che per i tedeschi l’economia è ancora  un ramo della filosofia morale. La crescita  non è il risultato della domanda aggregata  keynesiana, è il premio a comportamenti  virtuosi”. E’ questo “gap culturale”  – si sostiene in ambienti della Cdu – una  delle ragioni per cui è difficile trovare chi  oggi nei paesi mediterranei dia ragione a  Merkel. “La riflessione economica in Germania  ha il suo punto di partenza nella libertà  dell’individuo, ma anche nella sua  responsabilità”, dice al FoglioMatthias Schäfer, a capo del Dipartimento per l’economia  politica della Fondazione Konrad  Adenauer a Berlino: “I risultati delle nostre  decisioni hanno sempre un impatto,  che può anche essere negativo, e di questo  impatto dobbiamo tenere conto nel ricalibrare  le stesse azioni”. Si prendano i paesi  europei che oggi devono fronteggiare le  conseguenze dell’eccessivo debito (privato  o pubblico, o tutti e due) accumulato negli  anni passati: è ovvio, ancor più secondo i  canoni dell’economia sociale di mercato,  che la crescita futura sarà “sostenibile” da  un punto di vista ambientale e fiscale soltanto  se non lascerà in eredità ulteriori dedi  Marco Valerio Lo Prete  biti da pagare alle prossime generazioni.  Dietro il binomio economia-morale c’è poi  una seconda riflessione: “In Germania è  molto forte la cultura dello stato di diritto,  delle regole. Tutte le parti contraenti di un  accordo devono stare ai patti, rispettare gli  obblighi assunti”, dice Schäfer facendo l’esempio  degli impegni presi dagli stati europei  a Maastricht e poi con il Fiscal compact  sempre sui conti pubblici.
Parla di “solidarietà  a doppio senso”, un’espressione decisamente  teutonica che al Foglio è spiegata così da Veronica De Romanis, autrice nel  2009 del libro “Metodo Merkel” (Marsilio):  “Il concetto di solidarietà tedesco è diverso  da quello usato nei paesi latini, è una  strada a doppio senso: assistenza finanziaria  in cambio di responsabilità e regole. La  solidarietà senza responsabilità si trasforma  invece in assistenzialismo. Una realtà  che la Merkel conosce bene, avendo vissuto  per 35 anni nella Germania dell’Est, figlia  di un pastore protestante dell’Ovest  trasferitosi oltre la Cortina di ferro per amministrare  il culto”. L’economista italiana,  in passato per dieci anni nel Consiglio degli  esperti del ministero dell’Economia, fa  poi un altro esempio: “In Germania il rispetto  degli accordi presi è molto importante,  soprattutto se, come nel caso del memorandum  greco, le condizioni da rispettare  per ricevere il salvataggio sono state sottoscritte  dalle autorità greche e anche dagli  altri 16 membri dell’Eurozona. La cancelliera  vuole soluzioni durature che rappresentino  una base per costruire l’unione  politica. Se la Grecia non rispetta gli accordi,  perché mai dovrebbero rispettarli il  Portogallo, l’Irlanda e in futuro, eventualmente  altri paesi?”. E il vero problema “di  cui si parla poco in Italia” – continua De  Romanis – è che ad oggi la Grecia ha fatto  “ben poco” per attuare il programma, se si  escludono gli aspetti del rigore: “Mancano  la riforma della Pubblica amministrazione,  le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la  vendita degli immobili pubblici – in Grecia  non c’è un catasto nonostante l’Unione europea  abbia offerto il proprio aiuto per costruirne  uno – e una vera lotta all’evasione.  Tutte misure che, se attuate, permetterebbero  una redistribuzione più equa dei costi  del rigore per la popolazione greca, dal momento  che esistono ancora molte sacche di  privilegi che non sono state toccate”. I ragionamenti  su una politica economica che  poggia su fondamenta morali valgono per  buona parte della classe dirigente tedesca,  non soltanto per l’attuale governo in carica  a Berlino, conclude Schäfer, anche se  nel caso della Merkel c’è un terzo fattore  che influenza le sue scelte: “E’ il pensiero  sociale di matrice cristiana”, dice il dirigente  della Fondazione. 
Sostiene però Paul Krugman, premio Nobel  per l’Economia, che è proprio quest’invasione  di campo della morale a complicare  oggi le cose in Europa: “Il problema di  come affrontare le crisi viene formulato  spesso in termini morali: ‘Quei paesi sono  in difficoltà perché hanno peccato, e si devono  riscattare attraverso la sofferenza’ –  scrive l’editorialista del New York Times  nel suo ultimo libro “Fuori da questa crisi,  adesso!” (Garzanti) – Un modo insensato  di affrontare le difficoltà concrete dell’Europa”.  Krugman accusa Merkel di fare  del “moralismo” quando insiste con le sue  politiche di austerity fiscale a danno della  ripresa economica. Una risposta (indiretta)  all’economista neokeynesiano e ai molti  che la pensano come lui viene dal minuto  ma autorevole “partito” dei merkeliani in  Italia: lasciamo pure da parte morale e moralismo  – è il loro ragionamento – il punto  è che l’approccio di Berlino è corretto da  un punto di vista politico ed economico. Innanzitutto  per il suo pragmatismo: “La ragione  principale della posizione della  Merkel è che se la Germania cominciasse  a fare quello che le chiedono gli altri, in poco  tempo il differenziale o spread tra i nostri  titoli e i Bund tedeschi si ridurrebbe, è vero, ma solo perché i tassi per la Germania  comincerebbero a salire, segnalando  un maggiore rischio percepito nei confronti  di quel paese, e senza che quelli italiani  o spagnoli scendano”, dice al Foglio Vito Tanzi, per 20 anni direttore a Washington  del Dipartimento affari fiscali del Fondo  monetario internazionale. “Le condizioni  fiscali della Germania non sono così solide  come generalmente si crede – osserva l’autore  di una delle disamine delle finanze  pubbliche internazionali più celebrate negli  Stati Uniti, “Government versus  markets” (Cambridge University Press,  2011) – Il debito pubblico supera l’80 per  cento del pil e l’indebitamento è oltre l’1  per cento del pil. Con le condizioni attuali  la Germania non avrebbe rispettato i termini  del Patto di Maastricht”. Tra l’altro i debiti  pubblici di Grecia, Irlanda, Portogallo,  Spagna, Italia e Francia, messi assieme, sono  pari al 200 per cento del pil tedesco;  nemmeno la prima economia del continente  potrebbe sobbarcarsi il salvataggio di  tutti. Il problema, secondo Tanzi, è di quanti  s’illudono “credendo che ci sia una soluzione  collettiva ai problemi dei singoli paesi.  Le riforme fatte finora sono ancora molto  caute. Questa non era la solita recessione  keynesiana, ma una recessione causata  dall’esplosione di bolle. Si sapeva che  avrebbe richiesto molte più riforme strutturali  vere e più tempo per uscirne”. Tanzi,  che da anni vive negli Stati Uniti, fa un  parallelo con il sistema federale vigente oltreoceano:  “Nell’Unione monetaria americana  il governo centrale non interverrebbe,  e infatti non sta intervenendo, per risolvere  i problemi fiscali della California e  dell’Illinois. La realtà – conclude l’economista  – è che per vari stati membri dell’Eurozona  dare la colpa ai tedeschi, in inglese  si chiama ‘passing the buck’, è politicamente  conveniente perché allontana da loro la  responsabilità”.
“I leader politici di molti paesi Ue, Italia  inclusa – rincara la dose Fabio Scacciavillani,  capoeconomista del Fondo d’investimenti  dell’Oman – amerebbero modificare  il noto slogan pubblicitario e poter dire:  ‘Per tutto il resto c’è Merkelcard’”. Come  dire che a pagare, in fondo, dovrebbero essere  sempre i tedeschi. Alberto Alesina, economista di Harvard ed editorialista del Corriere della Sera, alla Merkel dà “pienamente  ragione”, e così sul numero dell’Espresso  in edicola ha paragonato il tutto a  una cena tra amici: “Prima di ordinare si  accordano che ognuno pagherà il proprio  conto. Alcuni ordinano aragosta e champagne,  altri un’insalata mista e acqua minerale”.  Alla fine del pasto però “i signori dell’aragosta  si accorgono di non avere abbastanza  soldi per pagare. (…) A quel punto  chiedono di dividere il conto tra tutti i commensali,  anche quelli che hanno ordinato  l’insalata. Questi signori stizziti rispondono  picche”. Qualcuno al posto loro se la sentirebbe  di biasimarli? Anche se ci indicassero  (a noi paesi mediterranei) la strada della  cucina, per aiutare i lavapiatti per qualche  tempo?  Berlino dunque resiste a chi le chiede di  intervenire, e non solo per la peculiare cultura  economica descritta da Schäfer o per  il sano pragmatismo liberista lodato da  Tanzi e Alesina: “C’è anche una comprensibile  ritrosia dovuta alla memoria storica  della leadership tedesca – dice Scacciavillani,  un passato in Banca centrale europea  e Fondo monetario internazionale, dopo un  dottorato all’Università di Chicago – una  memoria nient’affatto lontana nel tempo”.  Il riferimento non è alla solita iperinflazione  che avrebbe minato le basi della Repubblica  di Weimar negli anni Venti del secolo  scorso, ma piuttosto a quanto accaduto  nei più vicini anni 90: “Tendiamo a dimenticare  che Wolfgang Schäuble, attuale ministro  delle Finanze di Merkel, negoziò sull’avvio  della moneta unica con Carlo Azeglio Ciampi. Mettiamoci nei suoi panni:  Ciampi gli aveva promesso che entro il 2005  il nostro debito pubblico, decisamente fuori  dal limite stabilito nei parametri di Maastricht,  sarebbe rientrato all’80 per cento in  rapporto al pil, da 120 e passa che era. Il  nostro paese – era il ragionamento concordato  tra Roma e Berlino – sarebbe tra l’altro  stato aiutato dal calo dei tassi d’interesse  sul debito, grazie al fatto che l’area dell’euro  sarebbe stata percepita come un’area  dal rischio omogeneo. Così è stato fino  al 2009-2010. I nostri interessi sono calati  drasticamente e con essi è stato abbattuto  il servizio sul debito”. Quel che non è stato  abbattuto, ovviamente, è stato il debito  stesso: “La leadership tedesca fece un’apertura  di credito nei nostri confronti, peraltro  in violazione delle regole. Ma la fiducia  nella leadership italiana si è rivelata  malriposta. Schäuble, che oggi è una delle  principali controparti diplomatiche del nostro  esecutivo, ricorda benissimo tutto ciò,  ha già sentito tutte queste storie e queste  lamentele sulla necessaria condivisione  dei rischi tra paesi meno virtuosi e paesi  più virtuosi”. E soprattutto ha sotto gli occhi  i risultati fallimentari di quelle promesse  non rispettate. Anche così si spiega  l’apparente paradosso per cui gli strumenti  salva euro ormai sono quasi unanimemente  individuati – Eurobond e politica  monetaria iper espansiva – ma restano inutilizzati:  “Per i tedeschi questi strumenti  potranno essere utilizzati solo quando le  regole per l’unione politica e fiscale saranno  in campo, affiancate da sanzioni automatiche  – dice Scacciavillani – Anzi, da  meccanismi seri di prevenzione che evitino  la rottura delle regole”.
E nel frattempo in Italia? “C’è un abisso  tra la gravità dei problemi e la radicalità  delle misure prese che invece sono soltanto  dei palliativi – dice Scacciavillani – Questo  vale per la riforma del mercato del lavoro,  per le semplificazioni, per le liberalizzazioni,  etc. Ma gli investitori internazionali  hanno capito il gioco di Merkel e insistono,  mantenendo la pressione su di noi”.  Certo non aiuta il fatto che le conferme di  questo meccanismo – ovvero: soltanto l’agitazione  dei mercati fa smuovere alcuni  paesi verso riforme che altrimenti non farebbero  – ci siano eccome: sulla riforma  del mercato del lavoro, ha commentato  Maurizio Ferrera sulla prima pagina del  Corriere della Sera di ieri, “ci voleva  un’importante scadenza Ue (il Consiglio europeo  del 28 e 29 giugno) per convincere  partiti e parti sociali a posare le armi. Ancora  una volta, il ‘vincolo esterno’ ci spinge  a fare quei compiti a casa che altrimenti  non faremmo: esattamente la tesi di Angela  Merkel”.  Ammetteranno però, anche i più merkeliani,  che quest’alleanza Berlino-Lady  Spread rischia di decimare l’Europa e il  progetto ideale che c’è dietro, e il caso greco  è sempre lì a fare da monito. “Vorrei  chiarire una cosa su quanto sta avvenendo  ad Atene – dice Scacciavillani – Qualcuno  veramente crede che il partito di sinistra  estremista Syriza avrebbe potuto rinegoziare  i termini del memorandum con la Troika  (Ue, Bce e Fmi) su risanamento fiscale e  riforme? La realtà è che il governo, nel caso  respingesse le richieste della Troika, resterebbe  senza liquidità. Sarebbe costretto  a emettere cambiali, che nominalmente  varrebbero 1 a 1 con l’euro ma che le banche  non sarebbero obbligate a convertire a  quel prezzo. Le persone che hanno più disperato  bisogno di liquidità – per esempio  perché devono comprare medicinali o altri  beni di prima necessità – sarebbero le prime  a dover convertire queste cambiali, anche  a 0,5-0,3 euro. La gente allora capirà a  che perdita di ricchezza va incontro, si ribellerà,  e qualsiasi governo dovrà tornare  al tavolo delle trattative”. Fino a quando?  “Fino a quando – scherza Scacciavillani –  ci potrebbe essere un finlandese alla guida  dell’Agenzia delle entrate greca, per esempio”.  Non è soltanto una boutade: “In un’unione  fiscale potrebbe succedere. Il direttore  di un’agenzia statale della California  può venire anche da un altro stato. Il federalismo  non è un semplice ‘volemose bene’”. 
Comunque sia le pressioni aumentano, e ora al coro dei critici dell’attuale strategia  anti crisi si è aggiunto Obama, al punto  che il settimanale Zeit in edicola titola  così: “Tutto il mondo vuole i nostri soldi.  Cosa la Germania può permettersi. E cosa  no”. Si legge per esempio in uno dei due  editoriali portanti: “Se Berlino cede e paga,  ai paesi della periferia mancherà l’incentivo  a riformare la propria struttura  economica. Berlino non deve cedere, perché  se cede sarà l’Europa a diventare debole”.  Poi parole tutt’altro che dolci per l’Italia:  “Mario Monti ha già interrotto il percorso  riformatore, durato appena qualche mese. L’Italia ha fatto abbastanza, adesso tocca  ai tedeschi varare gli Eurobond, questo  il suo messaggio”. Ragionamenti simili sono  svolti per il caso della Spagna guidata  dal conservatore Mariano Rajoy e per la  Francia del presidente socialista François  Hollande. C’è forse un senso di accerchiamento a  Berlino? Per De Romanis “la Merkel non è  isolata, come spesso si pensa in Italia. E’ sostenuta  da Finlandia, Austria, Olanda e  Slovacchia. Lo stesso presidente dell’Eurogruppo,  Jean-Claude Junker, ha ribadito  che il memorandum greco non deve essere  modificato nella sostanza”. La cancelliera  non è isolata neanche all’interno del suo  paese: “All’indomani del voto greco, il leader  dei socialisti tedeschi, Sigmar Gabriel,  ha dichiarato che gli obiettivi e i contenuti  delle riforme devono restare validi. L’ottanta  per cento dei tedeschi approva la sua  linea rigorista e non vuole che i propri soldi  vengano trasferiti verso chi non rispetta  gli impegni”. Schäfer (Fondazione Konrad  Adenauer, vicina alla Cdu), aggiunge anche  la Polonia – che comunque non è nell’euro  – tra i paesi più in sintonia con la Germania,  poi ipotizza uno scenario di deflagrazione  della moneta unica, ma non nel senso  comunemente descritto dai giornali italiani:  “Si è molto discusso del rischio che la  Grecia o altri possano uscire dall’euro. Ma  se gli stati più intransigenti sulla responsabilità  fiscale si vedessero costretti a un  bailout dei conti pubblici altrui, la moneta  pubblica si potrebbe rompere anche nell’altro  senso”. Ovvero con l’abbandono dei  cosiddetti “virtuosi”. 
I fatti però hanno la testa dura, e al momento, a quattro anni dall’inizio della crisi, l’Europa rischia un ulteriore avvitamento  tra crescita debole e conti fuori controllo.  Anche per questa obiezione il Merkel-pensiero  ha una risposta. In Germania, per  esempio, si ricorda che la stessa locomotiva  d’Europa, fino a qualche anno fa, era “la  malata d’Europa”, tra crescita stagnante e  disoccupazione elevata. Seguì un periodo  di riforme strutturali dolorose, e oggi l’economia  è tornata a correre. Idem in Europa,  secondo De Romanis: “I mercati alla fine  premiano chi si comporta bene. Basta guardare  ai casi dell’Irlanda e del Portogallo.  Due paesi che hanno avuto l’aiuto finanziario  da parte di Fmi, Bce e Ue, hanno fatto  le riforme, hanno retto all’aggiustamento e oggi vedono i risultati. Lo spread dell’Irlanda  e del Portogallo è sceso su livelli prossimi  alla Spagna”. Abbastanza per concludere,  insomma, che in Europa perfino le  “colpe” della situazione nella quale ci troviamo  oggi andrebbero quantomeno “mutualizzate”. Un po’ alla Germania, un po’ a  tutti gli altri.

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